7 Giu 2009 | Centro internazionale, Cultura, Spiritualità
Gli scritti qui riportati sono pubblicati in “Parte Guelfa” – rivista fondata da Giordani nel corso della sua intensa attività giornalistica – e su “Il Quotidiano”, allora da lui diretto. Gli Stati Uniti d’Europa non saranno sino a quando l’Europa rimarrà solcata da nazionalismi. Stati uniti europei e nazionalismo sono due termini che si escludono reciprocamente”. (Parte Guelfa, 1925) “L’unità sarà effetto della ineluttabilità delle condizioni economiche per le quali nessun paese più basta a sé stesso e la vita di ciascuno è intimamente legata a quella degli altri; sarà effetto del bisogno di pace universalmente sentito; si concreterà come una realizzazione del cristianesimo, i cui valori rifioriscono col manifestarsi della loro necessità”. (Parte Guelfa,1925) “L’amore al proprio paese non implica l’odio a quello altrui: l’amore alla propria famiglia è stolto se si risolve nell’odio alle famiglie coabitanti in uno stesso casamento”. (Parte Guelfa,1925) “L’Europa si salverà dal fallimento economico, dalla minaccia di nuove guerre (…) solo se, sentendosi organicamente, continentalmente, una, unita, aduni le sue risorse tutte per fronteggiare i pericoli comuni anziché inabissarsi nel logoramento interiore”. (Parte Guelfa,1925) “Questo straripamento, tutta questa molteplice espansione di là dalle staccionate nazionali, risponde a un bisogno di liberazione; nelle sue espressioni migliori, è arricchimento di vita; dove avviene razionalmente, è cristianesimo che si fa. (…) Il cristianesimo dall’inizio educa i cristiani alla cattolicità: cioè all’universalità. La società universale della Chiesa non vede che anime, di là dai tratti somatici; e propugna quella fraternità universale la quale non è favorita, ma interrotta, e spesso vivisezionata, con incisioni sanguinolenti, dalle divisioni territoriali, linguistiche, nazionali e classiste”. (Il Quotidiano, 1945) (altro…)
21 Apr 2009 | Centro internazionale
Pubblichiamo alcuni stralci di un intervento di Nedo Pozzi sulla figura di “Giordani comunicatore”, tenuto il 18 aprile, giorno del 29° anniversario della nascita al Cielo di “Foco”, nel corso del recente convegno di NetOne Italia. Ventinove anni fa Igino Giordani, da Chiara e da tutti noi chiamato Foco, lasciava questa terra. Per Giordani, una delle figure più rappresentative del Novecento italiano, al culmine della fama e di una frenetica attività, avviene l’evento che avvia la sua vita verso un’esperienza spirituale nuova e totalmente coinvolgente. E’ l’incontro con Chiara Lubich, nel settembre 1948. Con lei inizia un sodalizio spirituale singolare per umiltà, trasparenza, unità. Dirà più tardi: “Tutti i miei studi, i miei ideali, le vicende stesse della mia vita mi apparivano diretti a questa meta… Potrei dire che prima avevo cercato; ora ho trovato”. E fu proprio da quell’incontro tra Chiara e Giordani del 1948 che iniziò a fiorire un rinnovamento radicale del vivere, del pensare, dell’interagire sociale in tutti i sensi, anche in quello politico, anche in quello mediatico. Giordani è un personaggio estremamente poliedrico, ma oggi lo guardiamo soprattutto come comunicatore a servizio di un grande ideale: l’umanità come famiglia. Il suo impegno come uomo dei media è impressionante: 4000 articoli su 49 organi di stampa italiani e di altri paesi, fondatore di varie testate, direttore di due quotidiani e di 10 periodici, autore di oltre 100 libri (una media di quasi due all’anno) per un totale di 26000 pagine, tradotte nelle principali lingue, senza contare i saggi, gli opuscoli, le lettere, i discorsi. Per un trentennio è rimasto nel vivo del fermento politico e culturale, nazionale e internazionale, accendendo luci profetiche sugli avvenimenti spesso drammatici del XX secolo. Oltre alla penna, di scrittore di razza, la sua dote mediatica più coinvolgente era la parola, il dono di una conversazione che attraverso la bellezza e la proprietà dell’eloquio e una sottile ironia veicolava idee controcorrente, di insolita altezza. Ed ecco qualche pensiero di questo artista della parola, questo politico “ingenuo” e “troppo cristiano”. Qualche perla scelta dai suoi scritti sulla comunicazione: “Se per l’uomo essere è pensare, vivere è comunicare.” “Il comunicatore è chiamato ad illuminare, non oscurare. …Dovrebbe rinnovarsi ogni giorno, rifornirsi d’idee ogni momento. … Il comunicatore può non avere un soldo in tasca, ma se ha un’idea in testa, una fiamma in cuore, vale sul mercato più d’un finanziatore.” “L’amore è tutto; senza l’amore tutto è niente: la comunicazione può e deve alimentare questa verità che è il solo cemento sociale durevole, prima che la paura, madre dell’atomica, abbia il sopravvento.” “Il comunicatore è il più diretto costruttore di una città nuova.” “L’umanità si svena sempre per le stesse ragioni… Per esempio dice: ‘Si vis pacem, para bellum’. Ma per noi la verità è altra. Se vuoi la pace prepara la pace. Se prepari la guerra, i fucili ad un certo momento spareranno da soli… Se vogliamo arrivare alla pace, dobbiamo cominciare a costruirla tra di noi… perché la pace comincia veramente da ciascuno di noi.” E queste stesse parole le ha pronunciate in parlamento il 21 dicembre 1950. E per finire, cosa direbbe oggi Giordani se gli chiedessimo cosa dobbiamo praticamente fare? “Aprire il cuore come una conchiglia a raccogliere la voce dell’umanità e mettere a circolare l’amore e la ricchezza – il bene e i beni – sopprimendo gli sbarramenti di razza e di classe, le dogane dello spirito, i pedaggi della felicità… Vedere nell’uomo, chiunque esso sia, un fratello…” E’ una proposta ed un invito che risale al 1961 ma che sento sempre attualissimo, e che mi interroga ogni mattina, ogni volta che incontro qualcuno o che mi siedo al computer per fare il mio… e il suo mestiere. Nedo Pozzi (altro…)
29 Dic 2008 | Centro internazionale, Spiritualità
Se uno non vuol credere, è libero di farlo: Dio ha impresso il sigillo della sua grandezza sull’uomo facendolo libero. Solo che Egli insegna a usare la libertà come libertà dal male e non come libertà dal bene. L’uomo in Dio, è libero di amare : cioè di vivere ; contro Dio, è libero di fare il male, cioè di morire. Chi cerca trova. Chi cerca Dio, lo trova. Chi lo ascolta, lo sente. La sua voce insegna a capovolgere di continuo le opinioni correnti, per stabilire uomini e cose nel disegno divino, che è l’immortalità nella bellezza. La malattia tormenta: chi l’accetta con lo spirito del Crocifisso ne fa una chimica di purificazione di sé, e un contributo alla Passione di Cristo. Quell’uomo è ingrato, è odioso: ricontemplandolo con gli occhi del comune Padre diventa il fratello, che ha bisogno d’aiuto. Quelle parole ci offendono: se le esaminiamo nella luce del Padre esse ci consentono di patire e di perdonare, e cioè di compiere un balzo nell’ascesa che ordinariamente richiederebbe forse anni di riflessione. Il Signore mostra l’altra faccia delle cose: quella da cui Egli le vede. Il male si volta in bene, il dolore in amore, la solitudine umana in colloquio con gli angeli e i beati, con Maria e con la Trinità. La prigione si trasfigura in libertà sui piani del Paradiso; la fame in olocausto a Dio. La povertà si fa ricchezza, l’ignominia diventa gloria; la tenebra ricolma di luce. Ci si accorge che i cattivi, i quali parevano sopraffarci, diventano nostri collaboratori: agenti involontari della nostra santità. La bruttezza così diviene bellezza, la disgrazia un’apertura alla grazia. La storia macina come un mulino fragoroso e pulverulento, da cui esce la farina, con la quale si fa il pane. È un motore, che, coi materiali terreni, guerra, lotte, epidemie, odi, e anche con grano e acqua e metalli ed energie terrestri, allestisce l’avvicinamento allo spirito. E si vede che tutta la creazione – come apparve a san Paolo – anela a convergere in Cristo, dove avviene l’innesto definitivo tra umano e divino, tra terra e cielo, tra materia e spirito. Chi guarda solo l’aspetto terreno, caduco, negativo – quello di qua, verso la sfera umana – rinunzia alla zona più estesa della vita; diventa solo oggetto di morte, della quale uomini ed eventi si fanno artefici. S’avvicina Natale. Per uno monocolo, s’avvicina il freddo, il buio, la fame. Per chi vede in Dio, con l’occhio umano e l’occhio divino, s’avvicina la Redenzione, che è gioia, vita, deificazione. Il Natale, immagine del paradosso che è per gli uomini la Redenzione. Esso scopre i modi d’agire del Padre celeste, il quale d’una stalla fa la stanza dell’Eterno, l’incontro della purezza e della bellezza. Egli può far nascere l’Uomo-Dio nella dimora glabra, logora, che è la persona d’un vecchio: persona che è tempio dello Spirito Santo, se vuole, e dunque ritrovo di angeli che cantano la gloria a Dio e la pace agli uomini ben disposti. Da Diario di Fuoco, Città Nuova, Roma 200510 (altro…)
1 Dic 2008 | Centro internazionale
A prima vista, chi volesse immaginare Igino Giordani scorrendone la biografia potrebbe ricorrere a diverse rappresentazioni: la compassata figura di parlamentare che compie discorsi importanti sulla pace nel mondo e sul disarmo totale durante la Guerra Fredda, oppure il calmo ed erudito scrittore che dalle pareti della Biblioteca Vaticana traduce, commenta e divulga i Padri della Chiesa, o ancora l’ispirato confondatore che al fianco di Chiara Lubich sostiene l’edificazione del nascente Movimento dei Focolari. Chissà com’era da ragazzino, uno così! Forse uno scolaro deamicisiano alla Derossi? Nient’affatto. È più vicino alla realtà immaginarlo – ancora bambino – con la cazzuola in mano, accanto al padre, nel costruire muri. O ancora vederlo sguazzare in modo selvaggio nelle acque dell’Aniene, nonostante le raccomandazioni di mamma e papà. O sfidare i ragazzini del rione storicamente avverso al suo, sul ponte che delimitava il confine. La giovinezza di Igino è stata tumultuosa e vivace. Igino, se li è conquistati gli studi, in senso letterale. Mentre lavorava come muratore, ancora dodicenne, invece di fischiettare qualche motivetto si metteva a far prediche in un latino che non conosceva, e che aveva appreso nei canti durante le funzioni religiose, in quei primi anni del Novecento. Questo gioco innocente era spiato dal Sor Facchini, – un facoltoso tiburtino datore di lavoro del papà di Igino – il quale comprese che questo ragazzino, esile e rosso di capelli, era fatto per gli studi e non per l’edilizia. Gli pagò la retta per il seminario, e Igino cominciò a studiare. Da scavezzacollo qual era stato, cresceva e maturava negli studi. Fu premiato per i suoi traguardi intellettuali, era ben voluto dai professori, al punto che qualcuno lo ammetteva in classe più come collaboratore che come alunno. Arriviamo all’anno 1914: il diploma di Igino coincide con l’ingresso del mondo in guerra. La sua indole temeraria e la sua profonda convinzione cristiana portano Igino a sfidare i facinorosi che, durante i comizi guerrafondai, straparlano di potenza, di morte e di vittoria militare. Viene invitato a calmarsi, se non vuole essere picchiato. Ma tant’è… il pacifismo del giovane Igino rimane inesorabilmente coerente nella scuola militare dove viene addestrato alla tattica di guerra: sul manuale che gli danno da studiare scriverà «qui si studia la scienza dell’imbellicità». Eh sì che ci voleva poco, a quei tempi, ad essere accusati di tradimento! Ma Igino vive controcorrente, sempre, con radicalità, avendo scelto di vivere secondo l’insegnamento cristiano: perfino in trincea, dove non spara mai un sol colpo contro il nemico, per non uccidere un altro figlio di Dio. Perfino quando, chiamato – proprio in virtù della sua giovanissima età – a far brillare un reticolato nemico, resterà gravemente ferito, e nelle corsie dell’ospedale di Milano troverà sollievo nel Crocifisso appeso al muro. Scanzonato e ironico, durante la lunga degenza all’ospedale militare, fra operazioni chirurgiche che ne mettono in pericolo la vita, ha il tempo per laurearsi con una tesi sul comico nella Divina Commedia, e intanto prende lezioni di violino. Controcorrente e radicale: la gioventù di Igino lascia intravedere il solco che tanti altri giovani nel Ventesimo secolo, ispirati all’ideale dell’unità, intraprenderanno. di Alberto Lo Presti – pubblicato su “Fuoco vivo. Igino Giordani oggi” del 25 novembre 2008 (altro…)
15 Lug 2008 | Centro internazionale
Il 7 luglio 2008 Giancarlo Faletti è eletto copresidente dall’Assemblea generale, con particolare responsabilità, tra l’altro, per le diramazioni dei sacerdoti diocesani e dei religiosi delle varie Congregazioni. Giancarlo è nato a Cerro Tanaro (Asti) il 14 settembre del 1940, da una famiglia di origine contadina, cristiana ma non molto praticante. La madre è casalinga. Per il lavoro del padre, operaio nelle Ferrovie dello Stato, la famiglia si trasferisce a Torino. Già a 10 anni avverte l’attrattiva a donare la sua vita a Dio, ma forte era il condizionamento che proveniva dalla famiglia e dall’ambiente in cui viveva. A 16 anni inizia un periodo di crisi e di ricerca. A 19 anni casualmente acquista alla porta della sua parrocchia un numero della rivista Città nuova. “E’ stato come se, in quella domenica di inverno, fossi introdotto in ambiente pieno di calore. Leggendo quegli articoli ho percepito che c’era qualcosa che legava una famiglia. Ho voluto subito saperne di più”. Di qui il contatto con il focolare. Sarà decisivo per la sua vita un incontro internazionale, l’anno seguente, a Grottaferrata. Si fa chiara la sua strada: la donazione a Dio nel focolare. Compiuti gli studi in economia, inizia a lavorare in banca. A 25 anni comincia la nuova vita nel focolare di Torino. Dal ’72 all’83 è a Genova, co-responsabile del Movimento della Liguria, dove ha una cura particolare per i giovani, tra cui fioriscono anche frutti di santità: è iniziata quest’anno la causa di beatificazione per due di loro, Alberto Michelotti e Carlo Grisolia. Poi, per 14 anni, lavora al Centro del Movimento a Rocca di Papa; è anche co-responsabile delle comunità dei Castelli Romani e di parte del Lazio. Nel 1997, ottiene la licenza in teologia e viene ordinato sacerdote. In quello stesso anno viene trasferito a Roma, co-responsabile del Movimento per parte del Lazio, Abruzzo e Sardegna. Nel 2000 Chiara Lubich, che da sempre ha avuto un amore privilegiato per la città sede del papato e della cristianità, lancia “Roma-Amor”, una grande esperienza di nuova evangelizzazione. Giancarlo Faletti è vicino alla fondatrice che segue passo passo questa iniziativa. L’obiettivo è contribuire ad animare in modo capillare con l’ideale evangelico dell’unità la vita della città a livello civile e religioso. Tra le più varie iniziative, l’apertura del dialogo con la comunità islamica di Roma che sfocia nell’invito a parlare dell’esperienza cristiana e di dialogo interreligioso del Movimento nella Moschea di Roma. (altro…)
6 Lug 2008 | Centro internazionale
Maria Voce, tra le più strette collaboratrici di Chiara Lubich, è la nuova presidente del Movimento dei Focolari. E’ stata eletta a Castelgandolfo questa mattina dall’Assemblea generale del Movimento pressoché all’unanimità. Il nuovo co-presidente è Giancarlo Faletti, finora corresponsabile del Movimento a Roma. Dopo la dipartita di Chiara Lubich il 14 marzo scorso, con l’elezione di Maria Voce e di Giancarlo Faletti, il Movimento vive una nuova tappa della sua storia, perché si attua la transizione da Chiara e dalle prime e primi focolarini che hanno iniziato il Movimento e che sinora sono stati alla dirigenza del Movimento. Nelle sue prime parole la nuova presidente li ha innanzitutto ringraziati per la fiducia con la quale hanno accompagnato questa transizione. Si è detta “sicurissima di avere in loro i primi collaboratori”. La funzione della nuova presidente sarà ovviamente diversa da quella esercitata da Chiara per oltre 60 anni. Ne aveva lei stessa parlato più volte dicendo che “non sarà una sola persona a sostituirla”, ma ‘un corpo’ di persone: il Consiglio generale, insieme alla presidente in comunione con il copresidente, per garantire sempre il carisma dell’unità. Maria Voce è nata ad Ajello Calabro il 16 luglio 1937. Ha conosciuto il Movimento nel 1959 e da 44 anni vive nella comunità del Focolare. Avvocato, ha anche compiuto studi di teologia e di diritto canonico. In questi ultimi anni è stata impegnata nel recente aggiornamento degli Statuti generali del movimento. E’ tra i responsabili di “Comunione e Diritto”, rete di professionisti e studiosi impegnati nel campo della giustizia, nata recentemente nell’ambito dei Focolari. E’ anche membro della Scuola Abbà, Centro studi interdisciplinare. Ha anche un’esperienza diretta nei campi ecumenico e interreligioso. Avendo vissuto in Turchia per dieci anni, dal 1978 al 1988, ha avuto stretti rapporti con il Patriarcato ortodosso di Costantinopoli, anche con l’attuale Patriarca Bartolomeo I, con leader di altre Chiese Cristiane, e con il mondo musulmano. Giancarlo Faletti è nato a Cerro Tanaro (Asti – Piemonte) il 14 settembre 1940, in una famiglia di origine contadina, il padre operaio e la madre è casalinga, ricca di sensibilità sociale. Pur in un ambiente non vicino alla Chiesa, è presto maturata in lui la decisione di un impegno forte sia nel mondo giovanile che nel volontariato cristiano, vicino a chi più soffre e vive in condizioni di povertà. A 19 anni è affascinato dall’ideale di fraternità e unità dei Focolari e a 25 matura la decisione di donarsi a Dio nel focolare. Dopo aver compiuto studi di economia, ha ricoperto incarichi di dirigenza in un istituto bancario. Oltre che a Roma, è stato responsabile del Movimento a Genova e nel Lazio. E’ stato ordinato sacerdote all’inizio della sua responsabilità romana. Le prime votazioni dell’Assemblea generale – composta da 496 delegati con diritto di voto dei 5 continenti – avvenute sabato scorso avevano mostrato la necessità di una pausa di riflessione e di un approfondimento della comunione. Questa mattina, alla prima sessione di voto, la nuova presidente è stata eletta praticamente all’unanimità e il co-presidente alla prima votazione con più dei due terzi dei voti, come prevedono gli Statuti. I risultati sono stati immediatamente comunicati al card. Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i laici che nella conferma ufficiale degli eletti, augura a Maria Voce e a Giancarlo Faletti “di svolgere in modo proficuo i loro compiti in piena fedeltà al carisma ricevuto da Chiara Lubich, fondatrice e prima presidente dell’Opera, nel perseguimento dell’ideale dell’unità, ardente desiderio espresso da Gesù, e obiettivo prioritario del Movimento”. Nei prossimi giorni si procederà all’elezione dei consiglieri.