Movimento dei Focolari
Il Salvador in festa per Romero

Il Salvador in festa per Romero

20150214-02«Una predicazione che non denunci il peccato non è predicazione del Vangelo», affermava in uno dei suoi discorsi mons. Romero. Il suo martirio, avvenuto il 24 marzo 1980 mentre celebrava l’Eucaristia nella cappella dell’ospedale per malati terminali in cui risiedeva, ha dato forza a molte famiglie salvadoregne che hanno perso familiari e amici durante la guerra civile che è sopraggiunta spietata dopo la sua morte. E ancora oggi la sua testimonianza è un forte richiamo alla pace, alla fratellanza e alla riconciliazione di cui il popolo ha tanto bisogno. «La notizia della firma di papa Francesco sul decreto che riconosce il martirio per “odium fidei” di mons. Oscar Arnulfo Romero, ha fatto esultare il popolo. I vescovi hanno fatto suonare a festa le campane di tutte le chiese di El Salvador per manifestare il grande giubilo», scrive Filippo Casabianca, dalla sede dei Focolari in Centro America. «Da quando Bergoglio è diventato papa – spiega – si è cominciato a sperare che, conoscendo le urgenti necessità dei poveri e le oscure trame di alcuni regimi dittatoriali latinoamericani, avrebbe sbloccato l’iter della causa. Ne segue adesso la proclamazione solenne in data da stabilire, a San Salvador». Quale il retroscena di questo blocco? «L’opera missionaria della chiesa in quel periodo era attraversata da tensioni che ondulavano da una fedeltà genuina alle indicazioni del Concilio di vicinanza agli ultimi, alla tentazione di chi riteneva legittima l’associazione con i movimenti di stampo marxista. Di ciò si volle accusare Romero, fino ad arrivare a silenziare la sua voce». Ma, nel Salvador, anche la spiritualità dei Focolari affonda le sue radici nell’humus degli orrori della guerra. Infatti risalgono alla fine degli anni ‘70 le prime visite dei focolarini approdati dalla Colombia, fino alle prime Mariapoli, nel 1982, nella cittadina di Santiago di Maria. 20150214-01«Le strade di collegamento erano pattugliate alternativamente dai guerriglieri o dall’esercito – continua Filippo – così da dover usare mezzi di fortuna per spostarsi o sottoporsi a interrogatori che potevano finire con il reclutamento forzato. La guerra era seguita alla morte di Romero ed il suo messaggio era vivo in tutti». «Le parole, la dottrina e la testimonianza di mons. Romero – racconta Reynaldo, fra i primi giovani del Movimento – risuonavano con forza in chi ebbe la fortuna di trovare l’Ideale dell’unità, particolarmente per il richiamo all’opzione preferenziale per i poveri». Era un forte richiamo alla coerenza cristiana, visto con perplessità da alcuni, abbracciato da tanti, manipolato alle volte. «L’esempio di Mons. Romero, unito all’incontro con l’esperienza di Chiara Lubich e le sue compagne, durante la seconda guerra mondiale a Trento, ci fece accogliere in un modo più puro il Carisma dell’unità e ci aiutò ad andare controcorrente». Un controcorrente che si manifesta ancora oggi nell’impegno sociale del Movimento dei Focolari in Salvador. Il recupero di carcerati, ad esempio, si svolge nell’ambito della Pastorale carceraria della Chiesa e coinvolge un’equipe dei Focolari: visitano regolarmente il tristemente famoso carcere di Mariona, che ospita i più pericolosi capi della criminalità e del narcotraffico. Attualmente, avvicinano circa 180 persone che scontano pene diverse, attraverso incontri attorno alla “Parola di Vita”, con gruppi di 18 persone ciascuno. Nell’ultimo incontro qualcuno diceva: «chiedo perdono a miei compagni di cella perché li ho trattati con violenza, ma voglio cambiare». Altre attività sono rivolte all’inclusione sociale in un paesino a rischio. La situazione si è fatta pericolosa ed il parroco ha consigliato i membri del Movimento di essere cauti. In altre due città si sostengono asili e attività di dopo scuola orientati a frenare la diserzione scolastica, condizione che favorisce il reclutamento criminale. Sull’esempio di Romero, in Salvador e non solo, si ravviva il desiderio di essere fedeli al Vangelo che spinge a vivere per tutti, e in particolare per i piccoli, i poveri e gli ultimi. (altro…)

Zoom sull’Ucraina

Zoom sull’Ucraina

20150212-aPadre Mychayl è un sacerdote greco-cattolico che vive la spiritualità dei Focolari. Dalle pagine di Città Nuova ci ha aiutato a seguire le vicende del suo amato e devastato Paese. Ad un anno dallo scoppio del conflitto gli abbiamo chiesto di rileggere quanto accaduto. «Dalla rivolta di Piazza Maidan al conflitto nel sud-est è passato quasi un anno e finora sono stati 5mila i morti e oltre un milione i profughi. Già da mesi dura la guerra nel Donbass. La gente sta morendo, l’infrastruttura è al collasso, centinaia di migliaia di persone sono in fuga. Nel patchwork di territori controllati da ucraini e da separatisti, nel caos di bande, comandanti in guerra tra loro, eserciti male armati e peggio addestrati, potrebbe esserci l’effetto collaterale di una guerra di tutti contro tutti». Per questo, secondo padre Mychayl, oggi più che mai l’Ucraina ha bisogno di educazione alla pace, in cui tutti si è protagonisti: adulti e giovani, educatori e bambini, genitori e figli: «Una pedagogia della pace semplice, ma coinvolgente, basata sulla coerenza tra teoria e pratica, valori ed esperienze. L’educazione per affermare la cultura della Pace, l’unica che possa rispettare e rispondere alle domande più vere di tutti, nell’impervio cammino verso la fraternità universale in Ucraina». Alla domanda sui passi necessari per l’Ucraina, afferma: «Mi permetto di rispondere con quanto disse Chiara Lubich a Londra nel 2004: “(…) si dovrebbe proporre a tutti quanti agiscono in politica di formulare quasi un patto di fraternità per il loro Paese, che metta il suo bene al di sopra di ogni interesse parziale, sia esso individuale, di gruppo, di classe o di partito. Perché la fraternità offre possibilità sorprendenti: essa consente di tenere insieme e valorizzare esigenze che rischiano, altrimenti, di svilupparsi in conflitti insanabili. Armonizza, ad esempio, le esperienze delle autonomie locali con il senso della storia comune; consolida la coscienza dell’importanza degli organismi internazionali e di tutti quei processi che tendono a superare le barriere e realizzano importanti tappe verso l’unità della famiglia umana». Ma la crisi ucraina ha innescato, dopo le guerre nei Balcani, la più grande ondata di rifugiati: oltre 900.000 solo gli sfollati interni. «Nella città assediata di Donetsk non è più possibile una vita normale. Gli anziani – testimoni per la seconda volta degli orrori della guerra – muoiono privi di cure mediche o devono lasciare la loro casa. Molti non ricevono la pensione dall’estate. In aree controllate dai separatisti c’è tutto nei negozi e farmacie, ma non ci sono i soldi. Banche e uffici postali hanno chiuso». Come ricostruire case, strade e quei ponti che non sono solo collegamenti strutturali ma risanamento delle ferite invisibili? «Non è cosa facile. Dare aiuto psicologico alle popolazioni colpite è meno semplice che ricostruire strade o inviare aiuti umanitari. Già da qualche anno i docenti dell’Istituto Universitario Sophia, in cooperazione con Iustitia et Pax Ukraine, fanno dei corsi per formare i giovani a dare il proprio contributo come cittadini, per la costruzione del bene comune dell’Ucraina». «Dopo l’ondata di proteste e la guerra, il paese ha bisogno di queste “Scuole di partecipazione” che formano all’impegno civile e politico, radicati nel tessuto cittadino; luoghi in cui sperimentare un agire politico fondato sui valori condivisi e nutrito dall’ideale della “fraternità universale”. L’Ucraina, grazie alle manifestazioni di piazza Maidan, è diventata una vera nazione, un popolo che vuole costruire la sua vita sui valori cristiani. Ora si tratta di trasformare i valori vissuti durante le proteste in piazza nelle cose concrete dell’agire quotidiano; di farsi carico delle aspettative e dei bisogni più profondi del Paese, per non cadere definitivamente nell’apatia». Le scuole di Partecipazione forniscono, infatti, modelli interpretativi e proposte operative volte a diffondere la cultura di pace: «Una delle sfide principali per l’Ucraina è la situazione degli immigrati interni, la loro integrazione in altre regioni d’Ucraina, e le conseguenze delle ostilità. La formazione di conoscenze e competenze flessibili, quindi, per promuovere il dialogo interculturale e interreligioso, i diritti umani, la mediazione, la prevenzione e risoluzione dei conflitti, l’educazione alla non violenza, la tolleranza, l’accettazione, il rispetto reciproco e la riconciliazione, sono gli obiettivi che vogliamo porre al centro dell’educazione del futuro».   (altro…)

Ucraina: l’unica parola giusta è pace

Ucraina: l’unica parola giusta è pace

20150212-01«Fratelli e sorelle, quando io sento le parole ‘vittoria’ o ‘sconfitta’ – ha detto papa Francesco nell’udienza generale del 4 febbraio scorso – sento un grande dolore, una grande tristezza nel cuore. Non sono parole giuste; l’unica parola giusta è ‘pace’. Questa è l’unica parola giusta. Io penso a voi, fratelli e sorelle ucraini … Pensate, questa è una guerra fra cristiani! Voi tutti avete lo stesso battesimo! State lottando fra cristiani. Pensate a questo scandalo. E preghiamo tutti, perché la preghiera è la nostra protesta davanti a Dio in tempo di guerra». Mentre la diplomazia mondiale si mobilita, i fatti sembrerebbero smentire ogni prospettiva di pace. Eppure c’è gente e istituzioni che s’adoperano con coraggio per salvaguardarla, anche a rischio della propria vita. Chiediamo a Vera Fediva, del Movimento dei Focolari e residente in Ucraina: come vive la gente comune questa situazione? «È un periodo molto difficile per il nostro Paese: pieno di dolore e frustrazione. Quasi 5.000 civili morti, moltissimi i feriti e i disabili, migliaia i profughi e purtroppo non si riesce a intravvedere la fine di questa tragedia. Ci viene spesso alla mente come è nato il nostro movimento, durante la Seconda Guerra Mondiale, quando tutto crollava… ma non avremmo mai immaginato che potesse accadere ancora nel XXI secolo, quasi nel cuore dell’Europa e in un paese tranquillo come l’Ucraina. La nostra comunità risiede a Mukacevo, nella parte occidentale del Paese, dove non ci sono gli scontri armati. Ma psicologicamente è difficile reggere, anche perché molti di noi hanno amici, parenti, vicini di casa, perfino bambini che combattono. Tanti hanno perso i loro cari. Viviamo una situazione in cui nulla è stabile. È difficile pianificare qualcosa. Nessuno sa cosa può succedere domani. Magari l’unico figlio o il marito parte per la guerra. Possiamo contare solo su Dio, che è Amore. Come quando è iniziato il Movimento… In questa situazione sentiamo che è molto importante non lasciare che l’odio entri nel nostro cuore, per essere in grado di perdonare e anche di pregare per i nostri nemici». Come dice il Papa, la preghiera è la nostra protesta. Ad un anno dall’inizio del conflitto, come vi siete mossi come comunità dei Focolari e anche insieme agli altri cristiani per far sentire questa “protesta”? «È da alcuni anni che ci adoperiamo per la difesa della vita in tutte le sue forme; questo ci ha permesso di costruire molti rapporti con persone di varie chiese cristiane della nostra città. Abbiamo realizzato insieme alcuni eventi come “Marce per la vita” e “Feste della famiglia”. Lo stimolo ci è arrivato dall’esempio del gruppo “Ecumena” di Kosice (Slovacchia), che si basa sulla spiritualità dell’unità. L’anno scorso abbiamo organizzato, in centro città, un grande evento di “Preghiera per la pace in Ucraina”, insieme ad una decina di chiese diverse, con una grandissima partecipazione di popolo. In seguito abbiamo continuato a ritrovarci e abbiamo vissuto insieme tre grandi momenti di “Preghiera per la pace” da quando è iniziata la guerra. Ci sembra che questa unità tra di noi sia particolarmente importante, ora che i cristiani si combattono e si uccidono a vicenda in questa guerra senza senso. È la nostra piccola e silenziosa risposta alla preghiera del Papa, per superare lo scandalo della divisione e dare un contributo alla pace e alla riconciliazione del nostro Paese». (altro…)

Gabon: Una famiglia per gli altri

Gabon: Una famiglia per gli altri

20150207-a«Ventotto anni di matrimonio, quattro figli dei quali tre rimasti a Lubumbashi (Congo) per studiare all’Università. La riscoperta di Dio come amore, il metterlo al primo posto della nostra vita personale e di coppia. Sono questi i presupposti spirituali che ci hanno spinti a lasciare tutto per seguire Cristo. Da lungo tempo le comunità del Movimento in Gabon chiedevano l’apertura di un focolare a Libreville. Ed è così che, nel 2011, arriviamo noi come “focolare-famiglia”. Una scelta, la nostra, che ci ha incamminati ad offrire la nostra disponibilità, lasciare il nostro lavoro e partire per una nuova terra. Mai ci eravamo separati dai nostri figli per un così lungo periodo. Non è stato facile, ma con il consenso di tutta la famiglia, abbiamo sentito di poterlo fare. Erano molti gli interrogativi… ma la fiducia in Dio-Amore era grande. Al nostro arrivo in Gabon la prima preoccupazione è stata di rafforzare il nostro amore vicendevole di sposi. In questo modo l’amore tra di noi è ancora più cresciuto, portandoci a ricominciare sempre ad amarci l’un l’altro e ad amare tutti quelli che incontravamo. Qui abbiamo trovato una comunità davvero accogliente, recettiva e, malgrado le ristrettezze della vita, molto generosa. Abbiamo fatto numerosi viaggi attraversando tutto il Paese, per incontrare le comunità anche le più lontane. Tutti ci hanno accolti con entusiasmo. Addirittura, in certi villaggi, ci attendevano lungo i bordi delle strade, con rami di alberi piantati lungo il percorso per manifestare la loro gioia. La famiglia cristiana qui, come del resto in tutta l’Africa, subisce il contraccolpo delle mutazioni socioculturali, e questo ci interpella molto. Stiamo accompagnando nel cammino di fede molte coppie e ad oggi diverse di loro hanno ricevuto il sacramento del matrimonio, altre stanno facendo il percorso per prepararsi a regolarizzare la loro unione. Abbiamo fortemente sperimentato la provvidenza di Dio, a cominciare dalla casa che è stata donata dall’Arcivescovo di Libreville per le attività del Movimento. Per arredarla, ciascuno della comunità ha portato ciò che poteva: un letto, un materasso, una coppia di lenzuola, un fornello, una forchetta, un piatto… Contemporaneamente, tutte le comunità del Gabon si sono organizzate per aiutare concretamente la nostra vita quotidiana. Periodicamente ci fanno arrivare manioca, riso, banane… spesso qualcuno suona il campanello di casa e con sorpresa vediamo arrivare ciò di cui abbiamo bisogno. L’unità, l’amore, la fede nelle parole del Vangelo ci permettono di superare le immancabili difficoltà che qui incontriamo: la mancanza di lavoro, la malattia, l’incomprensione… Dopo tre anni, siamo tornati a Lubumbashi. Abbiamo trovato i nostri figli cresciuti in età e saggezza. Anche in questo abbiamo visto che il Vangelo è vero. Rivederli è stata una gioia grandissima e con ciascuno di loro abbiamo sentito una profonda unità di cuore e di animo. Quando siamo ripartiti, essi hanno rinnovato la loro disponibilità a ‘mandarci’ nuovamente in missione, che consiste nel far incontrare Dio alle persone attraverso il nostro amore reciproco e coprire, con il calore della famiglia e la nostra unità, il grande desiderio delle comunità del Gabon di un vero focolare”. Jeanne et Augustin Mbwambu     (altro…)