30 Set 2009 | Centro internazionale
«Chiara “vedeva in lui l’umanità”; lo considerava come seme di “tutte le vocazioni laicali” all’interno del Movimento, a cominciare dai Gen (i giovani, la “generazione nuova”), ma vedeva nella sua figura anche i sacerdoti, i religiosi e i giovani dei seminari e noviziati. Scorgeva in lui “riassunta proprio questa umanità rinnovata dall’Ideale”. Foco, cioè, aveva il dono speciale di portare e consacrare all’ideale dell’unità l’umanità intera. Per questo suo specialissimo ruolo, Chiara lo ha più volte indicato come «confondatore del Movimento». Oggi, che entrambi sono in Paradiso, possiamo ammirare con rinnovato stupore la straordinarietà del loro incontro e rileggere con passione, e gratitudine a Dio, gli straordinari risultati dell’opera di Chiara e dell’apporto particolarissimo datole da Foco. Quello fra Chiara e Foco fu un incontro singolare. Come è noto, avvenne nel 1948, quindi ben 5 anni dopo la nascita del Movimento, che noi facciamo risalire al 7 dicembre del 1943, data della consacrazione a Dio di Chiara. Foco era un laico speciale: i suoi impegni, infatti, lo avevano collocato in punti nevralgici dell’apostolato cattolico della prima metà del Novecento. C’è chi lo ha citato erroneamente come il «Padre Giordani», giacché uno della sua levatura – ricordiamo che fu direttore della rivista Fides, pubblicata in Vaticano, quale organo per la preservazione della fede – doveva perlomeno essere un gesuita! Giordani aveva ribadito che padre lo era per davvero, ma di 4 figli, fra i più rumorosi del suo quartiere. La sua ricerca religiosa lo aveva portato a fronteggiare i grandi temi che confluiranno nel Concilio Vaticano II: la vocazione dei laici nella Chiesa e il dialogo ecumenico, che Giordani inaugurò fin dagli anni Venti. Era un politico di grande esperienza, avendo vissuto fin dai primi momenti le vicende del Partito Popolare, al fianco di Sturzo. Era un intellettuale stimato e riconosciuto, autore di più di 50 libri e tanti, tantissimi articoli. Le sue battaglie per la democrazia e la libertà nell’orizzonte del cristianesimo, dal quale questi valori possono trarre il vero significato, l’avevano portato ad essere un oppositore del regime totalitario, un padre della nuova Italia repubblicana, un membro dell’Assemblea costituente. Anche anagraficamente Chiara e Foco erano diversissimi. Al momento del loro incontro Chiara aveva 28 anni, Foco 54. Chiara non era sposata, Foco aveva una bella famiglia, che si era formato con Mya Salvati. Giordani era quindi un uomo maturo, esperto, ricco di testimonianze in nome della fede cristiana e dell’amore e della pace fra le genti. Aveva navigato per i rivoli di una storia che – nella prima metà del Ventesimo secolo – aveva prodotto ferite e sofferenze, raccogliendone un denso bagaglio. Sì, solo questo 54enne forgiato dalla vita, forte nella fede e coerente nella sua missione, ma anche totalmente aperto a ricevere il Carisma, ha potuto simbolicamente rappresentare a Chiara l’umanità da portare tra le braccia fino alla realizzazione dell’Ut omnes unum sint (Che tutti siano uno), voluto da Gesù. Questa è l’ottica per leggere il suo ruolo nel Movimento dei Focolari e a fianco di Chiara e per comprendere appieno le mirabili parole che Chiara ha spesso usato nei suoi riguardi. Fra le tante vorrei ricordare quando Chiara rivelò che Foco, più di tutti, “aveva una speciale grazia di comprendere l’Ideale che Dio m’aveva dato, dandogli quell’importanza che merita” . Non poteva essere altrimenti. È l’umanità espressa in Foco, quella dilaniata dalle guerre e sconvolta dalle divisioni mondiali, angosciata dal materialismo e consumata nella diffidenza, che, assetata di comunione e fraternità, urla il bisogno di unità che attinge alla fonte del carisma di Chiara. Foco ha compreso la spiritualità del Movimento come nessuno. La sua formazione culturale e spirituale attinta direttamente ai Padri della Chiesa, la sua raffinata conoscenza della storia della spiritualità e della vita dei santi (era un agiografo accreditato), l’hanno portato a percepire immediatamente chi fosse realmente Chiara, la novità e l’ampiezza del carisma donatole da Dio, e quello che poteva significare nella storia della famiglia umana la diffusione di questo ideale dell’unità. Ce lo ricorda Chiara stessa quando, in conversazioni riservate, sottolineò un altro aspetto del disegno di Foco, forse rimasto ancora oggi un po’ più nascosto, ma autentico e «primario» (come lo definisce esplicitamente Chiara): “Foco era di sostegno alla mia persona”, disse appena dopo la morte di Igino Giordani. Lui ha avuto questa grazia di capire il carisma di Chiara e di salvare la sua persona di fronte a particolari difficoltà, immancabili nella vita di una fondatrice di una realtà spirituale completamente nuova nella Chiesa e nel mondo. Ecco Foco. Un disegno posto al servizio di un ideale grande, fatto per tutti; un sostegno irripetibile per Chiara, la fondatrice. E questo sostegno rimane per sempre. Ancora oggi possiamo ritrovare Chiara, ora che non è più con noi su questa terra, attraverso lo sconfinato amore che Foco aveva per lei. Tanti ricordano un suo modo originalissimo di salutare i gruppi convenuti qui al Centro del Movimento, o le varie persone che incontrava anche in giardino, con un “Ciao Chiara!”. Il suo saluto, convinto e ispirato, aveva la premonizione che oggi sentiamo doversi realizzare: la consapevolezza che solo uniti, insieme, prolunghiamo la presenza del carisma di Chiara nel mondo, in quella umanità che Giordani – col suo mirabile disegno – non ha mai smesso di rappresentarci. Così ricordiamo oggi Foco, il Servo di Dio Igino Giordani». Maria Voce – 27 settembre 2009 (altro…)
19 Set 2009 | Centro internazionale, Cultura, Spiritualità
«Le soluzioni cristiane dei dissidi sociali sono semplici e si riportano tutte a un principio: l’amore. Sta qui la chiave di volta del sistema sociale dell’ Evangelo. L’economia cristiana, da cielo a terra, è un’economia dell’amore, detto grecamente carità. Dio è amore; ha creato il mondo per amore; ha inviato il Figlio a salvarlo per amore; e il messaggio suo addotto dal Figlio agli uomini è un annunzio dell’amore; e questo caratterizza la nuova civiltà, rampollata dall’Evangelo. Si può dire che la civiltà cristiana si distingue da questo segno: l’amore. L’amore è antilimite. L’amore è, primamente, una virtù naturale, insita nell’uomo, e quindi presente alla coscienza razionale di tutta l’umanità, anche se pagana. Il cristianesimo l’ha integrata in valore soprannaturale, e ne ha fatto una virtù teologale. Nell’atto pratico, s’è già detto , questa carità è un servizio. Questo servizio – questo prodigarsi per i fratelli; questo trasferire loro la nostra fortuna, le nostre forze e il nostro sangue, sì da far della nostra vita la loro vita – al solito, nella identificazione cristiana, è un servizio reso, attraverso i fratelli, a Cristo stesso; e – per la reversibilità del corpo mistico – un servizio, il più vero, il più cospicuo, reso a noi stessi. Facciamo i nostri interessi facendo gl’interessi degli altri: servendo. Il padre serve i figli, il cittadino serve la comunità, il prete serve i fedeli, chi comanda serve chi obbedisce, e così via; e tutti siam serviti da Cristo, che dà la vita per tutti». I. Giordani (La società cristiana, Pisa, Editrice Salesiana, cap.9) altri pensieri di Igino Giordani (altro…)
28 Lug 2009 | Centro internazionale, Cultura
Riportiamo uno stralcio dell’articolo pubblicato su Avvenire Lazio Sette del 12 luglio 2009 Giordani ha attraversato tutte le fasi salienti del secolo in cui visse, ma immerso nella storia non ha mai seguito le mode storiche del momento. Perché è stato casto? Lo è stato perché staccato dalla brama del potere. Non ha mai fatto carte false per ottenere le poltrone che pure ha ottenuto. Nel 1946 fu De Gasperi a chiedere a Giordani di candidarsi come membro dell’Assemblea costituente. Era anche staccato da sé: nelle trincee del Carso non sparò contro il nemico rischiando di persona a tal punto da venire ferito gravemente, mutilato e reso invalido. Era staccato dai soldi: costretto a insegnare dopo lo scioglimento dei partiti del 1925-26, si dimise dall’incarico pubblico per non seguire i rituali che il fascismo chiedeva. Ancora: direttore di giornali importanti si licenziò puntualmente quando i poteri forti chiesero più duttilità. La castità spirituale di Igino vive ancora oggi nella vocazione di tanti che nella scelta di consacrazione tornano agli ideali evangelici da vivere anche nella vita pubblica. leggi l’articolo integrale – pubblicato su Avvenire – Lazio Sette del 12.7.2009 (altro…)
7 Giu 2009 | Centro internazionale, Cultura, Spiritualità
Gli scritti qui riportati sono pubblicati in “Parte Guelfa” – rivista fondata da Giordani nel corso della sua intensa attività giornalistica – e su “Il Quotidiano”, allora da lui diretto. Gli Stati Uniti d’Europa non saranno sino a quando l’Europa rimarrà solcata da nazionalismi. Stati uniti europei e nazionalismo sono due termini che si escludono reciprocamente”. (Parte Guelfa, 1925) “L’unità sarà effetto della ineluttabilità delle condizioni economiche per le quali nessun paese più basta a sé stesso e la vita di ciascuno è intimamente legata a quella degli altri; sarà effetto del bisogno di pace universalmente sentito; si concreterà come una realizzazione del cristianesimo, i cui valori rifioriscono col manifestarsi della loro necessità”. (Parte Guelfa,1925) “L’amore al proprio paese non implica l’odio a quello altrui: l’amore alla propria famiglia è stolto se si risolve nell’odio alle famiglie coabitanti in uno stesso casamento”. (Parte Guelfa,1925) “L’Europa si salverà dal fallimento economico, dalla minaccia di nuove guerre (…) solo se, sentendosi organicamente, continentalmente, una, unita, aduni le sue risorse tutte per fronteggiare i pericoli comuni anziché inabissarsi nel logoramento interiore”. (Parte Guelfa,1925) “Questo straripamento, tutta questa molteplice espansione di là dalle staccionate nazionali, risponde a un bisogno di liberazione; nelle sue espressioni migliori, è arricchimento di vita; dove avviene razionalmente, è cristianesimo che si fa. (…) Il cristianesimo dall’inizio educa i cristiani alla cattolicità: cioè all’universalità. La società universale della Chiesa non vede che anime, di là dai tratti somatici; e propugna quella fraternità universale la quale non è favorita, ma interrotta, e spesso vivisezionata, con incisioni sanguinolenti, dalle divisioni territoriali, linguistiche, nazionali e classiste”. (Il Quotidiano, 1945) (altro…)
21 Apr 2009 | Centro internazionale
Pubblichiamo alcuni stralci di un intervento di Nedo Pozzi sulla figura di “Giordani comunicatore”, tenuto il 18 aprile, giorno del 29° anniversario della nascita al Cielo di “Foco”, nel corso del recente convegno di NetOne Italia. Ventinove anni fa Igino Giordani, da Chiara e da tutti noi chiamato Foco, lasciava questa terra. Per Giordani, una delle figure più rappresentative del Novecento italiano, al culmine della fama e di una frenetica attività, avviene l’evento che avvia la sua vita verso un’esperienza spirituale nuova e totalmente coinvolgente. E’ l’incontro con Chiara Lubich, nel settembre 1948. Con lei inizia un sodalizio spirituale singolare per umiltà, trasparenza, unità. Dirà più tardi: “Tutti i miei studi, i miei ideali, le vicende stesse della mia vita mi apparivano diretti a questa meta… Potrei dire che prima avevo cercato; ora ho trovato”. E fu proprio da quell’incontro tra Chiara e Giordani del 1948 che iniziò a fiorire un rinnovamento radicale del vivere, del pensare, dell’interagire sociale in tutti i sensi, anche in quello politico, anche in quello mediatico. Giordani è un personaggio estremamente poliedrico, ma oggi lo guardiamo soprattutto come comunicatore a servizio di un grande ideale: l’umanità come famiglia. Il suo impegno come uomo dei media è impressionante: 4000 articoli su 49 organi di stampa italiani e di altri paesi, fondatore di varie testate, direttore di due quotidiani e di 10 periodici, autore di oltre 100 libri (una media di quasi due all’anno) per un totale di 26000 pagine, tradotte nelle principali lingue, senza contare i saggi, gli opuscoli, le lettere, i discorsi. Per un trentennio è rimasto nel vivo del fermento politico e culturale, nazionale e internazionale, accendendo luci profetiche sugli avvenimenti spesso drammatici del XX secolo. Oltre alla penna, di scrittore di razza, la sua dote mediatica più coinvolgente era la parola, il dono di una conversazione che attraverso la bellezza e la proprietà dell’eloquio e una sottile ironia veicolava idee controcorrente, di insolita altezza. Ed ecco qualche pensiero di questo artista della parola, questo politico “ingenuo” e “troppo cristiano”. Qualche perla scelta dai suoi scritti sulla comunicazione: “Se per l’uomo essere è pensare, vivere è comunicare.” “Il comunicatore è chiamato ad illuminare, non oscurare. …Dovrebbe rinnovarsi ogni giorno, rifornirsi d’idee ogni momento. … Il comunicatore può non avere un soldo in tasca, ma se ha un’idea in testa, una fiamma in cuore, vale sul mercato più d’un finanziatore.” “L’amore è tutto; senza l’amore tutto è niente: la comunicazione può e deve alimentare questa verità che è il solo cemento sociale durevole, prima che la paura, madre dell’atomica, abbia il sopravvento.” “Il comunicatore è il più diretto costruttore di una città nuova.” “L’umanità si svena sempre per le stesse ragioni… Per esempio dice: ‘Si vis pacem, para bellum’. Ma per noi la verità è altra. Se vuoi la pace prepara la pace. Se prepari la guerra, i fucili ad un certo momento spareranno da soli… Se vogliamo arrivare alla pace, dobbiamo cominciare a costruirla tra di noi… perché la pace comincia veramente da ciascuno di noi.” E queste stesse parole le ha pronunciate in parlamento il 21 dicembre 1950. E per finire, cosa direbbe oggi Giordani se gli chiedessimo cosa dobbiamo praticamente fare? “Aprire il cuore come una conchiglia a raccogliere la voce dell’umanità e mettere a circolare l’amore e la ricchezza – il bene e i beni – sopprimendo gli sbarramenti di razza e di classe, le dogane dello spirito, i pedaggi della felicità… Vedere nell’uomo, chiunque esso sia, un fratello…” E’ una proposta ed un invito che risale al 1961 ma che sento sempre attualissimo, e che mi interroga ogni mattina, ogni volta che incontro qualcuno o che mi siedo al computer per fare il mio… e il suo mestiere. Nedo Pozzi (altro…)
29 Dic 2008 | Centro internazionale, Spiritualità
Se uno non vuol credere, è libero di farlo: Dio ha impresso il sigillo della sua grandezza sull’uomo facendolo libero. Solo che Egli insegna a usare la libertà come libertà dal male e non come libertà dal bene. L’uomo in Dio, è libero di amare : cioè di vivere ; contro Dio, è libero di fare il male, cioè di morire. Chi cerca trova. Chi cerca Dio, lo trova. Chi lo ascolta, lo sente. La sua voce insegna a capovolgere di continuo le opinioni correnti, per stabilire uomini e cose nel disegno divino, che è l’immortalità nella bellezza. La malattia tormenta: chi l’accetta con lo spirito del Crocifisso ne fa una chimica di purificazione di sé, e un contributo alla Passione di Cristo. Quell’uomo è ingrato, è odioso: ricontemplandolo con gli occhi del comune Padre diventa il fratello, che ha bisogno d’aiuto. Quelle parole ci offendono: se le esaminiamo nella luce del Padre esse ci consentono di patire e di perdonare, e cioè di compiere un balzo nell’ascesa che ordinariamente richiederebbe forse anni di riflessione. Il Signore mostra l’altra faccia delle cose: quella da cui Egli le vede. Il male si volta in bene, il dolore in amore, la solitudine umana in colloquio con gli angeli e i beati, con Maria e con la Trinità. La prigione si trasfigura in libertà sui piani del Paradiso; la fame in olocausto a Dio. La povertà si fa ricchezza, l’ignominia diventa gloria; la tenebra ricolma di luce. Ci si accorge che i cattivi, i quali parevano sopraffarci, diventano nostri collaboratori: agenti involontari della nostra santità. La bruttezza così diviene bellezza, la disgrazia un’apertura alla grazia. La storia macina come un mulino fragoroso e pulverulento, da cui esce la farina, con la quale si fa il pane. È un motore, che, coi materiali terreni, guerra, lotte, epidemie, odi, e anche con grano e acqua e metalli ed energie terrestri, allestisce l’avvicinamento allo spirito. E si vede che tutta la creazione – come apparve a san Paolo – anela a convergere in Cristo, dove avviene l’innesto definitivo tra umano e divino, tra terra e cielo, tra materia e spirito. Chi guarda solo l’aspetto terreno, caduco, negativo – quello di qua, verso la sfera umana – rinunzia alla zona più estesa della vita; diventa solo oggetto di morte, della quale uomini ed eventi si fanno artefici. S’avvicina Natale. Per uno monocolo, s’avvicina il freddo, il buio, la fame. Per chi vede in Dio, con l’occhio umano e l’occhio divino, s’avvicina la Redenzione, che è gioia, vita, deificazione. Il Natale, immagine del paradosso che è per gli uomini la Redenzione. Esso scopre i modi d’agire del Padre celeste, il quale d’una stalla fa la stanza dell’Eterno, l’incontro della purezza e della bellezza. Egli può far nascere l’Uomo-Dio nella dimora glabra, logora, che è la persona d’un vecchio: persona che è tempio dello Spirito Santo, se vuole, e dunque ritrovo di angeli che cantano la gloria a Dio e la pace agli uomini ben disposti. Da Diario di Fuoco, Città Nuova, Roma 200510 (altro…)