Movimento dei Focolari

Felici non solo un giorno

Mar 20, 2018

La Giornata internazionale della felicità, celebrata ogni anno il 20 marzo, fa riflettere: in un mondo che sembra negare la possibilità di nutrire speranza, si può ancora essere felici? Nel 1984, durante il Giubileo dei giovani, Chiara Lubich spiegò l’essenza della vera “gioia”.

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Foto: Pixabay

La gioia dei primi cristiani (come del resto quella dei cristiani di tutti i secoli, là dove il cristianesimo è compreso nella sua essenza e vissuto nella sua radicalità), la gioia dei primi cristiani era una gioia nuova, mai conosciuta fino allora. Non aveva niente a che fare con l’ilarità, con il buonumore, con l’allegria. Né era semplicemente “la gioia esaltante dell’esistenza e della vita” – come direbbe Paolo VI – né “la gioia pacificante della natura e del silenzio”, né la gioia o “la soddisfazione del lavoro compiuto”, né solamente “la gioia trasparente della purezza” o quella “dell’amore casto”… tutte gioie belle. Ma quella dei primi cristiani era diversa: era una gioia simile a quell’ebbrezza che aveva invaso i discepoli alla discesa dello Spirito Santo. Era la gioia di Gesù. Perché Gesù, come ha la sua pace, così ha la sua gioia. E la gioia dei primi cristiani, sgorgata spontanea dal fondo del loro essere, saziava completamente il loro animo. Essi avevano trovato veramente ciò di cui l’uomo di ieri, d’oggi, di sempre va in cerca: Dio che – come abbiamo visto – lo soddisfa pienamente. Avevano trovato la comunione con Dio, elemento essenziale alla loro piena realizzazione. Erano uomini. L’amore, infatti, la carità, di cui Cristo attraverso il battesimo e gli altri sacramenti arricchisce il cuore dei cristiani, si può raffigurare a una pianticella. Più essa affonda le radici nel terreno della carità fraterna (più cioè gli uomini amano i propri fratelli), più il fusto svetta verso il cielo: più cresce nel cuore l’amore verso Dio, la comunione con Lui, non creduta solo per fede, ma sperimentata. E questa è felicità: si ama e ci si sente amati. Questa era la felicità dei primi cristiani adulti e giovani, che si sprigionava in liturgie festose, traboccanti di inni di lode e di ringraziamento. Gioia, che cresceva nel cuore anche per il fatto che con l’amore e per l’amore avevano la luce. Essi “vedevano”, avevano una certa comprensione delle cose di Dio di per sé impenetrabili. I misteri, se erano accettati da loro per fede, non erano così oscuri come si può pensare. C’era in loro una qualche penetrazione di essi così saporosa, così luminosa d’aver impressione di comprenderli, di possederli. E ciò esaltava ancor più la loro gioia: s’aggiungeva, alla gioia dell’amore, quella della verità. Così, armati solamente di amore e di luce, e vestiti di gioia, s’erano diffusi in breve tempo nel mondo allora conosciuto: “Siamo di ieri – diceva Tertulliano – e abbiamo già invaso il mondo”. Essi godevano persino delle persecuzioni e cantavano nel martirio. Avevano infatti compreso un paradosso del cristianesimo: la gioia, la soprannaturale gioia di Cristo, si trova proprio dove la gioia non c’è: nel dolore. Ma nel dolore amato.   Fonte: Centro Chiara Lubich

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