25 Set 2015 | Chiesa, Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità

Susanne Janssen – Direttrice Living City Magazine
«È un segno di speranza per un nuovo slancio nella Chiesa, perché la Chiesa ha sempre bisogno di rinnovarsi per andare incontro alle persone di oggi. Papa Francesco, con la sua autenticità, sicuramente può dare degli impulsi perché la Chiesa degli Stati Uniti possa diventare più come Gesù la vuole: una Chiesa povera, accogliente e senza divisioni. Penso anche che il Papa riesca a spalancare la nostra mente a guardare il mondo. Alcune cose non sono così importanti se pensiamo al dramma dei profughi, alle guerre, ai poveri…». Leggendo i giornali, questo è un viaggio che attrae non solo i cattolici. Cosa si attendono gli americani? «Penso che, come in tutto il mondo, il Papa attragga le persone anche non cattoliche e non cristiane perché osa dire le verità che non sono comode. Così, gli americani si aspettano una grande sincerità, toccando anche aspetti controversi; ma soprattutto si aspettano di toccare da vicino l’amore di Papa Francesco per ciascuna persona. Il “New York Times” si aspetta che i momenti più memorabili della sua visita non verranno dagli incontri di Francesco con uomini politici o vescovi, ma con i giovani, i senzatetto, gli immigrati, per ridare speranza al Paese. Varie testate, come “US Magazine”, “Life Magazine” hanno preparato edizioni speciali su di lui. La Cnn farà un documentario e anche gli altri canali televisivi parlano tanto del Papa». Susanne, tu sei newyorkese: come New York attende il Papa? «Direi, in grande stile, come gli abitanti di New York sanno fare… C’è grande attesa, anche se milioni di abitanti non vedranno il Papa di persona: gli incontri all’Onu e a “Ground Zero” sono riservati. Però, il Papa passerà dalla strada che attraversa il Central Park e ci sarà la al Madison Square Garden, con rappresentanti di diverse nazioni e compagnie. Per la difficoltà di selezionare le persone a cui dare i biglietti, la città stessa ha organizzato lotterie pubbliche via Internet, dando ogni volta 10 mila biglietti. La cosa straordinaria è che appena aperta la pagina web sono stati distribuiti tutti i biglietti in 30 secondi!». Molti capi di Stato e di governo sono a New York per la 70.ma Assemblea generale delle Nazioni Unite, dove parlerà il Papa. Cosa ti aspetti? «È veramente una possibilità unica. Se c’è qualcuno che può dare una nuova vita alle Nazioni Unite, tante volte impotenti davanti alle crisi, forse è il Papa. È un’autorità morale rispettata anche fuori dalla Chiesa cattolica, credibile perché vive ciò che dice. Speriamo che possa ispirare tanti politici a guardare ai poveri e agli emarginati e a sottolineare che siamo responsabili dei nostri fratelli e più che mai tutti collegati».
Massime sono le misure di sicurezza: come vivete, voi, questo momento? «Non è una cosa insolita qui. Per gli americani – soprattutto a New York e Washington – fa parte della normalità avere queste misure di super-sicurezza. Si pensa che sia meglio fare di più che di meno». La presenza del Papa porta un seme di speranza? «Decisamente sì. Lui porta la speranza perché rimette in evidenza l’importanza assoluta di lavorare per la pace. Il Papa distingue chiaramente tra la religione e l’uso di una religione per fare la guerra. Lui è a favore del dialogo: è una cosa importantissima nel mondo di oggi. Non possiamo fermarci dalla paura dell’altro, dal diverso da noi. Siamo chiamati tutti ad essere fratelli e sorelle». Se potessi dire qualcosa al Papa, cosa gli diresti? «Grazie. Grazie per il suo coraggio e la sua autenticità. Lui dà alla Chiesa un volto nuovo eppure antico: quello di una famiglia in cui ci sono regole, sì, ma soprattutto prevalgono l’amore, la compassione e la benevolenza». Fonte: Radio Vaticana
23 Set 2015 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità
“Da giovedì 17 settembre – giorno del colpo di stato – siamo tutti a casa: scuole, uffici, negozi, tutto chiuso. Scarseggiano la benzina e i viveri, e se riesci a trovare qualcosa, i prezzi sono raddoppiati”, spiega Aurora De Oliveira del Focolare di Bobo-Dioulasso, seconda città del Burkina Faso. Lì la protesta si sente, ma non così forte come nella capitale Ouagadougou (1.500.000 ab.), teatro delle principali vicende dell’ultima settimana dove ci sono stati più di cento feriti e almeno dieci morti. “È una popolazione determinata che non vuole più essere soggiogata. Nelle grandi città del Burkina Faso hanno tutti manifestato, però nella pace. C’è anche tanta paura, non bisogna negarlo, perché la guerra può esplodere da un momento all’altro”. “Le attività a Ouaga – dove è entrato l’esercito – sono rallentate”, scrive Jacques Sawadogo, della comunità dei Focolari nella capitale. “Banche, negozi, stazioni sono chiusi. Vanno avanti piccole attività di sussistenza. Come membri del Movimento a Ouagadougou, cerchiamo di rimanere in contatto, via email o telefonicamente. Cerchiamo di essere artigiani di pace nelle azioni e nelle parole”. Raggiungiamo telefonicamente anche padre Sylvestre Sanou, vicario generale della diocesi di Bobo-Dioulasso. La situazione è in continua evoluzione e si teme che possa degenerare. “C’è sciopero generale in tutto il Paese – spiega p. Sylvestre – In realtà non si è trattato di un vero e proprio colpo di stato, ma dell’irrompere di un piccolo gruppo della Guardia Presidenziale, guidato dal generale Gilbert Diendéré, vicino all’ex presidente Blaise Compaoré, salito al potere con un colpo di stato nell’ottobre 1987 e costretto a fuggire dopo 27 anni, solo nell’ottobre 2014, dopo giorni di protesta popolare. Da allora è rifugiato in Costa d’Avorio. “Il generale Diendéré ha tentato di negoziare la sua immunità, da quanto si capisce, dopo aver agito per tanti anni come mano destra del presidente Compaoré”. Non si tratta dunque di conflitti religiosi, tra musulmani (50%), cristiani (30%) o religioni tradizionali (20%) ma di natura politica. “L’esercito sembra prendere posizione a favore della popolazione, e anche i governatori delle diverse regioni sono contrari al “golpe”; persino nel paese natale di Diendéré è stata bruciata la sua casa. Violenza chiama violenza”, continua p. Sylvestre. “Il 22 settembre siamo stati col fiato sospeso per l’ultimatum dell’esercito, giunto nella capitale da 4 città. Il futuro politico del Paese è incerto, nonostante la mediazione dei presidenti di Benin e Senegal, a nome del CEDEAO (Communauté Economique Des Etats de l’Afrique de l’Ouest) e il ritorno del presidente della transizione del Burkina Faso, Michel Kafando ed anche del primo ministro Isaac Zida (arrestati e poi rilasciati)”. “Ero appena arrivato da un soggiorno nella cittadella “Victoria” del Movimento dei Focolari in Costa d’Avorio e mi sono trovato in questa situazione” conclude p. Sanou.” È stato bloccato il processo in corso che trovava i diversi partiti in dialogo e che stava arrivando ad un certo consenso. Ma ora è tutto saltato. Preghiamo perché si trovi una soluzione senza spargimento di sangue e velocemente. Intanto, con i sacerdoti, religiosi/e e catechisti/e della diocesi abbiamo iniziato, con il nostro vescovo, l’incontro pastorale programmato prima di questi eventi. Ci sembra importante andare avanti e pregare per la nostra gente e il nostro Paese”. “Come stiamo vivendo? All’inizio eravamo arrabbiati, delusi – confida Aurora De Oliveira – perché dopo i fatti del 2014 la situazione politica stava andando bene. A un passo dalle elezioni, previste inizialmente per l’11 ottobre (e adesso spostate al 22 novembre), arriva un gruppo armato e manda all’aria tutto. Questa è stata la prima reazione, che ci faceva sentire il bisogno di protestare. Il passo successivo è stato quello di riconoscere in questo dolore un volto di Gesù Abbandonato, e quindi cercare di rinsaldare l’unità tra noi per poter trasmettere la pace e il perdono. Abbiamo cercato di contattare quanti condividono la spiritualità dell’unità, perché l’amore deve vincere”. “Continuiamo a pregare e a vivere nell’unità più serrata con voi tutti, sicuri della protezione di Maria”, scrive la presidente dei Focolari Maria Voce alla comunità del Burkina Faso, mentre è in corso il raduno dei delegati dei Focolari di varie nazioni, che rende più vicine le attese e i dolori di tante parti del mondo. https://vimeo.com/140074710 (altro…)
19 Set 2015 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
«“Ho perso tutto” confessa tra le lacrime un pescatore di Guanaquero – paesino a 450 km a nord di Santiago, sul Pacifico. “Ma ci riprenderemo, come abbiamo sempre fatto noi cileni”. Il cameraman lo abbraccia con un gesto solidale. Sono alcune delle reazioni dopo la notte del terremoto. Mercoledì sera, 16 settembre, poco prima delle 20, è iniziata la sequenza di scosse sismiche, la prima delle quali fortissima, di 8,4 gradi Richter. Le seguenti, di assestamento, hanno pure loro superato i 7 gradi. La lunghezza del movimento sismico ci porta a trovare rifugio nel cortile di casa. I vicini del quartiere escono anche loro sulla stradina. “Come stai? Tutto bene?”. “Tutto ok, non ti preoccupare. E tu?”, ci si chiede reciprocamente. “Hai bisogno di qualcosa?”. Non c’è paura né nervosismo. Anche i bambini sanno cosa devono fare. In Cile lo si insegna nelle scuole e grandi edifici, scuole, supermercati hanno ben segnalata la zona di sicurezza che protegge da eventuali crolli. Dopo l’esperienza del 2010 il Paese è più preparato. Siamo a La Serena, a 480 km al nord della capitale cilena, Santiago. L’epicentro del terremoto è chiaramente vicino a noi per l’intensità del sisma. È andata via la luce e solo quando troviamo una radiolina a pile, sappiamo che è a circa 100 km da qui. Un triangolo di piccole cittadine, di 20/30 mila abitanti. Illapel ha subito forti danni. Ma i centri grandi no. È trascorsa meno di un’ora e dalla radio viene confermato l’allerta tsunami. Inizia in tutto il Paese l’evacuazione di 6 mila km di costa, dal nord desertico al sud freddo: un milione di persone che devono cercare rifugio almeno a quota 30 metri sul livello del mare. Le onde arrivano, sottoforma di una massa d’acqua che avanza elevando il livello del mare fino a quattro metri. Il porto di Coquimbo, 150 mila abitanti, viene in parte sommerso. Arrivano anche le notizie delle vittime. Le più attese. Siamo a poche ore dai tradizionali festeggiamenti per l’indipendenza cilena, il 18 ed il 19. In dodici quest’anno mancheranno all’appello. Cinque i dispersi. Dei morti, tre sono per infarto, altri tre li ha portati via il mare, il resto hanno perso la vita per la cadute di rocce, in montagna, o qualche muro franato. Il governo dichiara lo stato di catastrofe in alcune delle provincie della IV Regione. La presidente Michelle Bachelet, parla al Paese: la macchina per i soccorsi è in marcia. Il pensiero va a chi ha perduto tutto: villaggi di pescatori, gli abitanti della zona dell’epicentro. È l’ottava emergenza in meno di due anni. Il terremoto nel nord lo scorso anno, e quest’anno, le inondazioni. A marzo si è inondata la regione più arida del pianeta: il deserto di Atacama. Poi i vulcani: uno lo scorso anno ed una eruzione alcuni mesi fa; la tremenda siccità dal sud al nord, Valparaiso sconvolta due volte dagli incendi delle zone circostanti, ed ora di nuovo il terremoto e lo tsunami… Finito il terribile bilancio, ricordiamo il vecchio pescatore di Guanaquero. “Ci riprenderemo!”. Nei suoi occhi intravedo un riflesso di tenacia e di perseveranza. La stessa che ti spiega come mai sui versanti brulli e scoscesi dei monti di questo nord, all’improvviso appaiono grandi macchie verdi. Sono le coltivazioni di avocado e di vite. Letteralmente strappate alla terra, approfittando ogni goccia di umidità per la loro irrigazione. Solo la tenacia e la perseveranza può ottenere frutti da una natura che, qui, non ti regala niente. È così che è stato costruito questo Paese. Come non amarlo?». Di Alberto Barlocci, dal Cile (altro…)
18 Set 2015 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità
«Per oltre 30 anni ho vissuto fuori del mio paese. Ogni volta che sono tornato, ho sempre trovato uno dei miei fratelli o sorelle che si era nel frattempo sposato, una nascita di un nipote… I nostri legami familiari e soprattutto la fede della nostra mamma, una donna semplice e coraggiosa come molte donne africane, è stata la forza che mi ha sostenuto nelle scelte che ho fatto. Sin da bambino sono stato colpito da un mio zio, frate francescano che, quando veniva a farci visita, si prendeva cura di tutti i bambini del quartiere e non solo dei suoi nipoti; questo ha lasciato un segno nel mio cuore bambino, il desiderio, crescendo, di diventare come lui. Durante l’adolescenza – Mandela era ancora in prigione -, il massacro dei giovani di Soweto mi sconvolge e scoppio di rabbia contro Padre Paolo, un gesuita belga. Gli dico: «Se dipendesse da me, tutti i bianchi dovrebbero tornarsene a casa loro». Con calma, lui mi risponde: «Sai, si può combattere contro la discriminazione razziale con un’altra arma». Alcuni mesi dopo, mi invita a conoscere il gruppo della Parola di vita della mia città. Cinque anni dopo, mi trovo a Fontem, in Camerun, la prima cittadella di testimonianza del Movimento dei Focolari in terra africana, fianco a fianco con giovani italiani, francesi, irlandesi, belgi, e di varie nazioni africane: Burundi, Uganda, Kenya, Camerun; e con loro, scopro che siamo fratelli, nonostante le differenze. Così nasce nel mio cuore un grande desiderio non solo di gridare dai tetti questa fraternità, ma soprattutto, di testimoniarla nel quotidiano. Nel 1986 arrivo a Man, in Costa d’Avorio, dove rimango per otto anni. Insieme a quanti vogliono vivere lo stesso ideale di fraternità, sperimentiamo l’amore reciproco fra noi che ci spinge a promuovere iniziative concrete a favore di chi è nel bisogno e, anche attraverso la musica, diciamo che un mondo unito non è un’utopia. A 40 anni mi ritrovo a San Paolo, in Brasile, a dover apprendere una nuova lingua. Incontro un popolo che mi piace chiamare un “popolo fatto da popoli”: indios, brasiliani originari e poi discendenti tedeschi, italiani, ucraini, giapponesi, cinesi, afro brasiliani e molti altri, ma tutti brasiliani! Creativi, generosi, di una gioia contagiosa, che in Africa conosciamo bene. In breve tempo mi sento uno di loro, cioè brasiliano.
Per quindici anni, ho lavorato alla Mariapoli Ginetta come graphic designer e alla produzione di libri e riviste per l’editrice Cidade Nova, costruendo relazioni sincere all’interno della nostra casa editrice e con i fornitori, i tipografi e anche con i guardiani che ti fanno aprire il portabagagli per i controlli di routine. Ho coordinato anche, insieme ad altri, le attività degli adolescenti del Movimento dei Focolari: Gen3 e Ragazzi per l’Unità; un’esperienza che considero tra le più importanti di questi anni, perché con loro ho imparato ad essere “adolescente”, sebbene adulto. Per l’amore che abbiamo avuto verso ciascuno e tra noi, ho scoperto che sono capaci di grandi sacrifici, perché di energia e di entusiasmo ne hanno “da vendere”. Ho anche capito che i genitori cominciano ad avere i capelli bianchi quando hanno un adolescente in famiglia. Eccomi adesso di nuovo in Costa d’Avorio: sono tornato per continuare a costruire insieme questo percorso iniziato tanti anni fa con i giovani. Mi ha sempre impressionato che i focolarini nella cittadella Victoria durante il periodo della guerra, anche se avrebbero potuto lasciare la zona, hanno scelto di restare. Avevano sigillato un patto, come Chiara Lubich e le sue prime compagne, quello di essere pronti a dare la vita l’uno per l’altro. Questa testimonianza è vicino al mio cuore, e vorrei, con la grazia di Dio, vivere secondo questa misura con tutto il nostro popolo. Non so se vivremo cose straordinarie, ma voglio vivere ogni momento come se fosse l’ultimo della mia vita». Fonte: Nouvelle Cité Afrique, luglio 2015 (altro…)
16 Set 2015 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità
Mi accolse piangendo «Era un mito per me. Ero fiero di avere un padre così, ma un giorno ci lasciò. Mia madre non ci spiegò mai il perché, dovevo crescere per saperlo: s’era fatta un’altra famiglia. Non volli più vederlo, neanche quando ci veniva a cercare. Un giorno una compagna di scuola in una situazione simile alla mia mi disse che come cristiana aveva perdonato il padre e ne aveva tratto una grande gioia. Per fare concretamente questo atto, che mi costò molto, andai a trovare mio padre. Lui mi accolse piangendo. Non ci fu bisogno di spiegazioni. Eravamo tornati amici». (R.S. – Venezuela) L’alunno “scomodo” «Un giorno un ragazzo un po’ ribelle della classe ha avuto una crisi, buttando all’aria un banco, per fortuna senza gravi conseguenze. Un collega, che da sempre voleva liberarsi di quell’alunno “scomodo”, pensò di procedere per via legale, facendo una severa relazione al preside. Da un lato volevo evitare una ribellione ulteriore del ragazzo con un peggioramento della sua situazione psicologica; ma anche volevo tener conto dell’opinione del collega e rispettare la sua sofferenza. La relazione è stata scritta, ma l’abbiamo fatta insieme cercando le parole giuste in modo da non peggiorare la situazione. Venivano in luce le cause del suo comportamento e nasceva una maggiore comprensione del problema. Adesso con il collega c’è un’intesa nuova: ha deciso di collaborare con me nei progetti di recupero degli alunni a rischio». (R.R. – Italia) La nonnina
«Nel nostro quartiere abitava una anziana. Era sola. Di tanto in tanto veniva a trovarci per farsi leggere le lettere che riceveva o per farsi accompagnare a riscuotere la pensione. In qualche ricorrenza speciale la invitavamo a casa nostra, dove lei si sentiva sempre a suo agio. Anche i nostri figli le volevano bene, e ogni volta l’accoglievano con gioia: per loro era la “nonnina”, per tutti il “minimo” di cui parla il Vangelo. Un giorno fu colpita da un ictus e i vicini chiamarono subito noi, quasi fossimo la sua famiglia naturale. Restò in ospedale per due mesi, sempre assistita da noi. Quando si riprese, accettò di andare a vivere in una casa per anziani. Ma continuammo ad occuparci di lei, con la collaborazione di altri. Grazie alla nonnina, nell’ospedale e nel quartiere si era messa in moto tanta solidarietà». (M. S. C. – Spagna) (altro…)
14 Set 2015 | Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Senza categoria
Verso una rete europea di Economia di Comunione (EdC) che supporti e colleghi i poli imprenditoriali di Portogallo, Belgio, Francia, Spagna, Croazia e Italia in cui operano aziende che aderiscono al progetto; la prima società italiana specializzata nel micro credito (MECC) per imprese di Economia Civile e di Comunione (EdC); una Workshop School per i giovani sul mondo del lavoro e dell’impresa in collaborazione con imprenditori ed economisti; lo “stato dell’arte” dell’Economia di Comunione mondiale, dopo il recente Congresso internazionale di EdC di Nairobi (Kenya). Sono questi i fronti e i percorsi sui quali il popolo dell’Economia di Comunione in Italia e i tanti interessati si ritroveranno a dibattere, progettare e costruire il 25 e 26 settembre prossimo nell’ambito della sesta edizione di LoppianoLab, “Oltre la paura – cultura del dialogo, cittadinanza attiva, economia civile”. Ancora una volta protagonista sarà la società civile italiana con le sue voci, il lavoro e i progetti in sinergia con i mondi della politica, della cultura e dell’economia. L’Economia di Comunione riparte dall’Africa – “A LoppianoLab 2015 vogliamo portare la creatività, le idee, l’intraprendenza e soprattutto la partecipazione di tanti alla ricostruzione del bene comune” – spiega l’economista Bruni, coordinatore internazionale del progetto EdC e membro del comitato scientifico della Convention. “Non a caso il primo panel sarà dedicato ad un evento che ha segnato il passo nella storia recente dell’EdC: il congresso internazionale del maggio scorso, svoltosi a Nairobi e che ha posto l’Africa come punto prospettico da cui guardare l’economia mondiale e l’EdC in particolare. Alla Convention faremo il punto e svilupperemo i progetti degli ‘incubatori d’impresa’ per la crescita di attività imprenditoriali in Africa e in Italia, sostenuti da imprenditori dei due continenti. Relazione e comunione, valori culturali centrali dei popoli africani, sono oggi caratteristiche imprescindibili per un’economia che aspiri a generare e rigenerare il tessuto umano e il benessere dei popoli non solo nell’Italia degli sbarchi o nell’Europa delle frontiere invase dai migranti, ma in tutto il mondo”. #Generi-Amo #Idee, generiamo opportunità! – È il titolo della Workshop School dedicata ai giovani, che prenderà il via il 23 settembre e si concluderà il pomeriggio del 25. Imprenditori, economisti e professionisti ascolteranno ed elaboreranno le idee dei giovani sulle domande che fanno da filo conduttore della Workshop School: “Cerco un lavoro o voglio inventarlo?” “Ho un’idea imprenditoriale, come posso realizzarla e verificarla? “Cosa è l’Impresa per me?” “Sono capace di lavorare con gli altri?”, “Cosa vuol dire “comunione” in tempi di crisi?”.
MECC, Micro credito per l’Economia Civile e di Comunione: il nuovo soggetto economico sarà presentato alla Convention 2015 promossa da E. di C.spa – Polo Lionello Bonfanti, Commissioni EdC, A.I.P.E.C., associazione Lionello Bonfanti . Punta a sostenere lo sviluppo di economia civile sui territori di riferimento delle reti etiche italiane a partire da quelle siciliane e toscane con sede presso il polo Bonfanti, creando ‘luoghi’ capaci di far crescere imprese che vogliano ispirarsi ai principi dell’Economia Civile e di Comunione. Alla sessione interverranno: Steni Di Piazza (Presidente MECC), Gaetano Giunta (Segretario generale della Fondazione Comunità di Messina, MECC), Eva Gullo (presidente E. di C. spa, MECC), Bernard Horenbeek (Presidente di SEFEA, Vice-Presidente di FEBEA, Direttore Generale di CREDAL), Luigino Bruni (comitato etico-scientifico MECC), Francesca Colombo (responsabile Area ricerca Etica SGR), Francesco Tortorella (responsabile settore progetti Azione per un Mondo Unito – AMU). Moderatore Giuseppe Frangi (direttore Vita) Verso un’Europa di comunione, “una nazione non basta” – La parola agli attori dell’EdC in Europa: i poli imprenditoriali di Portogallo, Belgio, Croazia e le realizzazioni di Spagna, Francia. Condurrà il dibattito l’economista Vittorio Pelligra. Pop Economix “Ovvero da dove allegramente vien la crisi e dove va”– il 26 settembre alle 21.00, al Polo Lionello Bonfanti si terrà la serata artistica con Fabrizio Stasia per la regia di Alessandra Rossi Ghiglione. E’ il racconto della crisi globale che ci ha investito: come nasce? Come funzionano le bolle finanziarie? Come la crisi dagli Stati Uniti è arrivata in Europa? L’austerity ci fa bene? Chi sono i responsabili? E noi, siamo solo vittime innocenti? Dirette streaming Ufficio stampa LoppianoLab: Elena Cardinali – mob: 347/4554043 – ufficiostampa@cittanuova.it Stefania Tanesini- mob: 338/5658244 – sif@loppiano.it Blog: http://www.loppianolab.blogspot.it Facebook: www.facebook.com/loppianolab – Twitter: @LoppianoLab Promotori: Polo Lionello Bonfanti – www.pololionellobonfanti.it – Gruppo Editoriale Città Nuova – www.cittanuova.it Istituto Universitario Sophia – www.iu-sophia.org – Cittadella di Loppiano – www.loppiano.it