«Sono stati giorni di ‘fuoco’, con i tre monaci amici arrivati dalla Thailandia: Phramaha Thongrattana Thavorn, Ajarn Suchart Vitipanyaporn, Bhikkhu Jayabhinunto ed il Sig. Khamphorn che li accompagnava», raccontano Marcella e Luigi, amici cristiani, sulla seconda settimana dello scorso dicembre trascorsa insieme ai monaci buddhisti a Ho Chi Minh City, in Vietnam. I nostri amici evidenziano «l’atmosfera che abbiamo respirato in questi giorni: di grande apertura ed orizzonti nuovi». E aggiungono: «abbiamo vissuto una favola, se possiamo dire». Un po’ di storia. L’incontro del monaco Phramaha Thongrattana Thavorn con la spiritualità dell’unità risale al 1995. Era giunto in quell’anno a Roma per accompagnare un suo discepolo, Somjit, che stava facendo l’esperienza di vita monacale per un breve periodo prima del matrimonio, seguendo la tradizione dei giovani buddhisti. Phramaha Thongrattana, che vuol dire ‘oro fino’, conobbe in quell’occasione Chiara Lubich e ne fu molto impressionato. Anche lei fu colpita dalla sua persona e gli diede, su sua richiesta, un nome nuovo: Luce Ardente. Da allora, questo monaco si è prodigato a vivere e ad annunciare con forza ed entusiasmo l’ideale della fratellanza universale, l’ideale di ‘mamma Chiara’ (come ancora oggi la chiama). Ai funerali di Chiara Lubich, nel 2008, Luce Ardente dichiarò il suo desiderio di dire ai buddhisti «quanto mamma Chiara ha fatto di bene alla mia vita come monaco. Io sento che lei continua a darmi una spinta interiore ed una forza per portare a tutti l’ideale della fraternità tra tutti. Lei non appartiene più solo a voi cristiani, ma ora lei e il suo ideale sono eredità dell’umanità intera». Ma torniamo al dicembre 2016 a Ho Chi Min: «Il primo fatto sorprendente – dicono – è stato il rapporto d’amicizia creatosi tra Luce Ardente ed il Reverendissimo Thich Thien Tam, monaco responsabile della Pagoda Pho Minh, rappresentante sia del Buddhismo Theravada che Mahayana in Vietnam. Si tratta di una personalità che rappresenta il Buddhismo del Vietnam in tutte le manifestazioni a livello internazionale. Come conseguenza della fiducia e simpatia che si è generata tra di loro, il Rev. Thich Thien Tam ha chiesto alle autorità competenti che i tre monaci alloggiassero nel tempio invece che in albergo come prevede il protocollo». Ci sono stati vari appuntamenti a carattere interreligioso (e non solo), come la loro visita a due comunità cristiane, pranzo incluso. I monaci hanno anche partecipato con loro alla festa di Natale, fatto insolito per i cristiani del posto, ma accolto con tanta gioia da tutti. È seguita la visita a due progetti sociali per bambini svantaggiati portati avanti da cristiani che s’ispirano alla spiritualità dell’unità. Quindi, un incontro interreligioso al Centro Pastorale diocesano di Ho Chi Minh City, presenti i rappresentanti di cinque religioni. In quel contesto, Luce Ardente ha parlato della sua esperienza di amicizia con l’allora papa Giovanni Paolo II e con Chiara Lubich. E ha spiegato quello che lei chiamava “l’arte di amare”: un amore rivolto a tutti, che prende l’iniziativa, che sa farsi ‘prossimo’ dell’altro, che arriva ad amare e pregare perfino per i nemici … «Gli occhi di alcuni dei leader presenti si sono ‘inumiditi’ – raccontano Marcella e Luigi – ed anche i nostri a dire la verità». Due ore di vero dialogo, conclusosi con la visita all’arcivescovo emerito, Cardinal J. Baptiste Phan Minh Man, che aveva fortemente voluto l’ufficio per il dialogo interreligioso al centro Pastorale Diocesano. L’ultimo giorno è stato dedicato alla visita di alcuni templi, guidata da Padre Bao Loc, sacerdote responsabile del dialogo interreligioso per la Diocesi di Ho Chi Minh City. «Ora nuovi orizzonti si aprono davanti a noi, inaspettati. Ora tocca a noi continuare quanto vissuto in questi giorni. L’eredità di Chiara, dell’essere sempre famiglia, è una realtà che tocca il cuore di tutti, quando è veramente vissuta». A cura di Gustavo Clariá (altro…)
«Tre mesi fa questa serata doveva farsi qui. La follia degli uomini ci ha fatto cambiare rotta». Apre così la serata Noufissa Boulif, musulmana, organizzatrice dell’evento: all’indomani infatti degli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, Bruxelles non si riconosceva. Alcuni dei terroristi implicati avevano lì la loro base, e per motivi di sicurezza il concerto era stato annullato e spostato al 20 febbraio 2016. Un incontro tra musica e cultura musulmana e cristiana, è diventato una piattaforma di incontro tra musulmani, cristiani e anche agnostici, che credono nel dialogo e che, sapendo accogliere l’altro ne scoprono qualità e pregi nascosti. Ma il rischio non era comunque alto per un evento islamo-cristiano proprio al centro di Bruxelles? Chiediamo a Noufissa. «Se il concerto ha potuto realizzarsi è grazie all’incredibile solidarietà tra musulmani e cristiani, e certamente sotto la divina protezione. Fortunatamente tutto il programma ha potuto svolgersi senza incidenti o tensioni». Il concerto è stato dedicato a tutti i bambini che soffrono, mettendo la serata «sotto il segno dell’infanzia e della gioventù, ma anche sotto il segno della diversità che caratterizza il nostro Paese». Da oltre vent’anni Noufissa conosce e vive la spiritualità dell’unità, nata da Chiara Lubich. Vorrebbe testimoniare a tutti che la fraternità tra musulmani e cristiani è possibile, tra queste due culture spesso antagoniste. In questa prospettiva ha organizzato il suo primo concerto islamo-cristiano nell’ottobre del 2014. https://vimeo.com/114433105 «È un lavoro di lunga data», racconta ancora Noufissa. «Con il mio marito ed i figli siamo coinvolti nel dialogo interreligioso. Ormai fa parte della mia vita. Per me, come musulmana che porta il velo, non è sempre scontato vivere in armonia con gli altri, perché senti che attiri sguardi curiosi o palesi atteggiamenti di diffidenza. Ma, ogni volta, cerco di avvicinare l’altro senza pregiudizi, col sorriso. La Regola d’Oro, presente in tutte le grandi religioni, mi aiuta moltissimo: “Nessuno di voi crede veramente se non desidera per il fratello quanto desidera per sé stesso” (Mahomet, Hadith 13 de al-Nawawi). Si possono capire le reazioni islamofobe e l’influenza, non sempre costruttiva, dei mass-media, ma sono convinta, come musulmana, che è essenziale superare tutto ciò. Il profeta Mohamed, in un hadith sottolinea che “Il sorriso è una elemosina” (cioè un dono gratuito per l’altro)». Torniamo al 20 febbraio di quest’anno. Vari i cori succedutisi sul palco: bambini, giovani, cristiani e musulmani, bianchi e neri, di lingua neerlandese o francese – anche questa è una delle sfide del Belgio -. Rissala, I piccoli coristi, Le Voci dei 4 Orizzonti, I.TOUCH’, un gruppo di ragazze musulmane con handicap. Verso la fine anche i rapper – Mc ‘Youns, Antis et Mamz-I – che con le loro parole incisive invitavano tutti a non lasciar cadere le braccia, ma continuare a credere nella vita. L’associazione La luce del cuore nasce dopo i 25 anni di impegno nel dialogo interreligioso di Noufissa, e 10 anni di servizio di una sua amica musulmana nelle cure palliative: insieme visitano i malati nelle loro case, andando incontro alla sete di relazione in questa fase particolare della vita. Con quest’associazione, dopo un anno di duro lavoro per la preparazione di “Fraternità in coro”, stanno già lavorando ad un prossimo evento islamo-cristiano che si realizzerà il 23 aprile, dal titolo “Insieme con Maria”, a Bruxelles, nella Cattedrale di Saint Michel. (altro…)
«Quando la Segreteria ci ha comunicato che si trattava della laurea n. 100, ho pensato che non poteva che andare così. Ogni laurea ha segnato un momento importante del nostro percorso, ma il fatto che la centesima tesi fosse proprio quella di Akie Otomo, ci ha colpito molto!». A parlare è Judith Povilus, vice-preside dell’Istituto Universitario Sophia (IUS), che ha accompagnato il percorso di Akie Otomo e di Yukie Ohi, due studentesse del movimento buddhista Rissho Kosei-kai che hanno portato a termine il corso di laurea in Fondamenti e Prospettive di una Cultura dell’Unità. Yukie Ohi si è laureata nella sessione estiva, mentre lo scorso 11 febbraio è stata la volta di Akie Otomo. Il successo della sua ricerca è stato salutato da un applauso tra i più calorosi, a sottolineare l’apprezzamento della comunità accademica per il risultato della ricerca. Il soggetto della tesi, una comparazione tra “La Hoza nella Rissho Kosei-kai e la vita di unità nella spiritualità del Movimento dei Focolari”, è andato maturando in un clima di reciproco ascolto e accoglienza con l’attivo coinvolgimento delle due docenti che hanno seguito la candidata in qualità di relatrice e correlatrice, Anna Pelli, docente di Filosofia, e Antonella Deponte, docente di Psicologia. «Il punto focale è di grande interesse: si trattava di indagare come all’interno di realtà aggregative diverse, come la Rissho Kosei-kai e il Movimento dei Focolari, pulsi un analogo ritmo di vita: la comunione. E ciò ponendo in atto due singolari pratiche: da una parte la Hoza, caratteristico “circolo di compassione”, costituito da un gruppo di persone che si ritrovano per condividere i loro problemi personali e trovare aiuto reciproco alla luce degli insegnamenti di Buddha; e dall’altro, la “comunione spirituale” guidata dalle Parole del Vangelo, in cui si rende possibile la condivisione delle esperienze vissute, per camminare insieme verso Dio». Man mano che il lavoro procedeva, si è fatto sempre più chiaro che esso poteva essere compreso solo se collocato nell’alveo di quella profetica esperienza di dialogo scaturita dall’incontro tra Nikkyo Niwano e Chiara Lubich, figure eminenti del XX secolo: il primo, leader buddhista, fondatore della Rissho Kosei-kai, unico osservatore non cristiano al Concilio Vaticano II; e la seconda, personalità del mondo cattolico che ha ispirato un movimento mondiale di rinnovamento spirituale che ha saputo parlare a uomini e donne di fedi e culture diverse. Lungo gli anni, numerose similarità li hanno condotti a collaborare fattivamente a favore della pace e della comprensione reciproca tra gli uomini e i popoli, giungendo a farsi dono della propria peculiare esperienza di fede. Tra l’altro, la tesi documenta la corrispondenza epistolare intercorsa tra loro, riportandone alcuni brani che hanno permesso alla studentessa giapponese di soffermarsi in maniera sorprendente su alcuni capisaldi della cultura dell’unità, che, a suo avviso, aprono profondi spazi di dialogo e di condivisione. «È su questa radice – commenta la prof. Pelli – che ha preso forma l’intuizione da cui Akie è stata guidata nella sua ricerca. Lungo il percorso, ciascuno ha visto incontrarsi il vero che abita in sé con il vero che abita nell’altro: abbiamo scoperto che tale incontro era qualcosa che in certo modo già ci apparteneva e che, allo stesso tempo, si apriva su prospettive più vaste. Sono convinta che tale esperienza è stata resa possibile grazie a quel luogo privilegiato che è Sophia, nel suo quotidiano tendere a far sì che vita e pensiero, ricerca intellettuale e approccio esistenziale si traducano in un sostanziale convergere verso il bene, attraverso il dono reciproco della nostra diversità». «Sono molto grata per il tempo che ho vissuto a Sophia – Akie ha concluso con queste parole la sua presentazione –. Non solo ho avuto modo di avvicinarmi di più al pensiero di Chiara Lubich che apprezzo molto, ma anche di conoscere più in profondità la vita e il messaggio di Nikkyo Niwano. Ora porterò avanti la ricerca. Vorrei impegnarmi sempre di più nella vita quotidiana affinché con il contributo di tutte le religioni possiamo portare al mondo armonia, unità e pace».Fonte:IUS online(altro…)
“Karibu Kenya Papa” (Benvenuto in Kenya, Papa). Tra canti e danze festanti, nel pomeriggio del 25 novembre il Papa sbarca a Nairobi per la sua prima tappa in terra d’Africa. Dall’aeroporto fino alla città, due ali di folla accompagnano l’auto papale: una semplice vettura grigia. Già al primo saluto Francesco esprime il suo amore per questa “Nazione giovane e vigorosa, una comunità con ricche diversità”. “Il Kenya è stato benedetto non soltanto con una immensa bellezza, nelle sue montagne, nei suoi fiumi e laghi, nelle sue foreste, nelle savane e nei luoghi semi-deserti, ma anche con un’abbondanza di risorse naturali”. E prosegue: “In un mondo che continua a sfruttare piuttosto che proteggere la casa comune”, auspico che i vostri valori ispirino “gli sforzi dei governanti a promuovere modelli responsabili di sviluppo economico”. L’agenda papale è fittissima: l’incontro con il clero, cui ‘regala’ tre parole: piangere, pregare, servire; quello con i rappresentanti dell’ONU di Nairobi, ai quali chiede un ‘cambio di rotta’, affinché economia e politica si mettano al servizio della persona in modo che siano debellate malaria e tubercolosi, che si continui a lottare contro la deforestazione, e si punti ad un equo commercio e ad uno sviluppo che tenga conto dei poveri. Significativo l’incontro con i leader delle varie chiese e delle comunità musulmana e animista, nel quale afferma che il dialogo ecumenico e interreligioso non è un lusso né un optional. Per poi pronunciare, con forza, quella frase che è echeggiata in tutto il mondo: “Mai il santo nome di Dio sia utilizzato per giustificare odio e violenza.” Il 27, ultimo giorno a Nairobi, si reca a Kangemi, una poverissima baraccopoli dove si concentra quel degrado umano e ambientale che l’ha spinto a farsene paladino dinanzi all’ONU. Ad attenderlo 100 mila persone, anche qui ballando e cantando. E Francesco non le delude: “Mi sento a casa”, dice. “Condivido questo momento con voi fratelli e sorelle che avete un posto speciale nella mia vita e nelle mie scelte. I vostri dolori non mi sono indifferenti. Conosco le sofferenze che incontrate. Come possiamo non denunciare le ingiustizie subite?” Prima di partire per l’Uganda, nello stadio Kasarani incontra i giovani per rispondere alle loro domande fra cui: come vincere il tribalismo, la corruzione, l’arruolamento dei giovani. “Vincere il tribalismo – risponde il papa – è un lavoro di ogni giorno, un lavoro dell’orecchio, ascoltare gli altri, un lavoro del cuore, aprirlo agli altri, e un lavoro della mano, darsi la mano l’un l’altro”. “La corruzione è qualcosa che si insinua dentro di noi, è come lo zucchero, è dolce, ci piace, è facile, ma poi finiamo male”. E come superare la radicalizzazione? “La prima cosa che dobbiamo fare per evitare che un giovane sia reclutato è educazione e lavoro”. Ogni suo incontro trasuda di affetto, vicinanza, amore. E il popolo risponde esprimendo gratitudine, gioia, speranza. Il tema dell’inculturazione del Vangelo è una delle sfide più significative in queste terre, nelle quali si deve tener conto di aspetti, percepiti come valori, preesistenti al cristianesimo: la visione familiare, il ruolo del clan, la poligamia tribale e quella musulmana, ecc. È una sfida che anche i Focolari hanno raccolto fin dal loro ingresso in Africa, negli anni ‘60, e che continua ad impegnarli in una sincera ricerca con le persone del posto, nello spirito della reciprocità. Un cammino che ha portato Chiara Lubich nel 1992 a fondare, proprio qui a Nairobi, una cittadella di testimonianza dove si tengono appositi corsi di inculturazione. Il prossimo si terrà a maggio 2016 cui parteciperanno anche Maria Voce e Jesús Morán, rispettivamente presidente e co-presidente dei Focolari. Guarda video sulla fondazione della Cittadella Piero(altro…)
«Siamo in una situazione di grande sgomento e di orrore di fronte a questi massacri. Ma siamo anche molto sorpresi dall’impatto internazionale, da tutte le manifestazioni di sostegno, e ci sentiamo responsabili di fronte alle risposte che dovremo dare». È la voce di Muriel Fleury, direttrice della rivista francese dei Focolari, Nouvelle Cité. Alla domanda di Radio inBlu su come mai proprio in Francia, dove percorsi di integrazione sono più antichi rispetto ad altri Paesi europei, si verifichino episodi di questo genere, risponde: «Se da una parte, nella nostra storia, siamo riusciti a integrare altri popoli, sembra che negli ultimi anni siamo rimasti un po’ indietro. Vogliamo il multiculturalismo, piuttosto nel senso di accogliere gli altri, ma senza tenere sempre conto della loro cultura, dei valori che sono assai diversi dai nostri. Per questo tutti i posti dove possiamo avere momenti di dialogo, di incontro, di vero scambio culturale e anche religioso, vanno sviluppati. Perché il fatto di non essersi incontrati nel senso vero, fa che oggi siamo in una situazione tragica». A questo proposito, Paul Wirth, membro dei Focolari impegnato nel dialogo interreligioso, dichiara: «Faccio parte di un gruppo di amicizia islamo-cristiana (GAIC), che esiste in tutta la Francia: ogni anno facciamo una settimana di incontri (l’ultima era iniziata il 12 novembre…). Sentiamo che è molto importante far conoscere tutto questo, perché le persone distinguano fra i veri musulmani e quelli che dicono di essere musulmani, ma danno un’immagine di odio». E sulla reazione degli amici musulmani agli attentati di venerdì sera, risponde: «Ci sono tante associazioni musulmane che hanno scritto comunicati denunciando questi atti come barbari, intollerabili; si sentono vicini a tutte le vittime, alle loro famiglie. Ho visto ancora oggi che molte associazioni musulmane dicono che è un momento difficile, ma noi cristiani crediamo che questi tragici avvenimenti non cambiano i rapporti d’amore fraterno che abbiamo stabilito fra noi». Nella sua analisi, Muriel Fleury, direttrice di Nouvelle Cité, individua altre cause del disagio: «Per motivi anche economici sembra che abbiamo abbandonato quartieri interi, dove ormai neanche la polizia si arrischia più ad entrare. E la rinuncia ad occuparsi di questa gioventù straniera, il non poter dare loro una sana occupazione, non essere stati loro vicini, fa che oggi alcuni si siano avvicinati a gruppi pseudo-religiosi radicali, che hanno preso tanti di loro portandoli ad un tipo di integrismo di cui oggi vediamo i risultati». Da dove ripartire allora per ricucire un tessuto così complesso? «Il problema – conclude Fleury – è che siamo in Francia dove purtroppo abbiamo generato un certo vuoto spirituale. Questa laicità alla francese ha portato alla negazione della dimensione spirituale dell’uomo. Oggi c’è un nuovo cammino che va fatto, appunto per sviluppare la cultura dell’incontro, del vivere insieme, e per questo una delle strade sarà che le religioni possano lavorare insieme, anche con la Repubblica. Oggi, già ci sono segnali che vanno in questo senso, che cercano di trovare soluzioni che possano tenere conto di tutte le voci e delle diverse religioni». (altro…)