Movimento dei Focolari

Testi dei pensieri sulla Pace

“L’uomo mutilato della fraternità è un albero senza radici e senza rami, una pianta sterile…” Ignazio Silone Ed Egli si nascose (1943), Città Nuova Ed., Roma, 2000 Posso dirvi questo: il poco che io so non l’ho imparato all’università, ma in compagnia di uomini come voi. La fraternità è la verità sacra dell’uomo. L’uomo mutilato della sua fraternità è un albero senza radici e senza rami, una pianta sterile… Per non morire bisogna ricominciare col riscoprire la fraternità. Amici, io sono venuto per dirvi questo: è necessario, è urgente stare assieme, metterci insieme, creare in questo paese cellule viventi di uomini interi cioè fraterni, difenderci dal contagio della morte. Vi ripeto che è urgente. Fra pochi giorni, forse anche voi lo sapete, scoppierà la nuova guerra d’Africa, e sarà una guerra fredda, cinica, infame. Il disprezzo dell’uomo vi celebrerà il suo trionfo. La protesta più efficace da parte nostra non sarebbe qualche rumoroso attentato individuale, ma un atto di amicizia e di fraternità. Io sono tornato solo per questo. *** “E’ in gestazione un mondo nuovo. Ma c’è bisogno di un’anima: l’amore” Chiara Lubich “Il pianeta al bivio”, in Città Nuova, 13 luglio 2001, 14/2001, Roma Viviamo in un tempo di “svolta epocale”, di gestazione sofferta di un mondo nuovo. Ma c’è bisogno di un’anima: l’amore. (…) L’amore – lo constato sempre più a contatto di singoli e gruppi di religioni, razze e culture diverse – è iscritto nel DNA di ogni uomo. E’ la forza più potente, feconda e sicura che può legare l’intera umanità. Ma esige un capovolgimento totale di cuori, di mentalità, di scelte. Del resto è ormai parte del sentire comune della vita internazionale la necessità di rileggere il senso della reciprocità, uno dei cardini dei rapporti internazionali. Sono questi i tempi in cui ogni popolo deve oltrepassare il proprio confine e guardare al di là, fino ad amare la patria altrui come la propria. Reciprocità tra i popoli significherà allora superamento di antiche e nuove logiche di schieramento e di profitto, stabilendo invece relazioni con tutti ispirate all’iniziativa senza condizioni e interessi, perché si guarda all’ “altro” come ad un altro se stesso, parte della stessa umanità, e in questa linea si progetta: disarmo, sviluppo, cooperazione. Nascerà una reciprocità in grado di rendere ogni popolo, anche il più povero, protagonista della vita internazionale, nella condivisione di povertà e ricchezze. Non soltanto nelle emergenze, ma nella quotidianità. Identità e potenzialità saranno sviluppate proprio col metterle a disposizione degli altri popoli, nel rispetto e nello scambio reciproco. Allora sì, se singoli e governanti faremo la nostra parte, potremo sognare di comporre un’unica comunità planetaria. Utopia? Il primo a lanciare la globalizzazione è stato Gesù quando ha detto: “Che tutti siano uno”. Non solo: ci ha fatto capaci di quell’amore che ha la forza di ricomporre la famiglia umana nell’unità e nella diversità. Basta poi aprire gli occhi: sono disseminati nel mondo molti “laboratori” di questa “umanità nuova”. Che sia giunta l’ora di proiettarli su scala mondiale? *** “All’oppressione, allo sfruttamento e all’abbandono, noi rispondiamo con la vita” Gabriel Garcia Marquez Nobel Lecture, 8 December, 1982: “The Solitude of Latin America”, in Nobel Lectures in Literature 1981-1990, World Scientific Publishing Co., Singapore, 1994 (nostra traduzione) All’oppressione, allo sfruttamento e all’abbandono, noi rispondiamo con la vita. Né le inondazioni e le epidemie, la fame e le catastrofi, nemmeno le interminabili guerre durate per secoli, hanno potuto sconfiggere la forza incessante della vita sulla morte. E’ un vantaggio che cresce e accelera sempre più: ogni anno, le vite che si accendono superano di settantaquattro milioni quelle che si spengono, un numero di nascite sufficiente a moltiplicare per sette, ogni anno, la popolazione di New York. La maggior parte di esse avviene in America Latina. Allo stesso tempo, i paesi più ricchi continuano ad accumulare armi di distruzione capaci di annichilire, più di cento volte, non solo gli esseri umani che sono esistiti fino ad oggi, ma anche la totalità delle creature che abbiano mai respirato su questo pianeta sventurato. In un giorno come questo, il mio maestro William Faulkner disse: “Mi rifiuto di accettare la fine dell’uomo”. Non sarei degno di stare in questo luogo che è stato suo, se non fossi pienamente consapevole che la colossale tragedia che egli rifiutò di riconoscere trentadue anni fa, è ora, per la prima volta dall’inizio dell’umanità, nient’altro che una semplice eventualità scientifica. Di fronte a questa spaventosa realtà che era sembrata una mera utopia durante tutta la storia dell’umanità, noi, gli inventori delle favole, che presteremmo fede a qualsiasi cosa, abbiamo il diritto di credere che non è troppo tardi per impegnarci a costruire l’utopia opposta. Una nuova e travolgente utopia della vita, dove nessuno potrà decidere per gli altri come dovranno morire. Dove l’amore proverà che la verità e la felicità sono possibili, dove gli uomini condannati a cent’anni di solitudine avranno ancora, finalmente e per sempre, una seconda opportunità sulla terra. *** “E’ eterno solo il dovere verso l’essere umano come tale” Simone Weil Obbedire all’amore nella giustizia, trad.it., P.Elia (a cura di), Gribaudi, Torino, 1975 L’oggetto dell’obbligo, nel campo delle cose umane, è sempre l’essere umano in quanto tale. C’è obbligo verso ogni essere umano, per il solo fatto che è un essere umano, senza che alcun’altra condizione abbia ad intervenire; e persino quando egli stesso non ne riconosce alcuno. Quest’obbligo non si fonda su nessuna situazione di struttura sociale, né sui rapporti di forza, né sull’eredità del passato, né sul supposto orientamento della storia. Perché nessuna situazione di fatto può suscitare un obbligo. Quest’obbligo non si fonda su nessuna convenzione. Perché tutte le convenzioni sono modificabili secondo la volontà dei contraenti, mentre in esso nessun cambiamento nella volontà degli uomini può nulla modificare. Quest’obbligo è eterno. Esso risponde al destino eterno dell’essere umano. Soltanto l’essere umano ha un destino eterno. Le collettività umane non ne hanno. Quindi, rispetto a loro, non esistono obblighi diretti che siano eterni. E’ eterno solo il dovere verso l’essere umano come tale. *** “Un compito immenso: ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà” Giovanni XXIII “Pacem in terris”, in Le encicliche sociali, Ed. Paoline, Milano, 1984 47. Riaffermiamo noi pure quello che costantemente hanno insegnato i nostri predecessori: le comunità politiche, le une rispetto alle altre, sono soggetti di diritti e di doveri; per cui anche i loro rapporti vanno regolati nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante, nella libertà. La stessa legge morale, che regola i rapporti fra i singoli esseri umani, regola pure i rapporti tra le rispettive comunità politiche. Ciò non è difficile a capirsi quando si pensi che le persone che rappresentano le comunità politiche, mentre operano in nome e per l’interesse delle medesime, non possono venire meno alla propria dignità; e quindi non possono violare la legge della propria natura, che è la legge morale. Sarebbe del resto assurdo anche solo il pensare che gli uomini, per il fatto che vengono preposti al governo della cosa pubblica, possano essere costretti a rinunciare alla propria umanità; quando invece sono scelti a quell’alto compito perché considerati membra più ricche di qualità umane e fra le migliori del corpo sociale. Inoltre, l’autorità è un’esigenza dell’ordine morale nella società umana; non può quindi essere usata contro di esso, e se lo fosse, nello stesso istante cesserebbe di essere tale; perciò ammonisce il Signore: “Udite pertanto voi, o re, e ponete mente, imparate voi che giudicate tutta la terra. Porgete le orecchie voi che avete il governo dei popoli, e vi gloriate di aver soggette molte nazioni: la potestà è stata data a voi dal Signore e la dominazione dall’Altissimo, il quale esaminerà le opere vostre, e sarà scrutatore dei pensieri” (Sap 6,2-4). 87. A tutti gli uomini di buona volontà spetta un compito immenso: il compito di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà: i rapporti della convivenza tra i singoli esseri umani; fra i cittadini e le rispettive comunità politiche; fra le stesse comunità politiche; fra individui, famiglie, corpi intermedi e comunità politiche da una parte e dall’altra la comunità mondiale. *** “Esiste qualcosa di più alto valore dello stato. Questo valore è l’umanità” Vaclav Havel “L’idolo infranto dello Stato sovrano”, in La Repubblica/Dossier, 1 giugno 1999, Roma “Tutto sta a indicare che la gloria della nazione-stato, intesa come culmine della storia di ogni comunità nazionale e come suo più alto valore terreno – l’unico, anzi, in nome del quale è consentito uccidere, o per il quale era considerato dulce et decorum sacrificare la vita – ha già superato il suo zenit. Sembrerebbe che gli illuminati sforzi di generazioni di democratici, la terribile esperienza di due guerre mondiali – che tanto hanno contribuito all’ adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani – nonché l’evolversi della civiltà abbiano, finalmente, indotto l’umanità a persuadersi che gli esseri umani sono più importanti dello Stato. (…) Spero sia chiaro che io non sono contro l’istituto dello stato sovrano come tale. Sarebbe oltre tutto assurdo che un capo di stato auspicasse l’abolizione dello stato di fronte agli organi rappresentativi di altri stati. Parlo di qualcosa di ben diverso: dico cioè che esiste, di fatto, qualcosa di più alto valore dello stato. Questo valore è l’umanità. Come sappiamo, lo stato esiste per servire la gente, il popolo, non viceversa. Se un individuo serve il proprio paese, ebbene, si dovrebbe pretendere che questi lo serva solo nella misura necessaria a far sì che lo stato possa servire bene tutti i propri cittadini. I diritti umani sono superiori ai diritti degli stati. Le libertà umane rappresentano un valore più alto della sovranità statale. (…) Mi sono spesso domandato perché mai gli esseri umani abbiano dei diritti. E sono sempre giunto alla conclusione che i diritti umani, le libertà umane e l’ umana dignità hanno le loro radici profonde da qualche parte al di fuori del mondo percettibile. Questi valori sono tanto potenti perché in determinate circostanze, la gente li accetta senza esservi costretta ed è pronta a morire per essi. Questi valori hanno un senso solo nella prospettiva dell’infinito e dell’eterno.” *** “Attraverso la libertà dell’India spero di attuare e sviluppare la fratellanza degli uomini” Mohandas Gandhi Antiche come le montagne, trad.it., S.Radhakrishnan (a cura di), Edizioni di Comunità, Milano, 1963 “Per vedere faccia a faccia l’universale spirito di Verità che tutto pervade, bisogna essere capaci di amare l’essere più modesto della creazione come noi stessi. E colui che aspira a questo, non può permettersi di tenersi lontano da alcun campo della vita. Perciò la mia devozione alla verità mi ha spinto nella politica; e posso dire senza la minima esitazione, e pure in tutta umiltà, che chi dice che la religione non ha nulla a che vedere con la politica, non sa che cosa significhi religione. (p.86) La mia missione non è semplicemente la fratellanza dell’umanità indiana. La mia missione non è semplicemente la libertà dell’India, benché oggi essa assorba, in pratica, tutta la mia vita e tutto il mio tempo. Ma attraverso l’attuazione della libertà dell’India spero di attuare e sviluppare la missione della fratellanza degli uomini. Il mio patriottismo non è esclusivo. Comprende tutto, e io ripudierei quel patriottismo che cercasse di affermarsi sulla miseria e lo sfruttamento di altre nazioni. Il patriottismo che io concepisco non vale nulla, se non si concilia sempre, in ogni caso senza eccezioni, con il maggior bene dell’umanità tutta. (p.162) Vogliamo la libertà del nostro Paese, ma non a costo di sacrificare o sfruttare gli altri, né in modo da degradare altri paesi. Non voglio la libertà dell’India, se essa deve significare l’estinzione dell’Inghilterra o la scomparsa degli inglesi. Voglio la libertà del mio paese affinché altri paesi possano imparare qualcosa dal mio libero paese, affinché le risorse del mio paese possano essere utilizzate a vantaggio dell’umanità.” (p.164) *** “Se fai il bene, ti attribuiranno fini egoistici: non importa, fa’ il bene!” Madre Teresa Da un foglietto sul muro della ’Casa dei bambini’ di Calcutta “L’uomo è irragionevole, illogico, egocentrico: non importa, amalo! Se fai il bene, ti attribuiranno fini egoistici: non importa, fa’ il bene! Se realizzi i tuoi obiettivi, troverai falsi amici e veri nemici: non importa, realizzali! Il bene che fai verrà domani dimenticato: non importa, fa’ il bene! L’onestà e la sincerità ti rendono vulnerabile: non importa, sii franco ed onesto! Dai al mondo il meglio di te e ti prenderanno a calci: non importa, continua! Se aiuti, la gente se ne risentirà: non importa, aiutala! Quello che per anni hai costruito può essere distrutto in un attimo: non importa, costruisci!” *** “Ho il sogno che la fraternità diventerà l’ordine del giorno di un uomo d’affari e la parola d’ordine dell’uomo di governo” Martin Luther King “Discorso della Vigilia di Natale 1967 – Atlanta”, trad.it., in Il fronte della coscienza, SEI, Torino, 1968 “Per prima cosa lasciate che vi suggerisca che se vogliamo avere pace sulla terra, il termine fedeltà per noi deve avere un significato ecumenico, non parrocchiale. La nostra fedeltà deve trascendere la razza, la tribù, la classe sociale, la nostra patria stessa: e questo significa che dobbiamo sviluppare una prospettiva mondiale. Nessun individuo può vivere solo; nessuna nazione può vivere sola; è provato che se qualcuno tenta l’isolamento, questo qualcuno perpetua la guerra. In fin dei conti si tratta di questo: la vita è un insieme di interrelazioni. Siamo legati da una rete di comunità, vestiti dello stesso abito del nostro destino. Tutto ciò che colpisce uno direttamente, colpisce tutti indirettamente. Siamo fatti per vivere insieme: la nostra realtà è intercomunicante. Non vi siete mai fermati a pensare che non potete neppure andare al lavoro al mattino senza dichiarare la vostra dipendenza da tutto il mondo? Dove sta il problema? Tutti parlano della pace come di una meta lontana, come di un fine a cui un giorno o l’altro si arriverà, ma noi sappiamo che si dovrà presto arrivare a considerare la pace non soltanto come una meta, ma anche come il mezzo con cui si può arrivare alla meta stessa. Dobbiamo raggiungere fini pacifici con mezzi pacifici. E questo equivale a dire che il fine e i mezzi devono essere coerenti, perché il fine preesiste nei mezzi, e mezzi distruttivi non potranno mai raggiungere un fine costruttivo. Ecco perché io ho ancora un sogno. Ho il sogno che un giorno gli uomini si rizzeranno in piedi e si renderanno conto che sono stati creati per vivere insieme come fratelli. Oggi ho ancora il sogno (…) che la fraternità diventerà qualcosa di più che le poche parole alla fine di una preghiera, diventerà l’ordine del giorno di un uomo di affari e la parola d’ordine dell’uomo di governo.

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La guerra è un omicidio in grande

La guerra è un omicidio in grande

Ristampato, a cinquant’anni dalla prima edizione, il volume “L’inutilità della guerra” di Igino Giordani

GIAMPAOLO MATTEI

Un pugno allo stomaco. Ecco che cosa ti assesta la lettura di un libro il cui titolo – “L’inutilità della guerra” – ha una eloquenza così forte da costringerti con le spalle al muro. A rendere ancora più significativa l’esperienza di avere a che fare con queste pagine è la constatazione che sono state scritte esattamente cinquant’anni fa. Portano la firma di Igino Giordani (1894-1980), uomo politico, giornalista, scrittore, grande protagonista della vita ecclesiale e della vita italiana. L’editrice Città Nuova ha deciso di riproporre il libro di Giordani (Roma 2003, pagine 116 – euro 6,50) in un tempo storico che dimostra di avere più che mai bisogno di parole vere, chiare, essenziali. Ci sono opere – si legge nella prefazione – che hanno il sapore di una perenne attualità. Nascono di sicuro sotto la spinta di problemi contingenti, ma producono un insegnamento che travalica la condizione storica e si mette al servizio di ogni uomo, in ogni epoca, di qualsiasi luogo. È proprio da questa constatazione che è scaturita l’idea di ripubblicare il libro scritto da Igino Giordani nel 1953 quando la “guerra fredda” stava congelando le posizioni geopolitiche e cristallizzando la spartizione delle coscienze.

Oggi il testo non soltanto consente di respirare quel clima con il senno di poi, tenendo tra le mani, si potrebbe dire, i pezzi del Muro di Berlino: è davvero un’esperienza di enorme portata storica e politica. Ma in queste ore così difficili ci pianta nello stomaco un gran bel pugno perché dimostra, dati alla mano, l’inutilità della guerra, la sua intrinseca ed evidente stupidità. E – attenzione – Giordani sa esattamente di che cosa sta parlando perché lui al fronte c’è stato meritando anche, nella catastrofe della Prima Guerra Mondiale, un’alta onorificenza. Non è uno sprovveduto, non parla per “vigliaccheria” secondo la consueta, ridicola, accusa che viene mossa a quanti si schierano dalla parte della pace: oltretutto i veri coraggiosi sono i costruttori di pace e non quanti si riparano dietro missili, cannoni, fucili o quant’altro. Giordani afferma con chiarezza, scandendo i suoi ragionamenti, che la pace è il risultato di un progetto che va realizzato con pazienza e con serietà e non è una parola buona solo per riempirsi la bocca, non è un paravento per celare chissà quali interessi. Leggere le cento pagine del libro è sconvolgente proprio perché sembra scritto stamani e non cinquant’anni fa. Davvero la storia è “maestra di vita” secondo l’antico detto. Peccato che gli uomini siano troppo spesso pessimi scolari. Già la prima frase del libro di Giordani ti inchioda e ti costringe subito a sottolinearla con la matita: “La guerra è un omicidio in grande”. Ed ecco che punta il dito sulla retorica, sulla menzogna, sugli interessi che accompagnano ogni conflitto ovunque si combatta: “Come la peste serve ad appestare, la fame ad affamare, così la guerra serve ad ammazzare”. Punto e basta. Alzi gli occhi e avverti una sensazione di fierezza. Sì, giovane cattolico, ti senti fiero di appartenere ad una cultura che è stata tessuta da persone di questo spessore. Giordani non era un isolato, farneticante e controcorrente. Giordani è uno dei tanti protagonisti del mondo cattolico che hanno contribuito in maniera decisa, e oggi forse dimenticata, allo sviluppo del popolo italiano con progetti di vita e di speranza. È un fatto che entusiasma, prima ancora che un dovere, conoscere i pensieri di questi uomini così vicini a noi e così spiritualmente ricchi da non passare mai di moda. Da ex combattente di trincea dimostra che la guerra è inutile La lettura del libro di Giordani appassiona ed è difficile persino interromperla. Dopo una manciata di pagine devi già rifare la punta alla matita perché l’hai consumata nel far segni quasi ad ogni riga. L’autore è polemico e polemista di razza senza però smettere di essere fratello di ogni persona, anche quella che la pensa in modo diametralmente opposto. Non offende gli uomini, ma da strenuo lottatore, da ex combattente di trincea, si avventa contro la guerra e dimostra, appunto, che è inutile. Non molla la presa. Giordani ha un modo personalissimo di esprimersi, trascinante, appassionato, evidentemente scaturito dalla voglia di comunicare idee. È in stato di missione permanente. È nel cuore della Chiesa. Lui non è uno scrittore puro, è “oltre”, è “di più”. Sa scegliere le parole giuste e, se serve, inventa espressioni affascinanti. Ha il linguaggio tipico dei mistici e si riconoscono nelle sue parole gli echi dei Padri della Chiesa. È un libro di storia, è un libro di vita, è un libro di preghiera. È un libro che si schiera contro la tentazione della rassegnazione davanti alle decisioni dei potenti di turno. Giordani sostiene che ogni persona è protagonista della pace. “Se vuoi la pace, prepara la pace” è il suo grande messaggio che coinvolge tutte le categorie umane. “Solo i matti e gl’incurabili possono desiderar la morte – scrive -. E morte è la guerra. Essa non è voluta dal popolo; è voluta da minoranze alle quali la violenza fisica serve per assicurarsi vantaggi economici o, anche, per soddisfare passioni deteriori. Soprattutto oggi, con il costo, i morti e le rovine, la guerra si manifesta una “inutile strage”. Strage, e per di più inutile”. Queste ultime parole appartengono a Benedetto XV. Giordani respira a pieni polmoni il Magistero dei Papi e nel percorso del libro non perde mai di vista i passi dei Successori di Pietro. La guerra – afferma – è sempre una sconfitta anche per chi vince sul campo. Con i soldi investiti in questa “inutile strage” si potrebbero finalmente affrontare con decisione problemi drammatici come la fame e la povertà, tante malattie potrebbero essere definitivamente debellate. È un fatto di giustizia. Così non valgono a nulla i mille pretesti, sempre gli stessi, adoperati per giustificare la guerra. E non è una buona “scusa” la “rapidità” delle operazioni militari: qui Giordani è sprezzante e ricorda che, nel giudizio di Hitler, la Seconda Guerra Mondiale avrebbe dovuto essere “la guerra lampo” e che, secondo Salandra, la prima doveva essere “la passeggiata”. Aggiunge con impeto: “Non credo che ci sia mai capo di Stato, il quale abbia ammesso di far la guerra a scopo di rapina; ha sempre dichiarato di farla per fini uno più nobile, uno più altruista, più ideale dell’altro. E – puerilità dell’odio – sempre la rapacità è assegnata al nemico e l’idealità all’amico”. Rovesciare una macabra prospettiva della storiografia La logica dice che chi fa la guerra ha torto, non risolve nulla e comunque ci rimette. Il popolo non la vuole. E si commette un grave errore rigirandosi nelle biografie di personaggi che hanno scatenato stragi indicibili – da Hitler a Stalin – ignorando i veri condottieri dell’umanità come, scrive Giordani, ad esempio un Cottolengo o un don Orione. È un fatto culturale riuscire a rovesciare questa macabra prospettiva della storiografia. Giordani indica la strada del dialogo alla ricerca di una soluzione sempre e comunque, senza cedere alla stanchezza. Afferma che miseria e cupidigia sono le prime cause delle guerre la cui radice è la paura. Ma c’è una speranza, un’alternativa: si chiama carità e l’ha incarnata Cristo che ha voluto redimere anche la politica per portarla ad una funzione di pace, di vita. “I nemici si amano: questa è la posizione del cristianesimo – scrive Giordani -. Se si iniziasse una politica della carità, si scoprirebbe che questa coincide con la più illuminata razionalità, e si palesa, anche economicamente e socialmente, un affare”. Definisce un crimine ogni guerra, aggressiva e preventiva che sia. È infatti un’azione contro la giustizia perché la giustizia vera fa scaturire la pace vera. I riferimenti che Giordani dedica a san Francesco e a Dante sono una sollecitazione spirituale elevatissima. Afferma: “Per meritarsi il nome di figli di Dio i cristiani devono lavorare per la pace”. Senza timidezze e con coraggio, vivendo il ministero della riconciliazione, abbattendo ogni muro di separazione, perdonando quanti ci fanno del male, riconducendo ad unità chi è lontano. Cita il tedesco Max Josef Metzger, ucciso dai nazisti nel 1944: “Noi dobbiamo organizzare la pace così come altri hanno organizzato la guerra”. Non è serio, non è credibile parlare di pace e intanto preparare la guerra. “L’opera pacificatrice comincia da me e da te…” conclude Giordani. Per rimuovere la guerra non basta eliminare le armi, ma occorre innanzitutto ricostruire una coscienza, una cultura di pace. È un’opera urgentissima che gli uomini di fede accompagnano con la strategia della preghiera. Ecco la missione dei cristiani oggi nella storia: realizzare il Vangelo della Pace. (altro…)

Brani da «L’inutilità della guerra»

Brani da «L’inutilità della guerra»

“La guerra è un omicidio in grande, rivestito di una specie di culto sacro”, p. 9

“Quando l’umanità sarà progredita spiritualmente, la guerra verrà catalogata accanto ai riti cruenti, alle superstizioni della stregoneria e ai fenomeni di barbari”, p. 9 “Solo i matti e gl’incurabili possono desiderar la morte. E morte è la guerra. Essa non è voluta dal popolo; è voluta da minoranze alle quali la violenza fisica serve per assicurarsi vantaggi economici o, anche, per soddisfare passioni deteriori. Soprattutto oggi, con il costo, i morti e le rovine, la guerra si manifesta una ‘inutile strage’. Strage, e per di più inutile” , p. 9 “Come la peste serve ad appestare, la fame ad affamare, così la guerra serve ad ammazzare: per giunta, distrugge i mezzi della vita. E’ una industria funeraria: una fabbrica di rovine”, p.12 “La guerra non serve a niente, all’infuori di distruggere vite e ricchezze”, p.13 “La guerra moderna – inutile, maledetta – non conta più né vittorie né sconfitte. E’ tutta una sconfitta”, p.15 “Con le somme spese si sarebbe potuto provvedere d’un alloggio comodo e mobiliato ciascuna famiglia degli Stati Uniti, del Canada, dell’Australia, Inghilterra, Irlanda, Francia, Germania, Russia e Belgio ecc., e di più costruire chiese, ospedali, scuole, musei, strade, stadi, ecc. Ma s’è preferito quella ricchezza – costata lavoro, ingegno, sacrifici – gittarla in armi, per distruggere abitati e abitanti”, p.17 “Se quanto si spende per le guerre, si spendesse per rimuoverne le cause, si avrebbe un accrescimento immenso di benessere, di pace, di civiltà: un accrescimento di vita. E non è meglio vivere che morire ammazzati?”, p.20 “Ha torto senz’altro chi inizia la guerra. (…) Il torto è di chi, pur avendo ragione, ricorre alle armi. Chi primo spara è il più sicuro criminale”, p.22 “La guerra è guerra, cioè una sciagura senza attenuanti, complicata da imbecillità senza limiti (pretende di conseguire il bene con il male, di curare un malato uccidendolo); ed è tale sia se combattuta dagli amici sia se combattuta dagli avversari. Questo perciò è da stabilire: la guerra è un male: dunque non è lecito muoverla”, p.23 “Chi ama la Patria le assicura la pace, cioè la vita: come chi ama suo figlio, gli assicura la salute. La pace è la salute di un popolo: è l’ossigeno della sua civiltà”, p.24 “…il ‘si vis pacem para pacem’, è di tutti i tempi, anche dei nostri, al lume, se non altro, della semplice ragione”, p.25 “Se la guerra è inutile, non si ha da fare: ecco, la logica. La questione è spirituale: ma allora è questione della carità, e non della tecnica”, p.29 “E dunque discutere, trattare: questa la soluzione, più che il riarmo, il quale – dicono i pensatori d’ogni colore – porta alla guerra”, p.54 “La sostanza della frattura sta altrove che nel capitalismo o nel comunismo. Sta nella miseria. E causa prima della guerra è la miseria. Essa, come porta all’ateismo, porta alla guerra. I Padri della Chiesa sapevano ciò”, p.58 “Se causa prima della guerra è la miseria, causa seconda è la cupidigia”, p.64 “La diplomazia dei due emisferi prosegue il ragionamento dei figli di Caino, col quale e per il quale da millenni gli uomini vivono la loro esistenza come un’occasione per ammazzarsi, facendo della vita una produzione di morte. E’ il trionfo dell’imbecillità: ma non si vede come sottrarvisi”, p.71 “Il principale argomento a sostegno delle spese di guerra è tratto dalla sapienza pagane: – Si vis pacem para bellum (se vuoi la pace, allestisci la guerra) -. Che è come dire: se vuoi la salute, procurati la polmonite; se vuoi arricchire, dilapida il denaro; se vuoi il bene, opera il male…”, p.72 “La pace si ottiene con la pace: e sant’Agostino già dai suoi tempi, nei quali le guerre stavano dissolvendo l’Impero Romano, insegnava ad acquistare vel obtinere pacem pace: a conquistare o a custodire la pace con la pace, non con le armi. Con le armi si ammazza la pace”, p.74 “Solo una suggestione ipnotica può dare a certuni l’illusione che con le armi si difenda la civiltà cristiana: che con l’omicidio si difenda l’amore; che si custodisca il culto di Dio ammazzandoGli i figli”, p.81 “Noi dovremmo resistergli (al Principe della Morte, l’Omicida): muovere guerra alla guerra; rispondere con la carità alla bestialità”, p.82 “Per non aver timore dell’uomo, bisogna amarlo. Amarlo anche se malvagio, anche se pezzente, anche se sporco, vedendo sempre, sotto le sue spoglie e i suoi cenci e la sua grinta il volto di Cristo”, p.84 “Ci vuole coraggio – un coraggio razionale – a sostener la pace contro le orge della propaganda bellica, contro quei fenomeni di ossessione collettiva prodotti dalla retorica”, p.85 “La guerra è l’utopia che rinasce, come idra: la pace è la realtà, che l’intelligenza postula. La guerra è l’utopia che pretende di risolvere problemi, mentre invece essa complica tutti i problemi ed altri crea”, p.87 “C’è un alternativa all’atomica? C’è: e si chiama carità, che è l’amore divino che lega Dio e uomini”, p.88 “La pace comincia in noi… in me e da me, da te, da ciascuno… come la guerra”, p.91 “Se gli altri odiano, non è una ragione perché odiamo anche noi. Si vince il male col bene; la malattia con la salute; si oppone all’ostilità la carità: questo è il comandamento di Dio. Gli altri sono comandamenti di uomini e uomini senza Dio, anche se facciamo salamelecchi al pievano”, p.91 “Il comandamento vale anche in politica. Soprattutto in politica, dove si scatenano le passioni irrazionali, e più arduo diviene il mantenere la serenità – la pace -, mentre diviene quasi eroico il serbare l’amore dentro il vortice delle ambizioni e intrighi e miserie. Ma Cristo ha voluto redimere anche al politica, per portarla a una funzione di pace, di vita”, p.92 “I nemici si amano: questa è la posizione del cristianesimo. Se si iniziasse una politica della carità, si scoprirebbe che questa coincide con la più illuminata razionalità, e si palesa, anche economicamente e socialmente, un affare”, p.93 “E un giorno saremo liberi dalla guerra come dalla peste e dalla fame, e succubi d’oggi, i retori delle virtù militari e dell’onore insanguinato, appariranno figuri sinistri come i monatti e gli untori. Ma tocca al popolo – a questo deposito di carne da macello, per gli uni; a questo corpo sociale di Dio, per noi -, a rovesciare il maleficio, abbattendo la tirannide d’odio, avarizia e ignoranza, da cui è immolato”, p.95 “‘L’invasione liberatrice è un crimine di guerra come la guerra preventiva’. Tranne il caso di evidente aggressione subìta, e cioè tranne il caso di difesa, la guerra è sempre ingiusta. Mentre la stessa guerra giusta è di fatto condotta oggi con tale violenza indiscriminata che colpendo militari e civili, per il danno sproporzionato che reca, diviene essa stessa ingiusta”, p.98 “La religione porta alla pace. Essa è la pace, cercata e attuata, tra Dio e gli uomini, tra materia e Spirito. Il saluto tipico dell’anima religiosa è: Pace”, p.99 “Per meritarsi il nome di figli di Dio, i cristiani devono lavorare per la pace”, p.108 “L’opera pacificatrice comincia da me e da te…”, p.110 “Ecco perché il problema è anzitutto morale. Come sempre, anche oggi il male nasce dal cuore dell’uomo: e là va curato. Non basta il riarmo e neppure il disarmo per rimuovere il pericolo della guerra: occorre rimuovere lo spirito di aggressione e sfruttamento ed egemonia, dal quale la guerra viene: occorre ricostruire una coscienza”, p.111 “Le guerre sono franamenti della costruzione sociale sulla sabbia di nequizie giuridiche, economiche, sociali, politiche: sul terreno, puntellato magari di cannoni e illustrato di lampioni, ma senza uno strato di principi morali”, p.114 “La guerra, mentre impoverisce tutti, non abolisce le più gravi disuguaglianze”, p.116 “Il popolo non vuole inutili stragi. E qui davvero vox populi vox Dei”, p.116

Città Nuova, Roma 2003

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Brani da «L’inutilità della guerra»

Preghiera planetaria per la pace

“Le difficoltà che l’orizzonte mondiale presenta ci inducono a pensare che solo un intervento dall’Alto, capace di orientare i cuori di quanti vivono situazioni conflittuali e di quanti reggono le sorti delle Nazioni, può far sperare in un futuro meno oscuro”. Così il Papa all’Angelus del 9 febbraio, riportando una frase della Lettera Apostolica in cui rilancia l’antica preghiera mariana del Rosario. La risposta dei giovani: il Rosario Planetario per la Pace. L’adesione è entusiasta: in ogni momento delle 24 ore (grazie alla diversità di fuso orario) ci sono giovani che pregano il Rosario con la speciale intenzione della pace, dovunque si minacci o sia in atto un conflitto, come in Terra Santa, in Costa D’Avorio, in Congo … Per chi volesse unirsi a questa iniziativa dei Giovani per un Mondo Unito, ecco le fasce orarie: ore Italia | ore locali | luoghi   1 | 18 | Messico, America Centrale   2 | 20 | Cile, Perù, Colombia   3 | 22 | Argentina, Uruguay, Venezuela   4 |   8 | India   5 |   8 | Pakistan   5 | 10 | Tailandia   6 | 12 | Singapore, Vietnam   7 | 14 | Filippine, Hong Kong, Australia (Perth)    8 |   8 | Germania   8 | 16 | Corea, Giappone   9 |   9 | Belgio, Olanda   9 |   8 | Gran Bretagna, Irlanda, Costa d’Avorio   9 | 18 | Australia 10 | 10 | Italia: Emilia Romagna, Lazio, Sicilia, Toscana 11 | 11 | Italia: Lombardia, Campania, Roma; Medio Oriente 12 | 12 | Austria, Svizzera 12 | 11 | Portogallo 13 | 13 | Francia 14 | 14 | Polonia 14 | 15 | Russia 15 | 15 | Rep. Ceca, Slovacchia 15 | 17 | Kenya 16 | 16 | Croazia 16 | 18 | Madagascar 17 | 17 | Slovenia 18 | 18 | Congo 18 | 14 | Brasile 19 | 19 | Camerun 20 | 20 | Sud Africa; Italia: Abruzzo 21 | 21 | Ungheria; Italia: Sardegna 22 | 22 | Madrid; Barcellona; Italia: Triveneto, Piemonte 23 | 14 | USA: San Antonio, Los Angeles; Canada Ovest 24 | 16 | USA: New York, Chicago; Canada: Toronto (altro…)

Il segreto della pace

“Le difficoltà che l’orizzonte mondiale presenta ci inducono a pensare che solo un intervento dall’Alto, capace di orientare i cuori di quanti vivono situazioni conflittuali e di quanti reggono le sorti delle Nazioni, può far sperare in un futuro meno oscuro.

Il Rosario è preghiera orientata per sua natura alla pace, per il fatto stesso che consiste nella contemplazione di Cristo, Principe della pace e “ nostra pace ” (Ef 2,14). Chi assimila il mistero di Cristo – e il Rosario proprio a questo mira –, apprende il segreto della pace e ne fa un progetto di vita. Inoltre, in forza del suo carattere meditativo, con il tranquillo succedersi delle Ave Maria, il Rosario esercita sull’orante un’azione pacificante che lo dispone a ricevere e sperimentare nella profondità del suo essere e a diffondere intorno a sé quella pace vera che è dono speciale del Risorto (cfr Gv 14, 27; 20, 21). È poi preghiera di pace anche per i frutti di carità che produce. Se ben recitato come vera preghiera meditativa, il Rosario, favorendo l’incontro con Cristo nei suoi misteri, non può non additare anche il volto di Cristo nei fratelli, specie in quelli più sofferenti. Come si potrebbe fissare, nei misteri gaudiosi, il mistero del Bimbo nato a Betlemme senza provare il desiderio di accogliere, difendere e promuovere la vita, facendosi carico della sofferenza dei bambini in tutte le parti del mondo? Come si potrebbero seguire i passi del Cristo rivelatore, nei misteri della luce, senza proporsi di testimoniare le sue beatitudini nella vita di ogni giorno? E come contemplare il Cristo carico della croce e crocifisso, senza sentire il bisogno di farsi suoi “ cirenei ” in ogni fratello affranto dal dolore o schiacciato dalla disperazione? Come si potrebbe, infine, fissare gli occhi sulla gloria di Cristo risorto e su Maria incoronata Regina, senza provare il desiderio di rendere questo mondo più bello, più giusto, più vicino al disegno di Dio? Insomma, mentre ci fa fissare gli occhi su Cristo, il Rosario ci rende anche costruttori della pace nel mondo. Per la sua caratteristica di petizione insistente e corale, in sintonia con l’invito di Cristo a pregare “ sempre, senza stancarsi ” (Lc 18,1), esso ci consente di sperare che, anche oggi, una ’battaglia’ tanto difficile come quella della pace possa essere vinta. Lungi dall’essere una fuga dai problemi del mondo, il Rosario ci spinge così a guardarli con occhio responsabile e generoso, e ci ottiene la forza di tornare ad essi con la certezza dell’aiuto di Dio e con il proposito fermo di testimoniare in ogni circostanza “ la carità, che è il vincolo di perfezione ” (Col 3, 14)”. (Paragrafo n. 40)   (altro…)