16 Mag 2019 | Centro internazionale
Nuova tappa del viaggio di Maria Voce e Jesús Morán in Libano: alle radici della cultura del Paese, con la sua complessità sociale, politica e religiosa. La sfida di un dialogo autentico come chiave per la rinascita del Libano. “It’s time to built a new nation”, “È ora di costruire una nuova nazione”. Così dice un grande cartello che si affaccia sull’autostrada, ma la velocità del traffico libanese non premette di capire né di chi sia appello, né quali intenzioni voglia esprimere.
La piccola delegazione del Movimento dei Focolari con a capo la presidente Maria Voce e il copresidente Jesús Morán è di ritorno da una gita al Nord del Paese dove ha visitato la Valle dei Santi, il centro spirituale della Chiesa Maronita di cui fanno parte la grande maggioranza dei cristiani libanesi. È anche la zona dei famosi cedri di Libano: una piccola foresta a 2000 metri d’altezza, dove esistono ancora esemplari che probabilmente risalgono all’epoca del Re Salomone e quindi a 3000 anni fa. Tornando a Beirut si è carichi di impressioni che affermano la grande capacità di questo popolo che ha alle spalle 7000 anni di storia e che ha saputo sopravvivere all’incrocio di tre continenti e di tre grandi religioni ma ha anche saputo conservare la propria creatività in condizioni estremamente difficili. Più ci si avvicina alla capitale, più ritorna alla mente la realtà attuale che nella sua complessità non dà molti motivi di speranza. In Libano attualmente sono presenti 18 comunità religiose. Lo Stato e le pubbliche amministrazioni funzionano “in emergenza”. C’è un intreccio indissolubile tra gruppi etnici, religiosi, politici, tra grandi famiglie, interessi economici, potenze esterne. Le vecchie ferite della guerra cosiddetta “civile” dal 1975 al 1990 non sono ancora guarite. “Non abbiamo avuto il coraggio di guardare in faccia al male che abbiamo provocato gli uni agli altri – ha detto uno dei vescovi incontrati in questi giorni – e di conseguenza nessuno ha mai chiesto perdono all’altro”. E più volte in questi giorni si sente dire che la situazione potrebbe scoppiare da un momento all’altro.
“È ora di costruire una nuova nazione”, dice il cartello sull’autostrada e viene spontaneo chiedersi come ciò potrà mai accadere. La risposta che Jesús Morán ha delineato in un intervento a una tavola rotonda alla facoltà di Filosofia dell’Università Santo Spirito (USEK) nei pressi di Beirut, può essere riassunta nell’unica parola: dialogo. “Il dialogo – ha sottolineato il copresidente dei Focolari – fa parte della natura dell’uomo. Nel dialogo l’uomo diventa più uomo perché è completato dal dono dell’altro. Quindi, non si tratta tanto di parole o di pensieri, ma di donare il proprio essere. Ciò richiede silenzio e ascolto ed il rischio di mettere in gioco la propria identità, anche culturale, anche ecclesiale, che non andrà tuttavia perduta ma arricchita nella sua apertura”. Dialogare quindi per costruire una nuova nazione? Non sarà anche questa un’altra bella teoria, una delle tante che i Libanesi hanno sentito in questi anni.
“Assolutamente no!”, potrebbero rispondere i 150 cristiani e musulmani che il 13 maggio si sono incontrati nella cosiddetta “casa gialla” costruita su quella che era la linea di demarcazione tra le zone Est e Ovest di Beirut e che è stata ricostruita, per non dimenticare le ferite della guerra. Le testimonianze della loro amicizia, nata durante la guerra sulla base di una semplice accoglienza da parte dei Focolari, erano commoventi e convincenti. Piccoli gesti di vicinanza e attenzione, visite reciproche, rapporti senza interessi, hanno trasformato – come ha descritto una donna musulmana – l’amicizia in una vera famiglia. “Il dialogo è possibile solo tra persone vere. Ed è solo l’amore che ci fa veri”, ha detto Jesús Morán nel suo intervento. Gli amici cristiani e musulmani e la loro esperienza ne sono la prova. Forse è solo un piccolo seme, che magari crescerà lentamente, proprio come i cedri del Libano. Ma è sicuramente un seme con una forza irresistibile, dal quale può nascere una nazione nuova.
Joachim Schwind
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4 Mar 2019 | Nuove Generazioni
La cittadella svizzera ospita due scuole per giovani: i focolarini in formazione e coloro che vogliono approfondire la spiritualità dell’unità. Per loro il dialogo, lo scambio e l’arricchimento reciproco fra le generazioni e le culture, è il tratto distintivo di Montet. “Una comunità che lavora concretamente anima e corpo per mostrare all’umanità che la diversità non è un fallimento, ma una grazia di Dio sull’uomo per unire il mondo”. Così Michael, un ragazzo del Mali, descrive la cittadella dei Focolari a Montet, in Svizzera. Qui, insieme ad altri 30 giovani di 13 Paesi diversi, ha trascorso un anno di formazione umana, spirituale e professionale. Un periodo di studio, lavoro e vita comunitaria, vissuto alla luce degli insegnamenti del Vangelo e del Carisma dell’Unità di Chiara Lubich, per sperimentare che è possibile costruire rapporti di fraternità anche fra persone diverse per età, cultura, sensibilità e tradizioni.
In effetti, circondata dai tre laghi di Bienne, Morat e Neuchâtel, fra colline verdi e panorami che ispirano pace e silenzio, la Cittadella internazionale dei Focolari, dal 1981, si caratterizza per la presenza di circa cento abitanti di 35 nazioni diverse: metà sono giovani che vi abitano per un anno, l’altra metà sono adulti che ne garantiscono la continuità. Qui si incrociano le strade di persone provenienti dai 5 continenti, di culture e religioni diverse, cristiani di varie denominazioni e di tutte le generazioni. Fu in questi luoghi, negli anni ’60, che Chiara Lubich ebbe la prima intuizione di quelle che sarebbero state le cittadelle dei Focolari – oggi 25 nel mondo – pensate come luoghi-testimonianza della fraternità universale: “Fu ad Einsiedeln che capii, vedendo dall’alto di una collina la basilica e il suo contorno, che doveva sorgere nel Movimento una città, la quale non sarebbe stata formata da un’abbazia o da alberghi, ma da case, luoghi di lavoro, scuole, come una comune città”. Nella cittadella sono ospitate due scuole di formazione per giovani. Una per quelli che si preparano per la vita consacrata, i focolarini. E un’altra per coloro che desiderano vivere un anno di vita comunitaria e sono in cerca della loro vocazione. “Aver fatto la scuola a Montet – racconta Alejandro da Cuba – insieme a persone di tante nazioni è stata una conferma che il mondo unito è possibile anche quando ci sono diversità, ma c’è anche la volontà di costruirlo. È un quotidiano imparare l’uno dall’altro. È cercare di costruire l’unità nella diversità attraverso l’amore. È una avventura meravigliosa”.
“Nella cittadella – spiega Andrè del Brasile –i giovani hanno l’opportunità di studiare l’etica, la sociologia, la teologia e il dialogo interculturale e di approfondire la spiritualità dell’unità. Possono mettere in pratica questi aspetti nei lavori svolti, gettando le basi di un futuro professionale più responsabile e coerente in ogni ambito sociale”. “Inoltre – aggiunge – vivendo il rispetto fra le generazioni, tu capisci che nessuno è maggiore dell’altro, ma piuttosto che ciascuno è responsabile per l’altro, per cui gli anziani diventano più giovani nel loro modo di vivere la vita e i giovani acquisiscono responsabilità”. Per Gloria, dell’Argentina, l’interculturalità, ovvero il dialogo, lo scambio e l’arricchimento reciproco fra le culture, è il tratto distintivo della cittadella. “Abbiamo dovuto imparare a fare qualcosa di grande con la nostra diversità. È stato difficile perché sembrava che non ci capissimo, ma con amore abbiamo risolto le cose pratiche e ci siamo compresi nelle cose trascendenti. Nel vivere insieme ho scoperto le cose più belle degli altri, ma anche quelle della mia cultura. Ho capito il valore che ha il prossimo nella mia vita e penso che non dobbiamo avere paura di aprirci per conoscere il “mondo degli altri”. A Montet “ci sono risposte per le domande che ci facciamo ogni giorno” commenta Ivona dalla Serbia. La cittadella “è un dono di Dio – è il sentimento che Larissa, porta con sé in Brasile – una famiglia, multiculturale e di diverse generazioni”.
Claudia Di Lorenzi
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11 Gen 2019 | Vite vissute
Mons. Armando Bortolaso ci ha lasciati l’8 gennaio scorso dopo quasi 70 anni trascorsi nella “sua” amatissima terra, il Medio Oriente. Per 10 anni aveva ricoperto la carica di Vicario apostolico in Siria. Come si fa a resistere quasi settant’anni in una terra così martoriata? “Per il religioso non è una questione di luogo, ma di missione; bisogna esserci là dove le persone hanno più bisogno di essere amate”[1]. Mons. Armando Bortolaso descriveva così, nel 2013, il senso più profondo delle sue scelte come uomo, sacerdote e poi vescovo. Ci ha lasciati l’8 gennaio scorso a 91 anni nella Casa Salesiana El Houssein di Beirut dopo quasi 70 anni vissuti nella “sua” terra, il Medio Oriente. Nato in Veneto (Nord Italia) nel 1926, è approdato a Gerusalemme nel ’48. Entrato a far parte della famiglia Salesiana, ha celebrato la sua prima messa nel 1953 proprio nella Basilica del Santo Sepolcro per poi ricoprire incarichi diversi in Terra Santa, Libano e Siria. “Uomo del dialogo”, “vescovo in prima linea”, “tessitore di unità”: sono molti gli appellativi con
i quali lo si sta ricordando in questi giorni e che da soli offrono uno spaccato di quest’uomo umile, trasparente e con una fede incrollabile nell’unità, da lui vissuta e predicata quale unico destino dei popoli, in particolare dell’amatissimo popolo siriano, con cui ha vissuto ventidue anni, dieci dei quali svolgendo il servizio di Vicario apostolico. “La Siria è la mia seconda patria”, affermava in un’intervista. “Sapere che la ‘mia’ gente è straziata dal dolore, vedere Aleppo, terra benedetta, ridotta a un cumulo di macerie, e le chiese, le care antiche chiese cristiane distrutte, mi fa male al cuore. Anche perché è una tragedia che si svolge nell’indifferenza generale”[2]. Per la vasta conoscenza delle terre del Medio Oriente, Mons. Bortolaso aveva al contempo una capacità d’analisi lucida e disincantata sulle cause e le possibili vie di soluzione dei conflitti, ma anche una visione profetica e illuminata, frutto della sua fede incrollabile in un Dio d’amore, che non abbandona i propri figli anche nelle condizioni più disperate. Dal Libano, scriveva così a don Arrigo, sacerdote di Vicenza, all’indomani della guerra del 2006: “Tra le tante rovine di questa guerra stiamo assistendo ad una meraviglia nuova: tanti musulmani cercano e trovano un rifugio proprio presso i cristiani che, dimenticando le dolorose cicatrici della guerra civile passata, hanno accolto i rifugiati, fraternizzando con loro. Questa convivenza fraterna è un fatto nuovissimo, inimmaginabile fino a pochi anni fa: per ora è solo un piccolo seme, che però può diventare domani un cedro gigante, tale da estendere i suoi rami su tutto il Paese dei cedri”[3]. Mons. Bortolaso aveva conosciuto la spiritualità dei Focolari in Belgio alla fine degli anni ’60 e si può dire che l’unità e il dialogo siano stati la bussola della sua vita. Per molti anni è stato impegnato nella vita di comunione dei vescovi amici dei Focolari, tanto che è nato attorno a lui, in Libano, un gruppo di vescovi del Medio Oriente desiderosi di approfondirne la spiritualità dell’unità. Sempre in un’intervista sull’intricata situazione del conflitto siriano, affermava: “Ho sempre pensato che chi indirizza la propria vita all’unità, ha centrato il cuore di Gesù. Così, mi dicevo: “Tu non sei il vescovo dei latini soltanto, tu sei il vescovo di Gesù, e Gesù qui in Siria ha 22 milioni di anime”. Ho cercato di vivere l’unità sempre e con tutti: con i miei sacerdoti, con i religiosi, con i fedeli, con i vescovi e i cristiani delle altre Chiese, ortodosse e protestanti, con i musulmani”[4].
Stefania Tanesini
[1] http://www.famigliacristiana.it/articolo/mons-bortolaso.aspx [2] Idem. [3] http://www.webdiocesi.chiesacattolica.it/cci_new/PagineDiocesi/AllegatiTools/222/mons.%20Bortolaso.htm [4] http://www.famigliacristiana.it/articolo/mons-bortolaso.aspx (altro…)
20 Apr 2018 | Chiara Lubich, Cultura, Dialogo Interreligioso, Focolari nel Mondo, Spiritualità
L’Istituto Universitario Sophia (IUS) ha accolto, lo scorso 16 aprile, la quinta tappa del progetto di dialogo e collaborazione Wings of Unity, che vede coinvolti docenti ed esperti del mondo cristiano e musulmano. Promotori, oltre allo IUS, l’Islamic Centre of England di Londra e il Risalat International Institute di Qum. Durante il progetto, codiretto da Piero Coda e Mohammad Shomali, sono state percorse alcune piste innovative nell’ambito del dialogo interreligioso attraverso seminari, conferenze pubbliche, scuole estive e diverse pubblicazioni. La giornata di studio si è svolta nel più ampio contesto della visita organizzata dal 15 al 18 aprile nella cittadella di Loppiano, dove si situa anche l’Istituto Universitario Sophia. Durante questi giorni il gruppo di amici musulmani ha avuto la possibilità di conoscere in modo più approfondito l’originale convivenza multi-culturale animata dal carisma di Chiara Lubich. Fonte: Istituto Universitario Sophia https://vimeo.com/265783668 (altro…)
22 Feb 2017 | Centro internazionale, Ecumenismo, Focolari nel Mondo, Spiritualità

Maria Voce con il dott. Stefan Kiefer, vice- sindaco di Augsburg. Foto Maria Kny – © CSC Audiovisivi
Perché l’esigenza di una tale Dichiarazione? È un’esigenza che nasce dal di dentro, perché il fatto che siamo qui ad Ottmaring, dove c’è una testimonianza ecumenica palese – quella di due comunità che convivono stabilmente, una nata nella Chiesa cattolica e un’altra nell’ambito evangelico, entrambe con partecipanti di varie Chiese –, ci sprona anche ad un impegno concreto del Movimento che vada nel mondo, che non rimanga fermo qui. Questa Dichiarazione vuole risvegliare in tutti la coscienza che l’ecumenismo è realmente un nostro scopo e che bisogna lavorare per questo. La Dichiarazione a chi è rivolta? È un impegno preso a nome del Movimento e perciò rivolto in primo luogo ad esso per ridargli la coscienza del valore dell’ecumenismo, cioè del valore di testimoniare insieme quello che già ci unisce per accelerare il cammino e superare gli ostacoli. Nel Movimento tutti siamo chiamati a vivere questo e ora ci prendiamo maggiormente questa responsabilità. Non ci può essere una persona dei Focolari che, da quando viene a conoscenza di questa Dichiarazione, pensi in coscienza, davanti a Dio, che l’impegno per l’ecumenismo riguarda solo quei Paesi dove ci sono cristiani di varie Chiese, ma che non riguarda la sua Nazione, che non lo tocca personalmente, perché sta bene nella sua Chiesa e non è interessato a tali problemi. Da domani allora cosa dovrebbe cambiare nel Movimento? Credo che ci voglia una conversione del cuore, cioè cominciare a pensare ecumenicamente. Cominciare a pensare che qualunque fratello che incontro, che sia della mia Chiesa o che sia di un’altra Chiesa, appartiene al corpo di Cristo, a quel corpo per il quale Cristo ha dato la vita. È perciò un mio fratello di sangue, per cui quello che interessa lui interessa me, quello che fa soffrire lui fa soffrire me. Magari si tratterà soltanto di pregare per questo scopo, dove non si potrà fare altro. Ma pregare soltanto non basta. È necessario interessarsi di tutti i fratelli cristiani. Con tutte le possibilità di contatti che ci sono oggi, sarà sempre più facile incontrarsi e parlare, accogliere persone che non sono della nostra Chiesa. E non possiamo accoglierli se non come fratelli appartenenti al corpo di Cristo. Solo se li accogliamo così, saremo poi in grado di accogliere quelli che non appartengono al corpo di Cristo in senso stretto, perché non hanno il battesimo che lega i cristiani. 
Foto Maria Kny – © CSC Audiovisivi
Un impegno del cuore che porta ad una testimonianza pubblica? Oggi non ha più senso che i cristiani si presentino frammentati. Già incidono poco, e incideranno sempre meno se non saranno uniti a testimoniare l’unico Vangelo, il comando dell’amore reciproco. E se noi cristiani non sappiamo dare questa testimonianza, il mondo non potrà incontrare Dio, perché non potrà incontrare quel Gesù che è presente dove ci sono i cristiani uniti nell’amore reciproco. Se lo incontrano, nascerà in loro la fede, cambieranno gli atteggiamenti, il modo di comportarsi, cambierà la ricerca della pace e di soluzioni di giustizia, l’impegno per la solidarietà tra i popoli. Qual è il punto centrale della Dichiarazione di Ottmaring? Il richiamo all’incontro di Lund, in Svezia, avvenuto il 31 ottobre scorso, perché è stato un evento straordinario, del quale – forse – non si è preso abbastanza coscienza. Come Movimento, avvertiamo la necessità di far emergere lo spirito di Lund, sintetizzato nella Dichiarazione congiunta che chiede di crescere nella reciproca fiducia e nella comune testimonianza del messaggio del Vangelo per testimoniare agli uomini l’amore di Dio. Questo è l’impegno assoluto che prendiamo. A Lund abbiamo assistito ad un gesto importante compiuto dai responsabili della Chiesa cattolica e della Federazione mondiale luterana, e quindi al massimo livello. Ma se resta solo al livello più alto, se non scende alla concretezza della vita delle comunità rimane un bel ricordo storico, ma non potrà incidere nelle situazioni di oggi. Quindi il Movimento si impegna a raccogliere l’eredità di Lund e a diffonderne lo spirito? Certamente. E poi desideriamo che questa nostra Dichiarazione arrivi anche ai responsabili delle Chiese, per dare loro un motivo di speranza in più, facendo sapere che nel mondo ci sono persone che vogliono vivere in questo modo. È una necessità dei tempi, l’ecumenismo. Non è che si può chiedere se va o meno avanti. Deve andare avanti. Perché risponde al bisogno di Dio che le persone hanno, pur inconsapevolmente. Una risposta efficace è quella di essere uniti, almeno tra cristiani. Altrimenti è una grave omissione. Lei si è messa subito in azione, consegnando già la Dichiarazione al sindaco di Augsburg e alla responsabile della chiesa evangelica luterana della città. Abbiamo cominciato dal locale. Lund è stata di un livello altissimo, con i massimi responsabili. Noi possiamo far scendere lo spirito della Dichiarazione di Ottmaring nella dimensione locale, dell’oggi, di quello che si può fare subito. Leggi la Dichiarazione di Ottmaring (altro…)