26 Lug 2021 | Vite vissute
“La cosa più bella nella vita è amare il prossimo”: è questo il testamento spirituale dello “chef dei poveri” che ha sfamato e vestito a Roma moltissimi bisognosi e senza fissa dimora. Alla famiglia va l’affetto e la preghiera di tutto il Movimento dei Focolari nel messaggio della presidente Margaret Karram al figlio Marco. Chi l’ha vissuto, spesso non se lo sa spiegare neppure dopo molti anni: perché quei poveri che incontri spesso ogni giorno per strada, improvvisamente escono dal cono d’ombra e gridano alla tua coscienza? È quello che è successo nel 2007 a Dino Impagliazzo ed è così che è iniziata la sua seconda vita quando, da dirigente INPS, è diventato “lo chef dei poveri”, come i media di tutta Italia l’hanno definito in questi giorni. Ci ha lasciati il 25 luglio scorso a 91 anni dopo una vita intera animata dagli ideali di fraternità di Chiara Lubich e arricchita dall’amore per i poveri che la Comunità di Sant’Egidio gli aveva trasmesso e di cui il figlio Marco è presidente. Nel suo messaggio a Marco Impagliazzo, figlio di Dino, e presidente della Comunità di Sant’Egidio, la Presidente dei Focolari Margaret Karram scrive che “Una vita come quella di Dino, così intensa e ricca di generosità, intelligenza, affabilità, lascia un grande vuoto e nello stesso tempo un pieno di amore che fa avvertire più che mai la presenza di Dio fra noi, nell’umanità. Dino ha seguito Gesù e resta per noi e per molti un grande esempio, un testimone coraggioso che ha abbracciato e vissuto con straordinaria coerenza l’Ideale dell’unità di Chiara Lubich come via per la realizzazione del testamento di Gesù, ‘che tutti siano uno’”. Ha sempre saputo guardare lontano Dino Impagliazzo, oltre l’emergenza e con lo sguardo rivolto su tutta la città, come dimostra il nome che scelse per la sua Onlus: “Il suo nome è RomAmor – raccontava lui stesso – perché Roma diventi una città dove le persone si vogliono bene. Roma è sempre stata una città al servizio, dobbiamo aiutarla, perché diventi la città dell’ospitalità̀”. All’inizio c’erano i poveri “Tutto è iniziato quando qualcuno mi ha chiesto un panino e mi sono fermato. Di solito non ci si ferma mai per strada, ma io l’ho fatto e ho scoperto che esisteva un mondo fatto di persone che per svariati motivi avevano perso tutto. All’inizio eravamo solo io e mia moglie: preparavamo una decina di panini in cucina e li portavamo alla Stazione Tuscolana (a Roma). Poi ho coinvolto anche i condomini del palazzo in cui vivo. Pian piano si sono moltiplicati e attualmente forniamo più di 800 pasti alla settimana nelle due stazioni di Roma Ostiense e Roma Tuscolana: i pasti sono completi, composti da primo, secondo, frutta, thè e dolci se ci sono…”. Sfamare non basta Ciò che Dino ha fatto supera di gran lunga l’ambito della solidarietà o della “ristorazione di strada”, come qualcuno ha voluto definirla. Oltre a dar da mangiare a chi non può permetterselo, per quasi 15 anni, con i suoi volontari, Dino ha fatto il giro dei mercati rionali, dei supermercati e di alcuni alimentari di Roma per raccogliere la merce in scadenza che non poteva più essere venduta e con i prodotti recuperati si cucinano tuttora zuppe, panini e pasta da distribuire vicino alle stazioni Tiburtina e Ostiense. In un anno si distribuiscono in media oltre 25mila pasti ai più poveri della capitale. E non è finita qui perché l’associazione fornisce anche vestiario, calzature, materiale per l’igiene personale; in alcuni casi lavora per facilitare il rapporto con gli enti pubblici e per le pratiche legate alla residenza, assistenza sanitaria, assistenza legale, avvio ad attività lavorativa, per le persone senza fissa dimora o in difficoltà. L’anno scorso è stato insignito dal Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella dell’Onorificenza al Merito della Repubblica Italiana come “eroe dei nostri giorni” insieme ad altre 32 persone; un premio che non ha ritenuto per sé, ma che ha precisato, appartiene a tutti i suoi collaboratori volontari. Alla famiglia va l’affetto e la vicinanza di tutto il Movimento dei Focolari, del quale Dino era membro e testimone fedele della spiritualità dell’unità. In tanti, e in tutto il mondo, lo ricordano con affetto e gratitudine, come testimoniano i numerosi messaggi arrivati in queste ore. “Restiamo uniti a voi tutti – conclude Margaret Karram, rivolgendosi alla moglie Fernanda e a i figli Chiara, Giovanni, Paolo e Marco – in preghiera per lui, certi che ci aiuterà a proseguire a vivere con fede nella provvidenza e nell’efficacia del farsi uno con chiunque in necessità”.
Stefania Tanesini
26 Lug 2021 | Chiara Lubich
Stralcio del discorso di Chiara Lubich tenuto a Lucerna (Svizzera) il 16 maggio 1999, in occasione del 19° Congresso Internazionale per la famiglia. Se osserviamo la situazione internazionale della società che ci circonda, queste nostre brevi riflessioni su cosa è e dovrebbe essere la famiglia, possono apparire ingenua utopia. L’Occidente è pervaso da una cultura individualista, soprattutto attenta a sezionare e promuovere l’uomo e la donna a seconda dei bisogni e dei consumi. […] In un contesto culturale segnato dall’individualismo e dalla ricerca del profitto, la famiglia è diventata molto fragile. E sono soprattutto quelle socialmente marginalizzate che si disgregano»*. […] Davanti al grande mistero del dolore si resta come smarriti. […] C’è nella Bibbia un vertice del dolore, espresso da un «perché» gridato al cielo. Riferisce l’evangelista Matteo, nel racconto della morte di Gesù: «Verso le ore tre, Gesù gridò a gran voce: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27, 46). […] In quell’abbandono, segno ultimo e più grande del suo amore, Cristo raggiunge l’estremo annullamento di sé e riapre agli uomini la strada dell’unità con Dio e tra loro. In quel “perché”, rimasto per lui senza risposta, trova risposta ogni grido dell’uomo. Non è simile a lui l’angosciato, il solo, il fallito, il condannato? Non è immagine di lui ogni divisione familiare, tra gruppi, tra popoli? Non è figura di Gesù abbandonato chi perde, per così dire, il senso di Dio e del suo disegno sull’uomo, chi non crede più all’amore e ne accetta qualsiasi surrogato? Non c’è tragedia umana o fallimento familiare che non sia contenuto nella notte dell’Uomo-Dio. […] Attraverso quel vuoto, quel nulla, è rifluita la grazia, la vita, da Dio all’uomo. Cristo ha rifatto unità tra Dio e il creato, ha ricomposto il disegno, ha fatto uomini nuovi e quindi anche nuove famiglie. […] Il grande evento della sofferenza e dell’abbandono dell’Uomo-Dio, può dunque divenire il punto di riferimento e la sorgente segreta capace di trasformare la morte in risurrezione, i limiti in occasioni d’amore, le crisi familiari in tappe di crescita. Come? […] Se crediamo che dietro la trama dell’esistenza c’è Dio con il suo amore, e se, forti di questa fede, scorgiamo nelle piccole e grandi sofferenze quotidiane, nostre e altrui, un’ombra del dolore di Cristo crocifisso e abbandonato, una partecipazione al dolore che ha redento il mondo, è possibile comprendere significato e prospettiva anche delle situazioni più assurde. […] Possiamo accennare a due esperienze emblematiche. Claudette, una giovane sposa francese, è abbandonata dal marito. Ha un bambino di un anno. L’ambiente chiuso della provincia e della sua famiglia la spinge a chiedere il divorzio. Ma intanto conosce una coppia che le parla di Dio, particolarmente vicino a chi soffre: «Gesù ti ama – le dicono – anche lui come te è stato tradito e abbandonato; in lui puoi trovare la forza di amare, di perdonare». Lentamente cede in lei il risentimento e si comporta diversamente. Lui stesso ne è influenzato se, quando si trovano davanti al giudice per la prima udienza, Claudette e Laurent si guardano in modo nuovo. Accettano di ripensarci per sei mesi. Riprendono i contatti tra di loro e allorché il magistrato li richiama per sancire il divorzio, rispondono «no», e ridiscendono le scale del tribunale tenendosi per mano. La nascita di altre due figlie rallegrerà un amore che nel dolore ha messo profonde radici. E ancora. Una bella famiglia proprio della nostra Svizzera, una sera apprende dal figlio stesso la notizia della sua tossico-dipendenza. Tentano di curarlo. Invano. Un giorno non torna più a casa. Sentimenti di colpa, paura, impotenza, vergogna. È l’incontro con Gesù abbandonato, in una tipica piaga della nostra società. Lo abbracciano in questa loro sofferenza e sembra loro di avvertire in cuore: «L’amore vero si fa uno con l’altro, entra nella sua realtà…». I genitori si aprono alla solidarietà verso queste sofferenze. Organizzano un gruppo di famiglie che portano panini e tè ai ragazzi della Platzspitz, che allora era l’inferno della droga di Zurigo. Lì un giorno ritrovano il loro figlio, lacero e sfinito. Con l’aiuto anche di altre famiglie, è stato possibile iniziare e portare a termine il suo lungo cammino di liberazione. […] A volte i traumi si ricompongono, le famiglie si riuniscono; a volte no, le situazioni esterne restano come sono, ma il dolore viene illuminato, l’angoscia prosciugata, la frattura superata; a volte la sofferenza fisica o spirituale permane, ma acquista un senso unendo la propria alla “passione” di Cristo che continua a redimere e a salvare le famiglie e l’intera umanità. E allora il giogo diventa soave. La famiglia può dunque provare a ricomporsi nell’originario splendore del disegno del Creatore, attingendo alla sorgente dell’amore che Cristo ha portato sulla terra.
Chiara Lubich
Da Nuova Umanità, 21 [1999/5], 125, pp. 475-487 * Chiesa locale e famiglia (CLEF), «Agenzia di informazione e documentazione di pastorale familiare», 13 (1995), 49, p. 15. (altro…)
23 Lug 2021 | Famiglie
Papa Francesco ha indetto questa ricorrenza al 25 luglio per sottolineare la vocazione della Terza età. “Custodire le radici, trasmettere fede ai giovani e prendersi cura dei piccoli” sostiene Francesco nel suo messaggio. Per l’occasione abbiamo raccolto alcune esperienze di nonni e nipoti che testimoniano l’amore fra generazioni. “Quando tutto sembra buio, come in questi mesi di pandemia, il Signore continua ad inviare angeli a consolare la nostra solitudine e a ripeterci: ‘Io sono con te tutti i giorni’”. Nel suo messaggio per la prima Giornata mondiale dei nonni e degli anziani, che si celebra il 25 luglio 2021, Papa Francesco ha voluto dare un messaggio di speranza e vicinanza ai nonni e agli anziani di tutto il mondo. Vorrei che “ogni nonno, ogni anziano, ogni nonna, ogni anziana – specialmente chi tra di noi è più solo – riceva la visita di un angelo!” attraverso un nipote, un familiare, un amico. Durante questo periodo di pandemia abbiamo compreso quanto siano importanti gli abbracci, le visite, i gesti d’amore. Segni che si vivono quotidianamente fra nonni e nipoti o con i vicini di casa anziani. Martin, ad esempio, ha 8 anni ed è un Gen4 – i bambini dei Focolari – che vive in Uruguay. Abita vicino ad una anziana nonnina, che nel suo giardino coltiva fiori. Alcuni bambini qualche volta buttano il pallone nel suo giardino facendola arrabbiare, poi ridono di lei. Martin ha pensato che così non va bene e allora ha deciso di aiutare la signora. Ha preso una carriola e ha portato via le erbacce e i rifiuti dal giardino. La signora lo ha ringraziato e, ogni volta che l’aiuta, gli regala qualche soldino, che lui dà per i poveri. Nicola invece è nonno di 8 nipoti. Un giorno viene invitato da un Gen4 a parlare al catechismo sulla famiglia. Andando all’incontro si chiede come interessare i bimbi su questo argomento. Mentre cammina il suo sguardo è attirato da un nido caduto da un ramo e ormai abbandonato. Lo raccoglie e lo porta al catechismo. Che bella idea, ora spiega come nasce un nido ma anche come nasce una famiglia. Tutti hanno qualcosa da aggiungere e l’ora di catechismo passa in fretta. Rosaria ha 70 anni ed è una nonna che si dedica tanto sia per i propri nipoti che per i Gen4 della sua comunità locale. “Mi sembra sempre di fare poco – racconta – però mi accorgo che qualcosa passa, fanno delle esperienze che non mi aspetto. Per esempio Tommaso, a scuola riceve un graffio sulla guancia da una bimba. Quando la maestra se ne accorge, chiede perché non glielo avesse detto. E lui ha risposto scusando la compagna perché non lo aveva fatto apposta. Quando la maestra lo racconta ai genitori, rimangono stupiti positivamente perché non era mai successo un comportamento così”. Nonna Rosaria ha un segreto: prega ogni giorno per tutti i Gen4 e per tutti i bambini del mondo. “Credo che questa sia la cosa più importante”. Nonna Mary da New York racconta a Living city: “Qualche anno fa prima di Natale la nostra nipote Cecilia, allora undicenne, tornò a casa da scuola con una borsa piena di regali con i soldi che le aveva dato la mamma. Era così felice mentre ci mostrava quello che aveva preso per un paio di amici ed alcuni familiari. Mi meravigliavo con quanto amore avesse scelto quei regali! Ho iniziato a raccontarle com’era il mio Natale quando ero bambina e vivevo nelle Filippine. Eravamo abbastanza poveri. Dopo la messa di mezzanotte andammo a casa dei nostri vicini per cenare insieme. Ognuno di noi ricevette una mela rossa deliziosa come regalo di Natale. Era qualcosa di veramente speciale! Cecilia ascoltandomi, dice: “Davvero? Una mela rossa deliziosa?”. “Sì”, ho detto, “una mela rossa deliziosa!”. E appena suo padre è tornato a casa, gli ha detto: “Sai cosa ha ricevuto la nonna per Natale? Una mela rossa deliziosa!”. Il giorno di Natale, stavamo festeggiando nella nostra casa di New York con alcuni dei nostri figli e le loro famiglie. Mia nuora ha portato un cesto con la scritta “Buone Feste” con dentro una dozzina di mele, dicendo: “Cecilia mi ha chiamato e mi ha chiesto: ‘Compreresti 12 mele per la nonna, così che non ne abbia solo una ma 12 per Natale? Che regalo di Natale! Abbiamo scoperto più e più volte che non abbiamo bisogno di molti regali per amare Dio e gli altri a Natale. A volte basta una mela rossa e deliziosa”.
Lorenzo Russo
Videomessaggio del Papa per la prima Giornata mondiale dei nonni e degli anziani https://youtu.be/1qhzDGFl-6w (altro…)
20 Lug 2021 | Focolari nel Mondo
Nella periferia della capitale della Repubblica Centrafricana è nata una scuola fondata da membri dei Focolari. Ad oggi accoglie più di 500 bambini, molti dei quali, dopo lunghi periodi di guerra, devono recuperare gli anni scolastici persi.
Siamo a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, Stato che si trova nella parte interna e centrale del continente africano, senza sbocchi sul mare. La capitale è situata a sud-ovest, in una zona di confine con la Repubblica Democratica del Congo. Quattro anni fa in un quartiere periferico di Bangui è nata una scuola materna ed elementare chiamata Sainte Claire (Santa Chiara), che attualmente ospita 514 alunni. È stata fondata dopo un appello che Papa Francesco e Maria Voce, presidente dei Focolari in quel momento, avevano lanciato: andare incontro ai bisogni della gente, in particolare verso le periferie. “Per noi il bisogno più urgente era l’educazione – spiega Bernadine, membro dei Focolari e direttrice presso la scuola Sainte Claire – perché, dopo lunghi anni di guerra, molti bambini avevano perso diversi anni di scuola. Potevamo quindi aiutarli a recuperare, per raggiungere il livello dei loro coetanei.”
Essendo situata in un quartiere di periferia, la scuola ha accolto fin da subito tanti bambini nati in famiglie fuggite dalla città, dove la guerra ha distrutto le loro case. “Vengono qui per rinascere, per ricominciare una nuova vita” – continua Bernadine. L’istituto Sainte Claire è cattolico e, fondato da membri del Movimento dei Focolari, cerca di trasmettere insegnamenti basati sulla cultura dell’Unità. La direttrice spiega: “ogni giorno inizia con le preghiere del mattino; poi lanciamo il dado dell’amore, sul quale si leggono delle brevi frasi per vivere bene la giornata. Il giorno dopo, prima di lanciare nuovamente il dado, si condividono le esperienze vissute il giorno prima. C’è chi ha aiutato la mamma a lavare i piatti, chi si è riappacificato con l’amico dopo un litigio,…” Al momento la guerra nel Paese è sospesa e la situazione a livello politico è più tranquilla. Rimangono però ancora molte conseguenze che hanno impatto sulla popolazione, tra le quali il coprifuoco dalle 20.00 alle 5.00 del mattino. Poi vi sono numerose complicazioni legate a fattori economici e sociali. Spiega Bernadine: “Pochi giorni fa, ad esempio, c’è stata una grande pioggia che ha danneggiato i cavi della corrente elettrica. Da quel momento abbiamo a disposizione l’elettricità solo per 2-3 ore al giorno. Questo cambia molto la vita delle persone: a partire dal cibo, che non può essere conservato. Per non parlare poi di tutti coloro che lavorano con la corrente: non possono portare avanti le loro attività per diversi giorni!” Poi si è aggiunta la pandemia. Nel 2020 l’istituto Sainte Claire ha dovuto concludere definitivamente l’anno a marzo invece che a giugno, avendo un forte impatto sull’educazione degli alunni, nuovamente rimasti senza scuola. Ma sono state dure anche le conseguenze a livello economico per tutto il Paese: le frontiere sono state chiuse e la Repubblica Centrafricana, priva di accesso al mare, ha avuto difficoltà con la consegna di merci dall’estero. Si è assistito dunque ad un forte aumento dei prezzi. Nonostante le difficoltà del momento, comunque, le attività della scuola sono riprese e proseguono: “durante la Settimana Mondo Unito di quest’anno (dal 1° al 9 maggio) i bambini hanno aiutato a costruire un campo sportivo, piantando i semi del prato, in modo da poterlo poi usare come luogo dove fare sport insieme tra qualche mese.” L’educazione, dunque, non si ferma, nemmeno in mezzo alle difficoltà: permette ancora di piantare nuovi semi di speranza, per un futuro migliore.
Di Laura Salerno
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19 Lug 2021 | Chiara Lubich
È un lavoro a due in perfetta comunione, che richiede da noi grande fede nell’amore di Dio per i suoi figli. Questa reciproca confidenza opera miracoli. Si vedrà che, dove noi non siamo arrivati, è veramente arrivato un Altro, che ha fatto immensamente meglio di noi. È grande sapienza trascorrere il tempo che abbiamo vivendo perfettamente la volontà di Dio nel momento presente. A volte, però, ci assalgono pensieri così assillanti, sia riguardo al passato o al futuro, sia riguardo al presente, ma concernenti luoghi o circostanze o persone, cui noi non possiamo direttamente dedicarci, che costa grandissima fatica maneggiare il timone della barca della nostra vita, mantenendo la rotta in ciò che Dio vuole da noi in quel momento presente. Allora, per vivere perfettamente bene, occorre una volontà, una decisione, ma soprattutto, una confidenza in Dio che può raggiungere l’eroismo. «Io non posso far nulla in quel caso, per quella persona cara in pericolo o ammalata, per quella circostanza intricata… Ebbene io farò ciò che Dio vuole da me in quest’attimo: studiare bene, spazzare bene, pregare bene, accudire bene i miei bambini… E Dio penserà a sbrogliare quella matassa, a confortare chi soffre, a risolvere quell’imprevisto». È un lavoro a due in perfetta comunione, che richiede da noi grande fede nell’amore di Dio per i suoi figli. Questa reciproca confidenza opera miracoli. Si vedrà che, dove noi non siamo arrivati, è veramente arrivato un Altro, che ha fatto immensamente meglio di noi. L’atto eroico di confidenza sarà premiato; la nostra vita, limitata ad un solo campo, acquisterà una nuova dimensione; ci sentiremo a contatto con l’infinito, cui aneliamo, e la fede, prendendo nuovo vigore, rafforzerà la carità in noi, l’amore. Non ricorderemo più che significhi la solitudine. Balzerà più evidente, anche perché sperimentata, la realtà che siamo veramente figli di un Dio Padre che tutto può.
Chiara Lubich
(da Ogni momento è un dono, Città Nuova, 2001, pag. 12) (altro…)