Movimento dei Focolari
Chiara Lubich torna a Fontem (Camerun) dopo 30 anni

Chiara Lubich torna a Fontem (Camerun) dopo 30 anni

E’ stato con una grande festa che i popoli Bangwa e Nweh-Mundani hanno accolto Chiara Lubich a Fontem (Camerun) nel cuore della foresta, a oltre 30 anni dalla sua ultima visita nel 1969. La grande spianata e la collinetta soprastante erano gremite. Una festa di canti e danze che esaltavano il valore della vita: la danza della fecondità della terra, poi delle madri dei gemelli e infine quella del Fon con tutti i capi tribù. In segno di riconoscenza per i valori spirituali portati dal Movimento, la Mafua (regina) di Fontem, Cristina, ha fatto indossare a Chiara un vestito africano simile al suo e il Fon, dott. Lucas Njifua, le ha posto sul capo un caratteristico copricapo ornato con penne di uccello. Le parole del Fon, sottolineate da un lungo applauso, esprimevano gratitudine per il contributo spirituale dato alla popolazione, più ancora che per le molte opere realizzate dal Movimento a Fontem. “Quando abbiamo il timore di Dio allora siamo in pace. Ci aiuta ad avere una buona morale. Anche per la lotta alla piaga dell’Aids è importante questa coscienza morale“. Le parole di Chiara e la sua proposta finale sono state accolte da tutti con immediatezza: la grande festa è stata suggellata da un patto di amore scambievole tra tutta la popolazione, forte e vincolante, espresso con una stretta di mano: “E’ come un giuramento in cui ci impegniamo ad essere sempre nella piena pace fra noi e a ricomporla sempre, ogni volta si fosse incrinata. Solo se l’amore continuerà a brillare in questa città, la benedizione continuerà a scendere dal Cielo per voi, per i vostri figli, per i vostri nipoti.” E’ infatti proprio l’esperienza di “una benedizione dal Cielo” che segna la storia della cittadina di Fontem: ha preso forma, in poco più di 30 anni, a partire da un piccolo villaggio sperduto nel cuore della foresta, dove la tribù dei Bangwa rischiava l’estinzione per l’altissima mortalità infantile che aveva superato il 90 per cento. Chiara ne ripercorre le tappe: “Siamo nel 1964. Mons. Peeters, il vescovo di una cittadina vicina, riceve una delegazione mandata dal Fon di Fontem,  che porta un’offerta. Chiede al vescovo di far pregare i cristiani perché Dio mandi loro aiuto. Il vescovo si rivolge ai focolarini. I primi medici e infermieri arrivano a Fontem agli inizi del ’66. Inizia il primo dispensario in una capanna”. Pochi mesi dopo Chiara visita Fontem. “Ricordo, e lo racconto spesso, come la prima volta io avessi sentito, al momento del raduno nella grande spianata, la presenza di Dio, quasi un sole che tutti ci avvolgeva. E come quella presenza ci avesse dato la forza, l’entusiasmo, la luce per incominciare insieme quest’avventura divina“. Ora si vede apparire un’armoniosa cittadina, con case, chiesa, ospedale, college, scuole elementari e materne, attività lavorative. E’ stato costruito l’acquedotto, arriva l’energia elettrica, strade collegano Fontem con villaggi vicini. Chiara esprime una grande gioia, “soprattutto perché posso costatare che quanto ci aveva fatto prevedere il Signore, durante la seconda visita, nel lontano ’69, si è realizzato“. Suscita commozione in tutti il ricordo di quelle sue parole: “Vedo sorgere in questo posto una grande città che diverrà famosa in tutto il mondo, non tanto perché avrà ricchezze materiali, ma perché in essa brillerà una luce che illuminerà; è la luce che scaturisce dall’amore fraterno tenuto acceso fra noi, in nome di Dio. E qui accorrerà tanta gente per imparare come si fa ad amare“. Da allora questa città è stata meta di molti, da tutta l’Africa, così segnata da conflitti etnici. “Fontem è divenuta centro di irradiazione dell’amore evangelico nel resto dell’Africa e nel mondo”. In questi anni il popolo Bangwa e i popoli vicini Nweh-Mundani, di religione animista, hanno conosciuto il cristianesimo. Chiara, nel suo saluto, richiama il grande messaggio del Giubileo, anno della riconciliazione e del perdono. Ma non tutti sono cristiani. Rivolgendosi a chi è di altre chiese o di altre religioni, ricorda la cosiddetta “regola d’oro“, presente in tutte le religioni del mondo: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te“.  “Perciò tutti – aggiunge – possiamo e dobbiamo continuare ad amarci“. Questa la vocazione di Fontem. Quel patto dell’amore scambievole ha avuto la nota di una grande solennità. Viva la consapevolezza che è la garanzia perché “anche in futuro, la vocazione di Fontem possa continuare ad essere – come dice Gesù – ‘città sul monte’ perché tutti la possano vedere ed imitare“. L’eco di Fontem in questi anni ha raggiunto il mondo, proprio perché lo sviluppo della città è dovuto agli aiuti giunti dal movimento, da tutti i continenti. Chiara infatti nel ’68 lanciava l’Operazione Africa, rivolgendosi soprattutto ai giovani. Ed ha avuto il via una mobilitazione mondiale di comunione di beni durata vari anni, animata dalla presa di coscienza di “dover far giustizia” e contribuire “a colmare il debito che il mondo occidentale ha verso quel continente“. E, insieme a questa grande mobilitazione di solidarietà, di pari passo si sono scoperte le ricchezze dei valori e tradizioni africane. (altro…)

«Dal dolore e dalla morte una nuova vita»

A casa c’era un’aria di festa. Per una coincidenza un po’ eccezionale ci ritroviamo: noi due, i bambini, i miei genitori, mia sorella e anche i miei fratelli che, da molti anni ormai sono lontani da casa e non solo fisicamente. Improvvisamente papà si sente male. Non parla più. In pochi  minuti quella che doveva essere la festa di famiglia, si avvia ad essere una tragedia. Comincia la corsa agli ospedali: non si trova posto per un malato così grave, anziano. Finalmente lo accettano a un reparto di rianimazione. I miei fratelli, essendo medici si prodigano dapprima con l’impegno di veri professionisti come sono, poi, dopo anni di contestazione di rifiuto, ritrovano per lui quell’amore puro dell’infanzia. Papà esce fuori dal coma. Con parole rotte dalla commozione gli chiedono perdono, gli dicono tutto il bene che gli vogliono. Ma il pericolo di morte non è scongiurato. Sembra arrivata l’ultima ora. Sono proprio loro, agnostici e di fede materialistica, che per ben due volte gli fanno avere l’unzione degli infermi. Uno dei miei fratelli gli sussurra: “Vai, vai sicuro papà. Sono certo che ci rivediamo nell’altra vita”. E’ un’arrivederci. La morte il lunedì verso sera. Tutto è compiuto. E’ un dolore lacerante, ma , davanti a quel corpo che mi ha dato la vita, sento che mio padre non è lì. Sento che è in tutto l’amore umile, concreto che ha sempre dato a ciascuno di noi. Ora tocco con mano, con stupore la verità di quelle Parole di Gesù: “Quando sarò innalzato in croce trarrò tutti a me”. Ora, entrato nella vita senza fine papà continua a operare fra noi, finalmente riuniti. Ai funerali un’aria di serenità e di pace. Accanto a noi i miei fratelli. Da anni non avevano più voluto partecipare a manifestazioni religiose, ora li sento rispondere alla messa, cantare, con una fermezza che è qualche cosa di più di una testimonianza, è una certezza che hanno ritrovato.   (altro…)

Oltre le etnie

In questi mesi, malgrado i disordini in città, ho continuato a vivere nella speranza che un giorno non lontano nel nostro dilaniato Paese regni la pace tra tutti. Nel mio quartiere vivono mescolati gli appartenenti ad etnie diverse. Questo significa ogni giorno morti sulle strade, minacce, violenza, persone che approfittano della situazione incontrollabile per il proprio tornaconto. Pur in tanta desolazione, capisco che, se faccio spazio dentro di me a Dio Amore e lo manifesto agli altri, l’ideale di unità sarà come un seme che alla fine germoglierà in tutti i cuori. Posso coltivare ogni giorno questo seme dovunque mi trovi, al lavoro o con i vicini di casa, senza mai far caso all’etnia di appartenenza. Così, ho stabilito legami veri con tante persone e, anche quando siamo stati costretti a disperderci in altri quartieri per metterci al riparo dalla violenza, abbiamo continuato a cercarci e a vederci di nascosto. L’amore tra noi è stato più forte delle divisioni e della paura dei rischi che correvamo incontrandoci. Purtroppo, però, non è così per tutti e molti mettono a repentaglio anche la vita pur di non avere a che fare con gente di altre etnie ed incorrere in ritorsioni. Sulla strada che percorro ogni giorno per andare al lavoro incontro sempre un uomo con una piaga infetta alla mano. Gli ho domandato perché non va a farsi curare e mi ha risposto che non ha i soldi necessari. Gli ho proposto di venire da me a medicarsi, mi pagherà quando potrà. È venuto un paio di volte, poi non l’ho più visto. L’ho incontrato di nuovo e gli ho chiesto perché non era più venuto a curarsi. Mi ha detto che ha paura: di me che non appartengo alla sua etnia, di chi incontra lungo la strada e dei suoi fratelli che potrebbero punirlo perché si è fatto curare da persone di etnie diverse. Mi sono resa conto di come ormai in molti abbiano perso ogni fiducia negli altri. Ho sentito che dovevo amarlo fino alla fine e interrompere questa catena di odio e di pregiudizi: ho deciso allora di portare con me il materiale sanitario necessario per rifargli la fasciatura ogni giorno, al ritorno dal lavoro. Un posto tranquillo in cui medicarlo mi è sembrato, in mancanza di meglio, il piccolo rifugio di legno dove sostano a volte i soldati addetti alla vigilanza nel nostro quartiere. Ho chiesto loro il permesso e me l’hanno accordato, un po’ sorpresi e curiosi nel vedere che curavo una persona di un’altra etnia. Sistemata la fasciatura, mi sono accorta di aver dimenticato a casa le forbici. Mi son guardata intorno in cerca di qualcosa che fosse adatto a tagliare la benda e, subito, il soldato che mi guardava mi ha offerto, con molta gentilezza, la sua baionetta. Il ferito era sbalordito e contento, sia per la premura dei soldati sia per la mia determinazione a curarlo. Mi ha detto che non pensava esistessero persone che non fanno dell’appartenenza etnica una barriera. È stata per me una conferma in più che l’amore è l’unica soluzione ai nostri problemi. Spes (Burundi)   (altro…)

Chiara Luce Badano, "Santità a 18 anni"

“Ho riscoperto il Vangelo sotto una nuova luce. Ho scoperto che non ero una cristiana autentica perché non lo vivevo sino in fondo. Ora voglio fare di questo magnifico libro il mio unico scopo. Non voglio e non posso rimanere analfabeta di un così straordinario messaggio. Come per me è facile imparare l’alfabeto, così deve essere anche vivere il Vangelo”. (Chiara Luce Badano)   “Chiara Luce! Quanta luce si legge sul suo volto, quanta luce nelle sue parole, nelle sue lettere, nella sua vita tutta protesa ad amare concretamente tanti! … Scelta radicale di Gesù crocefisso e abbandonato, la sua; scelta di ciò che fa male e che, se non si ama, può trascinare lo spirito in una galleria oscura. Con Lui ha vissuto, con Lui ha trasformato la sua passione in un canto nuziale”. (Chiara Lubich)       “La sua è una testimonianza significativa in particolare per i giovani. Basta considerare come ha vissuto la malattia, vedere l’eco suscitata dalla sua morte. Non si poteva lasciar cadere un esempio di questa portata. C’è bisogno di santità anche oggi. C’è bisogno di aiutare a trovare un orientamento, uno scopo alla vita, aiutare i giovani a superare le loro insicurezze, la loro solitudine, i loro enigmi di fronte agli insuccessi, al dolore, alla morte. I discorsi teorici non li conquistano, ci vuole la testimonianza”. “Nei colloqui con lei notavo una maturità di gran lunga superiore alle giovani della sua età. Aveva colto l’essenziale del cristianesimo: Dio al primo posto; Gesù, con cui aveva un rapporto spontaneo, fraterno; Maria come esempio; la centralità dell’amore; la responsabilità di annunciare il vangelo. Tutto questo, collaudato dall’esperienza della sofferenza e della morte, non temuta ma attesa, ha reso la sua vicenda veramente singolare”.   (altro…)

Quello stage al giornale

Un mese di stage presso un quotidiano, nella redazione cronaca di Firenze. Un posto vinto inaspettatamente e l’occasione di farmi le ossa sul campo dopo cinque anni di studi teorici. Fin dal primo giorno lavoro a pieno ritmo, anche se a volte come uno che annaspa per non affogare. E mi rendo conto della responsabilità etica e civile che comporta fare il giornalista. Come pure che prima della notizia, dello scoop, viene la persona. Il primo giorno mi mandano ad intervistare parenti e amici di un giovane rimasto ucciso in una rissa, fuori della discoteca. Avrei preferito rispettare un momento così doloroso e sacro. Ma davanti al “dovere di cronaca” ho cercato di farmi uno con quelle persone, entrando nella loro storia in punta di piedi. M’invitano a raccogliere le opinioni di residenti e commercianti di un quartiere, rivoluzionato dal nuovo piano di traffico; cerco di ‘calarmi’ nella loro situazione.     Nell’articolo dico la verità, anche se molto scomoda per l’assessore al traffico.  Evito però di riportare certe dichiarazioni, che potrebbero costare loro care, anche se erano uno scoop. Molti mi ringraziano per l’ascolto attento, per la sollecitudine, per l’onestà. Ho potuto poi constatare quanto in redazione domini il pregiudizio secondo cui le notizie positive non interessano ai lettori. Quindi si cerca caparbiamente il negativo, anche quando non c’è. Eppure quando ho scritto un articolo sui giudizi molto positivi dei degenti in alcuni reparti dell’ospedale, … sorpresa: sono stati pubblicati. E non è stato l’unico caso. Ho visto poi quanto la cosiddetta “obiettività” del giornalista significhi dirittura morale e onestà intellettuale, completezza e accuratezza nell’esporre i fatti. Come quando ho ‘scoperchiato’, quasi incidentalmente, gravi disservizi in un ente pubblico, che hanno scatenato un polverone (un ministro è anche intervenuto sul giornale). Lì ho sentito il dovere di interpellare tutte le voci in causa: impiegati, direttore, responsabile politico. Così quando dovevo scrivere su un incontro, ad alto livello, fra un gruppo di managers e sindacalisti cileni e i sindacati italiani: anziché il solito rimpasto della notizia di agenzia, ho voluto documentarmi bene sulla situazione di questo Paese per amarlo come fosse il mio. Le personalità cilene sono rimaste così contente che hanno incorniciato l’articolo. Anche il console del Cile mi ha ringraziata e, in rappresentanza del quotidiano, mi ha invitata alla cena con la delegazione cilena. Ma il tempo per il mio stage scade. Sono serena per il futuro: le porte aperte o chiuse saranno i segni del percorso. Intanto il quotidiano mi ha proposto di mantenere la collaborazione. I. R.   (altro…)

Cittadinanza onoraria romana a Chiara Lubich

Apponendo la firma sul libro d’oro del Campidoglio, Chiara Lubich ha così siglato il suo auspicio per la città: “Gloria a Roma, per la gloria di Dio”. Ben sintetizza ciò che è avvenuto quella mattina in Campidoglio. “Io questo lo chiamerei proprio un evento. Ha un significato profondo”. Così la filosofa Ales Bello. Se la presidente del Consiglio comunale, on. Luisa Laurelli, il prof Andrea Riccardi e il sindaco Rutelli nei discorsi ufficiali avevano, con tonalità diverse, posto in primo piano la vita, la spiritualità e l’opera di Chiara Lubich sullo sfondo della missione universale di Roma, la neo-cittadina romana, nel suo intervento, ha capovolto i termini: protagonista era Roma, “la vocazione unica di universalità e di unità di questa città indefinibile, reale e misteriosa insieme”. In una intervista aveva appena dichiarato: “Ho ricevuto altre cittadinanze, ma questa è senz’altro quella che amo di più, perché Roma è Roma. Non solo è ricca di storia, arte, cultura, ma soprattutto è come un prezioso scrigno che contiene il cuore della cattolicità. ‘Roma è l’unità’, come ha detto Papa Paolo VI. Roma è chiamata a concorrere a realizzare nel mondo la fraternità universale”. E dal nuovo impegno assunto personalmente insieme a tutto il Movimento dei focolari di “dedicarci d’ora in poi a questa città più e meglio”, ha esteso a tutte le personalità presenti una singolare richiesta di aiuto: “diffondere insieme ovunque quell’arte di amare che emerge dal Vangelo, perché Roma diventi per il mondo quel braciere di fuoco e di luce che non può non essere, se deve cooperare a portarvi l’unità”. Molti erano i politici, di tutti gli schieramenti, presenti nella storica Aula Giulio Cesare: non solo i consiglieri e gli assessori comunali, ma a livello europeo e nazionale: da Romano Prodi, presidente  della Commissione europea, ai segretari di  Partito: Castagnetti  (P. Popolare), e Fini  (Alleanza Nazionale), al capogruppo al  Senato di Forza Italia, Enrico La Loggia, al presidente della Regione Lazio Badaloni, 10 magistrati, tra cui Caselli, 23 sindaci. Ed ancora personalità del mondo ebraico, islamico e buddista, delle diverse Chiese cristiane presenti a Roma; 4 cardinali, 20 vescovi, e rappresentanti di Movimenti ecclesiali. C’è chi, come il vescovo Boccaccio, ha osservato “il volto assorto di quanti ascoltavano, di ogni estrazione”. Sulla stampa sono comparsi titoli non certo usuali, del tipo: “Amate per primi, pure i politici – ll messaggio di Chiara Lubich”, come si leggeva sul Messaggero. E sul Corriere della Sera: “Bisogna amare anche i politici”. Ed era proprio questo l’auspicio del Papa, nella lettera letta dal Nunzio apostolico Montezemolo in cui invocava su Chiara “la forza e la luce dello Spirito Santo, perché possa continuare ad essere testimone coraggiosa di fede e di carità non soltanto tra i membri dei Focolari, ma anche tra tutti coloro che incontra sul suo cammino”. (altro…)