Movimento dei Focolari

Pasqua: il fondamento della Grande Speranza

Apr 6, 2026

Questa riflessione sulle ragioni e le origini pasquali della speranza cristiana, che “osa” parlare ancora agli uomini di oggi, ci è offerta da Declan J. O’Byrne, teologo e rettore dell’Istituto Universitario Sophia.

La speranza cristiana non è fuga dal reale. Nasce in un luogo senza luce, nella strettoia di una tomba murata, dove Dio ha già rovesciato il giudizio di questo mondo. Proprio per questo osa parlare in un tempo di guerre (Gaza, Kiev, il Darfur, Tehran) e di centinaia di milioni di persone che non sanno come arrivare a domani.

Le nostre giornate sono tessute di attese giuste: salute, un lavoro non precario, un po’ di pace, una giustizia che non sia solo parola. Quando però diventano tutto il nostro orizzonte o le sacralizziamo come idoli o, alla prima frattura seria, ci rifugiamo nel cinismo e nella rassegnazione.

La Pasqua non cancella queste speranze, le decentra. Le radica in un Altro e, proprio così, le preserva. L’amore più forte della morte non ci toglie il peso dell’agire; spezza piuttosto l’ansia di dover salvare il mondo con le nostre sole mani.

L’ultima parola sulla storia non è la nostra, né quella dei vincitori di turno. È la parola pronunciata sul corpo di Gesù. E la parola della Pasqua smentisce in anticipo ogni pretesa della morte di essere definitiva. Per Paolo, la risurrezione di Cristo non è un episodio isolato nella biografia di Gesù. È l’apertura di una scena nuova in cui l’umanità intera viene trascinata: «Come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita» (1 Cor 15,22). I Padri hanno seguito questa traccia senza attenuarla: la risurrezione è il compimento della natura umana nella sua interezza, non il privilegio di pochi fortunati. In Cristo, Dio contempla già la pienezza della famiglia umana: i volti dei rifugiati nel Mediterraneo, di chi attraversa il Sahara, dei civili nascosti nelle cantine del Darfur. Per questo ogni ferita alla dignità, ogni corpo scartato, non è solo ingiustizia sociale; è profanazione di un’umanità che è stata pensata e amata dentro la luce del Risorto stesso. 

© Mourad Saad Aldin by Pexels.com

Paolo allarga ancora lo sguardo: «tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Non geme soltanto la coscienza umana, ma il suolo, l’aria, i mari. Nel 2026 il linguaggio delle “doglie” non suona come pio simbolismo: lo leggiamo nelle alluvioni, nei raccolti incerti, nei villaggi che devono spostarsi perché l’acqua è finita. Questo gemito ha la forma di una protesta; la creazione rifiuta di essere trattata come materiale usa e getta, e la Pasqua le dà voce. In Cristo risorto, ogni sfruttamento della terra appare già come ciò che è: una scelta contro il futuro di tutti.

Come si vive, allora, tra un compimento già inaugurato e una storia ancora attraversata da troppi fallimenti? Non con la paralisi né con l’ottimismo di facciata. Si vive sapendo che nulla di ciò che è autenticamente buono va perduto: un gesto di accoglienza, una scelta di rinuncia, un lavoro onesto portato avanti in condizioni storte. Benedetto XVI ricorda che «ogni agire serio e retto dell’uomo è speranza in atto» e include tra questi impegni anche il lavorare per un mondo più umano, sostenuto dalla grande speranza che poggia sulle promesse di Dio (Spe Salvi, 35). Possiamo dire di più: non è aggiunta esterna al Regno, ma ne è già un frammento visibile. Il compimento appartiene a Dio, e tuttavia Dio si ostina a passare anche attraverso di noi. Quando ci impegniamo per i profughi, per il disarmo, per condizioni di lavoro meno disumane, per una pace concreta e non retorica, non stiamo solo “preparando” qualcosa che verrà dopo. Stiamo lasciando che la vita del Risorto prenda forma, umile e fragile, dentro il nostro tempo.

La speranza pasquale non resta idea o sentimento; prende corpo. La risurrezione dice che le logiche di morte non hanno titolo per decidere l’esito finale, e per questo ogni guerra, ogni sistema di sfruttamento, ogni indifferenza lucida è già smascherata e privata di ultimo senso dalla tomba vuota. Nel sepolcro di questo mondo, qualcosa è già cambiato per sempre: la vita ha iniziato a risalire le crepe della storia. Non come consolazione vaga né come “ricompensa” in un altrove indefinito, ma come realtà che, in Cristo, è già stata consegnata all’umanità e alla creazione intera. Nel giudizio di Dio rivelato a Pasqua – un giudizio che libera, non che schiaccia – è deciso una volta per tutte che la morte non potrà vantarsi di avere l’ultima parola su nessuno e su nulla.

Questa è la grande speranza.

Buona Pasqua: una speranza che non si chiude in chiesa, ma mette le mani nella storia.

Declan J. O’Byrne
Instituto Universitario Sophia
Pubblicato originalmente in
Loppiano.it

Foto di copertina: Dettaglio della vetrata del Santuario Maria Theotokos, Loppiano

3 Commenti

  1. Guido savastano

    Grazie e senza dubbio in approfondimento illuminante e importante per molti,- tanti .
    occorerebbe renderlo accessibile con.molta semplicità e brevità per tutti . graxi

    Rispondi
  2. Nico Tros

    Grazie, Declan. Il tuo commento è proprio adeguato alla realà che viviamo.

    Rispondi
    • Antonio Trento

      molto bello e profondo. grazie

      Rispondi

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