1 Ago 2020 | Collegamento
Torniamo a Loppiano, all’Istituto Universitario Sophia, centro accademico innovativo e incubatore anche di nuovi concetti e prassi di dialogo tra fedi diverse. A cura di Anna Lisa Innocenti e Lorenzo Giovanetti. https://vimeo.com/430379914 (altro…)
31 Lug 2020 | Sociale
Aziende in grave sofferenza, perdita di migliaia di posti di lavoro: la fase del lockdown ha picchiato duro sull’economia europea. Nonostante ciò, sono molti gli imprenditori che non si arrendono. Andrea Cruciani, italiano, si è chiesto come fare per prendersi cura dei propri dipendenti.
Come hanno vissuto gli imprenditori la fase emergenziale del lockdown a causa del Covid-19? Ne parliamo con Andrea Cruciani, Ceo di TeamDev e Agricolus, azienda e start-up italiane legate al progetto per un’Economia di Comunione. Come avete vissuto la fase del lockdown? “Prima del lockdown non avevamo problemi. TeamDev da 12 anni cresce del 20% annuo e diamo lavoro a una cinquantina di persone. A metà febbraio avevamo fatto delle operazioni per anticipare dei costi in banca ma con il lockdown siamo arrivati a fine marzo che non avevamo più liquidità di denaro. Era la prima volta che mi ritrovavo senza soldi e senza alternative. Abbiamo dovuto optare per la cassa integrazione e a me dispiaceva perché abbiamo sempre investito dando attenzione particolare al welfare aziendale. Ci siam trovati quindi con qualche dipendente spaventato con mancanza di fiducia nei nostri confronti. Perdere la fiducia anche di un solo dipendente era un dolore forte.
Piano piano abbiamo cercato di trovare una soluzione ai bisogni di tutti e appena entrati dei soldi nelle casse delle aziende abbiamo potuto integrare alla cassa integrazione pagando i dipendenti attraverso un premio chiamato “premio Covid”. Alla fine, siamo riusciti a dare lo stesso stipendio a tutti. Hanno capito che da parte nostra non c’era malafede”. Cosa ti ha insegnato questa esperienza? “Ho conosciuto le fragilità nel costruire una relazione autentica con dipendenti e collaboratori. È molto importante costruire una relazione autentica basata sulla fiducia. Ci ha sorpreso la reazione di alcuni di loro che han tirato fuori le energie proprio date dalla voglia di contribuire al bene comune. Questo periodo ha fatto emergere l’umanità più vera nelle relazioni”. Che consigli daresti agli altri imprenditori nel prendersi cura delle risorse umane? “Vi racconto una storia. Tre anni fa ho voluto promuovere un dipendente affidandogli un ramo d’azienda. Ma questa persona dopo un po’ non ha retto e ha cambiato lavoro. Lì ho capito che quello che io mi aspetto dalla vita per me non è quello che si aspettano gli altri. A lui non interessava nemmeno avere un aumento retributivo ma non voleva avere quel peso psicologico. Dopo quell’esperienza abbiamo iniziato a mettere in atto alcuni strumenti più efficaci”. Cioè? “Innanzitutto, abbiamo chiesto aiuto ad un coach per aiutare a tenere uno spirito comune tra tutti. Poi abbiamo cominciato a migliorare il contesto lavorativo con semplici cose come far trovare la frutta fresca per far merenda, oppure far arrivare i frutti di stagione dagli orti solidali della Caritas in modo da far portare a casa (senza costi) ciò di cui ognuno aveva bisogno. Poi abbiamo attivato un welfare integrativo anche se già da diversi anni abbiamo avviato una pensione integrativa e vari altri strumenti, come l’orario flessibile per venire incontro alle famiglie… Ci sembra il modo di prenderci cura delle persone che lavorano per le nostre aziende. E poi chiaramente cerchiamo di tenere a cuore la crescita di ciascuna persona per dare il meglio di sé”. Come vedi il futuro dell’economia in generale? “Vedo un futuro dove sarà sempre più richiesto di leggere l’attimo presente e saper dare delle chiavi di lettura anche per il futuro. Chiara Lubich per noi imprenditori EdC è stata una profeta perché ci ha insegnato a come prenderci cura dei dipendenti e delle aziende. Alcune cose sono ormai previste per legge ma per tante altre la legge non serve perché è un fatto di coscienza e di amore”.
Lorenzo Russo
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29 Lug 2020 | Testimonianze di Vita
“Siate una famiglia – fu l’invito di Chiara Lubich rivolgendosi a persone desiderose di vivere la Parola di Dio -. E dove andate per portare l’ideale di Cristo, (…) niente farete di meglio che cercare di creare con discrezione, con prudenza, ma decisione, lo spirito di famiglia. Esso è uno spirito umile, vuole il bene degli altri, non si gonfia… è (…) la carità vera”[1]. Il nuovo direttore Nel suo “discorso programmatico” il nuovo direttore aveva parlato dell’azienda come di una famiglia nella quale tutti eravamo corresponsabili. Il clima tra noi era leggero e cordiale… ma alle prime difficoltà, forse per inesperienza, lui si circondò di alcuni fidatissimi e nelle decisioni escludeva praticamente tutti gli altri. Mi feci coraggio e, per amore suo e dei dipendenti, un giorno andai in direzione a chiedergli quali preoccupazioni lo stessero schiacciando. Sembrava un’altra persona rispetto agli inizi, come uno che vedesse soltanto nemici. Forse avevamo fatto qualcosa contro di lui che lo spingeva ad agire così? Non rispose e mi congedò giustificandosi con un impegno urgente. Qualche giorno dopo mi chiamò e, scusandosi, mi confidò di sentirsi incapace a sostenere una solidarietà che gli faceva sfuggire tutto dalle mani. Mi chiese aiuto. Lo convinsi ad aprirsi con tutti noi, chiedendo se veramente volevamo stare al suo progetto. Fu un momento di grande intesa. Qualcosa cominciò a cambiare. (H.G. – Ungheria) Alla posta Agli inizi del coronavirus, andai alla posta per spedire un pacco. Nella fila per le pensioni una signora anziana con mascherina, colta da malore, si accasciò a terra. Corsi da lei, ma non ebbi la forza di alzarla. Alla mia richiesta di aiuto notai negli altri una certa esitazione: rispose solo un ragazzo pieno di tatuaggi, che aveva assistito alla scena fuori della posta. Fatta sedere l’anziana, che a parte qualche dolore per la caduta s’era ripresa, chiesi al ragazzo di aiutarla a sbrigare quello che doveva fare, mentre io spedivo il mio pacco. Lui non solo mi aiutò poi a farla salire in macchina, ma volle venire con noi fino a casa della signora. Siccome lei aveva gli strumenti, le misurai la pressione. Una volta scesi in strada, il ragazzo mi disse: “Stavo ridendo con gli amici per vedere come si comporta la gente guidata dalla paura. Quello che ha fatto lei è grande”. Dopo qualche giorno volli far visita all’anziana. Rimasi sorpresa e anche commossa venendo a sapere da lei che quel ragazzo le aveva portato dei biscotti preparati da sua madre. (U.R. – Italia) Risanare il passato Peccato! Era una collega competente nel suo lavoro, ma affliggeva gli altri con il suo pessimismo. Fra l’altro la sua invidia non solo verso di me, ma verso gli altri colleghi e colleghe, la induceva a sparlare sempre di tutti. Di conseguenza, con una scusa o l’altra, nessuno voleva lavorare con lei. Che fare? Lasciare che le cose andassero avanti così, tra il disagio comune? In occasione del suo compleanno ho avuto un’idea: organizzare in ufficio una colletta per farle un regalo. Quando l’abbiamo chiamata per festeggiarla con dolci portati da casa, disegni fatti per lei dai bambini delle colleghe, una bella borsa come dono, era commossa e incredula. Per giorni non ha pronunciato una parola. Ci guardava come un uccello ferito. Poi lentamente ha cominciato a parlarmi della sua infanzia, dei suoi amori sbagliati, delle divisioni in famiglia… Siamo diventate amiche. Ora frequenta la nostra casa e aiuta i miei figli per la matematica e per l’inglese. Ormai è una di famiglia. Sembra che anche il suo passato si stia risanando. (G.R. – Italia)
a cura di Stefania Tanesini
(tratto da Il Vangelo del Giorno, Città Nuova, anno VI, n.4, luglio-agosto 2020) [1] C. Lubich, in Gen’s, 30 (2000/2), p. 42. (altro…)
27 Lug 2020 | Chiara Lubich
Tutti abbiamo sofferto per via del coronavirus e molti stanno ancora soffrendo. Il dolore che questa pandemia ci procura si presenta sotto gli aspetti più vari e ci sarebbe davvero da scoraggiarsi, se Gesù non ci sorreggesse. Sappiamo infatti come Lui, che è Dio stesso fatto uomo, ha vissuto tutti i nostri dolori e per questo ci può essere accanto e sorreggere. (…) La vita si può considerare una corsa ad ostacoli. Ma che cosa sono questi ostacoli? Come si possono definire? È sempre una grande scoperta vedere come ad ogni dolore o prova della vita si può dare in certo senso il nome di Gesù Abbandonato. Siamo presi dalla paura? Gesù in croce nel suo abbandono non appare forse invaso dalla paura che il Padre si sia dimenticato di Lui? L’ostacolo che possiamo incontrare è in certe dure prove lo sconforto, lo scoraggiamento. Gesù nell’abbandono sembra sommerso dall’impressione che nella sua divina passione gli manchi il conforto del Padre e pare che stia perdendo il coraggio di concludere la sua dolorosissima prova mentre, poi, soggiunge: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”[1]. Le circostanze ci portano ad essere disorientati? Gesù in quel tremendo dolore sembra non comprendere più nulla di quanto gli sta succedendo dato che grida “Perché”?[2]. Veniamo contraddetti? Nell’abbandono non pare forse che il Padre non approvi l’operato del Figlio? Siamo rimproverati, o accusati? Gesù in croce nel suo abbandono ha avuto forse l’impressione di ricevere un rimprovero, un’accusa anche dal Cielo. E poi in certe prove che nella vita a volte possono susseguirsi incalzanti, non si arriva anche a dire desolati: questo sembra troppo, questo è l’oltre misura? Gesù nell’abbandono ha bevuto un calice amaro non solo colmo, ma traboccante. La sua è stata la prova oltre misura. E quando ci sorprende la delusione o siamo feriti da un trauma, o da una disgrazia imprevista, o da una malattia o da una situazione assurda, possiamo sempre ricordare il dolore di Gesù Abbandonato che tutte queste prove e mille altre ancora ha impersonato. Sì, egli è presente in tutto ciò che ha sapore di dolore. Ogni dolore è un suo nome. Si dice nel mondo che chi ama chiama per nome. Noi abbiamo deciso di amare Gesù Abbandonato. E allora, per meglio riuscire in ciò, cerchiamo di abituarci a chiamarlo per nome nelle prove della nostra vita. Così gli diremo: Gesù Abbandonato-solitudine, Gesù Abbandonato-dubbio, Gesù Abbandonato-ferita, Gesù Abbandonato-prova, Gesù Abbandonato-desolazione e così via. E chiamandolo per nome, egli si vedrà scoperto e riconosciuto sotto ogni dolore e ci risponderà con più amore; ed abbracciandolo diverrà per noi: la nostra pace, il nostro conforto, il coraggio, l’equilibrio, la salute, la vittoria. Sarà la spiegazione di tutto e la soluzione di tutto. Cerchiamo allora (…) di chiamare per nome quel Gesù che incontriamo negli ostacoli della vita. Li supereremo con più rapidità e la corsa nella nostra esistenza non conoscerà soste.
Chiara Lubich
(in una conferenza telefonica, Mollens, 28 agosto 1986) Tratto da: “Chiamarlo per nome”, in: Chiara Lubich, Conversazioni in collegamento telefonico, Città Nuova Ed., 2019, pag. 250. [1] Lc 23, 46. [2] Cf. Mt 27, 46; Mc 15, 34. (altro…)
25 Lug 2020 | Collegamento
Chiara Lubich e il dialogo interreligioso, una via per dare un’anima alla globalizzazione https://vimeo.com/429998800 (altro…)