12 Apr 2016 | Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
«Provengo da Sarajevo, Bosnia ed Erzegovina, dove per secoli hanno convissuto musulmani bosniaci, cattolici croati, ortodossi serbi, ebrei, rom ed altri. La guerra degli anni ‘90 che voleva convincerci che non possiamo vivere insieme, ha portato solo migliaia di vittime, un milione di profughi, città, edifici di culto, monumenti storici devastati. Nel nostro condominio abitavamo croati, serbi, bosniaci musulmani, ma abbiamo condiviso tutto tra di noi, fino all’ultima sigaretta, il poco olio, farina, caffè ed anche il dolore della morte. Mio marito che lavorava come tecnico radioamatoriale nelle istituzioni dello Stato, ha installato una stazione radio per poter collegare le persone che per mesi, a causa dell’interruzione dei collegamenti telefonici, non sapevano più nulla dei loro cari. Finito il conflitto mi sono impegnata in politica, nel Partito Socialdemocratico e mi sono candidata come assessore comunale. Le conseguenze della guerra erano terribili. In quel periodo è arrivato al sindaco di Sarajevo l’invito di partecipare all’incontro “Insieme per Europa” a Stoccarda e, non potendo lui andarci, ha delegato me. È stato in quell’occasione che ho conosciuto il Movimento dei Focolari, le persone che vivevano per portare l’unità nell’umanità. Potete immaginare che cosa ha significato questo per me che venivo da un’esperienza di guerra. Tornando a casa ho sentito una grande forza di vivere e di lottare per diffondere gli ideali appena conosciuti. Adesso, dopo 20 anni, nella nostra città ancora piangiamo sui nostri morti, ricostruiamo ciò che era distrutto, ma costruiamo anche i ponti tra le persone. E lo facciamo insieme, senza odio. E Sarajevo proprio in questi giorni celebra 20 anni dalla fine dell’assedio della città, durato 1.425 giorni, in cui furono uccisi 12.000 cittadini civili, di cui 1.500 bambini. La città ora ha cicatrizzato le sue piaghe ed è ritornata al suo spirito di un tempo. Le campane suonano, la preghiera dai minareti delle moschee riecheggia nelle piazze. Dato che non ho una fede, mi sono ritrovata nel dialogo iniziato da Chiara Lubich con le persone senza un riferimento religioso. Mi impegno a tessere questa rete di comunione, di comprensione reciproca nella mia città, con le vicine musulmane, con i cattolici, – per esempio durante la visita di papa Francesco -, con le persone di convinzioni diverse. Adesso a Sarajevo c’è un gruppo di giovani, anche loro di fedi e di culture diverse, e pure loro continuano a diffondere la cultura del dialogo.

Zdravka Gutic al convegno OnCity (Castelgandolfo 1-3 aprile 2016)
Già da alcuni anni svolgiamo diverse attività ed è nata l’idea di fondare un’associazione per trasmettere alle giovani generazioni valori universali. Nel 2014, quando si commemorava il centenario dello scoppio della 1° guerra mondiale, la cui scintilla è partita da Sarajevo, abbiamo organizzato, insieme al gruppo internazionale Gen Rosso, workshop per giovani di diversi Paesi Europei. L’anno scorso abbiamo collaborato con altre 5 associazioni della Regione con obiettivi simili al nostro: 7 giorni di seminari e cantieri sul tema delle minoranze etniche, individuando progetti concreti. Quest’anno abbiamo in programma di lavorare con i ragazzi e i disoccupati. Il nostro desiderio è che Sarajevo, dopo la tragedia vissuta negli ultimi anni, diventi una città che sappia raccontare il positivo, dove la gente, al di là della fede o non fede, nazionalità diversa, costruisca passo passo un’umanità riconciliata». Testimonianza raccontata al convegno OnCity, Reti di luce per abitare il pianeta, Castel Gandolfo 1-3 aprile 2016. (altro…)
14 Mar 2016 | Chiara Lubich, Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità
Con la caduta del muro di Berlino sembrava tutto risolto. Nessuno immaginava che i muri della diffidenza, dell’odio, del pregiudizio continuavano ad ergersi nella ex Jugoslavia a ostacolare ciò che per tanti anni le comunità dei Focolari lì presenti avevano cercato di costruire: l’unità tra tutti, nonostante la varietà di etnie, lingue, religioni. Diversità che tutti loro erano giunti a percepire come altrettante ricchezze. L’annunciarsi del conflitto è stato un vero shock, ma anche uno sprone per continuare a credere che pur nell’assurdità di una guerra fratricida, l’immenso amore di Dio non veniva meno.
«Era l’agosto ‘91 – racconta a nome della comunità di Zagabria Minka Fabjan, esperta di amministrazione e attiva nel campo dell’Economia di Comunione – e tra mille peripezie un gruppo di noi siamo andati a Katowice (Polonia) perché sapevamo che vi avremmo incontrato Chiara Lubich. Lei lì ci ha invitati a testimoniare il Vangelo con tutti i mezzi possibili, di ‘gridarlo sui tetti’. In Croazia già c’erano le prime avvisaglie di guerra: le scuole chiuse, le autostrade bloccate… Fra questi venti di guerra faceva impressione sentire ripetere alla TV e alle radio i nostri messaggi di pace che, seguendo l’incoraggiamento di Chiara, avevamo inviato alle diverse emittenti. Ciononostante le ostilità continuavano ad intensificarsi. Chiara spesso ci telefonava per sentire come stavamo e per incoraggiarci: “Dimostrate con la vostra vita che l’amore vince tutto”. È stata lei a suggerirci una raccolta di firme per la pace: nelle scuole, davanti le chiese, sulle piazze, in Slovenia, Serbia, ovunque. In Croazia, per via degli allarmi, le raccoglievamo nei rifugi. In pochi giorni abbiamo inviato a vari Capi di Stato 65.000 firme». «Nel frattempo le nostre case si riempivano di profughi: erano i nostri parenti, gli amici, ma anche persone sconosciute. Chiara allora ha invitato il Movimento nel mondo a mobilitarsi per inviare aiuti. Nell’autunno è arrivato il primo camion con viveri e generi di prima necessità, un’azione che durerà per anni. Scantinati, case in costruzione, sede della Croce Rossa, sale di conferenze sono stati trasformati in magazzini per smistare ciò che arrivava e condividerlo con vicini di casa e profughi, siano stati serbi, musulmani o cristiani. Facevamo anche 300 pacchi al giorno. Con questi aiuti umanitari siamo riusciti ad aiutare regolarmente 7000 persone». «Sentivamo già la stanchezza, quando nel ’93 papa Giovanni Paolo II ha chiesto di aprire i nostri cuori e le nostre case alle donne bosniache che arrivavano a Zagabria dopo le indicibili crudeltà subite nei lager. Sentivamo che Chiara era al nostro fianco così ci siamo mobilitati tutti. Nel Familyfest ’93 abbiamo lanciato in mondovisione una raccolta fondi che ha permesso di dare casa a 50 famiglie profughe e di aiutare più di 150 donne. Attraverso il sostegno a distanza, sono stati soccorsi anche migliaia di bambini. Alcune di queste donne, vittime di stupro, hanno trovato la forza eroica di portare a termine la gravidanza. In Serbia erano state mobilitati 700 uomini, fra cui tanti del Movimento, per essere arruolati nell’esercito federale. Quando Chiara l’ha saputo ci ha invitati tutti a pregare per loro, affinché avessero la forza di opporsi alla violenza e di non sparare. E le preghiere sono state esaudite: ai ‘nostri’ hanno assegnato un servizio civile». La guerra aveva coinvolto anche Kosovo e Belgrado; nonostante ciò Chiara ha voluto recarsi nella vicina Croazia. Alla domanda di un giornalista (Ottone Novosel per Večernji list, il quotidiano lì più diffuso) se aveva una parola per queste popolazioni, Chiara non ha esitato: «Dimostrate che il miracolo dell’unita è possibile anche tra modi di pensare diversi, tra popoli diversi, tra religioni diverse. È Dio che guida la storia. Questa guerra potrebbe per reazione far suscitare una grande corrente di amore che potrebbe diventare un esempio per tanti e tanti popoli» (12.4.99). Un messaggio, questo della Lubich, di impressionate attualità anche per i tanti conflitti che ancora oggi continuano a deturpare il pianeta e a disonorare la nostra umanità. (altro…)
8 Giu 2015 | Chiesa, Spiritualità
“A Sarajevo si respira l’aria della pace”, aveva esclamato il cardinal Puljic alla vigilia dell’arrivo del Papa. La città lo ha atteso con tanta gioia, preparandosi da qualche mese. Le voci che mettevano in guardia la sicurezza sono state smentite da un’azione concertata nella preparazione, dove Chiesa e Stato hanno lavorato in armonia. Questo lavoro e la disponibilità da parte dei cittadini, nella prontezza a rispettare le regole, hanno fatto sì che tutto andasse bene”. Sarajevo, la città che Giovanni Paolo II ha definito la Gerusalemme europea, ha aspettato il Papa in festa. La pace sia con voi era il motto della visita del Papa in Bosnia ed Erzegovina, “una terra provata dai conflitti di cui l’ultimo ancora molto presente nella memoria dei suoi abitanti: bosniaci, serbi e croati”, scrive Gina Perkov giornalista di Novi Svijet (Croazia). “La guerra ha lasciato, infatti, conseguenze tragiche: morti, distruzioni ed esilio di tante persone. La presenza dei cattolici (prevalentemente croati) è dimezzata”. Gli abitanti erano grati che stavolta gli occhi di tutto il mondo fossero fissati su di loro per una felice occasione e con la speranza che questo fatto aiuti a risolvere i diversi problemi politici “di cui ha colpa anche qualche paese dell’UE che ha permesso e aiutato la pulizia etnica”, come testimonia nel suo recente libro mons. Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka (attuale Repubblica Serba). Allo stadio olimpico di Kosevo, durante la celebrazione eucaristica in presenza di 70 mila persone (di cui 23 mila dalla Croazia), il Papa ha rivolto un forte messaggio di pace. “La pace è il sogno di Dio, è il progetto di Dio per l’umanità … Oggi, si leva ancora una volta da questa città il grido del popolo di Dio e di tutti gli uomini e le donne di buona volontà: mai più la guerra! … Fare la pace è un lavoro artigianale: richiede passione, pazienza, esperienza, tenacia. Beati sono coloro che seminano pace con le loro azioni quotidiane, con atteggiamenti e gesti di servizio, di fraternità, di dialogo, di misericordia… La pace è opera della giustizia … giustizia praticata, vissuta … La vera giustizia è fare a quella persona, a quel popolo, ciò che vorrei fosse fatto a me, al mio popolo … La pace è dono di Dio perché è frutto della sua riconciliazione con noi… Oggi domandiamo insieme al Signore un cuore semplice, la grazia della pazienza, la grazia di lottare e lavorare per la giustizia, di essere misericordiosi, di operare per la pace, di seminare la pace e non guerra e discordia. Questo è il cammino che rende felici, che rende beati”, ha concluso. Momenti indimenticabili con un uomo, il Papa, che ha parlato non solo con le parole (sintetiche e chiare), ma anche con i gesti. Un passo nuovo verso la pace è stato fatto. “Oggi non c’è litigio, nessun problema, così dovrebbe essere ogni giorno”, ha commentato un passante. Nel pomeriggio, Francesco si è incontrato con sacerdoti, religiosi, religiose e persone consacrate in cattedrale, con i rappresentanti delle diverse confessioni e religioni; e alla fine con i giovani. La comunità del Movimento dei Focolari si è fatta viva con dei doni ed è stata presente nei diversi momenti di incontro.
L’Ideale dell’unità è arrivato in Bosnia ed Erzegovina nel 1975 attraverso alcuni giovani presenti alla Mariapoli di Zagabria (Croazia). Nel ’92 lo scoppio della guerra: innumerevoli perdite, distruzioni, morti, profughi. Moltissime persone in fuga nei diversi paesi dell’Europa. Si cerca di sostenere in tutti i modi quelle rimaste sul posto. Poiché le strade sono chiuse, si arriva con qualche lettera o pacchi di alimenti. Attraverso l’amore concreto di chi vive la spiritualità dell’unità, molti musulmani e cristiani incontrano questo Ideale. Finita la guerra, tornando in Bosnia, essi stessi diventano portatori e testimoni di questo nuovo spirito. “All’inizio del ’96, appena possibile, benché ci sia ancora la guerra, si va da loro – raccontano i testimoni di quel periodo –. Ci si trova di fronte a macerie, case distrutte, carri armati, controlli continui della polizia e ogni tanto l’esplosione di una granata … La città di Sarajevo era senza alberi, perché tutti bruciati o dalle granate o dalle persone stesse che nei freddi inverni avevano cercato di riscaldarsi in qualche modo”. La scintilla dell’Ideale dell’unità ricevuta da alcune persone tanti anni prima e custodita nel cuore, si è pienamente accesa in loro proprio durante guerra. Questa gente segnata dalla sofferenza, bisognosa di tante cose, è capace di intuire l’essenziale, assetata del vero. Sono cattolici, ma anche musulmani, ortodossi, tutti grati per la scoperta dell’amore di Dio che ha trasformato la loro vita. La situazione attuale in Bosnia non è risolta. I cattolici emigrano, soprattutto i giovani, e si teme un altro conflitto. La comunità dei Focolari attinge la forza nell’unità, piccolo segno concreto di quell’unità desiderata da Giovanni Paolo II nel 1997, in occasione della sua visita a Sarajevo, quando ha augurato che Sarajevo diventi, dopo la tragedia della guerra, il modello di convivenza per il 3° millennio. (altro…)
21 Mag 2014 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Sociale
Il peggio probabilmente è passato, dopo l’alluvione che si è abbattuta su Croazia, Serbia e Bosnia-Erzegovina. Per ora si contano una cinquantina di vittime, ma si tratta di un bilancio provvisorio; e la situazione rimane particolarmente critica nelle regioni bagnate dal fiume Sava – compresa Belgrado -, dove sono partite le operazioni di evacuazione che hanno coinvolto sinora 25 mila persone su 400 mila che vi abitano. Intanto arrivano i primi aiuti dall’estero – anche l’Italia, ha annunciato il ministro degli Esteri Mogherini, ha stanziato 300 mila euro -; ma la solidarietà è più che mai viva anche tra le popolazioni colpite. Željka di Slavonski Brod – una delle città sulla Sava – ci scrive: «I social network sono pieni di parole d’incoraggiamento e sostegno, e le persone si offrono per aiutarsi gli uni gli altri. Quelli che non possono fare niente pregano; gli altri portano da bere e da mangiare a quelli che stanno riempiendo i sacchi con la sabbia per fare degli argini». Sono infatti migliaia i volontari che giorno e notte costruiscono gli argini, o raccolgono aiuti per chi ha perso tutto e si trova nei centri di accoglienza. In tutta la Croazia moltissime realtà – dalla Caritas, alle aziende, alle parrocchie, ai movimenti – si sono mobilitate per aiutare: così chi porta aiuti non paga l’autostrada e le compagnie telefoniche forniscono internet e chiamate gratis nei posti colpiti. Anche alcuni membri del Movimento dei Focolari si sono offerti di andare nel centro-sud del Paese per portare soccorso: «Di un aiuto più concreto ci sarà bisogno quando si dovranno sistemare le case – spiegano -, ma purtroppo molte non sono più abitabili». Ma non mancano le iniziative dei singoli: un barista ha messo a disposizione il suo locale come punto di raccolta per gli aiuti, e ha donato tutto il guadagno di una giornata rendendo i clienti partecipi dell’iniziativa.
Ancora di più sono state però colpite Bosnia, Erzegovina e Serbia, tanto che la Croazia stessa ha raccolto e inviato subito aiuti, pur essendo essa stessa in difficoltà. La città serba più colpita è Obrenovac, dove è stata disposta l’evacuazione di tutti i 20.000 abitanti. «Il pericolo non è finito – scrivono dalle comunità locali dei Focolari -, soprattutto per la minaccia di frane. Inoltre, tutta la produzione agricola è andata distrutta, per cui c’è e ci sarà nei giorni a venire carenza di cibo». Fortunatamente anche qui si sono subito mobilitati in gran numero i volontari, e stanno affluendo aiuti dalla Russia, dall’UE e dai Paesi vicini. «Questa solidarietà fa davvero impressione – proseguono -. Anche la Chiesa cattolica, che è una minoranza nel Paese, attraverso la Caritas si è subito attivata per raccogliere aiuti e, attraverso le strutture dello Stato, sta distribuendo viveri ai più bisognosi per un valore totale di 30 mila euro. Qui nessuno guarda se sei ortodosso, cattolico, o di un’altra religione». Alcune parrocchie hanno messo a disposizione le proprie strutture, come ad esempio a Sid, dove la grande casa vescovile accoglie i rifugiati – in maggioranza ortodossi -, mentre i parrocchiani preparano loro da mangiare. Domenica 25 maggio nelle cinque diocesi della Serbia le offerte raccolte durante le messe verranno destinate agli aiuti per le zone più colpite. Per aiutare la popolazione colpita dalle inondazioni, si può versare un contributo sul conto corrente dell’AMU, con la causale EMERGENZA BALCANI: Associazione Azione per un Mondo Unito – Onlus Conto corrente presso Banca Popolare Etica, filiale di Roma Codice IBAN: IT16G0501803200000000120434 Codice SWIFT/BIC CCRTIT2184D (altro…)
15 Ott 2013 | Chiesa, Focolari nel Mondo, Spiritualità
La Parola di vita di ottobre ci incoraggia ad “essere i primi ad amare ogni persona che incontriamo, alla quale telefoniamo, scriviamo, o con la quale viviamo. E sia il nostro un amore concreto, che sa capire, prevenire, che è paziente, fiducioso, perseverante, generoso”. Le esperienze di vita vissuta che seguono mettono in evidenza la reciprocità che ne può scaturire:
Svegliarsi di notte – “Lavoro in una scuola, mentre mia moglie Betty rimane a casa tutto il tempo con i bambini. Durante la notte spesso essi si svegliano e cominciano a piangere. Questo è un peso per me. Cerco di rifugiarmi sotto le coperte, mi copro anche la testa per non sentire il rumore, ripetendomi che mia moglie può cavarsela da sola. Considerando che Betty continuava ad alzarsi e a prendersi cura dei piccoli, e riflettendo sull’amore del prossimo, mi sono però reso conto una notte che il mio prossimo immediato sono mia moglie e bambini. Fino a quel momento il mio amore era stato parziale: amavo solo quando non c’erano difficoltà. Ho deciso allora di cominciare subito. E quella stessa notte, quando i bambini si sono nuovamente svegliati, sono andato ad aiutarli a riaddormentarsi. È stato difficile ma sono riuscito. Ho fatto così per qualche tempo, finché i piccoli hanno smesso di piangere di notte”. (B. – Uganda) Profughi – “Sono una musulmana fuggita dalla Bosnia, dove ho lasciato mio marito, cattolico. A Spalato erano già fuggite due mie cugine, una delle quali aspettava un bambino; mi hanno chiesto di aiutarle e per questo sono in Dalmazia. Ho cercato di fare di tutto per sollevare questa situazione. In quel piccolo appartamento a un certo punto è arrivata anche un’altra donna, anziana e ammalata. Mi sono mancate le forze; pensavo a mio marito, alla famiglia a Tuzla… Quando non vedevo più via di uscita, la signora che ci aveva accolto nella sua casa mi ha invitata ad un incontro in cui ho sentito per la prima volta parlare del Vangelo. Ho capito che amando gli altri posso cambiare me stessa e le situazioni attorno a me. Così ho cominciato a cercare anche gli altri profughi nella città; è nato un gruppo che cresceva sempre di più. Insieme ci aiutavamo per trovare medicine, mandare lettere ai familiari, custodire i bambini. Adesso siamo 87. Ci sentiamo una vera unica famiglia, anche se di nazionalità, etnie e religioni diverse”. (T. – Bosnia) Un seme di unità – “In ospedale per un piccolo intervento, ho letto un libro che la mia fidanzata mi aveva dato. Erano fatti di Vangelo vissuto, bellissimi, ma, dicevo tra me: «È impossibile vivere davvero così». Poi lei mi ha fatto conoscere qualcuna di queste persone, e parlando con loro ho capito e ho visto che invece si poteva. Da lì si è aperta per noi una nuova via. Ci siamo sposati per formare una famiglia aperta agli altri. Prima io non ero religioso, pur appartenendo alla Chiesa evangelica, mentre Anna è cattolica. Cominciando a riflettere, ho capito che per amare la mia Chiesa dovevo cercare di portare lì la mia testimonianza. Così ho fatto. Ho allacciato dei rapporti ed ora faccio parte del consiglio parrocchiale. Vorremmo mostrare ai nostri figli e a tutti, con la vita, la bellezza del cristianesimo, essendo come famiglia un seme di unità”. (D. J. K. – Germania) Fonte: Il Vangelo del giorno, ottobre 2013, Città Nuova Editrice. (altro…)