Movimento dei Focolari
Da 50 anni testimoni e costruttori di pace

Da 50 anni testimoni e costruttori di pace

In occasione dei 50 anni di Religions for Peace, facciamo il punto sul cammino fatto e le prospettive future con Azza Karram, eletta segretario generale.

Azza Karram

Azza Karram è stata eletta segretario generale di Religions for Peace nell’agosto 2019. Egiziana di origini, cittadina olandese, docente di studi religiosi e diplomazia, ex funzionario dell’Onu, anima dalla dimensione universale, guida oggi un movimento a cui aderiscono oltre 900 leaders religiosi di 90 paesi impegnati con lei nel fare della pace un luogo di incontro e un cammino da percorrere comunitariamente. Religions for Peace, dal 16 al 21 agosto del 1970, apriva la sua prima assemblea. A condurla Nikkyo Niwano, giapponese e fondatore della Rissho Kosei-kai, uno spirito di grande visione. Negli anni ’90 coinvolse anche Chiara Lubich in questa assise mondiale: trovò in lei una consonanza spirituale e pragmatica unica. Quest’anno Religions for Peace festeggia i suoi 50 anni. Abbiamo raggiunto Azza Karram a New York per chiederle un’analisi del cammino fatto e le prospettive di futuro. Dopo 50 anni dalla fondazione di Religions for Peace, quale mission e quale messaggio il movimento continua a dare? Dopo 50 anni di vita la nostra è la testimonianza che è inevitabile per le religioni il lavorare insieme, al di là delle differenze istituzionali, geografiche o di dottrina. Questo è il messaggio che diamo anche se non lo realizziamo ancora perfettamente perché sappiamo che un processo di apprendimento costante e che c’è anche la fatica del lavoro insieme. Il Covid, poi, ha messo ancor più in evidenza la necessità di un lavoro comune. Le comunità religiose o le ong ispirate da valori religiosi stanno facendo perché sono state le prime a rispondere a questa crisi umanitaria non altri. E’ vero che le istituzioni sanitarie sono anche intervenute, ma non avrebbero potuto farlo in maniera così capillare senza le istituzioni religiose che a questa crisi hanno dato non solo una risposta sanitaria, finanziaria, psicologica, ma hanno saputo guardare ai bisogni spirituali di una comunità e stanno rispondendo su tutti i fronti al 100%. Tuttavia quante di queste istituzioni religiose, pur rispondendo ai bisogni di una stessa comunità stanno lavorando insieme? Molto poche e non perché manchino i bisogni o l’efficienza o la conoscenza. A volte mi viene il sospetto che in realtà stiamo cercando di salvare le nostre istituzioni e collaborare in questo tempo complesso richiede ancora più sforzo e più impegno perché è più semplice preoccuparsi della santità e della coesione dei nostri gruppi che aprirci ad un impegno universale e invece proprio il Covid ci costringe ad altro. Noi abbiamo voluto lanciare un fondo umanitario multi-religioso proprio per mostrare che rispondere insieme ad un bisogno è costruire il futuro comune con intenzionalità e volontà e i risultati sono e saranno copiosi: lo sappiamo dalla nostra storia e vogliamo continuare a mostrare quanto fruttuosa è la collaborazione interreligiosa. Quali sfide Religions for Peace si sta trovando a vivere? Le sfide di Religions for Peace penso siano le stesse di tutte le istituzioni non solo religiose, ma politiche, istituzionali, giudiziarie e finanziarie in termini di fiducia, efficienza, legittimità, competenze. A mio parere le istituzioni religiose stanno soffrendo di queste crisi da lungo tempo e ne soffriranno più a lungo delle istituzioni civili. Torno ancora alla pandemia. I blocchi e le chiusure hanno creato un breakdown istituzionale nelle nostre comunità. Potete ben capire cosa vuol dire non potersi più riunire che è una delle funzioni basilari e fondamentali delle nostre esperienze e invece queste funzioni sono minacciate con chiese, templi, moschee e sinagoghe che accoglievano migliaia o centinaia su centinaia di persone e ora devono limitarsi a 50 o a poche decine. L’assenza del convenire quindi chiede di ristrutturare anche il nostro servizio religioso e infatti ci siamo trasferiti li, ma quanto questo sta incidendo sulla pratica religiosa? Anche chi guida queste comunità e non solo i membri deve riconfigurare il suo ruolo e il modo di svolgerlo nel mondo. Per questo se sto già battagliando per sopravvivere come istituzione come posso lavorare con altri che hanno gli stessi problemi in altre parti del mondo? Siamo tutti sfidati in questo ripensarci, lo sono le Nazioni Unite, i governi e lo siamo anche noi come religioni. E poi ci sono le minacce proprio all’esistenza delle fedi in paesi e società dove l’autoritarismo non consente le pratiche di fede e dove i regimi si sentono minacciati nella loro intrinseca fragilità da queste voci che vibrano per i diritti umani, la giustizia, il pluralismo. Per rispondere a queste sfide serve maggiore collaborazione, servono risorse finanziarie e oserei dire che servirebbe anche maggiore consapevolezza politica del ruolo sociale delle collaborazioni multi-religiose che andrebbero sostenute anche economicamente perché sono spazi di servizio, di incontro, di  risorse uniche per la crescita di una società. E invece vedo che le fedi sono spesso ai margini e se poi lavorano insieme sono maggiormente ultime nelle prospettive dei governi. Citava prima la collaborazione come un pilastro base dell’esperienza interreligiosa. Sappiamo che tra Religions for Peace e il movimento dei Focolari c’ è una collaborazione di lunga data. Come continua e come implementare questo lavoro comune? E’ una collaborazione lontana, nata nel 1982 e che ha visto in Chiara Lubich uno dei presidenti onorari di Religions for Peace sin dal 1994 e ora anche Maria Voce continua ad essere dal 2013 uno dei nostri co- presidenti. Mi sono ripromessa, iniziando il mio mandato, di onorare tutti quelli che mi hanno preceduto e che hanno permesso a Religions for Peace di essere ciò che è e quindi anche Chiara. Devo proprio trovare uno spazio, anche nel nostro sito per raccontare di questa amicizia. La cosa che più mi colpisce del nostro legame, sia nel passato che adesso è che la nostra è stata sempre una collaborazione vitale, viva fatta dalle persone. E’ frutto di questa eredità se anche oggi la comunicazione di Religions for Peace è curata da una persona del Focolare e negli anni, quanti del focolare hanno servito il nostro movimento nei modi più vari.  E lo stesso ha fatto la Rissho Kosei-kai. Queste collaborazioni interreligiose in grado di condividere risorse umane, immagini del divino viventi che onorano con la loro presenza lo spazio sacro del dialogo sono per me un segno della reciprocità verso Dio perché attraverso questo lavoro comune nel dialogo interreligioso lo stiamo servendo, mostrando a tutti la bellezza di averci creati di tante religioni. Come immagina il futuro per Religions for Peace? Lo immagino all’insegna del multilateralismo. Così come le Nazioni Unite sono il multilateralismo dei governi, io vedo il nostro movimento come il multilateralismo delle religioni. Noi in fondo ci impegniamo come esseri umani a livello micro e macro a preservare la diversità voluta dal Creatore e a salvarla per tutti, comprese le istituzioni. Immagino il beneficio che le istituzioni potrebbero avere da questa visione e dal nostro lavoro e se insieme collaboriamo si fiorirà entrambi. Se le istituzioni politiche sono focalizzare a salvare sé stesse, se le entità religiose sono interessate a salvare sé stesso, questo porterà alla distruzione non solo dei nostri gruppi ma dell’intero pianeta. E invece il papa stesso, prima con la Laudato sì ora con la sua enciclica, nata da quel documento comune con il massimo leader sunnita ci chiama, è una chiamata comune alla salvaguardia della terra, ma soprattutto alla fraternità umana inclusiva di tutte le religioni. Noi supportiamo questa enciclica e questo richiamo alla fraternità non lascia escluso nessuno, neppure chi è senza una fede e ci batteremo perché sia davvero un patrimonio di tutte le religioni.

A cura di Maddalena Maltese

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È nella notte che si vedono le stelle

La sofferenza è maestra di sapienza. È questa la convinzione che esprime Chiara Lubich nella riflessione seguente. Dobbiamo avvicinarsi a chi soffre non solo con compassione, ma con un atteggiamento di riverenza e di ascolto. Perché qualche uomo all’oscuro delle scienze, anche religiose, s’è fatto santo con il solo libro del Crocifisso? Perché non s’è fermato a contemplarlo, o a venerarlo e a baciarne le piaghe, ma ha voluto riviverlo in sé. E chi soffre ed è nell’oscurità, vede più lontano di chi non soffre, precisamente come occorre che tramonti il sole per vedere le stelle. La sofferenza insegna ciò che in nessun’altra maniera si può apprendere. Essa siede sulla più alta cattedra. È maestra di sapienza, e chi ha la sapienza è beato (cfr. Pr 3,13) «Beati gli afflitti, perché saranno consolati» (Mt 5,4) non solo col premio di là, ma anche con la contemplazione di cose celesti di qua. Occorre appressarsi a chi soffre con la riverenza, ed ancor più, con cui si avvicinavano un tempo gli anziani, quando da essi ci si attendeva la saggezza.

Chiara Lubich

Chiara Lubich, Vede più lontano. Scritti Spirituali /2, Città Nuova Editrice – Roma, 1997, pag. 78.   (altro…)

Costruire un “castello esteriore”

Nella spiritualità dell’unità la persona non cerca soltanto Dio in fondo alla propria anima, ma scopre la sua presenza nello spazio che apre quando due o più persone si amano nello spirito del Vangelo. L’immagine che usa Chiara Lubich per descrivere questa realtà è quello di un castello: non interiore, ma esteriore. Per chi percorre la via dell’unità, la presenza di Gesù in mezzo ai fratelli è essenziale. Pena il fallimento personale, occorre che essa sia sempre viva. Ed è proprio questa presenza che caratterizza il carisma dell’unità. Come due poli della luce elettrica, pur essendoci la corrente, non fanno luce finché non si uniscono, ma la producono appena uniti, così due persone non possono sperimentare la luce tipica di questo carisma finché non si uniscono in Cristo mediante la carità. In questa via dell’unità tutto ha significato e valore nel lavoro, nello studio, anche nella preghiera e nella tensione alla santità, come nell’irradiazione della vita cristiana, se vi è con i fratelli la presenza di Gesù in mezzo, che è la norma delle norme di questa vita. In questa spiritualità si raggiunge la santità se si fa verso Dio una marcia in unità. […] Santa Teresa d’Avila, dottore della Chiesa, parla di un “castello interiore”: la realtà dell’anima abitata al centro da Sua Maestà, da scoprire e illuminare tutto durante la vita superando le varie prove. E questo è un culmine di santità in una via prevalentemente personale, anche se poi lei trascinava in quest’esperienza tutte le sue figliole. Ma è venuto il momento, almeno ci sembra, di scoprire, illuminare, edificare, oltre il “castello interiore”, anche il “castello esteriore”. […] Ma se noi pensiamo che questa nuova spiritualità che Dio dona oggi alla Chiesa arriva anche a responsabili della società e della Chiesa, comprendiamo subito che questo carisma […] tende a farlo (un castello esteriore anche) del corpo sociale ed ecclesiale. Il Santo Padre, parlando recentemente ad una settantina di Vescovi, amici del Movimento, ha detto: “Il Signore Gesù … non ha chiamato i discepoli ad una sequela individuale, ma inscindibilmente personale e comunitaria. E se ciò è vero per tutti i battezzati – continua il Papa – vale in modo particolare (…) per gli Apostoli e per i loro successori, i Vescovi”1. Così questa spiritualità, come tutti i carismi, è fatta per tutto il popolo di Dio la cui vocazione è di essere sempre più uno e più santo.

Chiara Lubich

  Da: Una spiritualità di comunione. In: Chiara Lubich, La dottrina spirituale, Milano 2001, pag. 69. 1) Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XVIII (1995) 1, Città del Vaticano 1997, p.382. (altro…)

Chiesa latino-americana e pandemia

Chiesa latino-americana e pandemia

Un Webinar promosso dalla pontificia commissione per l’America Latina aperto a tutti per riflettere e analizzare l’impatto e le conseguenze del COVID-19. I risvolti sociali, economici, politici e il pensiero di papa Francesco. Si svolgerà il 19 e 20 novembre prossimi il seminario virtuale dal titolo America Latina: Chiesa, Papa Francesco e lo scenario della pandemia e sarà aperto a tutti quanti sono interessati a questo pezzo di mondo, anch’esso pesantemente colpito dal virus; uno scenario già complicato in molte aree da povertà ed emarginazione. Organizzato dalla Pontificia Commissione per l’America Latina, dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali e dalla Conferenza Episcopale Latino Americana (CELAM), l’appuntamento punta a riflettere e analizzare la situazione della pandemia nel continente latino americano, le sue conseguenze e, soprattutto, le linee d’azione e gli aiuti dei governi e della Chiesa. Il Papa si farà presente con un video-messaggio ed interverranno, tra gli altri, anche il Card. Marc Ouellet, Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, Mons. Miguel Cabrejos Vidarte, Presidente del CELAM, Carlos Afonso Nobre, Premio Nobel per la Pace nel 2007, l’economista Jeffrey D. Sachs, Direttore del Centro per lo sviluppo sostenibile alla Columbia University e Gustavo Beliz, Segretario agli Affari strategici della Presidenza argentina. La nota introduttiva al seminario spiega che ad oggi nel continente latino-americano, come nel resto del mondo, è impossibile calcolare i danni della pandemia: “In molti casi, gli effetti negativi della chiusura delle frontiere e le conseguenti ripercussioni sociali ed economiche sono stati solo l’inizio di una spirale di danni non ancora quantificati, tanto meno una ricetta per una soluzione a medio termine”. Per questo il seminario sarà l’occasione di un incontro e di un dialogo a tutto campo tra l’azione missionaria e pastorale della Chiesa cattolica e il contributo di vari specialisti del mondo dell’economia e della politica, per poter potenziare una rete culturale e operativa e garantire così un futuro migliore al continente. Papa Francesco si farà presente anche con la presentazione della Task Force contro il Covid-19, da lui istituita e rappresentata al seminario dal suo capo che ne esporrà il lavoro. In tempi di incertezza e di mancanza di futuro la Chiesa guarda al “continente della speranza” e cerca strumenti condivisi che possano trasformare la crisi in opportunità o almeno trovare le vie per uscirne. Il programma dell’evento Iscriviti qui

Stefania Tanesini

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L’Educazione, una questione d’amore

L’Educazione, una questione d’amore

Il Global Compact on Education, voluto da Papa Francesco, invita tutte le persone di aderire ad un Patto. Ne parliamo con Silvia Cataldi, sociologa, docente all’Università La Sapienza di Roma I protagonisti sono loro, depositari della speranza per un mondo più giusto, solidale, in pace. Il Global Compact on Education, voluto da Papa Francesco, guarda ai giovani come destinatari dei percorsi educativi e insieme agenti degli stessi. Coinvolti insieme alle loro “famiglie, le comunità, le scuole e le università, le istituzioni, le religioni, i governanti” in una “alleanza educativa” per un’umanità più fraterna e in pace. Se n’è parlato durante l’incontro “Insieme per guardare oltre” che si è tenuto alla Pontificia Università Lateranense (Roma, Italia) il 15 ottobre, durante il quale il Santo Padre, in un videomessaggio, ha esortato tutte le persone di buona volontà ad aderire al Patto. A commentare le parole del Papa era presente Silvia Cataldi, sociologa, docente all’Università La Sapienza di Roma. Negli ultimi anni registriamo un forte protagonismo dei giovani sui grandi temi dell’attualità. Sembra obsoleto il modello educativo che li vede soggetti passivi… “Spesso il limite dei modelli educativi è quello di fraintendere la cultura come nozionismo. Il pedagogista Paulo Freire parla di “educazione depositaria”, in cui il sapere può essere versato o depositato come in un contenitore. Questo sapere ha però due rischi: quello di rimanere astratto e sganciato dalla vita, e quello di presupporre una visione gerarchica del sapere. Rispetto a questo, il Patto mi colpisce come educatore, perché ci invita ad ascoltare il grido delle giovani generazioni, a lasciarci interpellare dalle loro questioni. Dobbiamo renderci conto che l’educazione è un percorso partecipato, non unidirezionale”. Dunque, cosa significa educare? “Il termine cultura viene da colere e significa coltivare. È quindi un verbo stanziale, bisogna starci, dedicare tempo e spazio, partire dalle domande e non dal fornire risposte. Ma ha anche il significato di prendersi cura, amare. Per questo mi colpisce molto il Patto, in quanto dice con forza che “l’educazione è soprattutto una questione di amore”. Quando si parla di amore si pensa al cuore, al sentimento. Ma l’amore ha una dimensione eminentemente pratica, richiede le mani. Allora noi educatori facciamo il nostro lavoro solo se sappiamo riconoscere che l’educazione è cura. La cura quotidiana è un gesto rivoluzionario perché è un elemento di critica e di trasformazione del mondo. Lo spiega bene Hannah Arendt quando dice che “L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo perché porta a trasformarlo”. Come far sì che il Patto non rimanga un semplice appello? L’invito alla fratellanza universale – il cuore del Patto – ha implicazioni importanti, ma perché abbia davvero un potere trasformante deve promuovere un cambio di prospettiva che porti ad accogliere le diversità e guarire le disuguaglianze. Dice il sociologo francese Alain Caillé che la “fraternità è plurale”, e ciò significa che se in passato la fratellanza era solo tra simili, consanguinei, in una classe o in un gruppo, oggi richiede di riconoscere “la specificità, la bellezza, e l’unicità” di ciascuno. Inoltre, se siamo tutti fratelli allora cambia il nostro modo di concepire la realtà perché la guardiamo da una prospettiva specifica, che è quella degli ultimi, e siamo spinti ad agire, ad esempio per tutelare i diritti fondamentali dei bambini, delle donne, degli anziani, i disabili e gli oppressi”.

Claudia Di Lorenzi

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