30 Giu 2014 | Centro internazionale, Focolari nel Mondo, Spiritualità
Dal 1° al 28 settembre 2014 avrà luogo l’Assemblea generale del Movimento dei Focolari. Tra i suoi compiti eleggere la presidente, il copresidente, le e i consiglieri generali che resteranno in carica per i prossimi sei anni, deliberare sulle istanze e proposte giunte dalle varie parti del mondo, definire le grandi linee di orientamento del prossimo periodo. Nelle parole della presidente Maria Voce “l’Assemblea è chiamata ad esprimersi su argomenti fondamentali per la vita dell’intero Movimento” e ad essa ci si avvia “con un senso di gratitudine a Dio per quanto si è vissuto insieme nei sei anni trascorsi”. Saranno 494 i partecipanti all’Assemblea generale che rappresenteranno le varietà geografica, di impegno e di generazioni proprie dei Focolari. Accanto ai cattolici ci saranno 15 rappresentanti di altre confessioni cristiane, di religioni non cristiane e di culture non religiose, che accompagneranno i lavori dell’Assemblea e esprimeranno le proprie prospettive, indispensabili per la vita e l’azione del Movimento. Gli ultimi sei mesi hanno visto, in tutto il mondo e con diverse modalità, un susseguirsi di iniziative per facilitare riflessioni, analisi e bilanci nelle comunità dei Focolari sull’operato del Movimento, sulle sue sfide e prospettive, allo scopo di far giungere temi e proposte sulle quali impostare i lavori dell’Assemblea.
Tale processo di partecipazione si è concretizzato in più di 3.000 istanze, ognuna espressa in un massimo di 100 parole, che indicano – spiega Maria Voce – “la vitalità di un popolo in cammino ed in crescita”. Un gruppo di giovani dei Focolari, riuniti in un convegno internazionale, hanno approvato un manifesto con le loro proposte consegnato alla presidente, in seguito a un lavoro di riflessione nei cinque continenti. L’insieme delle istanze è stato reso funzionale da una commissione preparatoria e verrà inviato ai partecipanti all’Assemblea. Tale commissione è composta da venti persone, rappresentative dell’attuale Centro internazionale, delle diverse diramazioni dei Focolari e delle regioni del mondo in cui esso è presente. L’Assemblea generale dei Focolari è il più importante organo di governo del Movimento e si riunisce ordinariamente ogni sei anni. Quella precedente si è tenuta nel luglio 2008, tre mesi dopo la morte della fondatrice Chiara Lubich. (altro…)
29 Giu 2014 | Centro internazionale, Cultura, Focolari nel Mondo, Sociale, Spiritualità
«Si ama Dio, il Padre, anche dando da mangiare al fratello che ha fame. Tutto lo sviluppo della letteratura su questo tema – specie della grande letteratura patristica –, è una lotta contro l’egoismo degli uni che provoca la miseria degli altri: quindi una ricostituzione dell’umanità violata e degradata cominciando dal principio: dal nutrire lo stomaco, per ricostituire quel corpo fisico che fa parte anch’esso del Corpo mistico: è anch’esso Cristo vivo […]. Non tutti possono far miracoli – scriveva sant’Agostino – ma tutti possono nutrire i miseri. “Non puoi dire al paralitico: Levati e cammina! Ma puoi dire: In attesa che tu ti possa levare, intanto sta’ e mangia…”. Chi, potendo nutrire i denutriti, i mal nutriti, gli affamati, non li aiuta, è, secondo un pensiero dei Padri della Chiesa, un omicida, anzi un deicida. Fa morire Cristo. Chi, durante gli anni di guerra, ha condannato dei prigionieri a morir di fame, ha rinnovato, dal punto di vista del Vangelo, la crocifissione. È stato assassino per, così dire, di Dio. Le torme di deportati, nella neve e nel solleone, dentro vagoni blindati o in bastimenti isolati, la cui monotonia era interrotta solo dal collasso degli affamati, segnano la linea dell’ateismo pratico, anche se perpetrato in nome di Dio. S. Vincenzo de Paoli per questo salì nelle galee dei cristianissimi re, dove i galeotti cadevano estenuati. Ecco così che l’opera di misericordia, ricostituendo la giustizia, si presenta non come mera somministrazione di cibo o di denaro per comprarlo. “Le opere di misericordia non giovano a niente senza l’amore”, dice sant’Agostino. “E se anche sbocconcellassi a favore dei poveri tutto quello che ho, e dessi il mio corpo alle fiamme, e non avessi amore, non mi servirebbe niente” (1 Cor 13, 3), dice san Paolo. (…) Le imprese di assistenza sociale poco giovano agli effetti della vita religiosa, se chi le compie non vi porta quell’alimento divino, quell’ardore di Spirito Santo, che è la carità […]. L’opera di misericordia è un dovere morale e materiale: nutrendo chi spasima, nutro me: ché la sua fame è mia e di tutto il corpo sociale, di cui son parte organica. “Molti, siamo un solo organismo” : e non si può ledere un organo per avvantaggiare un altro. E se no, si paga: con le rivoluzione e disordini e le epidemie di qua, e poi con l’inferno di là. Si è tentati di pensare che questo precetto sia divenuto piuttosto superfluo in un’era in cui i lavoratori stanno raggiungendo una certa agiatezza. E, invece, mai è stato tanto attuale e ha preso una estensione tanto vasta quanto nell’epoca dei razionamenti, dei campi di concentramento, delle deportazioni e della disoccupazione, della guerra e del dopoguerra (…). Una civiltà che tollera l’affamato accanto all’Epulone è una civiltà in peccato mortale (…). Se uno non ha una razione, vuol dire che un altro ne ha due […]. Le opere di misericordia si giustificano dalla realtà della natura umana; e compiono il miracolo di mettere a circolare l’amore facendo circolare il pane: il miracolo che fa del dono di un pane una sorta di sacramento sociale, con cui si comunica, con l’amore, Dio, e si nutre, col corpo, l’anima». (da Igino Giordani, Il Fratello, Città Nuova 2011, pp. 64-67) Per Informazioni: Centro Igino Giordani (altro…)
23 Giu 2014 | Centro internazionale, Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità
Barcelona, capitale della Catalogna che pulsa di sperimentazione e innovazione, è stata il contenitore ideale per esplorare nuovi campi e nuove frontiere dell’Architettura nel workshop internazionale ArquitecturaLimite, che si è svolto dal 15 al 18 giugno. Vi hanno partecipato in 30 tra giovani architetti, docenti, studenti di architettura provenienti dalla Spagna, dall’Italia, dalla Colombia, e con il contributo di docenti del Politecnico di Barcelona –EPSEB-UPC, di ‘Università Senza Frontiere’, dell’Università di ‘La Salle’ di Barcelona, di studi professionali e scuole tecniche di bio-architettura (ad esempio costruzione di mattoni con soli materiali ecologici).
Il programma ha permesso di analizzare tematiche e tecniche low cost per affrontare soluzioni progettuali in contesti estremi. Si è approfondito il concetto di limite, le tecniche low tech (tecnologie semplici) la gestione dei processi partecipativi e di cooperazione. Grande la risposta a più livelli, sia di docenti che di studenti, che esprimeva l’esigenza di mantenersi in rete, rimettendo in discussione in questi tempi di forti cambiamenti della società, quelle che sono le certezze della disciplina. Cosa ti porti nello zaino e dove andiamo adesso? Sono le due domande a cui i partecipanti hanno risposto in lavori di gruppo: «L’architettura deve essere per la gente e costruita insieme alla gente in modo condiviso: è un cambiamento culturale». «Mi porto via un senso etico profondo: non sto costruendo scuole, ma educazione; non un centro di salute, ma sanità». E ancora: «Sostituire la parola: ‘lavorare’ per i paesi in via di sviluppo, con ‘andiamo a condividere’». Ciascuno è partito con un carico di esperienze, di valori, di sogni. Si sono evidenziati e disegnati alcuni scenari possibili per interventi in alcuni progetti di Cooperazione Internazionale da concretizzarsi nel 2015, in collaborazione con l’Ong Azione per un Mondo Unito (AMU). Si pensa ad Haiti, Madagascar, Filippine. Il prossimo appuntamento di Dialoghi in Architettura, promotore dell’evento spagnolo, è il workshop interdisciplinare nazionale «I ‘Varchi’», una settimana per musicisti, architetti, cineasti, letterati, in Italia, a Montefalcone Appennino, dal 27 luglio al 2 agosto.
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29 Mag 2014 | Centro internazionale, Chiesa, Focolari nel Mondo, Spiritualità
A conclusione del viaggio di papa Francesco in Terra Santa, riportiamo uno scritto di Igino Giordani che svela la grande trepidazione e attesa per quelle giornate davvero storiche di cinquant’anni fa. Il nostro autore inserisce il pellegrinaggio di Paolo VI nella cornice più ampia dell’evento conciliare che proprio in quei giorni concludeva la seconda sessione dei suoi lavori. È straordinaria l’attualità di vedute e di spunti di riflessione, così consonanti all’oggi della Chiesa: «Giovanni XXIII ha immesso uno spirito di giovinezza nella convivenza ecclesiale, e Paolo VI riassume giovanilmente tutti gli apporti più spiritualmente innovatori, avviando con potenza il Concilio verso conclusioni vitali, per cattolici e non cattolici, per bianchi e colorati, per battezzati, ebrei, pagani d’ogni paese e casta. La sua geniale iniziativa di recarsi in Terra Santa significa lo spirito con cui egli attende a lanciare un ponte sul mondo. In Palestina, a Betlemme, a Nazareth, a Gerusalemme, il Papa torna alle origini: là dove Gesù predicò la verità semplice, intera, il grande comandamento nuovo, instituì i sacramenti e diede la sua vita per ridare a noi la vita. Là, in quella origine della religione, non ci sono contrasti tra cristiani: essi sono venuti dopo. Al Cenacolo, attorno a Pietro e Maria, i fedeli formavano un cuore solo e un’anima sola: essi ascoltavano il testamento detto da Gesù sotto quelle volte, perché fossero “tutti uno”. E in un certo senso, non ci sono contrasti neppure tra cristiani, ebrei e musulmani, che per tutt’e tre quei luoghi sono sacri.
Paolo VI va a pregare, in chiese e presso monumenti, dei quali gli uomini han fatto centri di discordia, ricavando da ricordi di pace e perdono notizie di conflitti armati e di odi fratricidi. E invece il Santo Padre va a chiedere ispirazioni per ridestare forze di rinnovamento e di unione, dal Cenacolo, dove Gesù proclamò la legge dell’unità e dove lo Spirito Santo animò la prima Chiesa, e con la unione, frutto del rinnovamento degli spiriti, la pace, rievocata agli occhi del mondo dall’Enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII. “Vedremo quel suolo benedetto, da cui Pietro partì e dove non ritornò più un suo successore – scrive Paolo VI –: noi umilmente e brevissimamente vi ritorneremo in segno di preghiera, di penitenza e di rinnovamento spirituale per offrire a Cristo la sua Chiesa, per chiamare ad essa unica e santa i fratelli separati, per implorare la divina misericordia in favore della pace fra gli uomini, la quale ancora in questi giorni appare quanto sia debole e tremante, per supplicare Cristo Signore per la salvezza di tutta l’umanità”. E dunque gli scopi del pellegrinaggio sono gli scopi del Concilio, che in persona del Papa trasmigra in Palestina: rinnovamento, unità, pace…. Il suo pellegrinaggio, di preghiera e di penitenza, e cioè tutto per soli motivi religiosi, segnala la volontà della Chiesa dei poveri di rimettersi sul fondamento delle virtù evangeliche, condizionate dall’umiltà, quell’umiltà che nella casetta di Nazareth trovò la più pura espressione e la più commossa esaltazione nel “Magnificat dell’Ancilla Domini”. Da quel fondamento fiorì la carità: Cristo, che dà amore e vuole amore: “Mi ami tu più di questi?…”. Questo amore più grande di Pietro, spiega l’atto di umiltà onde Paolo VI ha chiesto perdono ai fratelli separati se colpe da parte cattolica ci sono state, nel discorso agli osservatori del Concilio. Tornare alle origini (…) è riprendere forza: rinascere». (altro…)
18 Mag 2014 | Centro internazionale, Cultura, Focolari nel Mondo, Spiritualità
Igino Giordani «anticipava davvero di almeno un quarto di secolo certi aspetti del processo comunitario messo in cammino dopo la seconda guerra mondiale: vedeva la reale interdipendenza delle economie degli stati europei, vincitori e vinti, e il comune rischio di ridursi, come debitori degli USA, “a protettorato d’America (USA Dominion)”. Scorgeva un crescente moto di solidarietà sociale e di europeizzazione della cultura sollecitato proprio dalle sanguinose esperienze di guerra. Per allontanarsi dall’“orlo del suicidio collettivo” e salvarsi da una nuova “imminente carneficina”, e per evitare la “decadenza” – di cui “si avvantaggeranno razze (gialle e nere) da noi stessi eccitate e continenti da noi stessi vivificati” – egli indicava ai popoli del vecchio continente un dovere storico ineludibile: il superamento dei nazionalismi in una Federazione degli Stati Uniti d’Europa. Riteneva però condizione assolutamente necessaria il passaggio di tutti gli stati alla democrazia; così anche lo vedeva un traguardo che le “diplomazie non sanno ottenere”. Perciò invocava una “forza spirituale” che potesse fungere da “elemento di unificazione” […]». «La chiara distinzione – ma non separazione – tra religione e politica era già allora un punto fermo della sua concezione sulla laicità dello Stato. Nel pieno rispetto di tale distinzione egli esponeva la sua “utopia” europeistica con basi spirituali, “utopia” che si pone oggi in una linea molto meno irreale, finendo con l’apparire – se ben dimensionata – come una vera intuizione. Lo storico non può esagerare e parlare di profetismi; però non può ignorare le già dette premonizioni di Giordani di quel 1925 su rischi, prospettive e problemi della prossima Europa; né può sottovalutare la sua certezza di una funzione europea del cristianesimo e, specialmente, del ruolo unificante dei valori morali e culturali, quali fattori indispensabili, affinché, al di sotto delle cointeressenze economiche e delle necessarie forme istituzionali, si raggiungesse un’armonia di sostanza tra le diverse identità dei popoli per la nascita di una “coscienza” europea». Tommaso Sorgi, Igino Giordani. Storia dell’uomo che divenne Foco, Città Nuova Ed., Roma 2014, pp. 109,111. (altro…)
7 Mag 2014 | Centro internazionale, Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Quali possono essere 10 buone ragioni per essere architetti oggi? Di quale ‘abitare’ dobbiamo farci carico in relazione alle nuove necessità, alle aspettative e anche ai sogni che sono propri di chi vive questo tempo? Come progettare spazi che contribuiscano al benessere dell’uomo? Ecco alcuni degli interrogativi lanciati da “Dialoghi in Architettura” (D.A.) in uno dei numerosi workshop nell’ambito del VII World Urban Forum promosso da UN Habitat – agenzia delle Nazioni Unite – dal titolo “Equità urbana nello sviluppo. Città per la vita”. Il Forum mondiale, si è svolto a Medellin dal 3 al 11 aprile, con la partecipazione di 20.000 persone provenienti da tutto il mondo. 600 le attività parallele: seminari, workshop, conferenze e mostre. Un interessante spazio per interrogarsi e riflettere sulla crescente diseguaglianza che investe i centri urbani del pianeta.
“Dialoghi in architettura” si propone come luogo di approfondimento culturale e stimolo civile e professionale per immaginare, progettare, costruire, spazi di comunione e di reciprocità nella città contemporanea. Il workshop promosso da D.A., si è tenuto il 10 aprile in una delle 16 Biblioteche urbane di Medellin, ha messo il focus su alcune esperienze sul territorio, come quella portata avanti nel Barrio de La Merced di Bogotà. Laura Sanabria, dell’Osservatorio Urbano dell’Università di La Salle, insieme all’architetto Mario Tancredi, hanno illustrato come operano – in collaborazione con altri colleghi – cercando di intessere rapporti tra le istituzioni pubbliche e le persone del posto; e della creazione di un Consultorio Mobile al servizio dei bisogni della comunità. Hanno evidenziato – come una delle caratteristiche che è alla base di “Dialoghi in Architettura” – l’importanza del valore della fraternità come “motore” di architetture a servizio dell’uomo.

Al Barrio de La Merced
Come dialogare e operare in particolare nei contesti delle metropoli latinoamericane come Bogotà e Medellin? Alcuni giovani architetti colombiani di D. A. hanno organizzato, sempre nell’ambito del Forum, visite guidate Bogotà e a Medellin. “Al Barrio de La Merced – racconta Fernando Bedoya – entrare nelle storie, nella vita della gente, è stata una grande ‘aula di formazione’. Il contatto vivo con i bambini e con chi è alla guida del Centro Social Unidad, iniziato dal Movimento dei Focolari insieme alle persone del barrio, è stata la prima forte immersione tra le piaghe e le sfide di quella gente che con la forza dell’amore e della fiducia riesce, giorno dopo giorno, a conquistare i propri diritti e a vivere una vita degna”. E continua: “Al Barrio de ‘La Candelaria’ ci siamo immersi nel cuore storico e culturale della città che ha attirato artisti, scrittori e intellettuali, anche stranieri, che hanno riempito la zona di teatri, biblioteche e centri culturali. Abbiamo visitato alcune delle architetture di Rogelio Salmona, dove la costruzione dello spazio collettivo occupa il posto centrale. E infine la visita all’incantevole Museo dell’Oro ci ha trasportato alle radici della ricchissima civiltà precolombiana”. “I tempi di oggi ci chiedono una visione diversa dell’architettura – conclude Juliana Valencia –, la fragilità del contesto è il nostro punto d’azione per poterci mantenere in piedi nella crisi. La bellezza è adesso un tema relativo, guardare il mondo da una disciplina non funziona, per questo il nostro punto di partenza non può essere altro che l’uomo stesso, le sue necessità e il suo rapporto con lo spazio”. Prossimo appuntamento a giugno in Spagna: Barcelona ArquitecturaLimite (altro…)