[:de]7. Dezember: Ein “Ja” von 1943 bis heute[:es]7 de dicembre: un “Sì” desde 1943 hasta hoy [:fr]7 décembre : un “Oui” depuis 1943 jusqu’aujourd’hui[:pt]7 de dezembro: um “Sim” de 1943 até hoje
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Un torneo di calcio dove a vincere non è una squadra bensì due e da punti del pianeta alle volte molto distanti? Dove si pratica e si premia l’Art Play? Dove gli sponsor sono disposti a donare per ogni goal segnato un contributo per finanziare borse di studio per ragazzi di paesi svantaggiati? Tante iniziative e progetti di solidarietà? Un “terzo tempo”…? «Questo e molto altro è stato il Super Soccer World 2014 – ci racconta Federico Rovea, tra gli organizzatori dell’evento –. La manifestazione sportiva è stata promossa da “Ragazzi per l’Unità” del Movimento dei Focolari ed ha coinvolto 56 squadre di calcio di varie città nel mondo». Vincono due squadre. Caratteristica del torneo è che a vincere sono due squadre di città gemellate, che simbolicamente giocano insieme a distanza, dando alla gara una dimensione planetaria. Tra i 14 gemellaggi: i ragazzi di Bečej, cittadina della Serbia, gemellati con Tlencem in Algeria; quelli di Loppiano (Italia) con i ragazzi di Florianópolis in Brasile, la città italiana di Rieti ha giocato in contemporanea con Buenos Aires (Argentina). Quest’ultimo gemellaggio, come anche per gli altri, non è stato solo “ideale”. Infatti durante il torneo è stato possibile un collegamento telefonico con l’Argentina per condividere con i partecipanti sudamericani lo stesso spirito di amicizia e fraternità. I ragazzi di Rieti hanno comunicato – oltre all’esperienza della giornata – anche alcuni progetti di solidarietà nati proprio grazie al Super Soccer. E cioè: l’organizzazione di un’attività sportiva per ragazzi diversamente abili ed una raccolta fondi per i bisognosi, con una vendita di dolci. Forte il coinvolgimento dei genitori presenti, entusiasti dell’iniziativa. Art Play. Sui campi sportivi, i ragazzi hanno messo in gioco – oltre alla passione per lo sport – lo spirito dell’Art Play. Si tratta di quattro regole fondamentali: • Il rispetto per gli altri • la cooperazione • la responsabilità • la relazione Veri cardini del torneo che contribuivano al punteggio delle squadre tanto quanto i goal fatti. Gli arbitri vigilavano, quindi, non solo sul rispetto delle regole del calcio ma anche sullo spirito che animava i partecipanti, dando un punteggio positivo a chi si distingueva nel viverlo. «I ragazzi erano attenti a queste regole come ai goal. Secondo me, questo regolamento dovrebbe essere inserito tra le regole dei campionati mondiali», affermava uno dei professori di ginnastica coinvolti nell’organizzazione.
Borse di studio. Legato al torneo è anche il progetto “Schoolmates”, con la proposta di trovare uno sponsor che in ogni città fosse disposto a donare, per ogni goal segnato, un contributo economico per finanziare borse di studio a favore di ragazzi nei paesi svantaggiati. I 367 goal segnati hanno reso € 2.370, per un totale di 22 borse di studio. Il “terzo tempo”. Un momento di festa condiviso tra i partecipanti all’evento sportivo e i giocatori, che ha contribuito a portare lo spirito della gara sportiva anche fuori dal terreno di gioco. Super Soccer World, una festa più che un torneo, caratterizzato dalla mondialità e dalla condivisione, dalla solidarietà e dal rispetto dell’altro, che i ragazzi hanno la possibilità di sperimentare dentro e, soprattutto, fuori dal campo di calcio. Appuntamento al prossimo anno! (altro…)
Ogni anno a settembre nella cittadella Lia, in Argentina, si svolge la Festa dei Giovani; questa volta ha avuto come titolo: “Viviamo questa pazzia” e si è svolta presentando uno spettacolo in cui, in mezzo ad una festa di carnevale, si mostra come tante persone, indossando maschere, perdono così la loro identità, diventando parte di una moltitudine disordinata e senza volto. Lo spettacolo ha mostrato, con workshop, teatro, esperienze, musica e coreografie, l’importanza della scelta di uno stile di vita controcorrente, basato sull’amore evangelico. La giornata è stata così bella e coinvolgente che ha contagiato i 120 partecipanti di Mendoza, città ai piedi delle Ande argentine, che hanno lasciato la cittadella Lia con nel cuore il desiderio di fare ripetere la Festa dei Giovani nella loro città. Per trasformare questo sogno in realtà c’è stato bisogno, però, di molto lavoro: basti solo pensare che si dovevano far arrivare a Mendoza i quasi 100 giovani attori che avevano dato vita allo spettacolo alla Cittadella Lia, con un viaggio di più di 900 chilometri, ed ospitarli per tre giorni.
Il 10 novembre è stato il primo show davanti a 500 persone, tra cui diverse classi di scuole, ma anche giovani delle periferie della città. «Vediamo molti problemi nel nostro mondo – esordiscono i giovani attori dal palco –, e qualcuno aspetta che siano gli altri a cercare soluzioni. Qui siamo 90 giovani di 20 Paesi che hanno deciso di non aspettare più. Vogliamo essere i protagonisti di questo cambiamento, e abbiamo scoperto la ricetta: lavorare per costruire l’unità della famiglia umana». Il giorno dopo, il secondo spettacolo, in un Centro Congressi a 40 km da Mendoza. Anche questo tutto esaurito, con le 500 poltroncine piene e gente in piedi e con alcuni ragazzi che erano arrivati appositamente da una scuola distante ben 250 km. I giovani che hanno assistito allo spettacolo sono rimasti positivamente sorpresi nel vedere il centinaio di coetanei provenienti da 20 nazioni diverse che, con una grande qualità artistica, hanno presentato loro un modo di vivere del tutto diverso da quello imposto dalla società attuale. In entrambi gli spettacoli la proposta di uno stile di vita basato sull’amore che diventa servizio concreto agli altri, è stata accolta e tutti sono ripartiti con il cuore pieno di gioia.
Ma anche per gli stessi “attori”, cioè i ragazzi che trascorrono un periodo della loro vita nella cittadella Lia, questa trasferta è stata importante in quanto ha dimostrato che vivere la “pazzia dell’amore” è possibile se ognuno si propone di fare la propria parte, senza guardare ciò che è stato né ciò che sarà, ma solo puntando al presente, sfruttandolo bene. Uno tra i tanti messaggi ricevuti a caldo per WhatsApp: «TUTTO È STATO BELLISSIMO! È stato vivere davvero il titolo della giornata: “Viviamo questa pazzia”, perché questi 3 giorni sono stati indimenticabili. Anche le mie amiche che sono venute sono rimaste entusiaste ed emozionatissime! Per me è stato speciale anche poter conoscere meglio i giovani venuti dalla Cittadella Lia. Continuiamo a vivere insieme questa pazzia!». Leggi anche: Argentina, mille giovani per una pazzia (altro…)
Kathleen, giovane universitaria, racconta come, a seguito di un malinteso nell’appartamento che condivide con altre giovani universitarie, ha sentito la spinta a chiedere scusa e di come questo gesto, prima tanto difficile e impegnativo, ha poi aperto la porta ad un rapporto nuovo con quella giovane.
Il momento di preghiera si è concluso con l’invito ad essere tutti costruttori di pace, sigillando questo impegno con l’annodare un nastro bianco ad un piccolo albero dal nome maori, Kowhai. È uno degli alberi originari della Nuova Zelanda. Il suo fiore, giallo intenso, è una delle immagini che rappresentano la Nuova Zelanda. Ha molte caratteristiche medicinali e tante specie di uccelli trovano nutrimento nel nettare che produce. Pur sottile nei suoi rami, il Kowhai è un albero forte e che può crescere fino a 20 metri di altezza. Un bel simbolo dell’umile ma forte grido di pace che i giovani hanno lanciato in questa serata. (altro…)
«Pensavo che la mia vita sarebbe finita come tutti, senza sfide, ma adesso mi sono “svegliato” da un grande sonno perché durante questo youth camp ho ricevuto tanta forza e incoraggiamento (William, 20 anni)». «Ho capito cosa vuol dire amare, servire gli altri. Ho conosciuto tanti nuovi amici ed è stato uno dei momenti più felici della mia vita (Maung, 21 anni). Questi tre giorni sono stati come una vitamina per andare avanti verso il mio futuro. (Benjamin, 18 anni) ». Ecco alcune delle impressioni a caldo dopo lo “Youth Camp” che si è tenuto a Kanazogone, un piccolo villaggio al sud di Myanmar (3- 5 ottobre). L’idea nasce dai Giovani per un Mondo Unito di Yangon, nota anche come Rangoon (capitale del Paese fino al 2005). «Siamo partiti in pullman 23 giovani da Yangon – raccontano – e dopo aver proseguito in barca perché la strada non vi arriva, abbiamo raggiunto questo villaggio sperduto. Ci ha accolti una piccola comunità guidata da un sacerdote focolarino, Padre Carolus, in questo paesino a maggioranza cristiana. Altri 60 giovani circa, dei dintorni, si sono aggiunti al gruppo.
Per tanti era la prima volta che partecipavano ad un incontro di questo tipo. Dal primo momento i giovani hanno ascoltato con attenzione, accogliendo con serietà il nostro messaggio». Il programma si è svolto intorno alla figura di Chiara Luce Badano. «Quando abbiamo cominciato a guardare il video sintesi della sua beatificazione – continuano i giovani –, la pioggia cadeva così forte che ci impediva di ascoltare. Abbiamo improvvisato alcuni giochi per aspettare che si fermasse… I presentatori hanno proposto di pregare insieme chiedendo a Chiara Luce di darci la possibilità di ascoltarla. Poco dopo la pioggia è diminuita notevolmente. Ma il miracolo più grande è stato che la sua testimonianza di vita ha raggiunto il cuore di ogni giovane. È stato un momento solenne. Come quando abbiamo parlato della pace: pace dentro di noi sapendo perdonare, e con i vicini, concludendo con un time out per la pace in tutto il mondo. Tanti giovani hanno deciso di impegnarsi ad amare specialmente i più vicini, i familiari».
«Volevamo fare un’azione utile per il villaggio – raccontano –. Nonostante il pomeriggio caldissimo, siamo andati tutti con gli attrezzi portati dai giovani del posto a togliere le erbacce cresciute nella foresta e lungo il fiume. Un lavoro in mezzo al fango, i serpenti, le zanzare… C’era chi si stupiva di fare un tale lavoro, ma in tutti traboccava la gioia! E dietro di noi è rimasto un bel giardino. Alla sera, la festa. Abbiamo invitato tutte le famiglie, ringraziando le donne che ci avevano aiutato a preparare i pasti di quei giorni. Tanti talenti sono venuti fuori, superando la timidezza». «Nonostante non ci fosse elettricità – salvo quella del generatore -, telefono quasi inesistente e quindi neanche internet… oh, come ci è costato lasciare quel posto!». Il viaggio di ritorno a Yangon rimarrà indimenticabile, per la gioia del gruppo che si esprimeva in grandi risate e canti a non finire durante le 5 ore di pullman. «Tornati a casa – concludono –, con la scusa di uno di noi che partiva per l’estero per studiare, abbiamo organizzato subito un ritrovo nella stessa settimana, per guardare le foto e continuare a conoscere la vita di Chiara Luce. Si è ricreata l’atmosfera di quei giorni e anche i nostri nuovi amici hanno espresso il desiderio di imitarla». (altro…)