24 Mar 2016 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Nuove Generazioni, Senza categoria
«Prima d’ora, non mi era mai capitato di trovarmi così vicino al luogo di un attentato. Il mio ufficio, infatti, è a 300 metri dalla fermata della metro Maelbeek. Siamo ormai abituati a vederci passare davanti disastri e catastrofi durante notiziari quotidiani, ma la sensazione di essere passati davanti a quella fermata della metro in bici pochi minuti prima dell’attentato, di sentire tutto così vicino e di non sapere di preciso cosa fare e come comportarsi è tutt’altra cosa. Credo fermamente che un mondo di pace è possibile. Con il mio impegno nel Movimento dei Focolari, ma soprattutto attraverso le piccole azioni quotidiane cerco di agire con quello spirito di fraternità che è espresso anche nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Eppure man mano che le notizie arrivavano e gli ululati delle sirene si facevano più insistenti, mi sono trovato spiazzato. D’accordo, tutto era così vicino, ma ugualmente io intanto che potevo farci? Rimanere a rispondere ai tantissimi messaggi di amici e parenti che chiedevano notizie? Scendere in strada e andare ad aiutare chissà chi e in che modo? Continuare a lavorare come nulla fosse? Una situazione surreale nelle quale mi trovato impotente e disorientato. Mi veniva anche da interrogarmi sul senso di tutto ciò. Sui motivi che potevano spingere alcuni giovani come me ad odiare così tanto da essere pronti a sacrificare le loro vite pur di dare la morte a tanti passeggeri indifesi colti a caso nel momento di viaggiare insieme pigiati su un convoglio metropolitano. Mi domandavo che colpa avrei avuto io per morire se fossi stato lì insieme a loro. Domande alle quali tutte le teorie apprese durante l’università in scienze politiche non riuscivano a trovare una risposta soddisfacente. Ad illuminarmi è stato il ricordo della sera precedente, trascorsa insieme a diversi giovani che si impegnano anch’essi nel Movimento dei Focolari, con i quali avevamo rinnovato la promessa di essere insieme strumenti di fraternità e di dialogo laddove viviamo. Provando a mettere da parte il disorientamento, ho capito che se in quei momenti stavo vivendo (quasi) sulla mia pelle la guerra, a maggior ragione dovevo essere io in prima persona un artefice di pace ed ho cercato di darmi da fare, ad iniziare da quanti avevo accanto in quel momento. Colleghi, amici, conoscenti… nonostante lo sconcerto ed il terrore, mi ha colpito rendermi conto di non essere l’unico a pensarla così. Per quanto ognuno a modo suo, nessuno trovava parole di odio per l’accaduto, ma era convinto invece che fosse la via del dialogo l’unica strada possibile per rispondere ad atti tanto folli. Ho trovato vere come non mai quelle parole pronunciate da Chiara Lubich in occasione del conferimento del Premio UNESCO per l’Educazione e la Pace, il 17 dicembre 1996: “Chiunque desideri oggi superare le montagne dell’odio e della violenza, si trova di fronte a un compito pesante ed immenso. Ma ciò che è impossibile a milioni di individui isolati e divisi, sembra possibile a quanti hanno fatto dell’amore vicendevole, della comprensione reciproca e dell’unità la dinamica essenziale della loro vita”».
24 Mar 2016 | Chiesa, Cultura, Dialogo Interreligioso, Ecumenismo, Focolari nel Mondo, Spiritualità
«Le linee del Vangelo di Giovanni, e non solo di quello, convergono insieme nella frase che per me già da molto tempo ha un significato profondo e infinito: «Che tutti siano una cosa sola, come tu Padre sei in me e io in te, perché il mondo creda» (cf. Gv 17,21). È così che dobbiamo vivere. […] Queste sono le coordinate dell’unità che ho particolarmente a cuore: l’unità nelle nostre parrocchie, l’unità dei diversi servizi e ministeri, l’unità tra clero e laici, l’unità tra i presbiteri. L’unità diventa credibile solo se dimostra che non siamo noi i padroni, ma solo Lui è il Signore. Questa unità nell’ambito del ministero sacerdotale mi sta a cuore in modo speciale. Al tempo stesso devo menzionare l’unità della Chiesa, l’unità con coloro che si trovano al di fuori dei confini della nostra Chiesa cattolico-romana, l’unità fra tutti coloro che si riconoscono nella fede nell’unico Dio, il Vivente, e quindi con gli ebrei e i musulmani. Quell’unità fra la Chiesa e la società in cui l’una non si trova accanto all’altra in modo parallelo o non si contrappone all’altra, ma Chiesa e società entrano in un rapporto reciproco, mettendo in luce che l’unità che Dio dona è il lievito per la società, è il lievito che rende libero l’uomo. È l’unità che rende l’uomo pienamente uomo, perché egli può essere uomo in senso pieno solo laddove Dio ha il diritto di essere Dio in senso pieno, e quindi può donarci tutto ciò che vuole donarci. Ed Egli non vuole donarci nulla di meno del Suo intimo mistero: l’unità trinitaria. Ma questo non è un semplice programma, perché con i programmi non si va molto avanti. Deve piuttosto diventare vita […]. Anch’io devo cominciare a vivere questa unità. E per questo confido nel fatto che tutti voi cari fratelli e sorelle possiate aiutarmi, e che possiamo farlo insieme nella reciprocità». Mon. Klaus Hemmerle Da: W. Hagemann, Klaus Hemmerle. Innamorato della Parola di Dio, Città Nuova, Roma 2013, pp. 337-338 (altro…)
24 Mar 2016 | Spiritualità
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«Se guardiamo il mondo con le mille ferite che lo colpiscono, l’unità e la pace possono apparire solo utopia.
Che la forza del Risorto, che ha sconfitto per sempre la morte, e quindi ogni morte, rafforzi in noi l’audacia di credere, sperare e agire perché nel mondo la fraternità sia la regola della convivenza tra popoli e culture diverse.
Auguri a tutti di Buona Pasqua, con Gesù risorto in mezzo a noi!».
Maria Voce (Emmaus)
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23 Mar 2016 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo

“A Bruxelles, Dieu pleure avec nous” © Michel Pochet
In un comunicato intitolato “A Bruxelles, Dio piange con noi”, il Movimento dei Focolari in Belgio afferma: «I drammatici attentati perpetrati martedì mattina all’aereoporto di Zaventem e nella metropolitana di Maelbeek, cuore del quartiere europeo di Bruxelles, hanno gettato tutti in profonda costernazione. Condividiamo il lacerante dolore di tutte quelle famiglie che piangono i loro cari e le sosteniamo con la nostra preghiera. Preghiamo anche per tutti coloro che, nel mondo intero, subiscono la violenza e per coloro che commettono tali atti insensati che sono in antitesi con la pace. Di fronte a una tale assurdità ci viene spontanea, dal cuore, una domanda : “Mio Dio ci hai forse abbandonati?”. La Passione di Cristo, che commemoriamo il Venerdì Santo, ci aiuti a credere che ogni sofferenza trova un’eco nel grido di abbandono di Gesù sulla Croce e la Resurrezione ci fa sperare nell’alba di un mondo migliore. Gli attentati di martedì 22 marzo sono un segnale eloquente che ci invita a raddoppiare il nostro impegno per far trionfare la pace, frutto della solidarietà e della fraternità. Una proposta: trovarci ogni giorno, ovunque siamo, per il TIME-OUT: un minuto di raccoglimento per la pace, a mezzogiorno». Fonte: Focolari Belgio online Leggi anche: Quel martedì a Bruxelles io c’ero (altro…)
23 Mar 2016 | Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Nuove Generazioni, Senza categoria
Di fronte alla situazione sempre più insostenibile di conflitto armato diffuso, ampie frange della società civile continuano a far rumore per frenare l’azione dei governi che sostengono con le loro scelte il traffico delle armi, individuata come una delle cause che impediscono la soluzione dei conflitti. Su questo tema è da tempo impegnato anche il Movimento dei Focolari in Italia, che attraverso la rivista Città Nuova e il Movimento politico per l’Unità, in particolare con le sue scuole di partecipazione politica, continuano a smascherare il coinvolgimento dell’Italia nella produzione bellica. Il Paese, infatti, sede di basi militari strategiche, continua a produrre armi di alta tecnologia che arrivano anche nei Paesi del Medio Oriente, come riportato da Città Nuova. Dai porti della Sardegna transitano bombe destinate all’Arabia Saudita, Paese interessato al conflitto siriano e alla guida di una coalizione impegnata nella guerra in Yemen, con migliaia di vittime, condannata dall’Onu.
Cosa fare allora? Il lavoro di un anno, accompagnato da esperti di geopolitica internazionale, ha portato alla stesura di un appello dalle richieste concrete, presentato ai deputati e senatori disponibili: • Il rispetto della legge 185/90, sul «controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento». In particolare si chiede di interrompere l’esportazione e il transito sul territorio nazionale di armi dirette a Paesi in conflitto o che stanno commettendo gravi violazioni dei diritti umani. • Lo stanziamento di fondi per la riconversione a fini civili dell’industria bellica, con riferimento a quanto stabilito nell’art. 1 comma 3 della legge 185/90. • La trasparenza e il controllo delle transazioni bancarie relative ad importazioni, esportazioni e transito di armamenti. A queste si aggiungono anche la richiesta dell’inserimento nell’agenda politica dei temi dell’integrazione e dell’accoglienza, e dell’investimento di maggiori risorse nella cooperazione internazionale. I giovani promotori dell’incontro del 16 marzo sono ben consapevoli dei poteri in gioco e dell’apparente giudizio, anche benevolo, di ingenuità che accompagna le loro istanze, ma, come dicono, «riteniamo di avere una responsabilità, dovuta proprio agli ideali che ci muovono, e quindi non possiamo tacere né guardare passivi la realtà che ci circonda. Lavoriamo nel nostro quotidiano per costruire la fraternità e da qui partiamo per interpellare i governanti». La riflessione in Parlamento è stata arricchita dal contributo di Pasquale Ferrara, diplomatico e docente universitario di relazioni internazionali, di Shahrzad Houshmand, teologa islamica che insegna alla Pontificia università gregoriana, del direttore di Città Nuova Michele Zanzucchi, e del professor Maurizio Simoncelli, cofondatore dell’Istituto di ricerche internazionali archivio disarmo.
Alle radici c’è la spiritualità di Chiara Lubich, che ancora nella sua Trento ha visto gli orrori della seconda guerra mondiale, e che in tutta la sua vita, attraverso il dialogo con persone di fedi e culture diverse, ha gettato semi di una convivenza pacifica. Chiara, appena 28enne, aveva messo piede nel Parlamento italiano per incontrare Igino Giordani, nel 1948. «L’augurio è che i giovani possano incidere sull’agenda politica, come abitanti del presente e del futuro» dichiara Silvio Minnetti, presidente del Movimento politico per l’Unità in Italia (MPPU). «I giovani ci pongono delle domande, provocatorie, esigenti, e chi è sul campo politico vuole accoglierle, impegnandosi in prima persona nelle proprie scelte di voto, ma anche avviando una riflessione seria per dare concretezza alle risposte». Per incidere ancor di più sull’agenda politica, l’MPPU Italia ha in programma di organizzare a Montecitorio nei prossimi mesi, un Laboratorio di ascolto reciproco e condivisione sull’appello dei giovani, con la partecipazione di parlamentari, esperti, giovani e rappresentanti del Governo. Leggi anche: Non possiamo tacere davanti alla guerra Costruire la pace, ogni giorno (testo dell’appello) Produzione di armi. Una questione di coscienza Armi, utopia e principio di realtà (altro…)