Da 50 anni testimoni e costruttori di pace
In occasione dei 50 anni di Religions for Peace, facciamo il punto sul cammino fatto e le prospettive future con Azza Karram, eletta segretario generale.

Azza Karram
A cura di Maddalena Maltese
In occasione dei 50 anni di Religions for Peace, facciamo il punto sul cammino fatto e le prospettive future con Azza Karram, eletta segretario generale.

Azza Karram
A cura di Maddalena Maltese
La sofferenza è maestra di sapienza. È questa la convinzione che esprime Chiara Lubich nella riflessione seguente. Dobbiamo avvicinarsi a chi soffre non solo con compassione, ma con un atteggiamento di riverenza e di ascolto. Perché qualche uomo all’oscuro delle scienze, anche religiose, s’è fatto santo con il solo libro del Crocifisso? Perché non s’è fermato a contemplarlo, o a venerarlo e a baciarne le piaghe, ma ha voluto riviverlo in sé. E chi soffre ed è nell’oscurità, vede più lontano di chi non soffre, precisamente come occorre che tramonti il sole per vedere le stelle. La sofferenza insegna ciò che in nessun’altra maniera si può apprendere. Essa siede sulla più alta cattedra. È maestra di sapienza, e chi ha la sapienza è beato (cfr. Pr 3,13) «Beati gli afflitti, perché saranno consolati» (Mt 5,4) non solo col premio di là, ma anche con la contemplazione di cose celesti di qua. Occorre appressarsi a chi soffre con la riverenza, ed ancor più, con cui si avvicinavano un tempo gli anziani, quando da essi ci si attendeva la saggezza.
Chiara Lubich
Chiara Lubich, Vede più lontano. Scritti Spirituali /2, Città Nuova Editrice – Roma, 1997, pag. 78. (altro…)
Nella spiritualità dell’unità la persona non cerca soltanto Dio in fondo alla propria anima, ma scopre la sua presenza nello spazio che apre quando due o più persone si amano nello spirito del Vangelo. L’immagine che usa Chiara Lubich per descrivere questa realtà è quello di un castello: non interiore, ma esteriore. Per chi percorre la via dell’unità, la presenza di Gesù in mezzo ai fratelli è essenziale. Pena il fallimento personale, occorre che essa sia sempre viva. Ed è proprio questa presenza che caratterizza il carisma dell’unità. Come due poli della luce elettrica, pur essendoci la corrente, non fanno luce finché non si uniscono, ma la producono appena uniti, così due persone non possono sperimentare la luce tipica di questo carisma finché non si uniscono in Cristo mediante la carità. In questa via dell’unità tutto ha significato e valore nel lavoro, nello studio, anche nella preghiera e nella tensione alla santità, come nell’irradiazione della vita cristiana, se vi è con i fratelli la presenza di Gesù in mezzo, che è la norma delle norme di questa vita. In questa spiritualità si raggiunge la santità se si fa verso Dio una marcia in unità. […] Santa Teresa d’Avila, dottore della Chiesa, parla di un “castello interiore”: la realtà dell’anima abitata al centro da Sua Maestà, da scoprire e illuminare tutto durante la vita superando le varie prove. E questo è un culmine di santità in una via prevalentemente personale, anche se poi lei trascinava in quest’esperienza tutte le sue figliole. Ma è venuto il momento, almeno ci sembra, di scoprire, illuminare, edificare, oltre il “castello interiore”, anche il “castello esteriore”. […] Ma se noi pensiamo che questa nuova spiritualità che Dio dona oggi alla Chiesa arriva anche a responsabili della società e della Chiesa, comprendiamo subito che questo carisma […] tende a farlo (un castello esteriore anche) del corpo sociale ed ecclesiale. Il Santo Padre, parlando recentemente ad una settantina di Vescovi, amici del Movimento, ha detto: “Il Signore Gesù … non ha chiamato i discepoli ad una sequela individuale, ma inscindibilmente personale e comunitaria. E se ciò è vero per tutti i battezzati – continua il Papa – vale in modo particolare (…) per gli Apostoli e per i loro successori, i Vescovi”1. Così questa spiritualità, come tutti i carismi, è fatta per tutto il popolo di Dio la cui vocazione è di essere sempre più uno e più santo.
Chiara Lubich
Da: Una spiritualità di comunione. In: Chiara Lubich, La dottrina spirituale, Milano 2001, pag. 69. 1) Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XVIII (1995) 1, Città del Vaticano 1997, p.382. (altro…)
Un Webinar promosso dalla pontificia commissione per l’America Latina aperto a tutti per riflettere e analizzare l’impatto e le conseguenze del COVID-19. I risvolti sociali, economici, politici e il pensiero di papa Francesco.
Si svolgerà il 19 e 20 novembre prossimi il seminario virtuale dal titolo America Latina: Chiesa, Papa Francesco e lo scenario della pandemia e sarà aperto a tutti quanti sono interessati a questo pezzo di mondo, anch’esso pesantemente colpito dal virus; uno scenario già complicato in molte aree da povertà ed emarginazione. Organizzato dalla Pontificia Commissione per l’America Latina, dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali e dalla Conferenza Episcopale Latino Americana (CELAM), l’appuntamento punta a riflettere e analizzare la situazione della pandemia nel continente latino americano, le sue conseguenze e, soprattutto, le linee d’azione e gli aiuti dei governi e della Chiesa. Il Papa si farà presente con un video-messaggio ed interverranno, tra gli altri, anche il Card. Marc Ouellet, Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, Mons. Miguel Cabrejos Vidarte, Presidente del CELAM, Carlos Afonso Nobre, Premio Nobel per la Pace nel 2007, l’economista Jeffrey D. Sachs, Direttore del Centro per lo sviluppo sostenibile alla Columbia University e Gustavo Beliz, Segretario agli Affari strategici della Presidenza argentina. La nota introduttiva al seminario spiega che ad oggi nel continente latino-americano, come nel resto del mondo, è impossibile calcolare i danni della pandemia: “In molti casi, gli effetti negativi della chiusura delle frontiere e le conseguenti ripercussioni sociali ed economiche sono stati solo l’inizio di una spirale di danni non ancora quantificati, tanto meno una ricetta per una soluzione a medio termine”. Per questo il seminario sarà l’occasione di un incontro e di un dialogo a tutto campo tra l’azione missionaria e pastorale della Chiesa cattolica e il contributo di vari specialisti del mondo dell’economia e della politica, per poter potenziare una rete culturale e operativa e garantire così un futuro migliore al continente. Papa Francesco si farà presente anche con la presentazione della Task Force contro il Covid-19, da lui istituita e rappresentata al seminario dal suo capo che ne esporrà il lavoro. In tempi di incertezza e di mancanza di futuro la Chiesa guarda al “continente della speranza” e cerca strumenti condivisi che possano trasformare la crisi in opportunità o almeno trovare le vie per uscirne. Il programma dell’evento Iscriviti qui
Stefania Tanesini
Il Global Compact on Education, voluto da Papa Francesco, invita tutte le persone di aderire ad un Patto. Ne parliamo con Silvia Cataldi, sociologa, docente all’Università La Sapienza di Roma
I protagonisti sono loro, depositari della speranza per un mondo più giusto, solidale, in pace. Il Global Compact on Education, voluto da Papa Francesco, guarda ai giovani come destinatari dei percorsi educativi e insieme agenti degli stessi. Coinvolti insieme alle loro “famiglie, le comunità, le scuole e le università, le istituzioni, le religioni, i governanti” in una “alleanza educativa” per un’umanità più fraterna e in pace. Se n’è parlato durante l’incontro “Insieme per guardare oltre” che si è tenuto alla Pontificia Università Lateranense (Roma, Italia) il 15 ottobre, durante il quale il Santo Padre, in un videomessaggio, ha esortato tutte le persone di buona volontà ad aderire al Patto. A commentare le parole del Papa era presente Silvia Cataldi, sociologa, docente all’Università La Sapienza di Roma. Negli ultimi anni registriamo un forte protagonismo dei giovani sui grandi temi dell’attualità. Sembra obsoleto il modello educativo che li vede soggetti passivi… “Spesso il limite dei modelli educativi è quello di fraintendere la cultura come nozionismo. Il pedagogista Paulo Freire parla di “educazione depositaria”, in cui il sapere può essere versato o depositato come in un contenitore. Questo sapere ha però due rischi: quello di rimanere astratto e sganciato dalla vita, e quello di presupporre una visione gerarchica del sapere. Rispetto a questo, il Patto mi colpisce come educatore, perché ci invita ad ascoltare il grido delle giovani generazioni, a lasciarci interpellare dalle loro questioni. Dobbiamo renderci conto che l’educazione è un percorso partecipato, non unidirezionale”. Dunque, cosa significa educare? “Il termine cultura viene da colere e significa coltivare. È quindi un verbo stanziale, bisogna starci, dedicare tempo e spazio, partire dalle domande e non dal fornire risposte. Ma ha anche il significato di prendersi cura, amare. Per questo mi colpisce molto il Patto, in quanto dice con forza che “l’educazione è soprattutto una questione di amore”. Quando si parla di amore si pensa al cuore, al sentimento. Ma l’amore ha una dimensione eminentemente pratica, richiede le mani. Allora noi educatori facciamo il nostro lavoro solo se sappiamo riconoscere che l’educazione è cura. La cura quotidiana è un gesto rivoluzionario perché è un elemento di critica e di trasformazione del mondo. Lo spiega bene Hannah Arendt quando dice che “L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo perché porta a trasformarlo”. Come far sì che il Patto non rimanga un semplice appello? L’invito alla fratellanza universale – il cuore del Patto – ha implicazioni importanti, ma perché abbia davvero un potere trasformante deve promuovere un cambio di prospettiva che porti ad accogliere le diversità e guarire le disuguaglianze. Dice il sociologo francese Alain Caillé che la “fraternità è plurale”, e ciò significa che se in passato la fratellanza era solo tra simili, consanguinei, in una classe o in un gruppo, oggi richiede di riconoscere “la specificità, la bellezza, e l’unicità” di ciascuno. Inoltre, se siamo tutti fratelli allora cambia il nostro modo di concepire la realtà perché la guardiamo da una prospettiva specifica, che è quella degli ultimi, e siamo spinti ad agire, ad esempio per tutelare i diritti fondamentali dei bambini, delle donne, degli anziani, i disabili e gli oppressi”.
Claudia Di Lorenzi