19 Gen 2003 | Dialogo Interreligioso
A distanza di un anno dalla grande Giornata per la pace di Assisi del 24 gennaio 2002, che ha visto riuniti con il Papa leaders delle più grandi religioni mondiali, sembrano prevalere i rumori di guerra alle voci di pace. Segnali di segno opposto ci vengono proprio dall’India, venuta alla cronaca in quest’ultimo anno in occidente solo per la recrudescenza di violenza proprio tra indù, cristiani e musulmani. I fatti: in occasione del viaggio di Chiara Lubich e dei suoi collaboratori iniziato a Mumbai (Bombay) il 4 gennaio, nel dialogo con istituzioni culturali e sociali indù, sono venute in luce non solo la tensione mistica che pervade la misteriosa cultura indiana, ma anche la fraternità universale iscritta nelle sue radici. 
L’evento che ha destato reciproca sorpresa per i molti elementi in comune è stato l’incontro con la Swadhyaya Family, un vasto movimento indù con oltre 8 milioni di aderenti, fondato da Shri Pandurang Shastri Athavale, conosciuto come Dada-ji (maestro, fratello maggiore). Insegna che Dio risiede in ogni essere umano e che il compimento dell’unità spirituale porterà con sé le soluzioni per i problemi mondiali. Il primo contatto era avvenuto proprio in occasione della Giornata per la pace di Assisi, a cui avevano preso la parola due sole donne: Didi Talwakar, figlia ed erede spirituale del fondatore della Swadhyaya Family e Chiara Lubich. Nel primo incontro, avvenuto a Rocca di Papa, comune la scoperta della straordinaria consonanza tra lo spirito della Swadhyaya Family e quello del Movimento dei Focolari. E ciò aveva fatto sperimentare una immediata e profonda fraternità. A Bombay si erano registrati altri due importanti incontri che hanno segnato un approfondimento del dialogo iniziato due anni fa, quando Chiara Lubich aveva fatto il suo primo viaggio in India: al Somaiya College, istituto a livello universitario con 25.000 studenti e oltre 30 facoltà e dipartimenti, una delle istituzioni indù maggiormente impegnate nel dialogo interreligioso; e, al Bharatiya Vidya Bhavan, centro culturale parauniversitario che conta un centinaio di sedi in India e quindici all’estero, nato per la riscoperta delle radici della cultura indù e per il suo sviluppo. Un organismo di cui fanno parte indù, musulmani, cristiani, zoroastriani e buddisti. Chiara era giunta in India il 4 gennaio. Il primo incontro lo aveva avuto con il cardinale Dias, arcivescovo di Bombay e con il suo predecessore card. Simon Pimenta, per iniziare il suo viaggio in piena comunione con la Chiesa locale. Il cardinal Dias l’aveva invitata anche a portare il suo carisma di unità a clero, seminaristi, religiosi e religiose della diocesi, che Chiara ha incontrato il 9 gennaio, e a intervenire, il 12 gennaio, al 3° Incontro dei movimenti ecclesiali che hanno intrapreso un cammino di comunione: erano in oltre 3500 persone, di 16 movimenti e associazioni. Chiara Lubich è appena rientrata dall’India, mentre i suoi collaboratori sono partiti per Coimbatore, nel Tamil Nadu, e proseguiranno poi per Delhi. Li attende un fitto programma di incontri col mondo indù e con le chiese locali. (altro…)
17 Gen 2003 | Dialogo Interreligioso
Il 18 gennaio, incontro al Centro di cultura indiana Bharatiya Vidya Bhavan. A Chiara era stato chiesto di comunicare la sua specifica vocazione: la scoperta dell’unità e della fraternità universale.
Il suo denso discorso si sofferma su uno degli aspetti dell’arte di amare scoperta nel Vangelo: “farsi uno, farsi l’altro” quale chiave per il dialogo: “Nel momento in cui ci incontriamo con l’altro, ad esempio, occorre porsi sullo stesso piano, come con un proprio partner, chiunque egli sia. E ciò richiede distacco da tutto, anche dalle ricchezze della propria religione. Nello stesso tempo bisogna fare il vuoto dentro di noi, per lasciar il fratello libero di dire il suo pensiero e per poter capirlo. Comportamento, questo, importantissimo e indispensabile, che ha due effetti: aiuta noi ad inculturarci nel mondo del fratello, a conoscerne il linguaggio, la cultura, la fede, ecc., e predispone poi il fratello all’ascolto.
Si passa, quindi, al “rispettoso annuncio” dove – per lealtà davanti a Dio e sincerità davanti al prossimo, sempre rispettando il pensiero dell’altro – diciamo quanto pensiamo e crediamo sull’argomento, senza imporre nulla, senza voler conquistare nessuno alle nostre idee”.
150 i partecipanti. “E’ l’inizio di un percorso che ci porterà lontano” – ha commentato il prof. Dave, presidente onorario dell’istituzione – “In quelle parole c’è qualcosa che ci avvicina alle radici stesse del pensiero, le radici stesse del nostro sanathana dharma, la religione universale”.
15 Gen 2003 | Dialogo Interreligioso
Il primo contatto tra la Swadhyaya Family e il Movimento dei Focolari era avvenuto proprio ad Assisi, alla giornata interreligiosa per la pace del 24 gennaio dello scorso anno.
Ed ora Bombay segna una nuova tappa. Il 16 gennaio, Didi Talvalkar, figlia ed erede spirituale del fondatore, davanti a 50.000 giovani radunati nello stadio di Thane, al nord di Mumbai, per la festa dello sport, ha così presentato la figura di Chiara Lubich: “L’ho incontrata al grande incontro interreligioso per la pace ad Assisi, nel gennaio 2002. Eravamo le uniche donne a parlare nel corso di quell’avvenimento. La considero come una madre e volevo che parlasse a voi tutti. Dobbiamo essere una sola famiglia umana: è questo il loro ideale e anche il nostro”.
Anche nel discorso di Chiara c’era il richiamo ad Assisi e all’attuale urgenza di suscitare ovunque “brani di fraternità”. Ha quindi incoraggiato a diffondere l’amore, quell’amore reciproco che genera la fratellanza, che unico è capace di “muovere anche i beni”, e contribuire a sanare “lo squilibrio tra ricchi e poveri”, “uno dei fattori, forse il più determinante, che genera vendetta, terrorismo”, e a far risplendere “l’arcobaleno della pace”. Questa fratellanza tra indù e cristiani già era una realtà, sperimentata proprio per le molte somiglianze tra i due movimenti.
In un successivo colloquio, Didi Talwakar e Chiara Lubich decidono di approfondire i rapporti tra i due rispettivi movimenti. “Ci sono troppe cose in comune tra di noi – ha detto la signora Didi – perché non ci rendiamo conto che Dio ha un progetto”. E Chiara Lubich, si diceva certa che qui ha agito lo Spirito Santo. Davvero – come scrive il Papa nella Novo Millennio Ineunte “lo Spirito di Dio, ‘che soffia dove vuole’ suscita nell’esperienza umana universale, nonostante le sue molteplici contraddizioni, segni della sua presenza”.
13 Gen 2003 | Dialogo Interreligioso
L’incontro al Somaiya College, il 14 gennaio, ha avviato la collaborazione coi Focolari per l’animazione spirituale dei 25.000 studenti in vista della fraternità universale.
Chiara Lubich aveva narrato la storia della sua avventura cristiana, annunciando la sua riscoperta di Dio Amore, senza nascondere alcunché del suo credo. Non aveva mancato di citare anche vari testi indù, mostrando i punti in comune che possono contribuire al grande disegno della fraternità universale.
Erano presenti 300 esponenti indù, dirigenti delle diverse facoltà. “La Bhagavad Gita – le sacre scritture indiane – dice che lo splendore di mille soli nel cielo è Dio” – ha commentato la prof. Kala Acharya, tra i dirigenti del Somaiya Institute. “Gli spirituali vedono Dio e noi vediamo Dio attraverso di loro”.
Si verifica quell’esperienza di dialogo di cui aveva parlato il Papa proprio in India: “Attraverso il dialogo facciamo in modo che Dio sia presente in mezzo a noi, perché mentre ci apriamo l’un l’altro nel dialogo, ci apriamo anche a Dio. E il frutto è l’unione fra gli uomini e l’unione degli uomini con Dio”.
3 Gen 2003 | Dialogo Interreligioso
Inaspettata, una gioia grande, per la lettura della nuova lettera apostolica del Papa “Novo Millennio Ineunte”, pubblicata proprio i primi giorni di quel mio primo viaggio in India. Quale centralità dell’amore e della spiritualità di comunione! E poi, proprio mentre mi stavo accostando al misterioso mondo dell’induismo, quale consonanza e conferma dalle sue pagine che incoraggiano il dialogo tra le religioni! “Il dialogo deve continuare.” – scrive il Papa – “Nella condizione di più spiccato pluralismo culturale e religioso, quale si va prospettando nella società del nuovo millennio, tale dialogo è importante anche per mettere un sicuro presupposto di pace e allontanare lo spettro funesto delle guerre di religione che hanno rigato di sangue tanti periodi nella storia dell’umanità. Il nome dell’unico Dio deve diventare sempre di più, qual è, un nome di pace e un imperativo di pace”. E’ quanto, con gioia, constato ora, settimana dopo settimana, dai fax che mi giungono dall’India dai responsabili del Movimento che mi tengono continuamente aggiornata sugli sviluppi del dialogo avviato nel gennaio scorso, quando mi ero recata in quella terra così misteriosa e affascinante. E’ un profondo cambiamento di mentalità che comincia a poco a poco a diffondersi. Un mondo chiuso da paure e sospetti, che avevano eretto alte barriere religiose da ambo le parti, si sta aprendo. Come aveva osservato la prof. Kala Acharya, indù, uno dei promotori dell’incontro al campus universitario del Baratiya Sanskriti Peetham di Mumbai (Bombay), a cui ero stata invitata: “Ognuno era cresciuto chiuso fra le proprie mura ad ammirare il proprio giardino, senza sapere che dall’altra parte di queste mura altissime, ci sono bellissimi giardini da contemplare. E’ l’ora di buttar giù queste mura e scoprire il giardino dell’altro”. Una rete di rapporti si sta stringendo fra cristiani e indù, nel segno della fraternità. Fervono iniziative e programmi. “Dobbiamo andare avanti”. E’ l’urgenza avvertita dalla signora Minoti Aram, presidente dello Shanti Ashram, che per prima mi aveva rivolto l’invito per recarmi in India. In marzo convoca nella sua cittadella, insieme alla figlia Vinu, anche l’incaricato dei giovani e il segretario della sua istituzione gandhiana. Nasce la proposta di avviare un dialogo a 4 livelli: a metà giugno con un gruppo di intellettuali; all’inizio di agosto con i giovani, in un grande incontro; in ottobre col gruppo delle donne che lavorano per l’Ashram a favore dei bambini dei villaggi più poveri ed ancora, all’inizio di dicembre, con personalità di varie religioni della città di Coimbatore, capoluogo del Tamil Nadu, nel Sud dell’India. Tema degli incontri: presentare la collaborazione tra i Focolari e lo Shanti Ashram come esempio di dialogo. Un seminario internazionale per il dialogo interreligioso fra Induismo e Cristianesimo al Somaiya College di Mumbai, nel febbraio scorso, è occasione per stabilire nuovi rapporti e rafforzare quelli iniziati con l’incontro di gennaio. In marzo, insieme alla dott. Kala Acharya, altre docenti fanno visita ad un centro dei Focolari di Mumbai. Si evidenzia ancora una volta la loro sensibilità alla vita interiore, e la consonanza con il nostro stile di vita. Si moltiplicano i viaggi dal nord al sud dell’India per incontrare giovani e adulti, famiglie aderenti al Movimento, per formarli al dialogo interreligioso, nello spirito del Concilio Vaticano, con i chiarimenti apportati dalla Dominus Iesus, di fronte alle attuali problematiche, e nella luce del carisma che anima la spiritualità dell’unità. I vescovi chiedono ai membri del nostro Movimento in India collaborazione nelle commissioni per il dialogo interreligioso nelle varie diocesi. Testimonianza e dialogo aperto all’ascolto Il Papa nella sua lettera apostolica invita alla “testimonianza piena della speranza che è in noi” e allo stesso tempo ad “andare al dialogo con le altre religioni ‘intimamente disposti all’ascolto’ ”, proprio perché ci troviamo “di fronte al mistero di grazia infinitamente ricco di dimensioni e di implicazioni per la vita e la storia dell’uomo” (NMI 56). Queste parole del Papa mi hanno sorpresa. Il mio desiderio, appena giunta in India, era infatti prima di tutto conoscere questa cultura millenaria, stando in silenzio, in ascolto, il più possibile. A poco a poco, questo mondo misterioso ci si è rivelato con un suo volto per noi occidentali non facilmente decifrabile, unitario nella sua ricchissima diversità. Si sente davvero che siamo di fronte ad uno scrigno di tesori spirituali, di tensione mistica di tutta la natura umana, tensione alla quale non è certamente estranea l’opera della Grazia. E questo scrigno si apre solo a chi vi si accosta con rispetto pieno d’amore e, soprattutto, con la convinzione che Dio ha tanto da dirci attraverso questa cultura millenaria, che nel difficile e tormentato mondo contemporaneo ha un suo contributo da dare, essenziale e vitale per tutti, una parola che mette in forte evidenza il primato della vita interiore. Mi chiedevo che cosa sarebbe potuto scaturire dall’incontro dell’India con il carisma dell’unità. Sin dai primi giorni intuivo che, portando a piena maturazione i semi del Verbo presenti in essa – lavoro immenso, ciclopico, che richiederà anni ed anni, forse secoli, potrebbe scaturire Gesù dal cuore stesso della realtà indiana. Ma in che modo? Essendo, da parte nostra, quella presenza di Maria, che è l’unica capace di offrire, di donare Gesù nella sua verità più profonda, ma facendolo nascere dal cuore stesso della realtà alla quale lo dona. E mi è risuonato col sapore di una sfida, quanto aveva scritto Igino Giordani nel 1960, al termine di un suo viaggio in India: “(…) se in Asia, e soprattutto in India, le religioni minuto per minuto si sfiorano e si confrontano, emergerà, col tempo, quella che più dà, e cioè, quella che più innalza l’uomo con energie divinizzanti”. Come dare quel tutto che possiamo qui in India? Con l’amore, un amore che va indirizzato alle singole persone, ma anche alla nazione stessa nella sua totalità. Maria portava e porta in cuore per ognuno e per ogni popolo un amore particolare, l’amore che è misericordia, quell’amore che vede nel prossimo nient’altro che le virtù, le buone opere, quell’amore che è “nulla di sé”, che sa aprirsi del tutto all’altro, per “entrare” nell’altro. E abbiamo sperimentato ancora una volta che questo amore suscita la reciprocità. Si colgono così quegli elementi comuni che si possono vivere insieme. Proprio in quei giorni mi aveva colpito la frase di un filosofo non credente che definisce l’amore “la capacità di scoprire somiglianze nel dissimile” (T.W. Adorno). Mi sono chiesta: “Il dialogo allora non è forse una delle più belle espressioni dell’amore?” L’annuncio gioioso della rivelazione di Dio Amore e i semi del Verbo presenti nell’Induismo Misteriosa, certo, questa religione. Ma, al di sopra dei molti dèi, abbiamo scoperto che vi è pure il senso molto forte dell’ “Uno”, dell’Assoluto. E sopra tutte le regole: la tolleranza, l’amore! Abbiamo scoperto una cosa meravigliosa: quanto sono evidenti in questa religione i semi del Verbo di cui parla il Concilio! Abbiamo sperimentato che, se li mettiamo in rilievo, diventano sempre più grandi, più maturi e gli stessi indù se ne “riinnamorano” e mettono in secondo piano altri aspetti della loro religione: si va diritto all’essenza che è l’amore. Parlando a leaders religiosi, a membri indù di istituzioni gandhiane e di enti culturali della nostra grande scoperta di Dio Amore, proprio nel tempo di odio e violenza del secondo conflitto mondiale, è stato spontaneo citare espressioni delle loro scritture e dei loro saggi: “Noi sottolineiamo che Dio è amore – ho detto loro – ma voi non dite forse: ‘Dio è il primo ad amarci, poiché fu Lui a dare a noi l’amore e in noi lo accresce quando lo cerchiamo’? E ancora, non dite voi: ‘Il Signore è per natura amore, Egli risiede nell’amore, la Sua suprema realtà’? Non conoscete anche voi quella frase di Tagore: ‘Da quando mi sono incontrato con il mio Signore, non è mai finito il nostro gioco d’amore’?”. Così quando ho parlato della luce che aveva illuminato le parole del Vangelo e ci aveva mostrato che amare Dio non è questione di sentimenti, ma occorre fare la sua volontà, ho aggiunto: “Non dite forse anche voi: ‘Fare la volontà del Signore è un atto più grande che non cantare le sue lodi’? ”. E quando ho parlato loro della scoperta dell’amore del prossimo, cuore del Vangelo, che ci chiedeva di amare gli altri come sé, ho portato ad esempio un detto di Gandhi: “Io e te siamo una cosa sola. Non posso ferirti senza fare del male a me stesso”. Poi, quando ho citato l’amore al nemico – così genuinamente evangelico – ho riportato quest’altro loro detto: “La scure taglia il legno di sandalo, mentre questo le fa dono della sua virtù, rendendola profumata”. Si vendica, insomma, con l’amore. Tutti questi sono semi del Verbo, qualche cosa di vivo, di vero! Gli indù sono rimasti impressionati da quelle frasi. Davvero – come ha scritto il Papa – questo “annuncio gioioso della rivelazione del Dio Amore è un dono per tutti”(cf NMI 56). Gli stessi indù, sia al termine dell’incontro a Coimbatore, sia dopo l’incontro al Bharatiya Sanskriti Peetham, il centro culturale dell’università di Vidyavihar di Mumbai, esprimevano la comune esigenza dell’amore e dell’unità. “E’ una necessità dell’ora presente. Stiamo passando attraverso una grande crisi nel mondo. Solo la pace e l’amore possono salvarci” diceva un docente universitario. E aggiungeva che avevo “riassunto il pensiero di questo Paese elaborato in tanti secoli”. “Nonostante che nella nostra religione sottolineiamo già questi valori” affermava un letterato di Mumbai, Partap H. Butani, della Bombay Natural History Society “c’è una differenza: non si tratta solo di parole, le dobbiamo vivere”. Ed un poeta, Kalyangi Sarla Curmil (giainista). “Se abbiamo capito qualcosa stasera, è di essere il profumo di questo fiore dell’amore”. Le vie misteriose della grazia salvifica Certo, sono a noi sconosciute le vie attraverso cui la grazia salvifica di Dio arriva ai singoli non cristiani (cf Ad Gentes 7). La teologia – come afferma la Dominus Iesus – sta cercando di approfondire questo argomento, ricerca che è incoraggiata perché “è senza dubbio utile alla crescita della comprensione dei disegni salvifici di Dio e delle vie della loro realizzazione”. Ma anche il “dialogo della vita” può gettare nuova luce e aprire nuovi sentieri nella conoscenza dei piani di Dio. M’è parso di avere la conferma che anche negli indù, se e in quanto amano, agisce lo Spirito santo. Mi ha colpito l’esperienza di una dottoressa indù che da tempo si impegna a vivere la spiritualità dell’unità: “Noi parliamo della reincarnazione; si crede necessaria per purificarci. Ma ho imparato che ogni volta che amo, muoio a me stessa per ‘vivere l’altro’ e amando sperimento la gioia. E’ quindi una continua morte e rinascita”. E’ lo Spirito di Verità che porterà alla pienezza della verità. La nostra esperienza di dialogo evidenzia quanto aveva detto il Papa proprio in India: “Attraverso il dialogo facciamo in modo che Dio sia presente in mezzo a noi, perché mentre ci apriamo l’un l’altro nel dialogo, ci apriamo anche a Dio. E il frutto è l’unione fra gli uomini e l’unione degli uomini con Dio”. Dagli indù la proposta di continuare il dialogo Dai nostri amici indù è nata la proposta di continuare il dialogo: “Dobbiamo continuare ad esplorare i nostri fondamenti spirituali; poi si potranno avviare azioni e progetti comuni”, aveva proposto la dott. Vinu Aram, dirigente dell’istituzione gandhiana Shanti Ashram. Un’ altra personalità indù sottolineava che tra nazioni non solo bisogna collaborare nel campo dello sviluppo industriale o dell’insegnamento, ma “anche nel campo della pace e della spiritualità”. “Hai piantato un seme – diceva – ora dobbiamo innaffiarlo e controllare che cresca”. Ma già alla cerimonia di Coimbatore, in cui avevano voluto assegnarmi il Premio “Difensore della Pace”, veniva da un’altra istituzione gandhiana, il Sarvodaya Movement, la richiesta di iniziare il dialogo con l’induismo così come l’avevo intrapreso da tempo con il buddismo. Non solo. La motivazione del premio riconosceva che i semi di pace e di amore gettati fra i popoli erano frutto degli insegnamenti di Gesù Cristo e mostravano quanto “il messaggio di Gesù Cristo rimane rilevante, fresco e benefico nel risolvere le questioni contemporanee”. Chiedevano il nostro contributo per affermare anche in India i valori spirituali, in un tempo in cui questo Paese deve affrontare “sfide nuove, problemi sociali accompagnati da tensioni e divisioni; deve misurarsi con uno sviluppo economico e tecnologico segnato spesso da una mentalità materialista e priva di valori morali”. Una comprensione nuova del messaggio cristiano Davvero “lo Spirito di Dio, ‘che soffia dove vuole’ suscita nell’esperienza umana universale, nonostante le sue molteplici contraddizioni, segni della sua presenza” (NMI 56). Ed è proprio nell’essere stati testimoni di questa azione misteriosa di Dio, che – come scrive il Papa – si giunge ad una comprensione più profonda del messaggio cristiano (cf NMI 56). Ho avuto una nuova conferma che il dialogo con le altre religioni apre sempre più la Chiesa cattolica a quell’altra se stessa che è fuori di lei! S. Tommaso ha affermato che la Chiesa non va commisurata soltanto sul numero dei cattolici, ma, siccome Gesù Cristo è morto per tutti gli uomini, va commisurata sul numero di tutti quelli per i quali Lui è morto, cioè sull’umanità intera. Quindi in certo modo la Chiesa è anche “fuori di sé”. Col dialogo si apre a quel “se stessa che è fuori di sé”. In India ho capito poi, come in nessun altro luogo, cos’è il Battesimo, la sua necessità per far gustare ai cuori e alle menti la libertà e la gioia che nascono dall’essere innestati in Cristo. Ho riscoperto la Messa, la straordinaria consolantissima possibilità di fare un dono proporzionato alla regale maestà del Padre: il suo Figlio immolato. Una nuova via al dialogo e all’evangelizzazione Mi è rimasta in cuore una immensa gratitudine a Dio. Il card. Tomko, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione, in una lettera indirizzata al Centro per il dialogo interreligioso del Movimento dei Focolari, scrive: “Conoscendo bene la realtà complessa dell’India, specialmente nell’ambito del dialogo interreligioso, ci sentiamo di unirci a Voi nel rendere grazie al Signore per questa via che lo Spirito Santo ha voluto aprire alla Chiesa”. Una via, inedita ma efficace, di evangelizzazione, che evita i compromessi e i sincretismi, come avevano affermato molti vescovi indiani, a cui, a Calcutta, avevo esposto la nostra esperienza di dialogo, durante l’Assemblea della Conferenza episcopale. Maria e il dialogo interreligioso Mi chiedevo come era avvenuto tutto questo. Mi avevano sorpreso le parole della prof.ssa Kala Acharya. Fin dal primo incontro, notava come Dio stava usando per il dialogo di quei giorni tre donne (lei, la signora Minoti Aram, presidente dello Shanti Ashram, ed io), e aggiungeva: “Perché la donna è madre e sa cos’è l’amore, come Maria. Penso che è Lei che sta lavorando, come quando per fare le collane di fiori occorre un filo che li lega tutti. Lei, Maria, sta legando tutti questi fiori”. Appena giunti in India, il 1° gennaio, festa della Madre di Dio, avevo chiesto all’Eterno Padre, durante la Messa, di scolpire in tutti noi, membri di un’Opera che è “di Maria”, la sua immagine. Forse la risposta sta qui: per il carisma che ci è stato dato, dono gratuito dello Spirito per questo nostro tempo, seguendo il cammino della spiritualità di comunione, così evidenziata dal Papa (cf NMI 43), partecipiamo in certo modo alla maternità di Maria, generando spiritualmente Gesù al mondo. Lui si fa presente in mezzo a noi, come ha promesso (Mt 18,20), per l’amore reciproco vissuto sino all’unità. E Lui è luce, gioia, amore! E si può in un certo senso “farlo vedere” (NMI 16). E Gesù è luce per ogni uomo su questa terra, anche per gli indù. Sì, perché Lui è in qualche modo “imparentato” anche con loro, perché ha dato il sangue per tutti gli uomini, che, quando lo “vedono” nei cristiani, pur inconsciamente, si sentono attirati… di qualsiasi religione essi siano. A viaggio concluso, assistendo agli sviluppi che si prospettano, mi si conferma una certezza: in questo tempo lo Spirito soffia forte ispirando nel Santo Padre parole e gesti profetici che spingono la Chiesa al largo, verso nuovi orizzonti e suscita l’irruzione di nuovi carismi per dare attuazione ai disegni di Dio. Si sta forse delineando il nuovo volto della Chiesa del terzo millennio: la Chiesa, comunione tra la dimensione petrina-istituzionale e la dimensione mariana carismatica, così viva nel cuore del Papa?
2 Nov 2002 | Dialogo Interreligioso, Spiritualità
“Qui non siamo solo amici, siamo sorelle e fratelli”. E’ voce comune a conclusione di un incontro che ha radunato più di 220 musulmani e circa 100 cristiani, provenienti da 24 nazioni attorno ad un punto sottolineato dalle due religioni: l’amore al prossimo. Profonda, nei musulmani e cristiani presenti, la consapevolezza che è proprio questa fraternità l’antidoto più efficace al terrorismo.
In questo clima gli interventi di rappresentanti delle due religioni, alternati alle testimonianze, hanno favorito un approfondimento della conoscenza reciproca dei vari aspetti dell’amore al prossimo, come approfonditi nella Spiritualità dell’Unità e nella Religione Musulmana.. All’incontro è intervenuto anche l’arcivescovo Michael Fitzgerald, attuale presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, che ha portato la sua esperienza in diversi paesi musulmani. La fraternità sperimentata al Convegno avrà un ulteriore rilancio: Chiara ha proposto di moltiplicare negli USA e ovunque nel mondo gli incontri per la fratellanza universale tra i fratelli delle due religioni. Ha annunciato anche un Simposio cristiano-musulmano.. L’Imam W.D. Mohammed, presidente della American Society of Muslims, ha inviato un messaggio al Convegno in cui tra l’altro scrive: “Il mio cuore si riempie di gioia nel vedere che questo mio desiderio di unità è portato avanti da questa delegazione di circa 80 persone esemplari, uomini e donne. Siamo una famiglia. L’amore del Focolare per l’umanità è radicato in Cristo e sia i cristiani che i musulmani ne traggono beneficio, beneficio che è accolto da molti, oltre che da noi”. Chiara Lubich gli ha risposto: “Ho sperimentato qui una profonda fraternità. E’ qualcosa di straordinariamente bello che non può essere che Opera di Dio. Egli ci ha fatto veramente una sola famiglia per i suoi piani”. La fraternità tra cristiani e musulmani, un’esperienza vitale. Alcune impressioni a caldo: Un professore della Giordania: “Per me c’è stato veramente un forte cambiamento nella natura dei rapporti tra cristiani e musulmani. Se il Concilio Vaticano II aveva riconosciuto negli anni ’60 che l’Islam è una grande religione abramica – e questa è stata una grande trasformazione – penso che oggi si stia facendo un grande passo in avanti, perché ciò che era scritto, sta diventando vita. Un Imam del Nord Africa: “Vedo che il carisma di Chiara rinnova la vita degli uomini di oggi, rinnova lo spirito del Popolo. Porta le persone ad amare veramente Dio e ad amarsi gli uni gli altri”. Erano presenti più di 80 afroamericani della American Society of Muslims dagli Stati Uniti: “Ci sentiamo veramente benedetti per essere parte di questa grande rivitalizzazione dello spirito umano. Dio ha promesso che ci avrebbe guidati fuori dalle tenebre. Chiara, insieme al nostro leader W.D. Mohammed, è fra coloro che portano la torcia nel buio, facendoci camminare nella pienezza della luce dell’amore e della grazia di Dio”.
Fraternità universale: antidoto al terrorismo
“Dopo l’11 settembre 2001, si è aggiunto un nuovo motivo per incontrarci, per amarci, per vivere insieme uniti nell’amore di Dio”, ha detto in apertura Chiara Lubich. “Perché prevalga il Bene – ha aggiunto – occorre uno sforzo comune per creare su tutto il pianeta quella fraternità universale in Dio, alla cui realizzazione l’umanità è chiamata. Fraternità che, sola, può essere l’anima, la molla per quella più giusta condivisione dei beni fra popoli e Stati, la cui mancanza costituisce la causa più profonda del terrorismo”. Chiara ha poi approfondito il tema di apertura del Convegno, “L’amore del prossimo”, nella Spiritualità dell’Unità, sottolineandolo con alcune citazioni del Vangelo, del Corano e degli Hadith. Sull’aspetto ascetico dell’amore al prossimo nell’Islam è intervenuto un Professore della Giordania: “Uno degli aspetti dottrinali più importanti nei quali trova fondamento l’amore al prossimo nell’Islam – dice – è lo stretto legame tra i Nomi di Dio e la vita del credente. La parola “perdono” con i suoi derivati è ripetuta nel Corano 234 volte. E’ la prova più grande di quanto il perdono sia importante nell’Islam. Al Ghafur, al Ghaffar (Colui che perdona molto) è tra “i Nomi più belli di Dio”. Così chi ama il prossimo deve saper perdonare molto. Mir Nawaz Khan Marwat, del Pakistan, vice segretario del Congresso Musulmano Mondiale, uno dei presidenti della Conferenza Mondiale delle Religioni per la Pace (WCRP) ha parlato su “Pace e fraternità”. “Oggi siamo qui riuniti – ha detto – contro tutte le ingiustizie, il terrorismo, la discriminazione e la violenza. Vogliamo predicare la fratellanza umana”. Tutti questi interventi però si basavano su un esperienza pratica, personale e quotidiana dell’amore al prossimo come ricordava una Dottoressa dell’Iran: “La concretezza non è altro che amare il prossimo, quello che ci sta accanto, poterci far nulla fino alla piena unità con chi abbiamo accanto a noi. Questo forse con le parole sembra facile: ma è la cosa più difficile che possiamo pensare. Tutti lo stiamo sperimentando, perché tutti abbiamo per volontà di Dio qualcuno accanto a noi: o nell’ufficio, o nel lavoro, o nella famiglia, o nella patria, qualcuno che ci è antipatico, o che ci fa del male, o che ci crea dolore, o che non è possibile sopportare. Allora proprio lì dobbiamo creare l’unità, perché lì sono i muri dentro di noi ed è lì che dobbiamo fare cadere questi muri per aprirci pienamente all’amore di Dio, a quell‘amore infinito che si presenta all’inizio di ogni sura”. (altro…)