19 Giu 2016 | Chiara Lubich, Spiritualità
Fin dagli inizi del Movimento, soprattutto per le circostanze dolorose della guerra, Chiara e le sue compagne furono molto attente ad amare i poveri della loro città, accogliendoli in casa, visitandoli, portando loro il necessario, soccorrendoli in tutti i modi. Per questo esercizio di amore, di carità verso il prossimo più bisognoso, più tardi compresero che il loro cuore non doveva soltanto rivolgersi ai poveri ma a tutti gli uomini indistintamente. (…) Sulle opere di misericordia Chiara ritorna in diverse lettere inviate, fin dai primi tempi, a quanti si avvicinavano al Movimento. Fra le tante riportiamo ciò che scrive alla sua amica Anna esortandola a vivere in ogni attimo della sua giornata l’opera di misericordia che Dio le pone dinnanzi e di farlo anche nei confronti di se stessa, di Gesù dentro di lei: “Ricorda che alla fine della vita ti saranno chieste le 7+7 opere di Misericordia. Se quelle hai fatto, tutto hai fatto. E vorrei tu vivessi con noi l’attimo presente e nel presente l’opera di Misericordia che Dio ti richiede. Studi? = Istruisci l’ignorante. Ti si interroga (da una compagna?) = consigli un dubbioso. Mangi o dai da mangiare? = sfami gli affamati. (…) ecc. Tutte le 14 opere di Misericordia sono tali da risolvere ogni tua azione. E ogni tua azione può essere rivolta al Gesù che deve vivere e crescere in te e nel tuo prossimo.” L’amore reciproco, il patto di misericordia e il perdono Il comandamento nuovo di Gesù : “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato…” (cf. Gv 13,34), – che evidenzia la specificità delle relazioni interpersonali dei cristiani e il fine ultimo della misericordia -, rappresenta un altro cardine della spiritualità di Chiara. È l’amore reciproco che, vissuto nell’atteggiamento di “amare per primi”, di donazione incondizionata, gratuita gli uni verso gli altri, ha caratterizzato la vita del primo focolare. Chiara stessa ne descrive la radicalità, parlando ad un gruppo di amici musulmani del “patto di misericordia”. (…) In altre circostanze Chiara ribadisce l’opportunità di questa pratica, sottolineando il valore del perdono, e definendolo un vero atto di libertà: “Perdonare. Perdonare sempre. Il perdono non è dimenticanza che spesso significa non voler guardare in faccia la realtà. Il perdono non è debolezza, e cioè non tener conto di un torto per paura del più forte che l’ha commesso. Il perdono non consiste nell’affermare senza importanza ciò che è grave , o bene ciò che è male. Il perdono non è indifferenza. Il perdono è un atto di volontà e di lucidità, quindi di libertà che consiste nell’accogliere il fratello così come è, nonostante il male che ci ha fatto, come Dio accoglie noi peccatori, nonostante i nostri difetti. Il perdono consiste nel non rispondere all’offesa con l’offesa, ma nel fare quanto Paolo dice: ‘Non lasciarti vincere dal male, ma vinci col bene il male’. Il perdono consiste nell’aprire a chi ti fa del torto la possibilità di un nuovo rapporto con te, la possibilità quindi per lui e per te di ricominciare la vita, di avere un avvenire in cui il male non abbia l’ultima parola. (…) Su questo atteggiamento da avere nei confronti di ogni fratello, Chiara ritorna specificando la necessità di ricominciare sempre: “Forse quel fratello, come tutti noi, ha commesso degli errori, ma Dio come lo vede? Qual è in realtà la sua condizione, la verità del suo stato? Se è a posto davanti a Dio, Dio non ricorda più nulla, ha tutto cancellato col suo sangue. E noi perché ricordare? Chi è nell’errore in quel momento? Io che giudico, o il fratello? Io. E allora devo mettermi a vedere le cose dall’occhio di Dio, nella verità, e trattare in modo conforme col fratello, perché, se per disavventura egli non si fosse ancora sistemato col Signore, il calore del mio amore, che è Cristo in me, lo porterebbe a compunzione come il sole riassorbe e cicatrizza tante piaghe. La carità si mantiene con la verità e la verità è misericordia pura, della quale dobbiamo essere rivestiti da capo a piedi per poterci dire cristiani. Il mio fratello torna? Io debbo vederlo nuovo come nulla fosse stato e ricominciare la vita insieme, nell’unità di Cristo, come la prima volta, perché nulla più è. Questa fiducia lo salvaguarderà da altre cadute e anch’io, se così avrò misurato con lui, potrò aver speranza di essere da Dio un giorno così giudicato”. Fonte: Centro Chiara Lubich Prima parte: La misericordia nella spiritualità di Chiara Lubich Testo integrale di Alba Sgariglia (altro…)
12 Giu 2016 | Chiara Lubich, Spiritualità
“Misericordiosi come il Padre” è il programma di vita proposto da papa Francesco per l’Anno Santo. “Nella misericordia, infatti – recita la Bolla di indizione -, abbiamo la prova di come Dio ama. Egli dà tutto se stesso, per sempre, gratuitamente, e senza nulla chiedere in cambio. Viene in nostro aiuto quando lo invochiamo. (…) E il suo aiuto consiste nel farci cogliere la sua presenza e la sua vicinanza” (MV 14). Ed è questo volto di Amore – Misericordia che svela in pienezza la Paternità di Dio. Dio è Amore: è la scintilla ispiratrice all’origine del carisma dell’unità di cui lo Spirito Santo nel nostro tempo ha fatto dono a Chiara Lubich. (…) Chiara scopre dunque non un Dio lontano, inaccessibile, estraneo alla sua vita, ma il volto paterno di Lui (…). Tutto ciò che accade quindi è visto come realizzazione del suo piano d’amore su ciascuno, come prova tangibile del suo sguardo vigile, della sua vicina presenza. “Persino i capelli del vostro capo sono tutti contati” (Mt 10,30). È un amore paterno che provvede a tutte le necessità, anche le più piccole, fino a colmare anche i vuoti lasciati dalle nostre imperfezioni, dalle nostre mancanze, dai nostri peccati. È il volto del Padre misericordioso che – mediante il Figlio incarnato – si manifesta, che svela in pienezza il suo amore di misericordia.
Episodi evangelici sulla misericordia Nei vari documenti magisteriali dedicati al tema della misericordia, si fa sempre riferimento a quei brani evangelici che meglio lo illustrano. Un esempio classico è la parabola del figliol prodigo (Lc 15,11-32). (…) Una volta Chiara si è trovata ad illustrare questa parabola ad un folto gruppo di giovani riuniti nel Duomo di Paderborn, in Germania. Era il 12 giugno 1999. Ecco le sue parole: “Il padre del figliol prodigo avrà avuto molto da fare: seguire la fattoria, i dipendenti, la famiglia; ma il suo principale atteggiamento era quello dell’attesa, dell’attesa del figlio partito. Saliva sulla torretta della sua casa e guardava lontano. Così è il Padre Celeste: immaginate, giovani, se potete, la sua divina, altissima e dinamica vita trinitaria, il suo impegno nel sorreggere la creazione, nel dare il posto a chi sale in Paradiso. Eppure Egli fa soprattutto una cosa: attende. Chi? Noi, me, voi, specie se ci trovassimo lontani da Lui. Un bel giorno quel figlio, che il padre terreno tanto amava, scialacquata ogni cosa, torna. Il padre lo abbraccia, lo ricopre di una veste preziosa, gli infila l’anello nel dito, fa preparare il vitello grasso per la festa. Cosa dobbiamo pensare? Che egli desidera vedere il suo figlio tutto nuovo, non vuole più ricordarlo come era prima. E non solo lo vuole perdonare, ma arriva persino a dimenticare il suo passato. Questo è il suo amore per lui, nella parabola. Così è l’ amore del Padre per noi nella vita: ci perdona e dimentica”. Fonte: Centro Chiara Lubich Testo integrale di Alba Sgariglia (altro…)
10 Giu 2016 | Chiara Lubich, Focolari nel Mondo
Il 4 giugno a Viterbo, capoluogo della Tuscia, è stato dedicato a Chiara Lubich, il Giardino di “Porta della Verità”, per sottolineare l’accoglienza da parte della città del suo messaggio di unità tra i popoli: «un messaggio di interculturalità vissuta come ricchezza nella diversità e rispetto reciproco», come si legge su uno dei quotidiani locali, che hanno dedicato ampio spazio alla notizia. Il giardino di “Porta della Verità” è un piccolo spazio di verde appena dentro le mura del centro storico della città di Viterbo. Il 4 giugno erano presenti molti ragazzi delle scuole e alcuni personaggi del corteo storico, oltre alle autorità cittadine. Presenti il sindaco Leonardo Michelini e il vescovo Lino Fumagalli. Il progetto, promosso dal Comune nel 2014, ideato e concretizzato dalle Acli in collaborazione con l’Istituto Comprensivo “L. Fantappiè”, prevedeva l’istallazione del Dado Solidale. «L’idea di questo progetto è nata da un viaggio a Trieste dove abbiamo visto per la prima volta il Dado Solidale», spiega il presidente delle Acli di Viterbo, Renzo Salvatori. «Volevamo averlo anche nella nostra città perché è un esempio concreto di solidarietà. La realizzazione della nostra iniziativa è stata possibile grazie alla stretta collaborazione di tutti i settori dell’amministrazione comunale. Un grazie particolare va ai ragazzi dell’Istituto Fantappiè, sono loro le frasi impresse sulle facce del dado, e all’ex assessore Fabrizio Ferzini perché questo progetto è iniziato quando lui era in carica e Viterbo aderì all’Associazione Città per la Fraternità’’.
«Il tema della solidarietà non è solo religioso – sottolinea il vescovo Lino Fumagalli – ma riguarda la vita di tutti noi connotando la persona umana nei suoi rapporti sociali. Sulla quantità delle opere solidali si può misurare il grado di crescita di una società. Bisogna dare vita ad una cultura condivisa per ottenere un mondo migliore e quando ciò accade la gioia degli altri diventa anche la nostra gioia. Le frasi che si possono leggere sulle facce del dado, se concretizzate ogni giorno, scaldano il cuore. Ricordate, ragazzi, che la diversità è ricchezza». Gli studenti raccontano le loro esperienze quotidiane di solidarietà spiegando, inoltre, cosa li abbia guidati nell’elaborazione delle sei frasi scelte per il Dado Solidale (attraverso un concorso interno alla scuola in cui sono state valutate le oltre 120 frasi presentate). «Il Dado Solidale è un progetto che dà senso al lavoro della scuola che inizia all’interno delle classi e continua anche dopo il suono della campanella – aggiunge il dirigente scolastico dell’Istituto Fantappiè Alessandro Ernestini -. Bisogna riconoscere che la scuola è un elemento importante per la comunità, capace di lavorare sul territorio insieme alle varie associazioni, come le Acli, e agli organi amministrativi». «Questa giornata è un momento che entra nella storia della città – conclude il sindaco Leonardo Michelini -. Il progetto all’inizio, a dire la verità, non sembrava molto realizzabile, forse perché troppo legato in apparenza alla sfera religiosa, ma i messaggi che il Dado Solidale trasmette sono laici e dal valore universale». Fonte: ViterboPost https://youtu.be/GMLBOasn3As (altro…)
9 Giu 2016 | Chiara Lubich, Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità
La spaziosa aula “Centro Trasferimento della conoscenza” dell’Università Cattolica di Lublino Giovanni Paolo II, ha accolto il congresso Conflicts, Dialogue and Culture of Unity (3-4 giugno 2016). Si è svolto all’insegna della “trasmissione” di conoscenze attraverso il dialogo accademico tra i 180 partecipanti, professori e studiosi di diverse discipline dell’area delle scienze sociali, con 95 contributi. Una interazione fatta anche di domande e di sollecitazioni nel condividere lo sforzo di una ricerca. Un dono fra specializzazioni, ma anche fra generazioni e aree geografiche dell’Europa nell’apertura alle sfide del mondo. Il convegno, aperto dalla relazione di Jesús Morán, copresidente dei Focolari, dal titolo “La cultura dell’unità e alcune grandi sfide dell’umanità di oggi”, prendeva le mosse dal 20° anniversario della consegna a Chiara Lubich del Dottorato honoris causa in Scienze Sociali, da parte dell’Università Cattolica di Lublino nel giugno 1996. La Laudatio tenuta allora dal prof. Adam Biela ne precisava la motivazione: il carisma dell’unità «è un’attualizzazione concreta e pratica di una nuova visione delle strutture sociali, economiche, politiche, di educazione, dei rapporti religiosi, che consiglia, raccomanda, suggerisce, educa e promuove l’unità» fra le persone. E coglieva, nell’ispirazione rivoluzionaria di Chiara Lubich, manifestata a partire dagli anni ’40, gli elementi di un nuovo paradigma delle scienze sociali, tanto da coniare l’inedito concetto di paradigma dell’unità. Quello a Lublino, 20 anni dopo, è «un convegno complesso e interessante», secondo il prof. Italo Fiorin, Presidente del corso di laurea in Scienze della Formazione, Università Lumsa, Roma. «Anzitutto per il tema, costruito su tre parole collegate. Conflitto: con la riflessione sulla situazione del mondo, non catastrofica ma problematica, stimolando la responsabilità. Dialogo: via per condurre e tradurre il conflitto in qualcosa di nuovo, con un’azione positiva. Unità: risultato di un dialogo, che non è il manifestarsi di un pensiero unico, ma la conquista di una maggiore consapevolezza della propria identità». «Da 200-300 anni il sapere si è diviso in tanti campi», afferma la neuro scienziata Catherine Belzung, Università di Tours, Francia. «Ma l’attuale frammentazione non permette di fare progressi. È arrivato il tempo del dialogo anche interdisciplinare e qui si è visto che è possibile, desiderato ed efficace. Nel mio campo ci sono già delle scoperte che mostrano che il progresso è possibile solo amplificando il sapere attraverso il dialogo interdisciplinare. Il pensiero di Chiara Lubich mi sembra il paradigma da avere davanti quando mi interesso della ricerca interdisciplinare perché “paradigma trinitario”: ogni disciplina rimane distinta, ma deve avere dentro di sé le conoscenze delle altre discipline per essere a sua volta trasformata e in questo modo continuare il dialogo. Penso che il modello di unità e distinzione, proposto già nel campo spirituale, possa essere trasferito al campo del dialogo interdisciplinare molto facilmente». Conferma il prof. Marek Rembierz, pedagogo dell’Università di Silesia, Katowice, Polonia: «Mi è risultato molto interessante pensare in una dimensione interdisciplinare. E ciò ha richiesto un cambiamento di mentalità notevole: modificare il linguaggio della scienza, della cultura, con il linguaggio del cuore. È stato fonte di ispirazione per i partecipanti e può esserlo per la vita sociale delle persone». Gianvittorio Caprara, ordinario di Psicologia e neuroscienze sociali, Università la Sapienza, Roma: «Chiara Lubich ha avuto delle intuizioni particolarmente felici e feconde. Feconde perché hanno ispirato un lavoro, un movimento; ora ispirano questo congresso e progetti di ricerca. È una riflessione che continua e che diventa ispirazione. Una scoperta particolare per me è stata la pregnanza della categoria della fratellanza, proprio in una società come la nostra, il cui grave rischio è quello di non avere più fratelli. Incoraggio i Focolari ad insistere di più ancora sulla ricerca sistematica della conoscenza perché l’azione diventi più trasformativa ed efficace». «Riguardo la fraternità – riprende Fiorin – il prof. Stefano Zamagni operava nel suo intervento una lettura molto affascinante sull’Economia di Comunione e la riferiva pure alla politica. Ritengo che tale lettura sia trasferibile anche all’educazione per ispirare il legame educativo e didattico e condurre a delle soluzioni didattiche importanti. È un terreno che merita approfondimento e al quale intendo dedicare la mia attenzione». La conclusione del congresso è affidata al prof. Biela, a Daniela Ropelato vicepreside dello IUS e a Renata Simon del Centro internazionale dei Focolari. Per dare continuità al dialogo interdisciplinare, che ha permeato il convegno, un’indicazione forte viene dal pensiero riportato di Chiara Lubich: «Per accogliere in sé il Tutto bisogna esser il nulla come Gesù Abbandonato (…). Bisogna mettersi di fronte a tutti in posizione di imparare, ché si ha da imparare realmente. E solo il nulla raccoglie tutto in sé e stringe a sé ogni cosa in unità». Un incoraggiamento raccolto a cooperare con competenza, sapienza e capacità dialogica anche e proprio sul piano accademico. (altro…)
5 Giu 2016 | Chiara Lubich, Focolari nel Mondo, Spiritualità

Giorgio Marchetti (a destra) con Gino Bonadimani e Aldo Stedile. Foto © CSC Audiovisivi
Mentre studia medicina nella sua città natale (Padova), Giorgio conosce una studentessa trentina sbarcata nel suo stesso ateneo. È una delle prime giovani che con Chiara Lubich hanno dato inizio all’avventura del Focolare. Giorgio è un dirigente diocesano dell’Azione Cattolica, ma non ha reticenza a confidarle la sua continua ricerca e i suoi dubbi sul piano della fede e della dottrina. Un giorno, mentre con un’amica gli parla del Vangelo, Giorgio obietta loro che quelle cose lui le sa già. “Va bene – rilanciano –, ma lei queste cose le fa?”. Giorgio rimane spiazzato. Da allora, racconta egli stesso, la sua ricerca passa “dai libri alla vita”. E dopo una giornata trascorsa sempre pensando “agli altri e mai a me”, sperimenta “una grande gioia”. Decide di recarsi a Trento per conoscere, oltre alle prime anche i primi focolarini e viene a sapere che Gino Bonadimani, pure lui padovano e studente presso la sua stessa facoltà, si sta preparando per diventare focolarino. 
(da sinistra) Valeria Ronchetti, Chiara Lubich e Giorgio Marchetti. Foto © CSC Audiovisivi
Una chiamata questa che fa breccia pure nel cuore di Giorgio, anche se continua a nutrire dubbi sull’esistenza di Dio. Nell’estate ‘52, durante una delle prime Mariapoli sulle Dolomiti, apre il suo animo a Chiara. E lei, Vangelo alla mano, gli legge ciò che Gesù dice a Marta nel racconto della risurrezione di Lazzaro: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me anche se è morto vivrà. Credi tu questo?” (Gio 11,25-26). «Ecco – gli dice Chiara –, prendi per te questa Parola di Vita: “Credi tu questo?”». E gli suggerisce che se i dubbi fossero tornati, lui avrebbe dovuto ripetere, come Marta: “Sì, Signore, io credo”. In quel colloquio con Chiara, per Giorgio tutto diventa chiaro, semplice. Con sorpresa scopre di avere la fede. E così sarà poi chiamato: Fede. Appena laureato – col massimo dei voti e la lode – Fede entra a far parte del focolare di Trento. Inizia col fare il dentista, attività che continua anche quando si trasferisce a Roma. La chiamata al servizio militare lo porta a Firenze, dove chiede di poter saltare la colazione per andare alla Messa. Dopo alcuni mesi, sono vari i colleghi che partecipano alla Messa ogni mattina. Sebbene in servizio militare, segue la comunità che si sta formando in Toscana. Lo stesso fa quando viene trasferito a Trapani. Oltre a fare il militare ed il responsabile del Movimento, inizia a studiare Filosofia. Nel 1961 giunge a Recife (Brasile). Dalla finestra del focolare si vede una distesa di mocambos, baracche molto povere fatte di legno, lamiera, cartone. «Avrei desiderato andare a vivere con quella gente – confiderà in seguito – a fare qualcosa per loro, magari come medico», invece si trova a mettere le basi per il nascente Movimento dal quale, nei decenni futuri, sarebbero sorte, in Brasile e nel mondo, innumerevoli opere sociali. Nell’aprile ‘64, a Recife, viene ordinato sacerdote. Nel Natale dello stesso anno Chiara lo chiama alla costruzione della cittadella di Loppiano, nei pressi di Firenze. Per Fede, e per la ventina di giovani giunti lì da ogni parte del mondo a prepararsi per la vita di focolare, è un tempo carico «d’imprevisti, progressi, contrattempi, ma anche di risate, di grande allegria; e poi di sapienza, preghiera, contemplazione».
Già responsabile della Sezione dei focolarini dal 1957, lo sarà anche più tardi fino al 2000. Un compito che svolge con grande dedizione, facendo crescere come cristiani e come uomini, generazioni di giovani. Egli ha una particolare attenzione anche per i focolarini coniugati, nella specificità della loro vocazione. Sebbene fortemente impegnato per gli altri, Fede non smette di approfondire, nella sua spiccata attitudine di studioso, diverse discipline. Dal ‘95 fa parte della “Scuola Abbà”, il Centro studi interdisciplinare del Movimento, dando il suo apporto di teologo esperto di etica, ma anche di filosofo e psicologo. Negli ultimi anni, con le difficoltà di salute, comincia quello che Fede ama definire «uno dei periodi più belli della mia vita, tanto che spesso mi trovo a ripetere a Gesù: Non sapevo che la vecchiaia potesse essere un’avventura così bella!», caratterizzata da un «rapporto con Gesù sempre più intimo e profondo». A chi gli chiede come si sente, risponde: «fisicamente male ma spiritualmente benissimo!». Fede lascia in eredità la sua fede inscalfibile in Dio e nel carisma dell’unità. In lui si può ben identificare la figura di un sapiente ed efficace costruttore di un’opera di Dio – il Movimento dei Focolari –, cui egli ha contribuito a sviluppare e a rendere attiva e visibile nella Chiesa e nel mondo. (altro…)
3 Giu 2016 | Centro internazionale, Chiara Lubich, Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità

Prof. Adam Biela
Adam Biela – allora preside della facoltà di Scienze Sociali dell’Università Cattolica di Lublino – è all’origine del conferimento del primo dottorato h.c. alla fondatrice dei Focolari Chiara Lubich (1920-2008). A quella di Lublino ne sarebbero seguiti infatti altri 15 in tutto il mondo e nelle più diverse discipline. Nella Laudatio il prof. Biela aveva parlato di “rivoluzione copernicana”, introducendo l’idea di un nuovo paradigma per le scienze sociali. A lui abbiamo chiesto le motivazioni che lo spinsero a promuovere il dottorato. «Nella mia Laudatio avevo spiegato le principali motivazioni del conferimento del Dottorato Honoris Causa in Scienze Sociali alla fondatrice del Movimento dei Focolari, Chiara Lubich, da parte dell’Università Cattolica di Lublino nel giugno 1996. Un filosofo americano della scienza, Thomas Kuhn (1962), vedeva la rivoluzione copernicana come quella che meglio in tutta la storia della scienza illustra la natura della rivoluzione scientifica. L’essenza del paradigma nella visione di Kuhn è un cambiamento di mentalità nella sua stessa natura. Copernico dovette cambiare il sistema geocentrico consolidato che funzionava non solo nella scienza della sua epoca, ma anche nella cultura, tradizione, percezione sociale, pure nella mentalità delle autorità religiose e politiche. E lo fece per una via ben preparata, empirica, metodologica e psicologica. In modo simile Chiara Lubich ha creato attraverso la sua attività sociale un’ispirazione rivoluzionaria per costruire un paradigma nelle scienze sociali. In una situazione estremamente difficile e rischiosa nel 1943 a Trento ha deciso non solo di scappare dall’emergenza della propria vita, ma insieme agli amici ha deciso di aiutare altre persone che erano in condizioni molto più difficili per sopravvivere. Ha deciso di affrontare il rischio dei bombardamenti della guerra per stare con bambini soli e anziani bisognosi di aiuto. Un tale tipo di esperienza ha fatto riscoprire la comunità in quanto modello di vita reale e ha permesso di realizzare e chiarire il carisma dell’unità. Comunque lo sviluppo di questo carisma dimostra che esso è un’attualizzazione concreta e pratica di una nuova visione delle strutture sociali, economiche, politiche, di educazione e dei rapporti religiosi, che consiglia, raccomanda, suggerisce, educa e promuove l’unità con altre persone. Nella mia laudatio ho usato il concetto di paradigma dell’unità per sottolineare l’attività sociale di Chiara Lubich e del Movimento dei Focolari nel costruire delle strutture psicosociali per l’unità in vari ambiti. Per esempio, nell’Economia di comunione, nella politica (Movimento Politico per l’Unità), nei mass media (giornalisti per l’unità – Net One ndr), nei rapporti ecumenici e interreligiosi (i centri per l’ecumenismo e per il dialogo interreligioso)». Il 3 e 4 giugno a Lublino, nell’Università oggi intitolata a Giovanni Paolo II, si svolge un congresso accademico dal titolo “Conflitto, dialogo e cultura dell’unità”. Quale il suo scopo? «L’Università Cattolica Giovanni Paolo II di Lublino nel giugno 1996 ha davvero trovato una via metodologica per esprimere la novità, l’originalità, il valore euristico e applicato del carisma dell’unità non solo nelle scienze sociali ma anche in altre discipline. Siamo veramente felici che il nostro messaggio sul valore metodologico del carisma dell’unità abbia trovato comprensione in così tanti centri accademici nel mondo che hanno conferito a Chiara Lubich delle lauree honoris causa. Il concetto del paradigma dell’unità è una grande ispirazione che inciterà le scienze sociali a costruire un proprio paradigma di ricerca con una forza e potenzialità mentale e metodologica da poter donare una nuova visione del mondo sociale. Pertanto il Congresso Conflicts, Dialogue and Culture of Unity analizzerà quanto la ricerca e la pratica ispirate dal paradigma dell’unità che è fondato sulla spiritualità dell’unità possono risolvere le questioni concettuali e applicate riguardanti la costruzione dell’integrazione sociale, economica e politica nell’Europa contemporanea e nel mondo». (altro…)