“Ciò che è impossibile a milioni di uomini isolati e divisi, pare diventi possibile a gente che ha fatto dell’amore scambievole, della comprensione reciproca, dell’unità, il movente essenziale della propria vita.” (Chiara Lubich, a un gruppo di musulmani, il 7 dicembre 2002 a Madrid) Promosso dal Centro del dialogo interreligioso del Movimento dei Focolari, il 21 aprile (dalle ore 16 alle 19), è previsto un pomeriggio aperto a tutti, nel contesto dei giorni di condivisione vissuti da musulmani e cristiani frutto di dialogo e di fraternità consolidati. Saranno proposte riflessioni ed esperienze, sorte in diversi aree socio-geografiche, nate e maturate alla luce del carisma dell’unità di Chiara Lubich. L’auspicio comune è di poter offrire squarci di speranza nella complessa e spesso dolorosa situazione che il mondo oggi vive. L’incontro si svolgerà presso il Centro Mariapoli di Castelgandolfo (Roma, Italia). Scarica invito: Giornata apertaPer info: congressoaprile18@focolare.org (altro…)
Una summer school nelle Valli di Primiero non è una novità. Già negli anni scorsi se ne sono svolte alcune grazie all’impegno e all’iniziativa dell’Istituto Universitario Sophia. Gli ambiti di interesse e di approfondimento erano stati quelli della politica e, già in occasione di quella del 2015, si era avuta una presenza musulmana, sia fra i docenti che fra gli studenti. La Summer school di quest’anno ha, invece, avuto un chiaro taglio interreligioso con la presenza di studenti sciiti e cristiani. Non si tratta di un evento occasionale, ma di un cammino ormai ventennale di amicizia fra musulmani sciiti e cattolici nel contesto della spiritualità di comunione del Movimento dei Focolari. Nella seconda metà degli anni Novanta il Professor Mohammad Shomali con la moglie Mahnaz, anche lei accademica, oltre che madre di tre figli, originari di Qom, città santa dell’Islam sciita in Iran, si trovavano in Inghilterra per conseguire, rispettivamente il dottorato di ricerca ed il master. Accanto agli studi, era loro desiderio trovare vie per instaurare un rapporto con realtà vive di cristianesimo. Già da allora, infatti, in entrambi cresceva la chiamata ad un impegno interreligioso. In questo contesto i due giovani accademici sciiti hanno incontrato il Movimento dei Focolari. Con alcuni membri del movimento è nata e si è sviluppata un’amicizia spirituale profonda, soprattutto sulla centralità dell’amore come via per arrivare a Dio e ai fratelli e sorelle che ci sono accanto. Insieme ad una altrettanto profonda esperienza con la realtà benedettina del monastero di Ampleforth, gli Shomali hanno approfondito la spiritualità di comunione incontrando anche altri cristiani e musulmani, soprattutto sunniti, in occasione di convegni internazionali tenutisi a Roma e nella cittadella di Loppiano. Dopo il loro ritorno a Qom i rapporti con i Focolari di Londra e del Centro del Dialogo interreligioso a Roma si sono mantenuti per arricchirsi a partire dal 2010 di una importante valenza accademica. Il Prof. Shomali, infatti, per favorire un vero rapporto fra i suoi studenti sciiti di Qum e la Chiesa cattolica ha organizzato diversi viaggi di gruppi in Italia dove si sono realizzati incontri con il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, l’Università di Sant’Anselmo ed il Pisai (Pontificio Istituto per gli Studi Arabi ed islamistici) ed il Movimento dei Focolari. Nel 2014 una delegazione del Centro del Dialogo Interreligioso del Movimento ha trascorso una settimana a Qom per incontrare varie realtà accademiche e religiose e stabilire rapporti di fiducia e comunione. L’anno successivo, un gruppo di studentesse iraniane ha vissuto per un mese nella cittadella di Loppiano, immergendosi nella spiritualità di comunione, sia a livello vitale che intellettuale, approfondendo il patrimonio religioso cristiano e cogliendo comunanze e possibilità di vie di dialogo. È in questo contesto che è nato un rapporto profondo con l’Istituto Universitario Sophia, in particolare fra il Rettore, Mons. Piero Coda e il Professor Shomali. Da successivi incontri, lezioni offerte dal professore agli studenti dell’Istituto e agli abitanti della cittadella di Loppiano, e in collaborazione con Rita Moussalem e Roberto Catalano, co-direttori del Centro del Dialogo Interreligioso del Movimento dei Focolari, Coda e Shomali hanno maturato l’idea di dar vita ad un progetto comune di ricerca accademica e di realizzazioni concrete al quale si è dato il nome di Wings of Unity. Il cuore dell’iniziativa si concentra sulla ricerca dell’unità di Dio e dell’unità in Dio e vuole mettere a fuoco la percezione di Dio nelle due tradizioni e, alla luce di queste, la possibilità di costruire un vero spirito di fratellanza universale. La finalità è quella di creare spazi di riflessione in comunione fra musulmani sciiti e cristiani e, allo stesso tempo, favorire la formazione di giovani generazioni al dialogo interreligioso. Come ha sintetizzato in modo magistrale lo stesso Prof. Shomali, in questi anni, si è superato il dialogo. Si è arrivati a pensare insieme. (altro…)
Termina oggi, 24 giugno, il Ramadan, il periodo di 29 o 30 giorni durante il quale i fedeli musulmani ricordano «il mese in cui fu rivelato il Corano come guida per gli uomini e prova chiara di retta direzione e salvezza» (Corano, Sura II, verso 185). Durante tale periodo, il digiuno dall’alba al tramonto costituisce il quarto dei cinque pilastri dell’Islam. Il significato spirituale del digiuno unito alla preghiera e alla meditazione, dell’astinenza sessuale e della rinuncia in generale, secondo molti teologi, si riferisce alla capacità dell’uomo di autodisciplinarsi, di esercitare la pazienza e l’umiltà e di ricordare l’aiuto ai più bisognosi e a coloro che sono meno fortunati. Il Ramadan è dunque una sorta di esercizio di purezza contro tutte le passioni mondane, i cui benefici ricadono sul fedele tutto l’anno. (altro…)
«Non esiste una ricetta per il successo, ma c’è una ricetta per il fallimento. La ricetta per il fallimento è la violenza “nel nome di Allah”». Così comincia il forte appello ai musulmani europei, vergato l’indomani degli attacchi sanguinosi di Londra e Manchester, del Gran Mufti emerito di Bosnia Erzegovina Mustafa Ceric, presidente onorario, come Chiara Lubich in passato e attualmente anche Maria Voce, della RpP, la Conferenza delle Religioni per la Pace. «Questa non è la mia fede. Questo non è l’Allah in cui credo. La mia fede non è un coltello, non è terrore. Il mio Allah è Amorevole e Misericordioso». «Confesso – afferma il Gran Mufti, insignito tra l’altro, nel 2003, del Premio Unesco per la Pace Felix Houphouet-Boigny e del premio Sternberg del Consiglio Internazionale dei Cristiani e degli Ebrei “per il suo contributo eccezionale alla comprensione tra le fedi”, nel 2007 del Premio Theodor-Heuss-Stiftung per il suo contributo alla diffusione e al rafforzamento della democrazia e, nel 2008, del premio Eugen Biser Foundation per il suo sforzo nel promuovere la comprensione e la pace tra il pensiero cristiano e quello islamico – non mi sono mai sentito così confuso e così inerme nel tentare di spiegare cosa sta accadendo dentro e fuori la mia comunità di fede. Mi consolo pensando che si tratti di atti di minoranze estreme, solo un gioco politico di grandi potenze per guadagnare la ricchezza musulmana». Mustafa Ceric usa parole forti: «La mia comunità di fede ha molti problemi. Il più grande è delegare ad altri la risoluzione dei propri problemi. Invece, la mia Comunità di Fede (la mia Ummah) deve risolvere il problema in sé, prima di poter risolvere i problemi intorno». C’è chi afferma, sostiene Ceric, che gli attacchi contro innocenti civili a Manchester o a Londra siano più importanti di quelli in Palestina, a Kabul, Mosul, Sa’an e Misurata. «Non sono più importanti, ma certamente più pericolosi per i musulmani in Europa, la maggioranza dei quali sono fuggiti dai Paesi musulmani per cercare in Europa pace e sicurezza per i loro figli. La pace e sicurezza che finora hanno sperimentato ora sono minacciate». Dopo Manchester, Londra, ma prima ancora Berlino e Zurigo «i musulmani europei devono essere forti e chiari non solo nel condannare la violenza “in nome di Allah”, ma anche nell’adottare misure concrete contro l’abuso dell’Islam in ogni forma. Devono avere una voce chiara, unica e inequivocabile nella lotta contro la violenza sostenuta “in nome di Allah”. Non è più una questione di buona volontà di individui o gruppi che lavorano per il dialogo interreligioso. È una questione esistenziale dell’Islam e dei musulmani in Europa». Il Gran Mufti lancia quindi un appello ai musulmani d’Europa a «raccogliersi immediatamente intorno a una “parola comune” tra noi e i nostri vicini, indipendentemente dalla loro fede, razza o nazionalità, per fare un giuramento davanti a Dio, a se stessi e ai propri vicini in Europa, quello di amare e promuovere la pace, la sicurezza e la cooperazione cui siamo obbligati dalla nostra cultura e fede Islamica. Dobbiamo giurare che faremo tutto ciò che è necessario per combattere insieme la violenza contro persone innocenti. Noi, attuale generazione di musulmani europei, dobbiamo questo ai nostri discendenti. Non dobbiamo lasciare i nostri debiti ai discendenti che non ne hanno colpa». «Non è più tempo di esitare!» – il gran Mufti, al termine del suo appello, esprime con veemenza tutta la speranza e il desiderio di cambiamento. «Non c’è spazio per il calcolo! Non ci sono più scuse per rimandare, o giustificazioni per aspettare! Non c’è salvezza nel silenzio! Non c’è futuro per l’islam o per i musulmani in Europa se non nella coesistenza e nella tolleranza con i nostri vicini europei!» Leggi l’appello integrale(altro…)
Alcuni giorni or sono, mi è ricapitata fra le mani una lettera di P. Christian de Chergé di cui, l’anno scorso, ricorreva il 20° anniversario della morte. Christian era Priore della comunità di trappisti del monastero Nostra Signora dell’Atlas a Tibhirine (90 Km da Algeri). Nel 1996, lui ed altri sei monaci furono rapiti e poi uccisi. Il 1° agosto, poi, venne anche assassinato mons. Pierre Claverie, vescovo di Orano.Si era nel pieno del “decennio nero”, come si soleva chiamare la guerra civile scoppiata negli anni ‘90. I monaci erano di origine francese e come tutti gli “stranieri” erano direttamente presi di mira dai “fratelli della montagna”, come venivano chiamati coloro che si erano dati alla macchia ed avevano abbracciato le armi in seguito all’annullamento delle elezioni del 1992. Il Fronte Islamico di Salvezza, partito politico poi sciolto e dichiarato fuori legge, stava per vincere quelle elezioni. Spesso rivedo col pensiero i loro volti sorridenti, durante i momenti vissuti assieme. Tutti partecipavamo della vocazione particolare della Chiesa in quel Paese, al quale ci sentivamo inviati per testimoniare il Vangelo essendo a servizio di quel popolo. Una chiesa semplice, povera, con scarsissimi mezzi, ma la cui testimonianza brilla nel cuore di tanti amici, in maggior parte musulmani. Già, in Algeria il 99,99 % della popolazione segue l’Islam. La Chiesa è “Chiesa per un popolo, una Chiesa dell’Incontro”, secondo l’espressione dell’arcivescovo di Algeri, mons. Paul Desfarges. Si capisce che la vocazione della chiesa in Algeria è, prima di tutto, testimonianza del Vangelo, annunciato con la vita, per il popolo e luogo di incontro, di rapporti con tutti. Ritornando alla lettera del 3 dicembre 1994, mi pare di rincontrare Christian o uno dei monaci nel nostro focolare di Tlemcen, dove solevano sostare per una notte, per poi riprendere il viaggio verso il monastero che stavano fondando a Fèz, in Marocco. Serate di colloqui intensi, gioia di ritrovarsi, di sentirsi fratelli e di sentirci capiti in questo reciproco impegno verso il popolo che ci ospitava. Anche se con vocazioni diverse, il cuore batteva all’unisono. Ci si incoraggiava ad andare avanti anche in quel clima di pericolo nel quale si viveva. Era infatti corsa voce di una eventuale partenza momentanea dei membri del focolare di Tlemcen, poi difatti non verificatasi. E Christian ci scriveva: «Tutti pensavamo che voi restaste il più a lungo possibile tra noi i testimoni d’una convivialità offerta, d’una condivisione di vita senza frontiere, d’una apertura famigliare che permette al cuore di vibrare all’unisono al di là delle barriere dell’appartenenza religiosa. Avete fatto vostro il messaggio del Vangelo e avete scolpito profondamente questo messaggio tra noi. E noi gioiamo con voi di questo di più di umanità che il vostro Carisma dava alla nostra Chiesa. Era bello ritrovarsi nel vostro “focolare”. Molti monaci hanno potuto approfittare della vostra accoglienza quando passavano per andare a Fez. A tutti è rimasto il gusto di … gustare ancora! (…) In questi tempi, noi abbiamo tutti bisogno di poter contare su questo ”fuoco” tenuto vivo nella sala comune. Farà un po’ più freddo a Natale se voi non sarete più qui. (…) Le nostre vite sono nelle mani di Dio… e le nostre ragioni di restare si identificano con quelle che ci hanno permesso di vivere qui. Per voi, come per noi, la situazione non cambia nulla. Ancora GRAZIE a ciascuno e tutta la nostra comunione fraterna di oggi e di sempre. Christian». Si è parlato del coraggio di rimanere…, ma per chi come noi viveva all’interno di quell’esperienza dura, parlerei piuttosto del coraggio di essere fedeli ad una chiamata e di condividerla con una parte di umanità della quale eravamo oramai parte integrante. Una fedeltà d’amore. Nei cuori di quanti conoscevano i monaci, mons. Claverie o le altre suore e religiosi uccisi in quegli anni in Algeria, continuano a parlarci di Vangelo vissuto e di amicizie profonde con un popolo che era diventato il loro. “Mons. Claverie e i suoi 18 compagni” sono una rappresentanza di quanti hanno dato la vita in quei frangenti: il gruppo di lavoratori croati e bosniaci uccisi nel 1993 e, soprattutto, tutti gli algerini che, difendendo la loro cultura, hanno resistito a quell’ondata di violenza. Giorgio Antoniazzi(altro…)