Movimento dei Focolari

Il primato dell’ “essere” sul “fare”

“Cosa ne pensi?”, “cosa faresti se fossi al mio posto?”. Quante volte qualcuno ci chiede una mano o capiamo che ne avrebbe bisogno, o ancora siamo certi che per aiutare quell’amico, fratello, quella persona, si dovrebbe davvero “fare così”. In poche righe tratte da “Meditazioni”, il volume che raccoglie i suoi primissimi scritti spirituali, Chiara Lubich ci invita a cambiare prospettiva e a metterci dalla parte di Dio per avere non il nostro, ma il Suo amore verso chiunque. C’è chi fa le cose “per amore”. C’è chi fa le cose cercando di “essere l’Amore”. Chi fa le cose “per amore”, le può far bene, ma credendo, ad esempio, di fare un gran servizio ad un fratello, magari ammalato, può annoiarlo con le sue chiacchiere, coi suoi consigli, coi suoi aiuti: con una carità poco indovinata e pesante. Poveretto: lui avrà un merito, ma l’altro ha un peso. E questo perché occorre  “essere l’Amore”. Il nostro destino è come quello degli astri. Se girano sono, se non girano non sono. Noi siamo – nel senso che non la nostra vita, ma la vita di Dio vive in noi – se non smettiamo un attimo d’amare. L’amore ci stanzia in Dio e Dio è l’Amore. Ma l’Amore che è Dio, è luce e con la luce si vede se il nostro modo di accostare e servire il fratello è conforme al Cuore di Dio, come il fratello lo desidererebbe, come sognerebbe se avesse accanto non noi, ma Gesù.

Chiara Lubich

Tratto da: “C’è chi fa le cose per amore”, in: Chiara Lubich, Scritti spirituali/1, pag. 51. Città Nuova Ed., 1978. (altro…)

Approfondimenti/ «Chi è l’uomo?»

Approfondimenti/ «Chi è l’uomo?»

Le sfide del presente e del futuro umanità alla luce delle intuizioni e delle esperienze di Chiara Lubich nell’estate del 1949. Il teologo Hubertus Blaumeiser racconta il recente seminario della Scuola Abbà a Tonadico (Trento, Italia). Chi siamo? Come ci realizziamo e ci rapportiamo con gli altri? Verso dove stiamo andando e dove sono le nostre radici? Sono domande che oggi si pongono con nuova urgenza, quando l’essere umano all’occhio della scienza può apparire come semplice frutto dell’evoluzione, determinato dai suoi geni e dall’attività del suo cervello; e quando con le nuove tecnologie può essere sempre più potenziato ma anche manipolato; quando masse di persone vivono in fuga o ridotte a povertà nelle bidonville e l’intervento dell’uomo rischia di compromettere irreversibilmente gli equilibri del pianeta. PastedGraphic 10Sono sfide al futuro troppo complesse per essere affrontate in modo settoriale, bisognose di nuovi approcci, di “luce”. Con questa convinzione, dal 14 al 16 luglio si sono riuniti a Tonadico sulle Dolomiti 65 studiose e studiosi di una ventina di discipline. Un seminario che ha coinvolto la “Scuola Abbà” (il centro interdisciplinare di studi del Movimento dei Focolari), l’Istituto Universitario “Sophia” (Loppiano, Italia) e il “Centro Chiara Lubich”. L’obiettivo? Accantonata la pretesa di giungere a rapide conclusioni, si è inteso aprire piste di ricerca da percorrere insieme. L’occasione era offerta dal luogo e dalla data: tra quei monti, esattamente 70 anni fa era iniziato per Chiara Lubich e alcune persone del primo nucleo dei Focolari un periodo di travolgenti esperienze e intuizioni. Sentendosi trasportate in Dio, si erano trovate a guardare il mondo non dall’“alto” o dal “basso”, ma dal di “dentro”, se così si può dire. Un’esperienza che ha impresso in loro un’incancellabile impronta, decisiva per lo sviluppo del Movimento dei Focolari, ma – come si è capito in seguito – anche fonte di inediti sviluppi culturali che investono tutto l’arco delle discipline scientifiche. Variegata eppure convergente la visione dell’essere umano emersa da quest’incontro. Occorre – ha spiegato il preside dell’Istituto Universitario Sophia, Piero Coda – sviluppare sempre più un’autocoscienza universale, «pancosmica e panumana», citando Chiara Lubich: «il mio io è l’umanità, con tutti gli uomini che furono, sono e saranno». Visione non affatto statica della persona e della società, ha sottolineato la francese Anouk Grevin, economista e studiosa delle dinamiche del dono: «Sia il dare che il ricevere si fondano su una capacità di vedere sé stessi nell’altro, di far proprio tutto quello che è suo, così da poter comunicare tutto sé stessi e ricevere pienamente l’altro in sé». Con riferimento alle problematiche ambientali, il politologo Pasquale Ferrara e lo scienziato della natura Sergio Rondinara hanno aperto un ulteriore orizzonte: «La politica mondiale adotta una visione antropocentrica del globo, mentre rimane ancora in ombra la dimensione socio-naturale della vita del pianeta». Urge passare da un antropocentrismo “dispotico” a «un’antropologia non egemonica ma oblativa». In qualità di coordinatore della Scuola Abbà, Fabio Ciardi ha tirato le fila: «Man mano che passavano le ore, ci siamo calati sempre più nelle realtà dell’esistenza. Occorre andare avanti in questa dinamica: lavorare nel proprio ambito e confrontarsi con le altre discipline». Dal canto suo, Jesús Morán, co-presidente dei Focolari, ha indicato un duplice compito: un’adeguata ermeneutica del carisma dell’unità e «il servizio all’umanità, affrontando almeno alcune questioni decisive del nostro tempo».

Hubertus Blaumeiser

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Mariapoli europea/2 – un’esperienza di comunione

Intervista a Lucia Abignente che, insieme con Giovanni Delama, ricostruisce la storia delle prime Mariapoli nel libro Una città tutta d’or, che sarà pubblicato a settembre da Città Nuova. La prima si svolse 70 anni fa sulle Dolomiti trentine. Era l’estate del ’49 e Chiara Lubich, che a Trento condivideva la scelta di vivere il Vangelo con alcune compagne, trascorreva un periodo di riposo a Tonadico di Primiero. Fu un momento decisivo nella storia del Movimento dei Focolari: un’esperienza mistica permise a Chiara di comprendere il progetto di Dio sull’Opera nascente: Opera di Maria. Da allora esperienze simili, chiamate Mariapoli, si sono ripetute ogni anno in estate, e nel tempo si sarebbero replicate in tutto il mondo. Nella storia delle Mariapoli, particolarmente significativi sono i primi dieci anni, dal ‘49 al ‘59. Ci spiega perché? Quegli anni segnano le origini della Mariapoli, quelli in cui la forza del carisma dell’unità, donato da Dio a Chiara per la Chiesa, produce frutti nuovi. Si sperimenta una comunione fortissima, partecipata, arricchente fra persone di tutte le età e i ceti sociali provenienti da diversi paesi del mondo (nel ’59 saranno complessivamente 12.000 da 27 nazioni). È una intensa esperienza di Dio, un cammino di santità che si fa insieme come fratelli. Si delinea in essa la realtà del popolo di Dio che il Concilio Vaticano II metterà in luce. Perché il nome Mariapoli? Il nome è venuto fuori solo nel ’55: cresciuta negli anni, questa convivenza si è configurata come una città, un popolo che si sentiva guidato da Maria. L’amore evangelico vissuto fra tutti generava la presenza del divino. Si realizzavano le parole di Gesù: “Dove due o più sono uniti nel mio nome io sono in mezzo a loro” (Mt, 18,20). È questa realtà di luce che ispira il titolo del libro. Quali sono i tratti sostanziali di questi appuntamenti che in modi diversi si svolgono ancora oggi? Li racchiuderei in una parola: comunione, anzi comunioni. La comunione nell’Eucarestia, rinnovata quotidianamente; la comunione nella Parola del Vangelo; la comunione con i fratelli. È questa caratteristica che imprime un timbro forte all’esperienza del 1949 e che ritroviamo anche negli anni seguenti. Da ciò scaturisce l’impegno di continuare a vivere quest’esperienza nei luoghi di vita abituali, per cooperare al disegno di amore di Dio sul Creato e sulla realtà sociale che ci accoglie. Cosa l’ha colpita nei racconti di chi ha partecipato alle prime Mariapoli? Incontrando quei testimoni ho potuto constatare che l’esperienza della Mariapoli non è un ricordo ma una realtà ancora viva oggi. Dalle testimonianze scritte ho colto l’autenticità di una vita vissuta come corpo, ricercando l’unità. Le Mariapoli hanno prodotto anche frutti di lungo respiro… Anzitutto il giornale «Città Nuova», che è nato durante la Mariapoli e per tenere collegati i partecipanti una volta tornati a casa. Poi le Mariapoli “permanenti”, cittadelle internazionali stabili di cui Chiara parla già nel ’56. E i percorsi di dialogo avviati con persone di altre chiese cristiane, presenti a Fiera già nel ’57, e con altre figure carismatiche all’interno della Chiesa cattolica: vie di comunione che si svilupperanno con il Concilio Vaticano II e con il Magistero seguente. Sono visibili inoltre i prodromi dell’impegno del Movimento nella realtà politica e sociale. Nelle Mariapoli “permanenti” convivono persone di età, paesi, culture e denominazioni cristiane diverse, mettendo in pratica il Vangelo. Realtà dove la diversità si compone in unità. In questa Europa frammentata da nazionalismi e populismi, che messaggio viene da queste cittadelle? È molto significativo quello che Papa Francesco ha detto nella cittadella di Loppiano un anno fa sulla “mistica del noi”, che ci fa camminare insieme nella storia. Una realtà già molto viva nelle prime Mariapoli. Nel ’59 per esempio, nonostante gli echi della guerra, italiani e tedeschi, e persone di varie nazionalità, superando ogni barriera, consacrano i loro popoli a Maria: desiderano farlo insieme, come atto di amore reciproco che esprime la realtà di un unico popolo.

Claudia Di Lorenzi

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Mariapoli europea/1 – padre Fabio Ciardi: “Riscoprire il progetto di Dio sull’umanità”

E’ da poco iniziata la prima Mariapoli Europea promossa dal Movimento dei Focolari, a Tonadico sulle Dolomiti dal 14 luglio all’8 agosto Nel contesto storico e politico di un’Europa divisa e conflittuale, l’evento vuole testimoniare che il sogno della fratellanza fra i popoli non è un’utopia. L’intuizione originaria di Chiara Lubich, fondatrice dei Focolari, a cavallo fra gli anni ’40 e ’50 del secolo scorso, trova attuazione nei diversi campi del sapere, come nel cuore delle relazioni fra i singoli e fra i popoli. Ne parliamo con Padre Fabio Ciardi, responsabile del centro studi interdisciplinare del Movimento “Scuola Abbà”: Qual è il legame fra le esperienze mistiche che Chiara Lubich ebbe negli anni ’49 e ’50, durante e dopo la prima Mariapoli, e la nascita della Scuola Abbà? “La Scuola Abbà è nata per approfondire quello che è avvenuto in quegli anni. Chiara ha avuto occasione di scrivere di quell’esperienza a mano a mano che avveniva, consapevole che lì c’era una dottrina, dei valori così profondi e ricchi che avrebbero potuto nutrire non soltanto l’Opera ma anche la Chiesa. Ad un certo punto ha sentito il bisogno di riprendere in mano quelle carte e ha iniziato a chiamare intorno a sé persone di un certo livello culturale per entrare in profondità dentro questa sua esperienza e farne scaturire la dottrina che è già in sé insita”. Tra le discipline oggetto di studio della Scuola Abbà ci sono la storia e la politologia. La riflessione della Scuola in questi ambiti può aiutare a comprendere le ragioni fondative dell’Unione Europea? “L’esperienza che Chiara ha fatto nel ’49, le ha consentito di avere una visione dall’alto del disegno di Dio sull’umanità e sulla storia. Vi si ritrovano quindi valori che stanno alla base anche dell’Europa. La Scuola Abbà vuole metterli in luce e mostrarne l’attualità. Oggi la Mariapoli ci aiuta a riscoprire quel disegno, a comprendere qual è il progetto di Dio sulla nostra storia, sulla nostra identità”. In quei primi tempi Chiara intuì che l’Europa era chiamata ad essere unita al suo interno – Igino Giordani, cofondatore del Movimento, auspicava la nascita degli Stati Uniti d’Europa – e a porsi come entità federatrice dei popoli nel contesto mondiale. Oggi però siamo lontani da quella visione e l’Europa è attraversata da nazionalismi e populismi. Come ritrovare quello slancio e renderlo “contagioso”? “A me sembra che nell’esperienza iniziale del ’49 ci siano tutte le componenti per allargare il cuore, per far crescere il senso di fraternità, accoglienza, condivisione, e per promuovere un cammino insieme. All’inizio la riflessione di Chiara era concentrata sull’Italia: parlava di Santa Caterina e San Francesco come i patroni dell’Italia. Ma presto gli orizzonti si sono allargati perché si sono unite al Movimento persone di altri paesi d’Europa e di altri continenti e lei vedeva il carisma dell’unità vibrare in tutti ed ognuno vi ritrovava i suoi valori più profondi. Chiara vedeva tutta l’umanità in marcia verso l’unità. E questo mi sembra sia l’ideale fondamentale che può essere attuato anche oggi. Ci vuole una riflessione culturale che sappia coniugare il grande progetto di Dio sull’umanità con la situazione politica, storica, economica attuale”. L’esperienza di una Mariapoli europea che messaggio può dunque mandare ai cittadini d’Europa? “L’idea che l’unità europea non è uniformità o imposizione, ma è ricchezza che viene da una grande diversità. Non soltanto dei popoli europei storici ma anche dei nuovi popoli che arrivano. L’Europa si fa, è in costruzione continua sin dalle sue origini, e dovrebbe saper coniugare questi due elementi: promuovere la fraternità, la condivisione, la comunione, l’unità e, allo stesso tempo, valorizzare la grande diversità culturale, la storia particolare di ogni popolo. Penso che la Mariapoli possa essere il nuovo crogiolo nel quale si impara a rispettarsi, amarsi, a vivere insieme”. La Mariapoli dunque come “laboratorio” di unità per l’Europa. Si potrebbe obiettare che si tratta di una prospettiva utopica… “I luoghi dell’utopia sono luoghi immaginari nei quali uno sogna una realtà che di fatto non c’è. La Mariapoli invece è un luogo diverso, non è utopico ma reale, e penso che occorra riproporre esperienze come questa, significative, anche se piccole, che facciano vedere come potrebbe essere il mondo se si vive davvero la legge della fraternità, dell’amore e dell’unità”.

Claudia Di Lorenzi

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