11 Mar 2021 | Focolari nel Mondo, Sociale
Microcredito e microfinanza comunitari per sostenere la crescita dei progetti in espansione. La testimonianza di Rose sull’importanza dell’iniziativa sostenuta dall’Amu. BIRASHOBOKA in kirundi significa “SI PUÒ FARE”. È da questa convinzione che è nato in Burundi (Africa) il progetto di Microcredito e Microfinanza comunitari. Nonostante le grandi difficoltà in cui versa ancora il Paese – è il secondo più densamente popolato in Africa ed è uno dei cinque Paesi con gli indici di povertà più alti al mondo – l’Amu, Azione per un Mondo Unito-Onlus, organizzazione non Governativa di Sviluppo che si ispira alla spiritualità del Movimento dei Focolari, sostiene da diverso tempo le capacità delle comunità locali. Dal 2007 infatti, in piena sinergia con l’organizzazione senza scopo di lucro CASOBU (Cadre Associatif des Solidaires du Burundi) aiuta le famiglie locali in un percorso di formazione e miglioramento delle proprie condizioni di vita.
Con il progetto “Si può fare!” mira a creare gruppi di microcredito comunitario i cui membri possano auto-sostenersi per la creazione di attività lavorative e, nella seconda fase, creare un gruppo di microfinanza comunitaria per sostenere la crescita dei progetti in espansione. “Nel mio gruppo abbiamo iniziato 13 anni fa – racconta Rose -. Con il primo credito ottenuto, ricordo benissimo di non aver fatto niente di particolare, ho comprato vestiti e beni che mi servivano, ma il resto l’ho sprecato. All’inizio non sapevo come intraprendere un’attività e quello che succedeva spesso era di avere difficoltà a ripagare i crediti ricevuti. Poi ho capito che non potevo continuare a prendere un prestito senza un progetto concreto e ho finalmente deciso di avviare il progetto del ristorante con i primi 300.000 Fbu (150 €). Ho iniziato a comprare le pentole, i piatti e poco a poco ho aperto il ristorante. Era il 2009, non avevo ancora nessun lavoratore. A quel tempo i miei figli mi aiutavano in cucina e io prendevo l’autobus per portare il cibo in città dove avevo i miei clienti.
Quando hanno iniziato a conoscermi e sono aumentati i clienti, ho potuto assumere i lavoratori. Sono orgogliosa che attraverso lo stipendio che ricevono anche io partecipo alla realizzazione dei loro sogni.” Rose, felice di aver intrapreso questo percorso, oggi riesce ad assicurare uno stipendio ad altre 5 famiglie oltre la sua. Ora vorrebbe migliorare e far crescere la sua attività, prendendo ad esempio in affitto una casa più grande, dove potrebbe cucinare e ridurre i costi del ristorante e degli spostamenti. È una decisione molto coraggiosa perché c’è da sostenere un investimento importante e Rose non ha i requisiti e le garanzie necessarie per accedere ad un prestito da una qualsiasi banca. E proprio per Rose e per molte altre persone che come lei vorrebbero far crescere le loro attività, è nato il progetto di AMU e CASOBU, che sostiene l’avvio di un’istituzione di Microfinanza comunitaria per offrire servizi di risparmio e credito alle persone con grandi sogni ma ancora oggi non bancabili. Per sostenere il progetto clicca qui
Lorenzo Russo
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9 Mar 2021 | Cultura
Assieme a diverse realtà cattoliche il Movimento dei Focolari in Germania ha organizzato un convegno online sulla ricerca di Dio in un mondo in cui sembra sempre più assente. Un contributo anche al percorso sinodale della Chiesa cattolica in Germania.
“Dio sparisce – e forse è necessario? Dio sparisce – e forse Lui vuole proprio così?” Erano queste le domande provocatorie che hanno guidato il programma di un convegno tenutosi online il 26 e il 27 febbraio in Germania. In collaborazione con la “Herder-Korrespondenz”, rivista mensile cattolica, e con l’Accademia cattolica della diocesi Dresda-Meissen nella Ex-DDR, il Movimento dei Focolari in Germania aveva organizzato questo convegno per affrontare una delle domande più urgenti di tanti cristiani: cosa facciamo e come ci muoviamo in un mondo in cui Dio sembra non ci sia più?” 350 i partecipanti dalla Germania, Austria, la Svizzera e altri paesi Europei, disposti ad approfondire le cause di una sempre crescente assenza di Dio nella società e nella vita dei singoli fino ad arrivare – come lo ha detto il vescovo ospite di Dresda, Heinrich Timmerevers, nel suo saluto iniziale – anche alla domanda sconvolgente, “se è forse la stessa Chiesa ad allontanare le persone da Dio per via della crisi causata dagli abusi?” Margaret Karram, Presidente dei Focolari, ha affermato in un messaggio di saluto che il tema della assenza di Dio tocca il nucleo della spiritualità del Movimento che si riassume nella figura di Gesù, abbandonato in croce dagli uomini e da Dio, quale “momento più arduo e al contempo più divino di Gesù, come chiave per contribuire a realizzare la fraternità dovunque manca […] ed a rivolgersi a coloro che soffrono di più per questa oscurità” Ne sono seguiti due giorni di riflessione critica e stimolante su tutto ciò che, nonostante una crescente tendenza al secolarismo, sia ancora motivo per restare saldi nella fede in Dio, eppure su nuove forme di interesse – soprattutto nei giovani – a qualcosa di trascendente che passa attraverso storie autentiche, esperienze di una profonda estetica e la curiosità ad approfondire nuove riflessioni sul senso della vita. Era però anche presente la consapevolezza che spesso le Chiese non riescono più a soddisfare le nuove esigenze religiose degli uomini e donne di oggi. Forte, quasi scioccante, è stato l’intervento della teologa tedesca Julia Knop. Partendo dal dibattito sull’abuso di potere e la violenza sessuale da parte di clerici e consacrati, ha dimostrato che anche tra i più fedeli si sente una erosione della fiducia nella Chiesa. E la crisi della Chiesa – così la professoressa di dogmatica – è strettamente legata alla crisi di fede. Che l’assenza di Dio può essere anche una chance, lo ha affermato il teologo riformato, Stefan Tobler. Presentando alcune tracce della mistica di Madeleine Delbrêl, Madre Teresa di Calcutta e Chiara Lubich ha messo in luce che proprio l’esperienza di un Dio che sparisce può diventare luogo della rivelazione di Dio. “Dio si fa trovare proprio lì dove sembra più lontano. Non si tratta dunque di portarlo, ma di scoprirlo nel mondo”.
Joachim Schwind
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8 Mar 2021 | Dialogo Interreligioso
Sabato 6 marzo 2021, durante il viaggio apostolico di Papa Francesco in Iraq, si è tenuto l’incontro interreligioso nella Piana di Ur dei Caldei. Al termine è stata intonata un’orazione ispirata alla figura del patriarca Abramo, padre comune nella fede per cristiani, ebrei e musulmani. Ecco il testo. Dio Onnipotente, Creatore nostro che ami la famiglia umana e tutto ciò che le tue mani hanno compiuto, noi, figli e figlie di Abramo appartenenti all’ebraismo, al cristianesimo e all’islam, insieme agli altri credenti e a tutte le persone di buona volontà, ti ringraziamo per averci donato come padre comune nella fede Abramo, figlio insigne di questa nobile e cara terra. Ti ringraziamo per il suo esempio di uomo di fede che ti ha obbedito fino in fondo, lasciando la sua famiglia, la sua tribù e la sua patria per andare verso una terra che non conosceva. Ti ringraziamo anche per l’esempio di coraggio, di resilienza e di forza d’animo, di generosità e di ospitalità che il nostro comune padre nella fede ci ha donato. Ti ringraziamo, in particolare, per la sua fede eroica, dimostrata dalla disponibilità a sacrificare suo figlio per obbedire al tuo comando. Sappiamo che era una prova difficilissima, dalla quale tuttavia è uscito vincitore, perché senza riserve si è fidato di Te, che sei misericordioso e apri sempre possibilità nuove per ricominciare. Ti ringraziamo perché, benedicendo il nostro padre Abramo, hai fatto di lui una benedizione per tutti i popoli. Ti chiediamo, Dio del nostro padre Abramo e Dio nostro, di concederci una fede forte, operosa nel bene, una fede che apra i nostri cuori a Te e a tutti i nostri fratelli e sorelle; e una speranza insopprimibile, capace di scorgere ovunque la fedeltà delle tue promesse. Fai di ognuno di noi un testimone della tua cura amorevole per tutti, in particolare per i rifugiati e gli sfollati, le vedove e gli orfani, i poveri e gli ammalati. Apri i nostri cuori al perdono reciproco e rendici strumenti di riconciliazione, costruttori di una società più giusta e fraterna. Accogli nella tua dimora di pace e di luce tutti i defunti, in particolare le vittime della violenza e delle guerre. Assisti le autorità civili nel cercare e trovare le persone rapite, e nel proteggere in modo speciale le donne e i bambini. Aiutaci ad avere cura del pianeta, casa comune che, nella tua bontà e generosità, hai dato a tutti noi. Sostieni le nostre mani nella ricostruzione di questo Paese, e dacci la forza necessaria per aiutare quanti hanno dovuto lasciare le loro case e loro terre a rientrare in sicurezza e con dignità, e a iniziare una vita nuova, serena e prospera. Amen. (altro…)
8 Mar 2021 | Chiara Lubich
L’amore per Dio e per il prossimo guadagna spessore, profondità ed autenticità solo se passa per il dolore, se viene purificato dalla croce che Gesù ci invita ad accogliere. Ma di quale croce si tratta? La risposta di Chiara Lubich nella seguente riflessione è molto precisa: ognuno di noi ha una propria croce molto particolare e personale. […] “Tutto concorre al bene [ma] per quelli che amano Dio” (cf. Rm 8,28). Amare Dio! Noi lo vogliamo amare certamente. Ma quando si è sicuri di amarlo? Non solamente se diamo a Lui il nostro cuore allorché tutto va per il meglio, perché ciò è facile, è bello, ma può essere anche frutto di entusiasmo o essere mescolato all’interesse personale, all’amore di noi e non di Lui. Siamo certi di amarlo se lo amiamo anche nelle avversità: anzi se, per garantirci l’amore vero, abbiamo deciso di preferirlo proprio in tutto ciò che ci fa male. Amare Dio nelle contrarietà, nei dolori, è sempre amore vero, sicuro. Noi esprimiamo questo amore con le parole: amare Gesù crocifisso e abbandonato. […] Ma quale croce, quale Gesù Abbandonato dobbiamo desiderare di amare, dobbiamo amare? Non certo una croce generica, come quando si dice: voglio far mie […] i dolori dell’umanità. Non una croce frutto della nostra fantasia che sogna, per esempio, il martirio che magari non ci sarà mai. Gesù per essere seguito ha detto: “Chi vuole venire dietro a me, prenda la sua croce” (cf. Lc 9, 23). La sua! Dunque, ciascuno deve amare la propria croce, il proprio Gesù Abbandonato. Se egli, infatti, in uno slancio d’amore a un dato momento della nostra storia si è presentato alla nostra anima ed ha chiesto di seguirlo, di sceglierlo, di – come si dice – sposarlo, non intendeva manifestarsi in modo vago a ciascuno di noi, ma preciso. Ci domandava di abbracciarlo in quei dolori, in quei disturbi, in quelle malattie, in quelle tentazioni, in quelle situazioni, in quelle persone, in quei doveri che toccano la nostra persona, sì da poter dire: “Questa è la mia croce”, anzi: “Ecco il mio Sposo!”. Perché ognuno ha il proprio personale Gesù Abbandonato, che non è quello del suo fratello, né di tutti gli altri fratelli, ma è proprio il suo. E ciò, se sappiamo leggere al di là della trama delle varie personali sofferenze, l’amore di Dio per ognuno di noi, è stupendo e ci invoglia ad affezionare a questo nostro Gesù Abbandonato, ad abbracciarlo, come facevano i santi, ad attendere di vederlo in noi trasfigurato da una risurrezione tutta nostra. […] Allora non perdiamo tempo. Un piccolo esame sulla nostra situazione personale e decidiamo, con l’aiuto di Dio, di dire sì a tutto ciò a cui verrebbe da dire no, ma che sappiamo essere volontà di Dio. […] Alziamoci al mattino con questo proposito in cuore: “Oggi vivrò soltanto per amare il mio Gesù Abbandonato”. E tutto sarà fatto. Il Risorto vivrà in ciascuno di noi e tra di noi. […]
Chiara Lubich
(in una conferenza telefonica, Mollens, 16 agosto 1984) Tratto da: “Amare la propria croce”, in: Chiara Lubich, Conversazioni in collegamento telefonico, Città Nuova Ed., 2019, pag. 161. (altro…)
5 Mar 2021 | Famiglie, Focolari nel Mondo
La storia di una famiglia “allargata” che si apre ad un amore non scontato Accogliere in famiglia un bimbo, un giovane o una persona adulta è sempre una sfida. Complessa, per nulla scontata. Tanto nel suo farsi quanto nei suoi esiti, mai conclusi. A guardarle da fuori queste “famiglie allargate” si prova un sentimento misto di stima e di stupore, quasi che la serenità che manifestano siano frutto di un’indecifrabile alchimia d’amore. Una visione quasi romantica. Difficilmente s’immagina quanto sia complesso mettere insieme sensibilità, culture e abitudini diverse, e, concretamente, esigenze, orari e linguaggi, in un amalgama dove i tanti “Io” si fondono in un “Noi fluido”. Senza attriti o, meglio, con ingranaggi ben oleati. Il sentirsi, poi, una sola famiglia è una conquista che non mette al riparo da fatiche, dubbi, delusioni. Accogliere in famiglia Therese – raccontano Sergio e Susanna, della comunità dei focolari di Vinovo, nel torinese (Italia) – non è stato affatto facile. Il loro è un racconto schietto, per nulla edulcorato, e per questo autentico. A sostenerli in questa scelta è stata la volontà di vivere il loro essere famiglia come dono per gli altri, e il sentire la presenza spirituale di Gesù come frutto dell’amore reciproco. La decisione di aprire la porta, e il cuore, ad una giovane mamma africana, giunta in Italia come profuga, è stata presa d’accordo con le loro figlie, Aurora e Beatrice, di 20 e 17 anni. Ed è nella combinazione delle reciproche esigenze che sono insorte le prime difficoltà. “Beatrice ama pianificare ogni cosa – dice Susanna. Al mattino ha i minuti contati ma ogni tanto Therese si alzava prima e occupava il bagno. Questo le creava un problema, ma pian piano ha imparato a ‘fare famiglia’ con lei, dicendole con semplicità di mettersi d’accordo per l’uso del bagno. Aurora invece ha subito deciso di dividere il suo armadio con Therese e l’ha aiutata nello studio”. La sfida, infatti, è anzitutto quella di superare la contrapposizione, silenziosa, corrosiva, fra “noi” e “l’altro”. E accogliere l’altro nella nostra dimensione intima, estendere il “noi”. Nel “fare famiglia” c’è la volontà di adoperarsi per “essere famiglia”: in effetti l’amore è una anzitutto una scelta. Per gli adulti non meno impegnativa. “Nel desiderio di essere accogliente con Therese, mi sono ritrovata molte sere a parlare con lei fino a tardi – ricorda Susanna – ma poi ho iniziato a patire la situazione, non riuscivo a spiegare che al mattino mi sarei dovuta alzare presto, temevo di ferirla. Sergio mi ha aiutato ad affrontare la cosa con gentilezza e fermezza”. Per Sergio le difficoltà nascevano quando alla sera, piuttosto che rientrare a casa dal lavoro doveva andare a prendere Therese che studiava in un comune vicino: “le lezioni finivano tardi, Therese non sapeva usare i mezzi pubblici, e mi ritrovavo a cenare dopo le 21”. Anche qui, scegliere di amare voleva dire accogliere le esigenze di Therese, ma anche aver cura del benessere della famiglia: “Abbiamo cercato di insegnarle ad essere autonoma, come facciamo con le nostre figlie, perché essere disponibili non diventi un peso troppo grande per noi e un ostacolo alla sua crescita. Poco per volta lei ha imparato a usare i mezzi pubblici”. L’essere famiglia – hanno scoperto – definisce anche il modo in cui ci si presenta all’esterno: “Nei primi mesi in cui Therese era con noi – spiega Sergio – avevo messo nel profilo di whatsapp una foto in cui ero con Susanna e le figlie. Therese mi ha detto che non era una foto della famiglia perché mancava lei! Ed è questo che scopriamo ogni giorno: siamo un’unica famiglia perché figli dello stesso Padre, ci preoccupiamo gli uni per gli altri e gioiamo per le conquiste di ciascuno”. È quel “noi” che per amore si estende e si arricchisce.
Claudia Di Lorenzi
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