9 Apr 2008 | Chiara Lubich
Il mio primo incontro con la morte è stato bello, grazie a Chiara Lubich. Avevo vent’anni e stavo partendo per le vacanze di Pasqua con la mia amica Maria Rita, che da Ferrara si era trasferita a Perugia, quando mi avvertirono che Maria Rita aveva avuto un incidente in motorino con sua sorella Annamaria, e che Annamaria era morta. Mi precipitai a Perugia in autostop, che in quegli anni era il mio principale mezzo di trasporto, e trovai Maria Rita ammaccata e confusa, ma sorridente. I suoi genitori, Paola e Piero, mi accolsero pieni di grazia: Annamaria aveva ventun anni, era la maggiore dei loro quattro figli e loro dovevano essere straziati, ma irradiavano una luce che non avevo mai visto prima, consolando e accogliendo la processione di amici e parenti che arrivavano a casa. Passai da loro una settimana incredibile, in uno stato di sovreccitazione spirituale ma anche di gioia. Con Maria Rita la sera salivamo all’ultimo piano a trovare i vicini di casa che avevano tre figli che ci piacevano: la loro madre ci rimpinzava di confetti di Sulmona mentre noi suonavamo la chitarra. La mattina invece mangiavamo torta pasqualina con uova e salame, poi andavamo in centro a guardare libri, palazzi, cantando Joan Armatrading. In quella casa si respirava qualcosa che non ho mai più riconosciuto in maniera così tangibile: la forza indistruttibile di una famiglia creata da due persone che avevano scelto di amare tutti. Paola e Piero, i genitori di Maria Rita, erano due Focolarini di Grosseto che si erano sposati e trasferiti a Ferrara perché Piero era ingegnere alla Montedison: non mi parlarono di Chiara Lubich, fondatrice del loro movimento, fino a vent’anni dopo, regalandomi un suo libro per il mio matrimonio, un libro che parlava di Dio con parole che capivo anch’io che mi ero allontanata dalla Chiesa da tanto tempo. Del resto tutti capiscono il linguaggio dell’amore, anche i non credenti, e infatti scoprii che nel movimento dei Focolari ci sono anche trentamila musulmani e centomila non credenti. Chiara Lubich e Madre Teresa di Calcutta sono state le due più grandi creatrici di fede dell’ultimo Novecento, anche se la Lubich, maestra trentina, non ha mai fatto proselitismo. Eppure il suo movimento, nato nel 1943 da un gruppo di amiche che si erano riunite per aiutare gli sfollati, oggi coinvolge due milioni di persone in tutto il mondo. Da quel che ne ho capito io, che sono una bestia, li unisce l’idea che chi si immedesima nella Madre ai piedi della Croce non può che provare sentimenti di cura, affetto e fratellanza per chi incontra sul suo cammino. Chiara Lubich, morta la settimana scorsa a 88 anni, qualche anno fa aveva chiesto e ottenuto da Giovanni Paolo II che sia sempre una donna a guidare i Focolarini, perché il «genio femminile» della sua opera non vada mai perduto.
8 Apr 2008 | Chiara Lubich
Nell’Ideale dell’Unità che Chiara Lubich visse e seppe proporre alla Chiesa e al mondo brilla la missione evangelizzatrice in tutta la sua meravigliosa bellezza e ricchezza. E’ la profonda convinzione che ho potuto farmi seguendo per oltre mezzo secolo, sia nella mia missione di Hong Kong che in vari altri servizi richiestimi, gli sviluppi della multiforme Opera che Dio ha suscitato per mezzo di questa donna straordinaria. (…) Sono passati quasi 60 anni da quando io ebbi la grazia di incontrare a Roma questa eccezionale esperienza. Da giovane sacerdote missionario (stavo allora studiando missionologia all’Università Urbaniana) fui subito colpito dal contagioso entusiasmo di quanti, nell’Ideale di Chiara, avevano trovato la piena realizzazione del loro impegno cristiano. Ricordo che sentii il bisogno di verificare con il rettore della comunità (P. Mario Parodi) la mia “scoperta”, comunicandola poco dopo con entusiasmo a vari giovani confratelli in occasione della Beatificazione del nostro Martire Alberico Crescitelli. (…) Passarono pochissimi anni e il Movimento giunse anche in Asia. Era iniziato nelle Filippine con un missionario Verbita tedesco, che aveva modellato la sua attività sull’impegno a vivere con la comunità la “Parola di Vita” secondo il modello dei Focolarini. E questi giunsero presto anche ad Hong Kong, con la benedizione del vescovo mons. Lorenzo Bianchi. Nei decenni seguenti, Chiara stessa accompagnò la crescita di quei germogli di nuova vita cristiana in Asia con diverse visite, sia nelle nel Centro Mariapoli di Tagaytay (Filippine), sia in Thailandia dove fu invitata a parlare in vari monasteri e in una università buddhista, sia in Giappone, dove il potente movimento buddhista Risso Kosei-kai chiese di potersi affiancare ai Focolarini per far crescere nel mondo la consapevolezza della fraternità universale, sia in India, dove importanti istituzioni induiste hanno avviato un proficuo “dialogo di vita” con il cristianesimo grazie alla testimonianza di Chiara. Ed è ancora più significativo che Chiara sia stata invitata a condividere il suo ideale cristiano in qualificati consessi mondo islamico, come anche fra gli ebrei perfino con persone di convinzioni non religiose, con un orizzonte a 360 gradi. Quel che è certo è che per Chiara non si trattava di “dialogo” semplicemente intellettuale che lascia ognuno nelle proprie convinzioni: per lei era sempre un’opportunità di testimoniare la potenza dell’amore di Gesù nella propria vita. Nella trasmissione televisiva del funerale di Chiara Lubich, si vide un monaco buddista che rendeva omaggio alla sua bara: egli voleva esprimeva la gratitudine di chi da Chiara aveva compreso (come disse) il mistero della Croce di Gesù come segno supremo di amore. E sono circa 30 mila i membri di religioni non cristiane che oggi non esitano a identificarsi con gli ideali umani ed etici proposti dall’Opera di Maria. La mia vocazione missionaria è stata rafforzata dall’esperienza dei Focolarini. E non sono pochi i miei confratelli , che oggi lavorano in Asia e in altri continenti, la cui vocazione è nata o è stata rafforzata dal loro contatto ed esempio. (…) Gli sviluppi dell’Opera di Maria (questo il nome ufficiale della sua opera) sono stati una delle espressioni più significative del soffio di rinnovamento portato nella Chiesa attraverso il Concilio Vaticano II. Penso sia di buon auspicio l’amore che Chiara ha sempre espresso per la Cina, a cui si riferiva come la “Terra Promessa”. Essa mi ha ripetuto più volte la sua convinzione che Dio ha dei grandi disegni sul popolo cinese. Possa ora la sua intercessione affrettare la realizzazione di questi disegni. Da MONDO E MISSIONE – maggio 2008
7 Apr 2008 | Chiara Lubich
La comune origine trentina era una buona base. Ma solo la fede cristiana e l’amore per il bene comune spiegano l’amicizia spirituale tra la fondatrice del Movimento dei Focolari Chiara Lubich e Alcide De Gasperi. L’incontro tra la giovane maestra trentina e il vecchio politico fu propiziato da Igino Giordani, giornalista, scrittore e parlamentare democristiano. De Gasperi è colpito dalla ragazza che, a soli 23 anni, nella Trento umiliata dalla guerra mondiale ha consacrato la vita alla causa dell’unità. In una lettera del 1953 Chiara Lubich scrive a De Gasperi: «So con quale cristiana simpatia segue il movimento spirituale che Gesù va suscitando e che è partito dalla sua e nostra Trento». Il loro rapporto è fatto di rari incontri, ma di sintonia e intimità spirituale. De Gasperi si confida nei momenti difficili. Nel bel mezzo di un passaggio rischioso del suo VI Governo, quando tre ministri del Psdi abbandonano l’esecutivo pur non togliendo la fiducia, le scrive: «Se non fossi tenuto a partecipare alla responsabilità di quella parte di storia che Provvidenza deferisce al libero arbitrio dell’uomo, me ne starei appartato e rassegnato, comunque, ai voleri di Dio. Ma per il cristiano che intende la politica come estrinsecazione della sua fede e soprattutto come opera di fraternità sociale e quindi di suprema responsabilità in confronto dei fratelli e del Padre comune, quest’angoscioso travaglio diventa un dovere inesorabile». Ma subito l’affetto per la giovane amica prende il sopravvento e l’anziano politico quasi si scusa per aver caricato le proprie difficoltà sulle sue spalle: «Non voglio turbare con questo travaglio mio l’ardore della vostra vita spirituale, che si eleva al di sopra di così tristi temporalità, ma spiegarvi il mio stato d’animo, e nel ringraziarvi del vostro augurio, dirvi quanto mi siano preziose e utili le preghiere di tanti fratelli e sorelle». Per Chiara Lubich l’incontro con lo statista è un segno importante: «Gesù ci ha fatti incontrare», scrive nel 1953, «e non fu certo a caso. Da quel giorno dividemmo spiritualmente con Lei le ansie, i dolori, gli affanni e, pur vedendola di rado, sentimmo in fondo al nostro animo la certezza che Gesù fra noi, uniti nel Suo Nome, Le era accanto e portava con Lei la grave responsabilità». Nell’estate del 1953, dopo la vicenda della “legge truffa”, il Parlamento nega la fiducia a De Gasperi, che va a trovare Chiara. Dopo la visita, la Lubich gli scrive: «Siamo ancor ripieni della gioia che ci ha dato la Sua visita e, com’è suo desiderio, Le mandiamo la canzoncina Ave Chiaropoli cantata nel giorno del mio onomastico. Che gioia averLa fra noi! Per noi, Patria e De Gasperi furono e sono pressoché sinonimi». Per l’unità dell’Italia e dell’Europa – Poi, esprimendo la speranza di un ritorno del leader alla guida del Governo, Chiara declinava il suo ideale religioso in chiave politica: «Ci senta vicini ogni attimo; faccia ogni calcolo di noi: chissà che il Signore non abbia stabilito che dall’unità di noi tutti in Cristo si possa sperare l’unità degli Italiani disgregati in tante idee e l’unità d’Europa». Lungi da nostalgie centriste, Chiara Lubich ha sempre creduto che i politici cattolici non possono fare della fede solo lo strumento di costruzione di consenso. Nel giugno 2000, a Castelgandolfo, in occasione del primo convegno mondiale del Movimento dell’unità per una politica di comunione, ricordando De Gasperi la Lubich disse: «A contatto con lui ci siamo resi conto di quanto può costruire un politico che ama la patria e quanto questo gli possa costare».
5 Apr 2008 | Chiara Lubich
L’amore e l’unità nella Chiesa e nel mondo è ciò che più univa Giovanni Paolo II e Chiara Lubich”. Così l’allora segretario personale di Papa Wojtyla Card. S. Dziwisz: Sono venuto al funerale di Chiara – così la chiamavamo tutti noi – per essere con tutto il Movimento dei Focolari, che è presente anche in Polonia. Il 18 marzo abbiamo ringraziato insieme per questa Opera nata dall’ispirazione dello Spirito Santo per costruire con amore l’unità nella Chiesa e nel mondo. Così è stato il carisma di Chiara e così è stato il carisma di Giovanni Paolo II. E’ questo che li univa. In questo spirito si sono incontrati, con lo sguardo fisso in Cristo: il Cristo del Cenacolo e il Cristo della croce, Cristo Abbandonato. Entrambi hanno affidato la Chiesa e il Movimento alla Madre Santissima – “Totus Tuus”. Che la generazione di GP II, nata nel periodo del suo pontificato e anche che la „generazione nuova” di Chiara vivano questo loro patrimonio comune, arricchendo tutta la Chiesa, e non solo la Chiesa, con la testimonianza dell’unità e dell’amore. Con questa anima sono venuto a funerali per partecipare a questa grande preghiera e ringraziamento. D. Adesso diversi media dicono che Chiara Lubich era la donna di maggiore influenza nella Chiesa. Come la vedeva Giovani Paolo II ? R. Il Santo Padre apprezzava il genio di questa donna. Lei lavorava nella Chiesa e infuocava il cuore con la carità. Il Santo Padre lo comprendeva bene, intuiva tutto questo ed era vicino a Chiara. Posso dire che la chiamava personalmente per ogni suo onomastico o s’incontrava con lei. Tante volte l’ha accolta in Vaticano e hanno parlato su diversi argomenti, prima di tutto sull’ecumenismo, sul dialogo con le religioni non cristiane. In tutti questi campi Chiara aiutava il Santo Padre con cuore attento e con la sensibilità del genio femminile a lei proprio. D’altra parte lui appoggiava il Movimento, è stato sempre vicino, in tutte le circostanze era con lei. D. Si ricorda una nota particolare di Chiara Lubich? D. Lei aveva a cuore l’unità anche tra i vescovi. La stessa cosa stava tanto a cuore al Santo Padre, che apprezzava tanto l’unità nell’amore a Cristo. Li univa prima di tutto la fede e l’amore a Cristo e alla Sua Madre. Chiara teneva tanto a questo rapporto con il Papa, e il Santo Padre è stato anche fedele a questa – si può dire – amicizia di due persone di Dio. Anche io cercavo di sostenere questo contatto, ci tenevo molto. Anche Chiara era contenta di questo dialogo fedele.
4 Apr 2008 | Chiara Lubich
di Giovanni Coppa, Cardinale – su L’Osservatore Romano del 4 aprile 2008 Hans Urs von Balthasar pubblicava nel 1950 uno studio su santa Teresa di Lisieux e, nel 1953, uno su Elisabetta della Trinità, riuniti in un volume nel 1970 col titolo Schwestern im Geist, tradotto quattro anni dopo in italiano dalla Jaca Book. Il grande teologo svizzero voleva raffrontare le due straordinarie personalità mistiche del Carmelo della fine del secolo XIX: “Ambedue – scriveva – cercano di obbedire perfettamente alla propria missione, ma ciascuna delle due deve lasciarsi completare dal messaggio dell’altra. Esse si additano a vicenda, formano le due emisfere, che, messe insieme, costituiscono il mondo spirituale del Carmelo nella sua globalità” (H.U. von Balthasar, Sorelle nello Spirito, Milano 1975 2, p.10). Quasi coetanee, Teresa era morta nel 1897 a ventiquattro anni, Elisabetta nel 1906, a ventisei.
Una profonda affinità spirituale
Un’affinità spirituale profonda unisce, ai tempi nostri, anche le figure di altre due grandi personalità della storia religiosa del secolo scorso, Madre Teresa di Calcutta e Chiara Lubich, anch’esse quasi coetanee: Gonxha Bojaxhiu, in religione Teresa per la devozione che aveva a santa Teresa di Gesù Bambino, nata nel 1910, morta a ottantasette anni nel 1997; Chiara Lubich, nata nel 1920, e, da poco meno di un mese, chiamata all’eternità, a ottantotto anni. Non si vuole certamente anticipare in alcun modo per quest’ultima il giudizio della Chiesa, ma credo che un loro raffronto spirituale possa essere di grande interesse. Anch’esse hanno corrisposto a fondo alla missione loro affidata dalla Volontà di Dio, come iniziatrici di un solco fondamentale di spiritualità e di azione nelle istituzioni, pur tanto diverse, da esse iniziate; e sono anch’esse complementari per il messaggio che trasmettono con tanta efficacia alla Chiesa del Terzo Millennio. Ed è l’amore a Gesù, assetato sulla Croce, abbandonato nella solitudine assoluta del Calvario per ricondurre gli uomini al Padre in un dono d’amore, incomprensibile fuori della logica di Dio. Nella Veglia pasquale scorsa, Papa Benedetto XVI ha dato un’interpretazione di singolare acutezza e profondità del passo di Ebrei, 13, 20: “Il Dio della pace ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore in virtù del sangue di un’alleanza eterna”. (… continua
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1 Apr 2008 | Chiara Lubich
«Una mistica dell’unità “tra cielo e terra”». Così Sergio Zavoli, mostro sacro del giornalismo italiano, parla al Riformista di Chiara Lubich, scomparsa ieri dopo una vita interamente dedicata al movimento dei Focolari da lei fondato prima del Concilio Vaticano II. Un movimento ecclesiale riconosciuto per la prima volta da Giovanni XXIII nel 1962: presente oggi in 87 nazioni, 780 comunità sparse in tutto il mondo, 140 mila membri attivi e oltre 4 milioni di aderenti. Un movimento segnato da tre concetti chiave: unità, pace e dialogo tra popoli e culture. Un movimento che, come ha ricordato ieri il Papa, ha avuto origine da una donna «la cui vita è stata segnata instancabilmente dal suo amore per Gesù abbandonato». Zavoli era amico personale della Lubich: «Per me – spiega – è stata la mistica dell’unità “tra cielo e terra”, cioè di quella trascendenza anche verso il basso, verso la “santa materia” di cui aveva parlato Teilhard de Chardin, il gesuita scienziato e teologo che, in quell’incontro, vedeva il “punto omega” della reciprocità tra Dio e l’uomo». Fu durante la seconda guerra mondiale che Silvia Lubich scelse – come spiegò lei stessa – “Dio amore”. Decise di cambiare il suo nome in Chiara, in onore della santa di Assisi. Allo sconquasso e alla divisione della guerra in atto si trovò a contrapporre, senza averlo preordinato con calcoli o progetti studiati a tavolino, la “spiritualità dell’unità”: Dio è amore e il suo amore deve innervare ogni ambito della società scardinando le divisioni. Tra questi ambiti, quello privilegiato del dialogo tra Chiese cristiane e tra religioni diverse. Una “spiritualità dell’unità” proposta anche al mondo dell’economia, con un’adesione internazionale di migliaia di aziende. Spiega Zavoli: «Non a caso Chiara, tra i mistici moderni, sarà ricordata come la punta più alta dell’ecumenismo, in sintonia con l’“ut unum sint” scelto da papa Wojtyla a simbolo del famoso “spirito di Assisi”, in base al quale può dirsi che da nessuna cattedra e pulpito, da nessuna panca e stuoino, una preghiera – se autentica – può pretendere di salire più in alto di tutte le altre». Spirito di unità, dunque, al centro del carisma della Lubich. Un carisma che Chiara si è misteriosamente “trovato addosso”. Era il 7 dicembre 1943 quando, sola in una cappella, fece a Dio la promessa di donarsi per sempre. Fu il giorno in cui cambiò nome. Fu la data che poi segnò l’inizio del suo movimento ecclesiale. I focolari, secondo Zavoli, «la metafora del vivere (non solo dell’esistere) insieme – cioè spirito e scopo esemplarmente rappresentati dalla famiglia – sono annuncio e ascolto, parola e traduzione, segno e senso dell’opera di Chiara, nella quale non a caso Madre Teresa di Calcutta vide una singolare reciprocità, seppure diversamente manifestata, rispetto alla sua stessa opera». Per Chiara, infatti, «si è trattato di rimettere insieme i frammenti dell’indivisibile, cioè l’uomo, e ricomporre le fratture del condivisibile, cioè la comunità». Chiara fu una donna profetica per il suo tempo. Visse in pieno Novecento. Fece sue le istanze più significative di quegli anni, cambiandole, innervandole di uno spirito diverso, cristiano. «Quando il pensiero di Chiara cominciò a precisarsi – conclude Zavoli – correvano tempi intrisi di ideologia. Si diceva, tra l’altro, che “il comunismo era la parte di dovere non compiuto dei cristiani”; qualcuno spinse l’azzardo fino ad assimilare la predicazione di Chiara, religiosa e laica, a un sentimento sommariamente e ingenuamente comunistico, su cui il bigottismo si esercitò a lungo. In realtà, il suo “teologo e amico” Piero Coda, presidente dei teologi italiani, cita spesso la frase di Chiara: “Dovete essere, tutti, l’uno la madre dell’altro”. Non era un’astrazione, un abbandono misticheggiante: era la sua religione “tra cielo e terra”. O viceversa».