12 Mag 2016 | Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Nuove Generazioni, Sociale, Spiritualità
Il Festival per la pace conclude in Ecuador la Settimana Mondo Unito, expo di azioni fraterne promossa dai giovani del Movimento dei Focolari. Il racconto di Francesco Ricciardi, della delegazione internazionale che ha percorso le strade del paese latino americano, in un’esperienza in cui è emersa fortemente la vocazione comunitaria dell’America del Sud. «Strumenti tradizionali e moderni si uniscono per dar vita ad una festa. Sul palco, si susseguono giovani dell’Africa, dell’Asia, dell’Europa, delle Americhe… Insomma, oggi tutto il mondo è presente a Quito! “Anche nella distruzione delle scorse settimane – ci dice Juan Carlos – abbiamo visto generarsi una catena di generosità e solidarietà”. Sul palco si susseguono tante esperienze concrete del dopo terremoto. Jesús, ad esempio, racconta: «Quando abbiamo visto le prime immagini, ci siamo resi conto della gravità dei danni. Con alcuni amici abbiamo organizzato una raccolta di beni di prima necessità, lavorando dalla mattina fino a notte fonda, per amore dei nostri fratelli e sorelle». Continua Natalia: «Ci siamo diretti nei luoghi devastati dal terremoto per rispondere a questo grido di dolore. All’inizio non era chiaro come poter essere di aiuto. Ho capito, che potevo amare ascoltando, per accogliere il dolore di chiunque incontravo». David racconta che «ho visto mani disinteressate che non hanno tardato un solo secondo a donare cibo, acqua, medicine, denaro; e mani che, anche se non avevano niente, si sono messe a disposizione per aiutare. Ho assistito ad un Ecuador frantumato da disperazione, paura, fame e sete; ma ho anche visto volti di gioia, la soddisfazione e la speranza di ricevere un aiuto disinteressato. Ho lavorato a fianco di persone che si sono lasciate tutto alle spalle: il lavoro, gli studi e le proprie famiglie per aiutare chi aveva perso tutto. Ho potuto guardare da vicino la bontà degli ecuadoriani e non solo».
Momenti artistici rendono la festa ancora più gradevole e preparano ad accogliere le tante testimonianze. Melany racconta: «Quando ho iniziato a cantare nel coro universitario, ho capito che per guadagnare un posto nel gruppo i miei compagni non esitavano ad offendere ed insultare. Un giorno ho deciso di condividere le canzoni che avevo scritto. È stato il primo passo. Da allora, tutto è cambiato. Anche altri hanno cominciato a condividere tanti talenti nascosti che, finalmente, potevano mostrarsi senza timore! Il rapporto tra tutti è migliorato moltissimo. L’8 maggio 2015, abbiamo organizzato un concerto di musica latino americana con l’obiettivo di trasmettere il valore della fraternità». Giorgio e Lara, giovani libanesi che, seppur in mezzo ad una delle più sanguinose guerre della storia, trovano la forza per amare tutti: «La guerra in Siria ha causato più di 6,5 milioni di rifugiati nello stesso Paese e 3 milioni sono fuggiti verso i Paesi vicini. Nonostante ciò, centinaia di manifestazioni sono state organizzate in tutto il Medio Oriente per raccogliere fondi e beni di ogni genere e testimoniare insieme, cristiani e musulmani, che l’unità è possibile. Concerti, feste, veglie di preghiera hanno trasformato la paura in speranza, l’odio in perdono, la vendetta in pace. Tante famiglie, pur se con poche risorse economiche, hanno accolto i rifugiati iracheni. In Siria molti ci hanno detto che “l’amore vince tutto, anche quando sembra impossibile”». David e Catalina, presentano le “Scuole di Pace”, iniziativa promossa in collaborazione con l’Istituto Universitario Sophia: «L’obiettivo è quello di creare spazi di formazione teorica e pratica per approfondire la relazioni con se stessi, con gli altri, con il creato, con gli oggetti e con la trascendenza. La fraternità universale può creare una politica al servizio dell’uomo; un’economia basata sulla comunione; un’ecologia in equilibrio: la Terra casa di tutti». Una realizzazione concreta dello United World Project. Il festival dell’inculturazione si conclude con Samiy, giovane indigeno della comunità Kitu Kara: «Abbiamo vissuto una settimana nella quale abbiamo sperimentato che è possibile portare la fraternità, l’unità, la solidarietà e la pace nella nostra vita, nel nostro ambiente ed in tutto il nostro pianeta. L’umanità è viva; il nostro impegno è personale, ma possiamo farcela solo se ci sentiamo parte di una comunità. Oggi abbiamo assistito alla bellezza della diversità e alla ricchezza delle culture». La gioia, ormai, è incontenibile. E così, durante le canzoni conclusive, ci si trova a ballare tutti nell’arena! Giovani e adulti, bambini e ragazzi. Tutti a far festa e gioire. Ma non è gioia effimera, è consapevolezza che siamo in tanti, un popolo che vuole fare dell’Amore la propria bandiera. E come dicono Lidia e Walter «questa non è una conclusione. Questo è solo l’inizio!». Fonte: Città Nuova online (altro…)
11 Mag 2016 | Chiesa, Famiglie, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità
«“La storia di una famiglia è solcata da crisi di ogni genere”. Esordisce così papa Francesco, nell’accingersi a parlare della crisi di coppia in Amoris Laetitia (AL 232 e segg.), intercettandone con grande realismo i vari passaggi. Pagine che sembrano raccontare la mia storia. Di me, bambino di 5 anni, che la guerra rende orfano di padre e di prospettive. Di me, giovane, che nell’amore di una ragazza ritrova un soffio di vita nuova e una speranza di felicità. Di me, uomo, deluso e rimasto solo. Ma anche il racconto di una comunità che accoglie e che salva. Terminati gli studi nautici e imbarcato sulle navi della Marina Mercantile, in una licenza conosco Mariarosa e sboccia l’amore. Un sentimento così grande che non ammette distanze. Per lei lascio il mare. Il nuovo lavoro ci porta a vivere lontani dalle nostre famiglie, dagli amici, dalla vita di sempre. Tutto l’universo è circoscritto a noi due avvolti nel sogno: sia io che lei puntiamo sull’altro ogni aspettativa di felicità. Tutto fila fino a che le nostre diversità, dapprima attraenti, iniziano ad infastidirci. Fino ad apparirci inaccettabili, fino a non riconoscerci più e a convincerci di aver sbagliato persona. E con amara delusione dobbiamo ammettere che il sogno è finito. E con esso il nostro matrimonio. Ci lasciamo. Mi ritrovo solo, nella casa vuota, in preda a rabbia e disperazione.

1971: quando erano giovani sposi, da poco riconciliati, con i primi cinque figli
Alla festa di nozze di un collega, uno degli invitati mi offre un passaggio per tornare a casa. Incoraggiato dalla profondità del suo ascolto gli racconto della mia situazione. Egli si offre di diventare amici ma io, deluso dalla vita e dalle persone, gli dico di non credere nell’amicizia. “Io ti propongo un’amicizia nuova – rilancia fiducioso –, di amarci “come Gesù ci ha amato”. Quel “come” apre un varco nella mia anima. Comincio a frequentare la sua famiglia e i suoi amici del Focolare, amici che diventano anche miei. È ciò di cui ho davvero bisogno: la vicinanza di persone che non mi giudicano, non danno consigli, non ostentano la propria felicità. Sanno invece comprendere l’angoscia di chi come me è allo sbando. Il loro modo di vivere è come uno specchio in cui rivedo tutto il mio passato, il concatenarsi di errori e di egoismi che l’avevano sciupato. Sul loro esempio comincio anch’io a fare qualcosa di bello per gli altri. 
Renzo e Maria Rosa con tutta la famiglia
Due anni dopo, del tutto inaspettata, arriva una lettera di Mariarosa. Anche lei, per strade del tutto diverse, nella sua città ha conosciuto persone che l’hanno fatta incontrare con lo sguardo d’amore di Gesù. Titubanti ci rincontriamo e in quel momento avvertiamo che Dio ci aveva dato un cuore nuovo e la certezza che il nostro amore poteva sbocciare di nuovo. Un amore la cui misura non era più aspettare ma, dare. Nella misericordia inizia un percorso fino alla rifondazione della nostra famiglia, che sarà allietata da sei figli, fra cui tre gemelle. Ma non più isolati: con altre coppie condividiamo il ricominciare di ogni giorno, sperimentando che pur in mezzo alle fatiche e alle prove, che non mancano mai, possiamo costruirci coppia con un orizzonte di felicità. In un quotidiano intessuto di comunione, di reciprocità, di profonda condivisione di sentimenti, di propositi, di donazione verso i figli e verso tutti. Sperimentando, nella gioia, come scrive Francesco, che una crisi superata porta davvero a “migliorare, a sedimentare e a maturare il vino dell’unione”. E che ogni crisi è l’occasione per “arrivare a bere insieme il vino migliore” (AL 232)». (altro…)
10 Mag 2016 | Focolari nel Mondo, Nuove Generazioni, Spiritualità
«Sentivamo forte l’esigenza di calarci nelle ferite della nostra città. Siamo stati coinvolti da Patrizia, insegnante e collaboratrice della rivista Città Nuova, che stava scrivendo un libro sui minori figli di detenuti e aveva appena conosciuto il comitato Break the Wall. Si tratta di 7 detenuti che, tra le varie attività della sezione, si stavano impegnando per consentire ai bambini di avere qualcosa di più del freddo incontro negli stanzoni dei colloqui. Volevano realizzare delle feste, degli eventi per far divertire i bambini e lasciar loro un bel ricordo dei padri da cui vivono separati. Tra noi e i detenuti del comitato, le educatrici e la direttrice della sezione si è subito instaurata una fiduciosa collaborazione. Il primo incontro con i detenuti è avvenuto nel Natale del 2014. Ci colpì, entrando, l’ordine della polizia penitenziaria di lasciare tutto prima di varcare la soglia del cancello: si riferivano agli oggetti personali, per motivi di sicurezza. Ma per noi suonò come un richiamo simbolico, come una spinta a lasciarci dietro tutti i pregiudizi. I detenuti erano increduli che tanti giovani potessero spendere un sabato mattina lì per loro. Da quella festa è iniziato un percorso più che di volontariato, di rapporto vero e profondo costruito con i detenuti stessi. Qualcuno, sentendoci parlare di ciò che facevamo, ci diceva che ci voleva un grande coraggio. Per noi, invece, si trattava di avere fiducia nell’altro, anche se ha commesso un crimine; speranza che si può cambiare e ricominciare. Ricordiamo la gioia di quel detenuto felice di poter investire i suoi talenti in qualcosa di legale, pur non traendone profitto, come accadeva invece con le attività illecite. Per lui che non ha figli, lavorare per i bambini, lo faceva sentire pieno e soddisfatto. L’anno scorso ci siamo incontrati con i detenuti del comitato, per progettare un nuovo evento. Una loro lettera di ringraziamento ha confermato l’entusiasmo e la gioia di quell’incontro, in cui abbiamo potuto sederci insieme, come se non fossimo in una stanza interna alle mura di un carcere. E anche fare merenda insieme, sì, perché ci hanno accolto calorosamente, come si fa con dei vecchi amici. Ormai ci chiamano “i ragazzi del comitato esterno”. In quell’occasione si sono aperti raccontando gli effetti concreti della detenzione sulla vita quotidiana. Ad esempio, ci dicevano che chi è in carcere non riesce più a mettere a fuoco lo sfondo; gli occhi devono riacquistare la capacità di guardare lontano, avendo perso l’abitudine a guardare l’orizzonte. Uno di loro ci ha salutato con un messaggio:“Ai giovani dico di continuare a dedicarsi a queste attività, perché spesso chi sta dentro ha bisogno solo di vedere che dall’esterno c’è un interesse verso i nostri problemi, per avere una seconda possibilità. Spesso il carcere taglia i ponti e l’abbandono crea dei mostri. Per questo da parte mia vi ringrazio”. Nel marzo scorso, per la festa del papà, abbiamo organizzato dei giochi e attività con cui abbiamo animato mattinate o pomeriggi. Mezze giornate così semplici, hanno permesso a quelle famiglie, solitamente divise, di vivere dei bei momenti insieme; e a quei bambini di conservare dei bei ricordi nell’ambito dei rapporti tanto delicati e difficili con i loro papà. Alcuni dei nostri amici erano presenti alla visita che Papa Francesco ha fatto al carcere il Giovedì Santo dello scorso anno, hanno partecipato alla celebrazione della S. Messa e ci hanno raccontato dell’emozione vissuta. È stato per loro un momento prezioso. «Il carcere – ci dicono spesso –, toglie le emozioni oltre che la libertà». Ma in questo tempo forse qualcosa è cambiato: c’è la gioia di incontrarsi e di collaborare senza pregiudizi. In loro abbiamo scoperto il volto di Gesù prigioniero, di Gesù emarginato. Ogni volta, andando via dal carcere di Rebibbia, sentiamo di aver imparato il coraggio di voler cambiare, di ammettere i propri sbagli, di ricominciare. Sperimentiamo l’amore personale di Dio e della sua immensa Misericordia». (altro…)
9 Mag 2016 | Cultura, Focolari nel Mondo, Sociale, Spiritualità
E
ra l’estate del 2013, e dalla condivisione tra un gruppo di ragazzi di Roma nasce l’idea di fare qualcosa per frenare il proliferare del gioco d’azzardo. Sempre più capitava di vedere anziani e giovani incollati davanti alle slot machine, presenti in moltissimi bar. Negli ultimi anni, nonostante la crisi economica, l’offerta e il consumo di azzardo in Italia sono cresciuti vertiginosamente: gli italiani spendono 85 mld all’anno e le slot macchine di ultima generazione sono più di 50.000, gli “azzardopatici” stimati sono circa 800.000. Vediamo come l’azzardo stia devastando le nostre città, impoverendo il tessuto sociale, creando solitudine e isolamento. A guidare l’esponente crescita dell’offerta di azzardo c’è una visione dell’economia in cui importa il solo profitto delle multinazionali del settore, con il consenso da uno stato che vede in esso la possibilità di guadagnare. Davanti a questo scenario desolante quel gruppo di ragazzi romani si è domandato cosa poter fare… e da lì è nata l’idea di premiare quei baristi che hanno scelto di non avere l’azzardo nel proprio locale, andando a fare colazione in massa nei loro bar: facendo quindi uno Slotmob. Inizialmente si pensava di proporlo a Roma e Milano, ma l’idea semplice e concreta ha affascinato diverse persone dal nord al sud della penisola. In questi due anni e mezzo sono stati realizzati 120 slotmob, che hanno visto la partecipazione di più di 10.000 persone, mettendo in rete più di 200 associazioni. Si sono creati così rapporti tra realtà molto diverse tra loro, creando spazi di incontro e conoscenza, ritessendo quel legame sociale che l’azzardo aveva disgregato. «A Roma abbiamo concentrato le nostre forze su una zona soprannominata la “Las Vegas” di Italia – racconta Maria Chiara –. In poco tempo si è creata una rete che coinvolge 7 associazioni locali, che si occupano di azzardo sotto diversi profili. È nato un rapporto sincero, non privo delle difficoltà dal lavorare insieme. Così è partito il progetto “Non Azzardiamoci”, che vede coinvolte alcune scuole della città. Parlare con i ragazzi del potere delle nostre scelte e di come possiamo cambiare una realtà ingiusta a partire da noi, non è affatto facile; ma è davvero importante costruire un mondo più giusto e coinvolgere i giovani in questo processo di cambiamento».
«Nell’esperienza Slotmob – continua – stiamo incontrando tante persone, tante storie, che ci fanno capire quanto l’azzardo sia una ferita aperta nella nostra società. Durante uno di questi slotmob, un signore che ci aveva aiutato ad organizzare i giochi con i ragazzi, prende il microfono e ci racconta la sua esperienza in quanto assiduo consumatore di azzardo. Ci dice:“La mia vita è fatta di luci ed ombre e quello che mi spinge a giocare d’azzardo è la solitudine, ma oggi che vedo tutti voi qui non mi sento più solo. Quindi mi impegno a non giocare più d’azzardo e se mi doveste trovare davanti ad una slot machine, siete autorizzati a riprendermi ricordandomi questa promessa che vi faccio oggi”». «Se guardiamo indietro – conclude Maria Chiara – abbiamo raggiunto risultati impensabili: sono state bloccate due leggi che avrebbero ridotto i poteri dei sindaci nella limitazione dell’azzardo; abbiamo ottenuto il divieto parziale di pubblicità in televisione ed una maggiore attenzione dei media sull’argomento. Siamo consapevoli che la strada è ancora lunga, vogliamo che la pubblicità dell’azzardo sia vietata totalmente e vogliamo che si rimetta in discussione la possibilità di affidare la gestione dell’azzardo alle multinazionali. Per queste ragioni il 7 maggio saremo in più di 40 piazze in tutta Italia, per ribadire il nostro Sì ad un’economia diversa, premiando quei bar che hanno detto no all’azzardo». (altro…)
7 Mag 2016 | Cultura, Focolari nel Mondo, Spiritualità
«Io dov’ero?», cantava il Gen Verde sul palco del Primo maggio di Loppiano, nel brano “Chi piange per te”, ispirato alla tragedia dei migranti. Domanda risuonata potente tra i 1.200 partecipanti alla giornata di festa, certamente, ma anche di impegno per l’umanità che soffre. I ragazzi di Loppiano hanno quello sguardo che parte da loro stessi – come recita il sottotitolo “Inizia dove sei” – ma che raggiunge terre e popoli lontani, con una preferenza per quelli che sono piegati dalla sofferenza. C’è Aleppo, con l’escalation di bombe e morte che da 10 giorni la devasta; ci sono le popolazioni terremotate dell’Ecuador che domandano vita e ritorno alla normalità, ma c’è anche il variegato arcipelago di associazioni e iniziative che in Italia operano sul fronte dell’integrazione. “Scopo di questa giornata – spiegano i Giovani per un Mondo Unito, gli organizzatori, – era fare il punto, scambiarsi idee, progettare questa corrente – il “flow”, dal titolo – che rappresenta il mosaico d’iniziative che si snoda per tutto lo stivale sotto il segno dell’accoglienza, della legalità, della politica vissuta come servizio, della cura dell’ambiente e molto di più. In una parola, della fraternità”. «E noi, cosa stiamo facendo per fermare la guerra?», si sono chiesti questi ragazzi arrivati a Loppiano un po’ da tutt’Italia. Tarek e Lubna sono rispettivamente di Aleppo e Amman. Ad Aleppo la situazione è gravissima. «Da quando le bombe hanno ripreso a cadere a pioggia, sono tantissimi i gesti di solidarietà fra la gente – racconta Tarek. Questo rivela le qualità del mio popolo, che non si arrende, ma è ferito nella sua dignità. Diciamo a voce alta basta alla guerra e chiediamo con fede il dono della pace». «In Giordania abbiamo 3 milioni di profughi, la metà siriani – spiega Lubna – . Quando arrivano hanno occhi spenti, la speranza è morta. Noi cerchiamo di condividere la vita di paura che hanno affrontato fino a quel momento, dando loro ciò di cui hanno più bisogno amore e senso di famiglia». Poi, in un messaggio-video Wa’el Suleiman, direttore della Caritas giordana, rivolge un accorato appello ai giovani italiani ed europei: «Lavorate con noi per fermare la guerra, venite in Medio Oriente e aiutateci a ricostruire i nostri Paesi, affinché la gente non debba più fuggire, emigrare. Noi vogliamo vivere nelle nostre terre». Nahomy e Maria sono entrambe di origine ecuadoriana, ma una vive in Italia, mentre l’altra è a Loppiano per alcuni mesi. Raccontano della straordinaria forza del loro popolo: «La sofferenza di chi non aveva più niente era diventata di tutti, a tal punto che il Paese si è messo a fare ciò che poteva. I prigionieri dentro al carcere si sono messi a costruire bare in legno, persone di diversi schieramenti politici hanno fatto squadra, i cuochi sono diventati degli eroi che cucinavano un piatto caldo per tutti, i poveri hanno condiviso anche il poco che avevano».
È chiaro che i ragazzi del Primo Maggio hanno davanti agli occhi il mondo, lo si vede dal loro sguardo proiettato oltre l’orizzonte personale, sempre e comunque. Anche le relazioni familiari, oggi profondamente compromesse dalla fluidità del concetto stesso di famiglia, vengono affrontate con una testimonianza potente e per molti versi spiazzante: quella di una famiglia che ha riaccolto a casa il padre, dopo anni di abbandono e separazione. Alla domanda su quale consiglio darebbe a chi si trova in situazioni simili, uno dei figli risponde: «Ai genitori direi di non mettere mai noi figli contro l’uno o l’altro genitore e ai figli: di amare i genitori qualunque cosa facciano, perché anche loro hanno bisogno del nostro amore». Balli, canzoni e tanta musica hanno fatto da cornice a queste storie di giovani che hanno deciso di prendere parte attiva nella costruzione di un mondo presente e futuro che vogliono diverso. «Sono stanco di scontri e contrapposizioni in politica come nella vita di tutti i giorni – scrive un ragazzo sul grande wall, il muro sul quale chi vuole può “lasciare” quella parte di sé che ostacola il fluire della corrente di fraternità –. Le uniche cose che m’interessano e per cui voglio vivere sono quelle che ci mettono insieme, non quelle che ci dividono». E a proposito di politica, Cristina Guarda, venticinquenne consigliera regionale veneta, racconta così le motivazioni che l’hanno spinta ad entrare nell’arena politica: «Sono sempre stata convinta che la politica è quella che noi costruiamo quando ci mettiamo a servizio del nostro prossimo. Sentivo che era arrivato il momento di mettermi in gioco». Un punto di vista quanto meno alternativo, stando allo scenario a cui la politica dei palazzi ci ha abituati, ma che ha riscosso applausi scroscianti dai ragazzi del Primo Maggio: chi ha orecchi, intenda! Sul grande schermo, una frase di Chiara Lubich introduce bene la tavola rotonda che conclude la mattinata: «Se volete trasformare una città, cominciate a unirvi con chi ha il vostro stesso ideale. Insieme cercate i più poveri, gli abbandonati, gli orfani, i carcerati, quelli che sono messi ai margini, e date, date sempre: una parola, un sorriso, il vostro tempo, i vostri beni….». Parte subito dopo una sventagliata di idee-progetti dei Giovani per un Mondo Unito in Italia: a Torino in un piccolo dormitorio, a Firenze con un gruppo di persone “diversamente libere”, i detenuti del carcere Gozzini; a Siracusa con il Summer Campus che si svolgerà anche la prossima estate e che prevede attività di sostegno e animazioni con bambini e ragazzi in difficoltà; a Napoli e Caserta dove il progetto “Officine di Fraternità” ha coinvolto centinaia di ragazzi delle periferie a rischio e si è concluso con workshop e concerto del Gen Rosso. Il pomeriggio prosegue all’aperto con la Expo dello United World Project su disarmo, ambiente, economia di comunione, arte, cultura con l’Istituto Universitario Sophia, Slotmob-contro il gioco d’azzardo, dialogo interculturale e interreligioso, ecc. La giornata si conclude con la “FlowRun”: una corsa a tappe che culmina in un’esplosione di festa, musica e colori quasi a dimostrare che entusiasmo e gioia sono imprescindibili per chiunque voglia contagiare altri nell’avventura di un mondo “per” e non “contro”. Fonte: Servizio Informazione Focolari Loppiano Foto su Flickr:
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