12 Gen 2005 | Dialogo Interreligioso, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Una nuova pagina di fraternità tra cristiani e buddisti si è aperta in Giappone. In questo grande Paese del Sol Levante, di 127 milioni di abitanti, in maggioranza scintoisti e buddisti, i cristiani non superano la soglia dell’1%. E’ proprio un Movimento buddista giapponese, la Rissho Kosei-kai, ad invitare il complesso musicale internazionale, Gen Verde, fra la sua gente, per portare un messaggio di pace e fraternità. Questa iniziativa è nata dopo che una delegazione della RKK aveva assistito ad uno spettacolo di questo complesso, in Corea nel 2002, dove avevano portato sui palcoscenici Prime Pagine, un “teatro musicale” che narra la scoperta del Vangelo, alle radici della storia del Movimento dei Focolari.
Gli spettacoli – per l’occasione allestiti in giapponese – raggiungono oltre 17.000 persone in 9 città, da Tokyo a Nagasaki. Un tifone particolarmente violento e il terremoto a Niigata spinge a fare degli spettacoli un gesto di solidarietà concreta.
L’invito della RKK si innesta sulla base del dialogo intessuto dal 1979 con Chiara Lubich e i Focolari in Giappone. Motivo ufficiale: la partecipazione alle cerimonie di commemorazione di Nikkyo Niwano, fondatore del Movimento, a 5 anni dalla sua dipartita. Sei milioni sono gli aderenti della RKK che si collegano via satellite alle cerimonie. La tournée segna, come aveva auspicato Chiara Lubich in un messaggio al Presidente della RKK, Nichiko Niwano, “un nuovo impegno a vivere e a lavorare assieme, con dedizione e fiducia, sostenendosi sempre l’un l’altro, per costruire l’unità della famiglia umana”.
Varie le occasioni di contatto diretto con la cultura giapponese, con lo scintoismo e il buddismo tradizionale, attraverso la visita ai loro templi e ad alcuni maestri spirituali, come il venerabile Takeuchi, già da tempo in contatto con i Focolari. Attraverso i Koriukai (incontri di approfondimento), il Gen Verde entra in contatto con altri 3.000 buddisti. “Questo popolo non ha mai smesso di stupirci – dice Paola Stradi del Gen Verde – forte e delicato allo stesso tempo, determinato e irriducibile, ma sensibilissimo ai valori dello spirito”.
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12 Gen 2005 | Cultura, Dialogo Interreligioso, Focolari nel Mondo
“Vogliamo essere strumenti di pace come voi”. “E’ cresciuto dentro di noi il seme della pace”. “Questa è veramente l’espressione più alta dell’arte: donare forza e speranza!”. Alcune delle espressioni raccolte dal pubblico che numeroso, in 17.000, è intervenuto a Tokyo, Nagasaki, Hiroshima, Osaka, Fukuoka, Nagoya, Nagano, le città toccate nei 68 giorni di tournée giapponese del Gen Verde, espressione artistica del Movimento dei Focolari, in una lunga tournée iniziata il 24 settembre e conclusa il 1° dicembre scorso. L’invito è partito dal movimento buddista giapponese Rissho Kosei-Kai (RKK), sulla base del profondo dialogo intessuto dal 1979 con Chiara Lubich e i Focolari in Giappone. Il Gen Verde ha portato sui palcoscenici Prime Pagine – per l’occasione allestito in giapponese -, un “teatro musicale” che risale alle radici della storia del Movimento dei Focolari, alla scoperta del Vangelo, per realizzare il testamento di Gesù, “Padre, che tutti siano uno”.
Che la tournée porti frutti di pace e di fraternità
Il 1° ottobre, il Presidente Nichiko Niwano offre al Gen Verde un pranzo di benvenuto ufficiale. “L’augurio che ci scambiamo è che la tournée porti frutti di pace e di fraternità e che chi ci vede possa esclamare, per l’amore reciproco fra RKK e Gen Verde: “guardate come si amano”. Un augurio che si è realizzato: la tournée promossa dal Movimento giapponese, ha dato un contributo al dialogo tra cristiani e buddisti e all’unità tra il Movimento dei Focolari e la Rissho Kosei-Kai.
Nel cuore del popolo giapponese
Il tour è un’occasione per conoscere da vicino le sofferenze passate e presenti della nazione, come dice Paola Stradi del Gen Verde: “In 68 giorni questo popolo non ha mai smesso di stupirci: forte e delicato allo stesso tempo, determinato e irriducibile, ma sensibilissimo ai valori dello spirito. Cerchiamo di fare nostre le sofferenze passate: la tragedia della bomba atomica e le sue conseguenze a Nagasaki e Hiroshima, dove invitiamo il pubblico a cominciare con un momento di silenzio per la pace. Tra le sofferenze presenti, un tifone particolarmente violento e il terremoto a Niigata ci spinge a fare degli spettacoli un gesto di solidarietà concreta per questa gente così provata”.
Numerosi i contatti
Oltre alle 17.000 persone incontrate nei 9 spettacoli, 2.120 sono stati i partecipanti ai Koriukai, incontri di scambio fissati tra uno spettacolo e l’altro, dove il dialogo si approfondisce; e ancora un incontro-spettacolo per 215 universitarie su invito delle suore salesiane; incontri con l’arcivescovo di Nagasaki e con il vescovo di Hiroshima, con vari sacerdoti e religiosi. L’arcivescovo di Tokyo, card. Shirayanagi, interviene allo spettacolo del 14 novembre alla Fumon Hall. E’ presente Nichiko Niwano, Presidente della RKK, con sua figlia Kosho, futura presidente designata, che, assieme al cardinale, introduce il Gen Verde. E’ presente anche S.E. Ambrose De Paoli, nunzio apostolico in Giappone.
L’incontro con alcuni bonzi e la visita ai loro templi
E’ l’occasione di un contatto diretto con la cultura giapponese ed anche con lo scintoismo e col buddismo tradizionale. Un’accoglienza particolare, in un clima di vera fraternità, è riservata dal venerabile Takeuchi, che in aprile aveva partecipato in Italia al primo simposio buddista-cristiano promosso dai Focolari.
Le cerimonie in onore del Fondatore del Movimento giapponese
Motivo ufficiale dell’invito è la partecipazione alle cerimonie per la commemorazione di Nikkyo Niwano, fondatore della RKK. Il 2 ottobre, nella Fumon Hall di Tokyo, se ne ricorda la morte, avvenuta il 4 ottobre 1999, il “giorno di S. Francesco”, come fanno presente gli amici buddisti. “La preghiera di S. Francesco” è proprio una delle canzoni presentate dal Gen Verde in lingua giapponese! 3.000 persone sono presenti. Un milione seguono via satellite, così come ad una seconda cerimonia che si tiene nell’Aula Sacra il 15 novembre, per il compleanno del fondatore a cui sono presenti in 7000. La prima parte è una preghiera solenne che conducono Nichiko Niwano e sua figlia Kosho. Il messaggio che Chiara Lubich invia per l’occasione riscuote risonanza e adesione, soprattutto l’invito a “un nuovo impegno a vivere e a lavorare assieme, con dedizione e con fiducia, sostenendosi sempre l’un l’altro, per costruire l’unità della famiglia umana.” Sempre nell’Aula Sacra, il 20 novembre il Gen Verde presenta canzoni ed esperienze a 1500 giovani buddisti venuti da tutto il Giappone, responsabili di gruppi locali. E con un’intervista televisiva, a conclusione della tournée per il “collegamento” mensile della RKK, vengono raggiunte 6 milioni di persone.
‘Sayonara’, arrivederci, Giappone!
Alcune tra le moltissime impressioni raccolte dopo gli spettacoli, dicono il “termometro” della tournée: “Avete risvegliato in me l’amore di Dio e mi avete reso cosciente che è questo amore che mi fa vivere”. “E’ cresciuto dentro di noi il seme della pace. Anche nel terremoto ho sentito la forza dell’amore”. “Voglio diventare una che dà”. “Ho capito che anche nella sofferenza io esisto per gli altri”. Al momento di partire – come dichiara Paola Stradi – “cuore e anima sono arricchiti, dilatati, rinvigoriti. In ogni città il Presidente Niwano ci ha fatto trovare stupende composizioni di fiori come benvenuto. Ma c’è un profumo ancora più intenso che continua a seguirci: quello dei cuori che abbiamo conosciuto e che ora, insieme ai nostri, vivono con rinnovata decisione per un mondo più unito”. (altro…)
24 Giu 2004 | Dialogo Interreligioso, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
“Quale futuro per una società multietnica, multi culturale e multireligiosa?” E’ un interrogativo sempre più diffuso, particolarmente vivo nella società inglese, la più cosmopolita d’Europa, quello affrontato da Chiara Lubich alla Westminster Central Hall, sabato pomeriggio, 19 giugno, davanti a oltre 2000 persone, tra cui il cardinale Murphy O’ Connor, arcivescovo di Londra, personalità musulmane, buddiste e sikh. Titolo dell’incontro, promosso dal Movimento dei Focolari della Gran Bretagna: “Immagina un mondo… arricchito dalla diversità”.
Una strategia di fraternità per una svolta nei rapporti internazionali Mentre molti parlano della minaccia di scontro di civiltà provocata dal terrorismo, la fondatrice dei Focolari ne ha indicato il rimedio preventivo nel dialogo interreligioso. Non solo. Da questo dialogo – ha detto – può prendere il via quella “strategia della fraternità, capace di segnare una svolta nei rapporti internazionali”.
Dalla società multi etnica e multi religiosa può nascere un mondo nuovo Facendo un parallelo tra il nostro tempo di così profonde trasformazioni, con quello di S. Agostino di Ippona, che aveva visto lo sconvolgimento della società, sotto la pressione delle migrazioni dei popoli, con lui Chiara Lubich ha affermato che ciò che sta avvenendo è “la nascita di un mondo nuovo”. Il mondo nuovo del terzo millennio, per Chiara Lubich sarà l’unità della famiglia umana, arricchita dalle diversità, secondo il disegno di Dio. In bozzetto lo si è intravisto dal fitto intrecciarsi di testimonianze, di canti e danze dai colori e ritmi orientali e africani, dagli interventi di rappresentanti di varie religioni, come quello dell’Imam iraniano, Mohammed Somali, e della signora Didi Athavale, leader del grande movimento indù “Swadyaya family”.
Come attuare il dialogo tra le religioni? Il dialogo deve essere animato da quell’amore – ha affermato Chiara Lubich – che giunge ad “entrare nella pelle dell’altro”, perché sa farsi “nulla d’amore” davanti all’altro, sa farsi quello spazio di accoglienza e ascolto che prepara “il rispettoso annuncio del Vangelo”. Qui la fondatrice dei Focolari ha ricordato le parole pronunciate da Giovanni Paolo II in India: “Quando ci apriamo l’uno all’altro, ci apriamo anche a Dio e facciamo in modo che Dio sia presente in mezzo a noi”. In Lui è “la forza segreta che dà vigore e successo ai nostri sforzi, per portare dovunque l’unità e la fratellanza universale.”
Una visione condivisa da leader di varie religioni e politici E’ quanto hanno espresso il leader degli Imam del Regno Unito, il dott. Zaki Badawi, il capo spirituale dei Sikh della Gran Bretagna e d’Europa, Bai Shaib Mohinder Singh di Birmigham, intervenuti subito dopo Chiara Lubich insieme alla baronessa Kathleen Richardson della Camera dei Lord, che ha ricordato come “subito dopo la guerra, l’assemblea dell’Onu si era riunita per la prima assemblea plenaria proprio in quest’aula. La visione espressa oggi – ha aggiunto – è ancora più ricca, perché non è costruita solo sull’aspirazione degli uomini, ma dalla partecipazione dell’amore di Dio”.
Le nuove tecnologie a servizio della fratellanza tra i popoli Unità e fratellanza universale. E’ stata un’esperienza viva lì alla Westminster Central Hall che, come testimoniano fax e email, ha portato un’ondata di speranza in molti Paesi delle Americhe, Australia, Europa, Medio Oriente e Nordafrica, collegati via satellite grazie a Telepace e via internet. Qualche flash. Dalla Bulgaria: “Siamo stati coinvolti da quella fraternità tra le religioni e culture che vogliamo realizzare anche nel nostro Paese dove sono presenti quasi un milione di musulmani, che sono per noi la memoria di una piaga del passato”. Dall’Irlanda: “Abbiamo sperimentato un brano di fratellanza universale realizzata ammirando la bellezza e ricchezza di tante fedi e culture. Oggi ha segnato per noi l‘inizio di un nuovo cammino pieno di speranza, ora che l’Irlanda sta divenendo sempre più multiculturale”. Da Stoccolma: “Abbiamo intravisto la soluzione della violenza che c’è nel mondo, una nuova speranza che l’unità e la pace sono possibili”.
Mercoledì 16, su invito del Rettore del St. Mary’ College dell’Università Statale del Surrey (Londra), Chiara Lubich aveva tenuto una lezione su “I nuovi Movimenti e il profilo mariano”, a conclusione di un ciclo su “Missione e Evangelizzazione” dedicato lo scorso anno ai Cardinali Connell, Pulic, Grinze, Napier, Williams, Daly, O’Connor, Stafford, e quest’anno ai Movimenti, comunità e cammini ecclesiali.
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21 Apr 2004 | Dialogo Interreligioso
Al Centro Mariapoli di Castelgandolfo, dal 17 al 21 aprile si sono ritrovati per il secondo simposio indù-cristiano, i professori di Mumbai e di Goa, i dirigenti gandhiani dal Sud dell’India (che avevano partecipato al primo appuntamento di due anni fa) e per la prima volta altri professori indù da Nuova Delhi e dagli USA, e gandhiani da Madurai, con i responsabili di zona, i membri del Centro del dialogo interreligioso e della Scuola Abbà. L’argomento, scelto insieme, era: “Cammini spirituali nell’induismo e nel cristianesimo”. Chiara ha svolto il tema: “Dell’unione con Dio nel cristianesimo, e in particolare dell’unione con Dio in quei cristiani che seguono il carisma dell’unità.” “E’ il tema che quest’anno il nostro popolo vive”, ha aggiunto. E ha spiegato come si può raggiungere e percepire l’unione con Dio. Padre Jesús Castellano ha presentato il “castello interiore”, il cammino di perfezione descritto da santa Teresa di Gesù. E Il prof. Giuseppe Zanghì, ha proseguito con il castello esteriore, una via originale e evangelica aperta da Chiara, “via che non rinnega la precedente anzi la presuppone, ma la conduce al pieno compimento.” Da parte indù il dott. Somaiya ha fatto conoscere “la gloriosa tradizione dei santi in India, una storia di persone di Dio che hanno portato il messaggio di adorare l’Eterno e di aiutare la gente comune di tutte le caste a bruciarsi al sole del Divino Splendore.” La dott.ssa Kala Acharya ha parlato del “Namajapa”, recita dei nomi di divinità. “Nell’induismo è usanza popolare sedere in un tempio o in casa, tenendo nella mano destra un rosario con 108 grani e ripetere nomi sacri, quali Rama, Krishna e appellativi vari di divinità femminili. Questa pratica è nota con il nome di ‘Japa’ ed è un modo per meditare.” Vari interventi hanno poi presentato alcune vie spirituali nell’induismo e le loro applicazioni nei Movimenti gandhiani: lo Shanti Ashram rappresentato dalla sig.ra Minoti Aram, il Movimento Sarvodaya, ecc. Non è mancato un momento artistico: un concerto di pianoforte, molto apprezzato, di Enrico Pompili, di Milano. Chiara Lubich ha comunicato ai partecipanti anche alcuni dei doni di luce ricevuti da Dio sin dall’inizio del Movimento e nell’ultimo giorno ha risposto a varie domande. In un clima di profonda comunione, il simposio si è concluso con il proposito di continuare ad incontrarsi in altri simposi e portare al largo il messaggio della fratellanza di cui il mondo oggi ha urgente bisogno. Il prof. Ashok Vohra (professore di Filosofia all’università di Delhi) diceva: “Tutte le religioni in teoria – insisto in questo – parlano della fratellanza universale, di amare il prossimo, di amare l’umanità, ma il fatto che siano capaci di metterlo in pratica è un’altra cosa. Per questo penso che le leadership come quella di Chiara (…) ci vogliono, per mettere realmente in pratica quel precetto. Ho viaggiato il mondo intero (…) ma il tipo di amore, il tipo di interesse, il tipo di sentimento che ho trovato qui non l’ho mai trovato da nessuna parte.” Commentava il prof. Anantanand Rambachan degli USA: “Descrivendo la sua esperienza della natura, Chiara ci richiama anche a scoprire Dio nella creazione ed a sviluppare un rapporto di riverenza e di amore non soltanto verso gli altri esseri umani, che è certamente di profonda importanza, ma un amore che abbraccia anche l’intero creato.” I partecipanti al simposio hanno fatto una visita al Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, dove sono stati accolti dall’arcivescovo Michael Fitzgerald, presidente, e da mons. Felix Machado, sotto-segretario. Poi l’udienza col Papa e una foto con lui: molti erano commossi. (altro…)
19 Feb 2004 | Dialogo Interreligioso
“Il Prof. Ehrlich è una delle grandi figure nel dialogo ebraico-cristiano, non solo in Germania ma anche in Europa e oltre”.
Così Hans Hermann Henrix, direttore dell’Accademia cattolica di Aquisgrana, ha detto nella laudatio. “Marchiato dalla propria dolorosa storia di ebreo nella Germania nazista – ha aggiunto – avrebbe avuto tutte le ragioni di demolire ponti invece di camminare con coraggio su strade nuove; il prof. Henrix ha sottolineato quanto egli sia, come nessun’altro, un uomo del dialogo, che non tende a cancellare le diversità e le divisioni, ma sa apprezzare l’altro senza tradire il proprio essere”.
Queste parole sono pronunciate in occasione della consegna del Premio Klaus Hemmerle, istituito nel decimo anniversario della scomparsa del vescovo di Aquisgrana. L’ onorificenza, che viene data a persone che si impegnano per l’unità e il dialogo nelle e tra le chiese e le religioni, è stata consegnata dopo una solenne liturgia, celebrata nel duomo di Aquisgrana dal cardinale Miloslav Vlk di Praga e dal vescovo di Aquisgrana, Heinrich Mussinghoff.
Il vescovo Mussinghoff si è congratulato per la buona scelta del primo premiato ricordando, nell’indirizzo di saluto, il contributo decisivo di Ernst Ludwig Ehrlich alla fondazione del primo gruppo di dialogo ebreo-cristiano all’interno del Comitato centrale dei cattolici tedeschi, nel cui ambito è iniziata una amicizia intensissima fra Mons. Hemmerle ed il premiato.
Il Prof. Ehrlich: la mia amicizia con mons. Hemmerle Nel ringraziare, il Prof.Ehrlich ha descritto alcuni momenti, molto personali, di incontro con Klaus Hemmerle, suo vecchio amico e compagno ed ha espresso profonda impressione per la sua comprensione dell’ebraismo “dal di dentro”, per come il Vescovo non abbia tanto scritto sul rapporto cristiano-ebraico, ma lo abbia vissuto con ineguagliabile profondità, dignità e spirito di fratellanza. Questo lo accomuna – ha detto – anche al Papa Giovanni Paolo II, che è riuscito a creare segni di amicizia, di rapporto, di fratellanza in tanti profondi incontri fortemente simbolici con rappresentanti dell’ebraismo. Il card. Vlk: Mons. Klaus Hemmerle, una vita per l’unità Il cardinale Vlk nella sua omelia ha messo in evidenza il profondo legame fra il vescovo Klaus Hemmerle e il Movimento dei Focolari, sottolineando come Hemmerle sia stato un uomo d’unità, un uomo che riusciva a trovare il legame tra Chiesa e mondo, credenti e non credenti, intellettuali e operai. E come tale capacità di vivere l’unità, di “…allargare la sua anima su Dio ed ogni uomo…”, fosse da lui attribuita all’incontro con Chiara Lubich e con la spiritualità del Movimento dei Focolari, che l’hanno profondamente marchiato. Chiara Lubich: Diventare apostoli del dialogo e della comunione Nell’indirizzo di saluto da lei inviato, Chiara Lubich lo ricorda come un confondatore di questa comunità spirituale ed internazionale invitando tutti i presenti a diventare “…apostoli del dialogo e della comunione…” come Hemmerle. (altro…)
28 Lug 2003 | Chiara Lubich, Dialogo Interreligioso, Spiritualità
«Desidero innanzitutto esprimere la mia gioia nel trovarmi oggi qui in questo Centro di Caux, ricco di iniziative intente a rafforzare i fondamenti morali e spirituali delle società, e a promuovere l’incontro pacifico delle culture, delle civiltà e delle religioni. Ringrazio in modo particolare il dott. Cornelio Sommaruga, che ha voluto invitarmi a dare un mio contributo a questo importante seminario interreligioso. L’argomento che mi è stato chiesto di trattare oggi recita così: “Possono le religioni essere partners sul cammino della pace?”. E’ questa, come tutti sappiamo, una domanda di grande importanza e di estrema attualità. Nel dilagare del terrorismo, nelle guerre condotte in varie parte del mondo per rispondervi, e nella tensione permanente in Medio Oriente, molti vedono i sintomi di un possibile “scontro tra civiltà”. Esso sarebbe segnato e persino acuito dalle diverse appartenenze religiose. Questo modo di vedere però, provocato da estremismi e fanatismi di vario genere che distorcono le religioni, risulta, ad una lettura più attenta dei fatti, molto parziale. Mai come in quest’ora del mondo, infatti, credenti e responsabili di tutte le religioni hanno sentito di dovere lavorare insieme per il bene comune dell’umanità. Organizzazioni come la Conferenza Mondiale delle Religioni per la Pace o iniziative come la giornata di preghiera per la Pace, indetta da Giovanni Paolo II ad Assisi nel gennaio 2002, ne sono una riprova. In quell’occasione il Papa aveva ribadito, a nome di tutti i presenti, che “chi utilizza la religione per fomentare la violenza ne contraddice l’ispirazione più autentica e profonda” e che “non v’è finalità religiosa che possa giustificare la pratica della violenza dell’uomo sull’uomo” perché “l’offesa dell’uomo è in definitiva offesa di Dio” . Con l’11 settembre 2001, l’umanità ha scoperto, sgomenta, la natura di questo grande, enorme pericolo che è il terrorismo. Non è una guerra come le altre, perché esse – ne abbiamo tutt’oggi circa 40 sul pianeta – sono in genere frutto dell’odio, del malcontento, delle rivalità, di interessi personali o collettivi. Il terrorismo invece, come ha affermato ancora il Papa, è frutto anche di forze del Male con la M maiuscola, delle Tenebre. Ora, forze di questo tipo non si combattono con soli mezzi umani, diplomatici, politici e militari. Necessitano forze del Bene con la B grande. E il Bene con la B maiuscola è – lo sappiamo – Dio, e tutto ciò che ha radice in Lui. Si può combattere, dunque, con forze spirituali, con la preghiera, ad esempio, col digiuno, come hanno fatto i rappresentanti delle religioni del mondo nella città di san Francesco. Ma, ci sembra di dover dire che la preghiera non basta. Noi sappiamo che molte sono le cause del terrorismo, ma una, la più profonda, è l’insopportabile sofferenza di fronte a un mondo mezzo povero e mezzo ricco, che ha generato e genera risentimenti covati negli animi da tempo, violenza, vendetta. Si esige più parità, più solidarietà, soprattutto una più equa condivisione dei beni. Ma, come si sa, i beni non si muovono da soli, non camminano da sé. Vanno mossi i cuori, vanno messi in comunione i cuori! E per questo occorre diffondere fra più gente possibile l’idea e la pratica della fraternità, e, data la vastità del problema, di una fraternità universale. I fratelli sanno pensare ai fratelli, sanno come aiutarli, sanno condividere quanto hanno. Per rispondere a questa sfida senza precedenti, il contributo delle religioni è decisivo. Da chi, se non dalle grandi tradizioni religiose, potrebbe partire quella strategia della fraternità capace di segnare una svolta persino nei rapporti internazionali? Le enormi risorse spirituali e morali, il contributo di idealità, di aspirazioni alla giustizia, d’impegno a favore dei più bisognosi, assieme a tutto il peso politico di milioni di credenti, che scaturiscono dal sentimento religioso, convogliati nel campo delle relazioni umane, potrebbero senz’altro tradursi in azioni tali da influenzare positivamente l’ordine internazionale. Molto si sta facendo nel campo della solidarietà internazionale, da parte delle organizzazioni non governative. Ciò che manca è che gli Stati facciano proprie quelle scelte politiche ed economiche atte a costruire una comunità fraterna di popoli impegnata a realizzare la giustizia. Perché di fronte ad una strategia di morte e di odio, l’unica risposta valida è costruire la pace nella giustizia. Ma senza fraternità non c’è pace. Solo la fraternità fra individui e popoli può assicurare un futuro di convivenza pacifica. Del resto la fratellanza universale e la conseguente pace non sono idee di oggi. Esse sono state spesso presenti nelle menti di spiriti forti perché “il piano di Dio sull’umanità è la fraternità e l’amore fraterno è iscritto nel cuore di ogni essere umano”. “La regola d’oro – diceva il Mahatma Gandhi – è di essere amici del mondo e considerare ‘una’ tutta la famiglia umana” . E Martin Luther King: “Ho il sogno che un giorno gli uomini (…) si renderanno conto che sono stati creati per vivere insieme come fratelli (…); (e) che la fraternità (…) diventerà l’ordine del giorno di un uomo di affari e la parola d’ordine dell’uomo di governo” . Su questa linea, il Dalai Lama, a proposito di quanto è successo negli Stati Uniti due anni fa, scriveva ai suoi: “Per noi le ragioni (di questi eventi) sono chiare. (…) Non ci siamo ricordati delle verità umane più basilari. (…) Siamo tutti uno. Questo è un messaggio che la razza umana ha grandemente ignorato. Il dimenticare questa verità è l’unica causa dell’odio e della guerra”. Nonostante le distruzioni, può emergere dunque anche dalle macerie del terrorismo una grande, antica verità: che noi tutti sulla terra siamo un’unica grande famiglia. Ma chi ha indicato e portato questa verità come dono essenziale all’umanità, è stato Gesù, che ha pregato così prima di morire: “Padre, che tutti siano uno” (Gv 17,21). Egli, rivelando che Dio è Padre, e che gli uomini, per questo, sono tutti fratelli, ha introdotto l’idea della fraternità universale. E con ciò ha abbattuto le mura che separavano gli “uguali” dai “diversi”, gli amici dai nemici. Ora senz’altro ognuno di noi, mosso dalla propria fede religiosa, avrà fatto le sue esperienze positive che possono essere utili alla soluzione di problemi simili agli attuali. E poiché questo è il momento in cui – come diceva un vescovo, specialista in questo campo – “le religioni devono tirare fuori dal profondo di sé le loro forze spirituali per aiutare l’umanità e portarla alla solidarietà e alla pace” , mi permettano di offrire loro la mia esperienza fatta a contatto con persone di ogni età, lingua, razza, e soprattutto di religioni diverse, in ogni angolo della terra. E’ un’esperienza di dialogo che può fornire una chiave per una convivenza fraterna e pacifica, esperienza che mi pare pure nello spirito delle sessioni di Caux, che privilegiano la testimonianza personale all’esposizione teorica. L’arte di amare A 60 anni dagli inizi dell’esperienza del Movimento dei Focolari che rappresento, si rinnova sempre la sorpresa nel vedere come il sentiero spirituale sul quale Dio ci ha condotto si incrocia con tutte le altre vie spirituali dei cristiani ma anche di fedeli di altre religioni. In pratica di diventare partner di essi nel cammino della fraternità e della pace. Pur mantenendo la nostra identità, ci permette di incontrarci e comprenderci con le grandi tradizioni religiose dell’umanità. In altre parole, in obbedienza e in ascolto dello Spirito, ci è stato insegnato come mettere in pratica con successo quella parola che è iscritta nel DNA di ogni uomo e di ogni donna, perché creati ad immagine di Dio-Amore, Dio Padre: amare, amare il prossimo, amare i fratelli. Quella parola, la sola, che può fare dell’umanità una famiglia. Amore, non come in genere lo si può pensare, ma quel comportamento che ha imprescindibili esigenze. Quell’amore che, se per i cristiani è addirittura una partecipazione all’amore stesso che è in Dio, non manca nei Sacri Libri delle altre religioni. Il primo passo per noi, la prima illuminazione, su questo nuovo stile di vita fu durante la seconda guerra mondiale. Di fronte al crollo degli ideali e alla perdita di tutti i nostri beni materiali, sentivamo di doverci aggrappare a qualcosa che non passa e che nessuna bomba potesse distruggere: Dio. Lo scegliemmo come unico ideale della nostra vita credendo nonostante tutto al Suo amore di Padre, amore verso tutti gli uomini della terra. Ma è ovvio che non bastava credere all’amore di Dio; non bastava aver fatto la grande scelta di Lui come Ideale della vita. La presenza e la premura di un padre chiamava ognuno ad essere figlio, ad amare a sua volta il padre, ad attuare giorno dopo giorno quel particolare disegno d’amore che il Padre ha su ciascuno, a fare cioè la Sua volontà. E si sa che la prima volontà di un padre è che i figli, tutti i figli, si trattino da fratelli, si vogliano bene, si amino. E vuole che amiamo, come fa Lui, tutti senza distinzione. Non c’è da scegliere fra simpatico o antipatico, bello o brutto, bianco o nero o giallo, europeo o americano, cristiano o ebreo, musulmano o indù… L’amore non conosce “alcuna forma di discriminazione”. Questa stessa fede nell’amore che Dio porta alle sue creature l’abbiamo trovata pure in tanti fratelli e sorelle di altre religioni, a iniziare da quelle abramiche che affermano l’unità del genere umano, la cura che Dio ha per tutta l’umanità e il dovere di ogni creatura umana di agire come il Creatore con immensa misericordia verso tutti. Dice un detto musulmano: “Dio perdona cento volte, ma riserva la Sua suprema misericordia per colui la cui pietà avrà risparmiato la più piccola delle Sue creature” . E che dire della sconfinata compassione per ogni essere vivente insegnata dal Budda, che diceva ai suoi primi discepoli: “O Monaci dovreste operare per il benessere di tanti, per la felicità di tanti, mossi da compassione per il mondo, per il benessere (…) degli uomini” . Per un cristiano inoltre tutti vanno amati, perché in ognuno si ama Cristo. Lo dirà Lui stesso un giorno: “L’hai fatto a me” (cf Mt 25, 40). Amare tutti, dunque, senza distinzione. Ma c’è un’altra caratteristica di quest’amore che è molto conosciuta, riportata in tutti i Libri Sacri, e che da sola basterebbe, se vissuta, a fare di tutto il mondo una grande famiglia: amare come si ama sé, fare agli altri quello che vorresti fosse fatto a te, non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. E’ la cosiddetta “regola d’oro”, della quale si fa menzione anche nella presentazione di questo seminario. Essa è tanto bene espressa da Gandhi quando ha affermato: “Tu ed io non siamo che una sola cosa: non posso farti del male senza ferirmi”. Nella tradizione musulmana si conosce così: “Nessuno di voi è vero credente se non desidera per il fratello ciò che desidera per se stesso” . Il Vangelo l’annuncia in questo modo: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7,12). E Gesù commenta: “questa infatti è la Legge ed i Profeti” (Ibid). In questa semplice norma, seminata dallo Spirito in tutte le religioni, vi è dunque il concentrato di tutti i comandi di Dio. Conviene allora fare grande calcolo di essa nel dialogo interreligioso. Da questa regola – che a ragione è chiamata “d’oro” – scaturisce una norma che da sola, se applicata, sarebbe il più grande motore dell’armonia fra individui e gruppi. Un altro modo che insegna come mettere in pratica il vero amore degli altri è espresso da una formula semplice, fatta di due sole parole: farsi uno. Farsi uno con gli altri significa far propri i loro pesi, i loro pensieri, le loro sofferenze e le loro gioie. Il “farsi un o” vale anzitutto nel dialogo interreligioso. E’ stato scritto: “Conoscere la religione dell’altro implica entrare nella pelle dell’altro, vedere il mondo come l’altro lo vede, penetrare nel senso che ha per l’altro essere buddista, musulmano, indù, ecc.” Questo “vivere l’altro” abbraccia tutti gli aspetti della vita ed è la massima espressione dell’amore, perché vivendo così si è morti a se stessi, al proprio io e ad ogni attaccamento; si può realizzare quel “nulla di sé” cui aspirano le grandi spiritualità e quel vuoto d’amore che si realizza nell’atto di accogliere l’altro; “farsi uno” significa mettersi di fronte a tutti in posizione di imparare, e si ha sempre da imparare realmente. Un’ulteriore esigenza di questo amore è forse la più impegnativa di tutte. Mette alla prova l’autenticità dell’amore, la sua purezza, e perciò la sua reale capacità di generare l’unità tra gli uomini e la fratellanza universale. Si tratta di amare per primi e cioè di non aspettare che l’altro faccia il primo passo; di essere i primi a muoversi, a prendere l’iniziativa. Questo modo di amare ci espone in prima persona, ma, se vogliamo amare, a immagine di Dio e sviluppare questa capacità di amore, che Dio ha messo nei nostri cuori, dobbiamo fare come Lui, che non ha aspettato di essere amato da noi, ma ci ha dimostrato da sempre e in mille modi che Egli ci ama per primo, qualunque sia la nostra risposta. Noi siamo stati creati in dono gli uni per gli altri e realizziamo questo nostro essere impegnandoci per i nostri fratelli e sorelle con quell’amore che viene prima di ogni gesto d’amore dell’altro. Questo ci insegnano con la loro vita tutti i grandi fondatori di religioni. Gesù ne ha dato l’esempio; Egli che ha detto: “Nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per gli altri” (Cf Gv 15,13), l’ha data veramente. E l’ha data per noi peccatori e non certo amanti. Quando poi l’amare per primi è vissuto insieme da due o più persone, si ha l’amore vicendevole, principio e fondamento sicuro della pace e dell’unità del mondo. La nostra esperienza ci dice che per chi si accinge oggi a spostare le montagne dell’odio e della violenza, il compito è immane. Ma ciò che è impossibile a milioni di uomini isolati e divisi, pare diventi possibile a gente che ha fatto dell’amore scambievole, della comprensione reciproca, dell’unità, il movente essenziale della propria vita. E tutto questo ha un perché, una chiave segreta e un nome. Quando entriamo in dialogo fra di noi delle più varie religioni, quando cioè ci apriamo l’un l’altro nel dialogo fatto di benevolenza umana, di stima reciproca, di rispetto, di misericordia, ci apriamo anche a Dio e “facciamo in modo – sono parole di Giovanni Paolo II – che Dio sia presente in mezzo a noi” . Ecco il grande frutto del nostro amore scambievole e la forza segreta che dà vigore e successo ai nostri sforzi per portare ovunque l’unità e la fratellanza universale. E’ quello che il Vangelo annunzia ai cristiani quando dice che se due o più persone si uniscono nell’amore vero, Cristo stesso è presente fra di loro e quindi in ciascuno di loro. E quale garanzia migliore della presenza di Dio, quale possibilità superiore può esistere per coloro che vogliono essere strumenti di fraternità e di pace? Questo amore reciproco, questa unità, che dà tanta gioia a chi la mette in pratica, chiede comunque impegno, allenamento quotidiano, sacrificio. E qui appare, in tutta la sua luminosità e drammaticità, nel linguaggio cristiano, una parola che il mondo non vuole sentire pronunciare, perché ritenuta stoltezza, assurdità, non senso. Questa parola è: croce. Non si fa nulla di buono, di utile, di fecondo al mondo senza conoscere, senza sapere accettare la fatica, la sofferenza, in una parola senza la croce. Non è uno scherzo impegnarsi a vivere sempre il reciproco amore, a portare la pace e suscitare la fratellanza! Occorre coraggio, occorre saper patire. Ora ciò che ho spiegato non è un’utopia. E’ una realtà vissuta da più di mezzo secolo da milioni di persone, esperienza pilota di quella fratellanza universale e di quell’unità alla quale tutti aneliamo. Per via di questo modo di amare si sono aperti nel nostro Movimento fecondi dialoghi: fra cristiani di molte Chiese, fra credenti di diverse religioni, e fra persone delle più varie culture. E insieme ci si avvia a quella pienezza di verità cui tutti tendiamo. L’esperienza di dialogo interreligioso del Movimento dei Focolari Ed ora mi soffermerei in particolare sulle occasioni di incontro che abbiamo avuto, fin dagli inizi, con fratelli e sorelle di altre fedi religiose. La prima forte esperienza da noi fatta è stata quella a contatto con i Bangwa, una tribù camerunense radicata nella religione tradizionale, quasi sterminata dalla mortalità infantile, che stavamo iniziando ad assistere. Un giorno il loro capo, il Fon, e le migliaia di membri del suo popolo, si sono radunati, per una festa, in una grande radura in mezzo alla foresta, per donarci i loro canti e le loro danze. Ebbene: è stato lì che ho avuto la forte impressione che Dio, come un immenso sole, abbracciasse tutti, noi e loro, con il suo amore. Per la prima volta, nella mia vita, ho intuito che avremmo avuto a che fare anche con persone di tradizione non cristiana. Ma l’evento in qualche modo “fondante” di questo nostro dialogo è avvenuto a Londra nel 1977 ad una cerimonia per l’assegnazione del Premio Templeton per il Progresso della Religione. Vi avevo tenuto un discorso e quando stavo uscendo dalla sala, i primi venuti a salutarmi sono stati ebrei, musulmani, buddisti, sikhs, indù… Lo spirito cristiano di cui avevo parlato li aveva impressionati, cosicché mi è stato chiaro che avremmo dovuto occuparci non solo della nostra e delle altre Chiese, ma anche di questi fratelli e sorelle di altre fedi. Ha avuto inizio così il nostro dialogo interreligioso. Due anni dopo, infatti, è avvenuto l’incontro con una grande personalità buddista, il Rev. Nikkyo Niwano, fondatore della Rissho Kosei-kai, che mi ha invitato a Tokyo, a parlare sempre della mia esperienza spirituale a diecimila buddisti. Da allora fra focolarini e seguaci della Rissho Kosei-kai è nata una grande fratellanza dovunque nel mondo si incontrano. Ma gli incontri più sorprendenti con il buddismo sono avvenuti con degli eminenti rappresentanti del monachesimo tailandese. Durante un loro prolungato soggiorno nella nostra cittadella internazionale di Loppiano, in Italia, dove i suoi 800 abitanti cercano di vivere con fedeltà il Vangelo, due di loro sono stati profondamente toccati dall’unità fra tutti e dall’amore cristiano che non conoscevano. E sono venuti meno così pregiudizi che impedivano un vero dialogo fra loro buddisti e noi cristiani. Questi monaci, tornati in Tailandia, non hanno perduto occasione per raccontare, a migliaia di fedeli e a centinaia di monaci, la loro esperienza di incontro col Movimento dei Focolari. E’ nato così, se si può dire, un Movimento buddista-focolarino e cioè buddista-cristiano che è una delle porzioni di fraternità che stiamo edificando nel mondo. In seguito sono stata invitata in Tailandia in una loro Università buddista e in un loro Tempio a parlare a monache, a monaci ed a molti laici e laiche. Anche qui l’interesse è stato notevole, mentre noi siamo stati edificati da quel distacco da tutto che li distingue, dalla loro ascetica. E il dialogo con l’Islam? Sono ora 6.500 gli amici musulmani che appartengono al nostro Movimento, e ciò che ci lega ad essi è sempre la nostra spiritualità, in cui trovano incentivi e conferme per una più profonda, vissuta aderenza al cuore della spiritualità islamica. Abbiamo tenuto vari incontri degli amici musulmani. E ciò che ha caratterizzato questi convegni è stata anzitutto la presenza di Dio che si avverte specie quando pregano e che dà tanta speranza. Speranza che ho visto divenire realtà personalmente nella Moschea Malcolm Shabazz di Harlem (USA), sei anni fa, davanti a 3.000 musulmani afroamericani, ai quali sono pure stata invitata ad esporre ancora la mia esperienza cristiana. La loro accoglienza, a cominciare da quella del loro leader l’Imam W.D. Mohammed, è stata così calda, sincera ed entusiasta da aprire il cuore ai più promettenti sogni per il futuro. Sono tornata, poi, negli Stati Uniti, a Washington, tre anni fa, per presentare a molti la nostra collaborazione in occasione di una Convention organizzata da loro e che ha visto riunite settemila persone, cristiani e musulmani. In un’esultanza non semplicemente umana, in un abbraccio sincero, con un applauso senza fine, ci siamo promessi di proseguire il nostro cammino nella più piena unione possibile e di allargarlo ad altri: ed ecco così altri brani di fraternità. Non posso poi non citare gli incontri sempre più frequenti con sorelle e fratelli ebrei nello Stato d’Israele e altrove. L’ultimo da parte mia è avvenuto a Buenos Aires, con una delle loro più numerose comunità, seguito poi da altri membri del Movimento, in diverse occasioni. E’ stato con grande commozione che ci siamo scambiati un patto di amore scambievole, così profondo e sentito, da aver l’impressione di superare di colpo secoli di persecuzioni e di incomprensioni. Negli ultimi tre anni è iniziato un promettente dialogo in India anche con gli indù. Abbiamo contatti fraterni ed intensi con Movimenti Gandhiani nel sud di questa immensa nazione. A Mumbai un profondo dialogo è nato con professori dell’Università Somaiya e dell’Istituto Culturale Indiano. Più recentemente è incominciato un rapporto con un Movimento molto grande, Swadhyaya, che ha gli stessi scopi nostri dell’unità nella diversità e la fratellanza. Un anno fa, abbiamo anche tenuto un primo Simposio indù-cristiano. L’atmosfera che si è creata è stata così bella e alta che abbiamo potuto partecipare loro tante verità della nostra fede. L’impressione che ne abbiamo avuto è che ci si spalanca davanti un orizzonte che non immaginavamo. Pochi mesi or sono, sono tornata in India e abbiamo potuto continuare questo dialogo a livello della spiritualità che – a dire delle autorità della mia Chiesa – “è il culmine delle diverse forme di dialogo e risponde alle più profonde attese degli uomini di buona volontà” . Abbiamo ora in programma altri Simposi simili, buddista-cristiano e islamo-cristiano. Per l’espansione universale del nostro Movimento siamo in contatto con tutte le principali religioni del mondo e sono circa 30.000 i membri di queste che condividono, sempre come è loro possibile, la spiritualità e gli scopi del Movimento. Come dialogare? Il nostro dialogo interreligioso ha avuto un’evoluzione così rapida e feconda perché l’elemento decisivo e caratteristico è stato quell’arte di amare di cui ho parlato prima. Nel clima di amore reciproco che l’attuazione della regola d’oro suscita, si può infatti stabilire il dialogo con i propri partner, dialogo nel quale si cerca di farsi nulla per “entrare”, in certo modo, in loro. “Farsi nulla” o “farsi uno” con gli altri, il che è sinonimo. In queste due semplici parole, alle quali ho già accennato, sta il segreto di quel dialogo che può generare l’unità. “Farsi uno”, infatti, non è una tattica o un modo di fare esterno; non è solo un atteggiamento di benevolenza, di apertura e di rispetto, o un’assenza di pregiudizi. È tutto questo, sì, ma con qualcosa di più. Questa pratica del “farsi uno” esige che si tolga dalla nostra testa le idee, dal cuore gli affetti, dalla volontà ogni cosa, per immedesimarci con l’altro. Non si può entrare nell’animo di un fratello per comprenderlo, per condividere il suo dolore o la sua gioia, se il nostro spirito è ricco di una preoccupazione, di un giudizio, di un pensiero… di qualsiasi cosa. Il ‘farsi uno’ esige spiriti poveri, poveri in spirito per essere ricchi d’amore. E questo atteggiamento importantissimo e imprescindibile ha un duplice effetto: aiuta noi ad inculturarci nel mondo degli altri, venendo così a conoscere la loro cultura ed il loro linguaggio, e predispone gli altri ad ascoltare noi. Abbiamo notato, infatti, che, quando qualcuno muore a se stesso, proprio per “farsi uno” con gli altri, essi rimangono colpiti e chiedono spiegazioni. Possiamo passare così al “rispettoso annuncio” dove, per lealtà davanti a Dio, per quella verso se stessi, ed anche per sincerità davanti al prossimo, diciamo quanto la nostra fede afferma sull’argomento di cui si parla, senza con ciò imporre nulla all’altro, senza ombra di proselitismo, ma per amore. Ed è il momento in cui, per noi cristiani, il dialogo sfocia nell’annuncio del Vangelo. Il nostro lavoro con tanti fratelli e sorelle delle grandi religioni e la fraternità che sperimentiamo con essi ci ha convinto che il pluralismo religioso dell’umanità può perdere sempre più la sua valenza negativa come fomite di divisioni e di guerre per acquistare, nella coscienza di milioni di uomini e donne, il sapore di una sfida: quella di ricomporre l’unità della famiglia umana, perché in tutte le religioni è, in qualche modo, presente e attivo lo Spirito Santo, non solo nei singoli membri ma anche all’interno di ogni tradizione religiosa. Parlando del meraviglioso avvenimento di Assisi, Giovanni Paolo II lo ha definito “manifestazione mirabile di quell’unità che ci lega al di là delle differenze e divisioni.” . Riempiamo, allora, il nostro cuore dell’amore vero. Per esso tutto possiamo sperare in ordine all’unità fra i fedeli delle grandi religioni e alla fraternità vissuta da tutta l’umanità. Grazie del loro ascolto. Che Dio ci abbracci tutti col suo amore». Chiara Lubich (altro…)