25 Mar 2011 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità
L’11 marzo, alle 2:46, stavo preparando la merenda nell’asilo nido dove lavoro. Ho sentito una fortissima scossa tellurica, ed ho subito riunito i bambini per metterci al riparo. Ho aspettato che il terremoto finisse, ma – dato che le scosse non accennavano a terminare – anch’io, che sono abituata ai terremoti, ho cominciato ad aver paura. In questa situazione, tutti abbiamo sentito il desiderio di aiutarci per affrontare insieme qualsiasi cosa sarebbe successa. Verso sera sono arrivati i genitori a prendere i bambini: a causa dei trasporti paralizzati, avevano camminato molto per arrivare, e piangevano dalla gioia di vedere che i loro figli erano al sicuro. Quando tutti i bambini ormai erano tornati a casa, ho tirato un sospiro di sollievo ed ho acceso la TV dell’asilo. In quel momento ho sentito la notizia dello tsunami. Tra le zone colpite c’era anche Miyako, la mia città. Da quel momento, per sei giorni, ho continuato a provare a telefonare a casa, senza riuscirci. Più seguivo le notizie, più mi rendevo conto della portata della sciagura, e più sentivo in me, le sofferenze spirituali e fisiche delle vittime. Era la prima volta che provavo un dolore così grande. Nello stesso tempo, mi sentivo interpellata da Dio dentro di me: “Veramente tu Mi ami? Veramente tu credi al Mio amore?” Ed io: “Sì, Signore, credo al Tuo Amore. Credo al Tuo Amore. Tu lo sai che io ci credo.” E capivo che era arrivato il momento di vivere con coraggio le virtù della fede, della speranza e della carità; che occorreva amare tutti, vivendo pienamente l’amore reciproco”.
Si è confermata in me la fede profonda che tutto quello che Dio permette è sicuramente per un disegno d’amore. Gli ho affidato allora la preoccupazione per la mia famiglia decidendo di fare momento per momento quello che mi sembrava essere la Sua volontà. Ho cercato di portare un clima di serenità al lavoro: sostenere la collega che, a causa dei ritardi dei treni, arrivava al lavoro stanca, dopo 3 ore di viaggio. Prestare indumenti caldi alle colleghe che – per il risparmio energetico – avevano freddo. Soprattutto cercavo di dedicarmi ai bambini che, per il pericolo di nuove scosse, non potevano giocare fuori. Ho sentito la pace ritornare in me! Intanto cercavo di contattare con tutti i mezzi la mia famiglia, ma senza risultato. “Quando c’è stato lo tsunami mia cognata sarà stata al lavoro nel grande magazzino della città; mia nipote sarà stata a scuola, che è vicina al porto” pensavo tra me e me, e mi prendeva la preoccupazione. Ma, proprio in quei momenti, dagli amici mi arrivava una telefonata o una mail che mi sollevavano il cuore. Anche le mie colleghe soffrivano con me e questo mi riempiva di riconoscenza. Nel vangelo del 17 marzo c’era la frase di Gesù: “Chiedete ed otterrete”, proprio nel giorno in cui si celebra l’anniversario della fine della persecuzione dei cristiani nella città di Nagasaki, dopo circa 250 anni. Ho pregato la Madonna di farmi sapere dove era la mia famiglia, e con il cuore pieno di pace sono tornata a casa. Poco dopo è squillato il telefono: era mio padre. “Tutti stiamo bene, anche la casa non è stata sinistrata”, mi ha detto con voce serena . Questa esperienza mi ha insegnato tante cose, in particolare a vivere e ad abbracciare i dolori degli altri ed a trasmettere, attorno a me, l’amore e la luce ricevute da Dio. (altro…)
19 Ott 2009 | Chiara Lubich, Cultura, Dialogo Interreligioso, Spiritualità
Dopo il suo secondo viaggio a Fontem (Camerun) del 1969, incontrando i giovani focolarini della Scuola internazionale di formazione a Loppiano, il 15 maggio 1970, così Chiara Lubich risponde ad una domanda sulle difficoltà incontrate nella convivenza tra giovani di ambienti, culture e mentalità dei diversi continenti, in particolare da parte dei giovani dell’Asia, Africa, e America, nei confronti dei focolarini europei: Noi occidentali siamo assolutamente arretrati e non più adatti a vivere i tempi di oggi se non ci spogliamo della mentalità occidentale, perché è mezza mentalità, un terzo, un quarto di mentalità rispetto al mondo. C’è in Africa, per esempio, una cultura così unica, così splendida, così profonda! Bisognerebbe arrivare ad un incontro di culture. Non siamo completi se non “siamo umanità”. “Siamo umanità” se “abbiamo dentro” tutte le culture. Come? Dell’inculturazione Chiara Lubich parla vari anni dopo, nel 1992, in occasione di un altro viaggio nel continente Africano, a Nairobi: Prima di tutto l’’arma’ potente è il ‘farsi uno’. Farsi uno, sai che cosa significa? Significa accostare l’altro completamente vuoti di noi stessi, per entrare nella sua cultura e capirlo e lasciar che si esprima, finchè l’hai compreso dentro di te e quando l’hai compreso allora sì che potrai iniziare il dialogo… Qui approfondisce l’inculturazione del Vangelo nelle altre culture: … Allora sì, potrai iniziare il dialogo con lui e passare anche il messaggio evangelico attraverso le ricchezze che lui già possiede. Il farsi uno che richiede l’inculturazione è entrare nell’anima, è entrare nella cultura, è entrare nella mentalità, nella tradizione, nelle consuetudini, capirle e far emergere i semi del Verbo”.
10 Apr 2008 | Chiara Lubich, Spiritualità
Ecco l’ultimo pensiero preparato da Chiara per il Movimento, dal letto di ospedale al Gemelli, poco prima della sua “partenza” e diffuso in questi giorni: «Vorrei questa volta sottolineare il valore del rapporto, dei rapporti tra di noi. Vivendo la Parola, agli inizi, a Trento, è cambiato sia il nostro rapporto con Dio che il nostro rapporto con i fratelli. Così è nata quella che allora chiamavamo “comunità cristiana”. Non dimentichiamo queste origini. Costruiamo la nostra opera su queste fondamenta». Riportiamo qui di seguito alcune sue righe tratte dal primo commento alla Parola di Vita di oltre oltre 50 anni fa, tuttora di grande attualità. Ben potrebbero riferirsi al pensiero appena citato, per penetrarlo in profondità e tradurlo in vita. «Le parole del Vangelo forse sembrano semplici, ma quale mutamento richiedono! Quanto sono lontane dal nostro usuale modo di pensare e di agire! Ma coraggio! Proviamo. Una giornata così spesa vale una vita. E alla sera non riconosceremo più noi stessi. Una gioia mai provata ci inonderà. Una forza ci investirà. Dio sarà con noi, perché è con coloro che amano. Le giornate si susseguiranno piene. A volte forse rallenteremo, saremo tentati di scoraggiarci, di smettere. E vorremmo tornare alla vita di prima… Ma no! Coraggio! Dio ci dà la grazia. Ricominciamo sempre. Perseverando, vedremo lentamente cambiare il mondo attorno a noi. Capiremo che il Vangelo porta la vita più affascinante, accende la luce nel mondo, dà sapore alla nostra esistenza, ha in sé il principio della risoluzione di tutti i problemi. E non avremo pace, finché non comunicheremo la nostra straordinaria esperienza ad altri: agli amici che ci possono comprendere, ai parenti, a chiunque ci sentiamo spinti a darla. Rinascerà la speranza». (altro…)