Movimento dei Focolari

Lettera aperta dal Belgio

Apr 5, 2016

Samuel Verhegge, 24 anni, da Bruxelles racconta il suo 22 marzo 2016. Nello scoraggiamento generale e tra i dilaganti sentimenti xenofobi, prova a individuare uno spiraglio di luce.

Samuel«Il 22 marzo rimarrà per sempre una data marcata dagli atti vigliacchi nell’aeroporto e nella metropolitana di Bruxelles. Atti di individui che non sono riusciti a vedere l’amore per il prossimo come priorità nella loro vita, proprio nei giorni che precedono la Pasqua, festa che ci insegna che l’Amore vince tutto. È stata una settimana in cui emozioni di odio profondo si alternavano con una sensazione che Dio richiede di amare l’altro. Non è certo facile in momenti come questi. C’è nella nostra natura la voglia di trovare un colpevole. È questo che sta succedendo anche qui in Belgio. Ci si domanda dove si è sbagliato, e chi è responsabile per la radicalizzazione di queste persone. Anche per me è stata una settimana piena di domande nuove. È come scrivere continuamente delle lettere a Dio ed ogni giorno correre alla casella della posta per guardare se c’è già la Sua risposta. Peggio ancora quando i tuoi amici più stretti ti chiedono perché difendi ancora i musulmani: “È colpa loro”, dicono. “Li rimandiamo a casa”. “Perché dare ai profughi delle possibilità, se loro poi ci fanno fuori?” Mi sono accorto che ci vuole un esercizio da rifare ogni volta. Si tratta di entrare nella pelle dei miei amici, che non hanno la fortuna di sperimentare che Dio è accanto a loro e che Lui è l’unico che può offrire una risposta. Una risposta d’amore. Loro sentono la paura, che li spinge a far prevalere la propria sicurezza e il proprio futuro. Il mio sforzo di questa settimana era di far vedere loro l’altra parte della storia: “Quelle persone (i terroristi) non sono musulmani. L’Islam impersona valori che irradiano l’Amore”. Ma quando fai questo esercizio, trovi subito tanta resistenza. La ferita è ancora fresca. Speravo di essere in grado di sanare adeguatamente le ferite, ma la guarigione è un processo e dunque ci vuole del tempo. Tornando a casa questo Venerdì Santo ero stanco e quasi stufo di curare “i feriti”. Posso ben immaginare che sia stata una settimana molto dura per le persone impegnate in prima linea nei soccorsi. Si dice che i giovani di oggi non osano manifestare la loro fede. Non osiamo più parlare delle cose in cui crediamo per paura di essere scartati dalla società. Non osiamo più fare ciò che sentiamo sia bene fare. Forse non è paura di esprimersi ma stanchezza, conseguenza del fatto che credere negli ideali cristiani è un’avventura faticosa. La fede in Belgio è una cosa ormai eccezionale, e devi sforzarti ogni volta per sostenere i tuoi valori. I giovani scelgono di non credere più, per evitare le critiche. E qui capivo di nuovo la forza dell’ideale di pace e di unità che Chiara Lubich ci ha insegnato. Può essere come un “caffè” per la nostra stanchezza. Ci aiuta a sorridere quando qualcuno pone una domanda critica, dandoci l’opportunità di condividere il nostro messaggio. Per quello sto alla sequela di Gesù! Vorrei chiedere a Dio un fuoco più grande di prima, che accenda delle candele nel cuore dei giovani. Che ci renda capaci di guardarsi positivamente, invece che criticarsi l’un l’altro. In modo che uno spiraglio verso il basso diventi un spiraglio verso l’alto e la fede diventi una festa anziché una preoccupazione. Dove ognuno possa trovare la chiave per costruire un mondo in cui attentati come quelli del 22 marzo non accadano più».

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