26 Giu 2017 | Focolari nel Mondo, Spiritualità
Nell’isola di Santa Teresina «Quando si vive in uno stato di estrema miseria, o si cade nell’inerzia, oppure in alternativa c’è solo la violenza. Dal carisma dell’unità ho capito che potevo diventare un agente di trasformazione sociale nel mio ambiente: cercare lavoro per gli abitanti, aiutare a ricostruire un mocambo, lavorare perché tutte le famiglie avessero l’acqua potabile. Due anni dopo sono stato eletto presidente dell’Associazione degli abitanti di Santa Teresina. Ho dato continuità al lavoro dei miei predecessori, mi sono occupato della trasparenza della gestione pubblica, facendo capire anche che se ciascuno aiutava l’altro, Dio avrebbe aiutato tutti». (J. – Brasile) Agente delle tasse «Lavoravo come agente delle tasse, un lavoro difficile che ho cercato di portare avanti come un servizio al Paese. Cercavo di servire Gesù in ogni persona, creando un rapporto con ciascuno. Alcuni anni fa sono stato assegnato al Dipartimento Investigativo ed Esecutivo. In pratica dovevo convincere, chi non era in regola, a pagare le tasse per non incorrere in sanzioni. Ciò è alquanto difficile e richiede una gran dose di pazienza. Piano piano mi sono guadagnato il rispetto delle persone con cui venivo a contatto, molte delle quali si sono rese conto della necessità e dei benefici di essere in regola». (A.N. – Kenia) Solidarietà contagiosa «Anni fa un’amica assistente sociale ci aveva chiesto di ospitare per una settimana una diciassettenne quasi cieca che, per vari motivi, non poteva restare nell’Istituto né tornare a casa dai suoi. Dopo averne parlato con i ragazzi, ormai adolescenti, decidemmo di comune accordo per il sì, anche se questa scelta avrebbe comportato sacrifici per ciascuno: la casa era già piccola per i 4 figli studenti che avevano bisogno di spazio. Miriam venne da noi e, aiutata da tutti, si inserì talmente bene da aiutare per il compleanno di uno di loro che ricorreva in quel periodo. Finì che invece di una sola, le settimane divennero tre. Le ricordiamo come un momento forte in famiglia. Quella esperienza di accoglienza sarebbe stata efficace anni dopo. Nostra figlia, sposata e madre di due bambini, ha ospitato un bambino disadattato che, per Pasqua, sarebbe rimasto solo nell’Istituto. Un altro nostro figlio, lui pure sposato e con tre bambini, ha accolto per il pranzo di Natale, oltre la suocera, una persona inferma di mente. La solidarietà è contagiosa». (H.G. Austria) (altro…)
24 Giu 2017 | Cultura, Dialogo Interreligioso, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità
«Siamo arrivati al Dharma Drum ieri sera all’imbrunire accolti con squisita gentilezza da giovani volontari che ci hanno immediatamente aiutati a sistemarci e trovare sia le nostre chiavi e documenti che le nostre stanze. Poi subito la cena ed i saluti. Accoglienza davvero squisita. Stamattina è iniziato il simposio come lo si era prospettato nella visita fatta con alcuni dirigenti dei Focolari nel febbraio dello scorso anno. La sala del convegno è moderna ed elegante, ma assolutamente lontana da ogni ostentatezza. Tutta la costruzione che ospita il College of Liberal Arts è moderno, costruito da un architetto giapponese e con giardini pensili per assicurare un clima piacevole anche durante la stagione calda ed umida, anche se qui l’umidità pare essere sovrana in ogni momento dell’anno. Il cibo che ci offrono, assolutamente vegetariano, è di grande livello culinario, ma soprattutto è l’espressione di sentimento di accoglienza delicata ed attenta che ci fa sentire a casa anche se in un ambiente che non era conosciuto fino a anche ora fa.
Alle ore 10 ha avuto inizio la cerimonia di apertura. E’ uno dei membri del corpo insegnante, Guohuei Shih che presenta i vari relatori. Rita Moussalem e Roberto Catalano, co-direttori del Centro per il dialogo interreligioso dei Focolari, sono i primi a parlare subito dopo i saluti portati dall’Incaricato di Affari del Vaticano, padre Giuseppe Silvestrini. Siamo una settantina provenienti dagli USA, Europa, Thailandia, Corea, Giappone, Filippine, Cina e, ovviamente, da Taiwan. Siamo cattolici e buddhisti di diverse tradizioni. Ci sono monaci e laici theravada dalla Thailandia, Buddhisti giapponesi mahayana in rappresentanza di diverse scuole antiche come la Nichiren-Shu, la Tendai-Shu e anche di movimenti recenti come la Rissho Kosei-kai. Si avverte molto calore fra tutti, un rapporto consolidato negli anni con alcuni, ormai piuttosto anziani, che sono venuti con alcuni giovani seguaci. Subito dopo la cerimonia di apertura inizia il giro del grande complesso che porta i vari gruppi – i partecipanti sono divisi per lingua – in diverse parti del Dharma Drum Mountain. Molto significativa nella mattina la visita al museo del Master Sheng Yen, fondatore del Dharma Drum e riformatore del buddhismo Chan. Al pomeriggio si continua vedendo le varie sale dove varie immagini molto significative dei Buddha vengono onorate. Particolarmente interessante è la lezione su come qui si venera l’Illuminato. I monaci Theravada umilmente imparano da giovani monaci della stessa tradizione che stanno studiando in questa università.
Ma il momento più bello della giornata è senza dubbio il cosiddetto periodo della Blessing. Si tratta di un lungo momento di preghiera dove ognuno prega secondo la propria tradizione senza la minima tendenza a confusioni e sincretismi: solennità, rispetto e silenzio, caratterizzano questa fase del programma. Nella sala del Buddha, dove con i cristiani stamattina abbiamo celebrato la messa, trascorriamo un’ora e mezza con varie preghiere che si susseguono, secondo le varie tradizioni. Iniziano i monaci theravada e proseguono i cristiani. A seguire, ci sono i membri della Rissho Kosei-kai e quelli della Tendai Shu per arrivare ai monaci del Fo Gu Shan. Il tempo sembra non passare e, man mano che trascorre, si avverte in cuore una grande ricchezza. Da un lato, sembra di toccare con mano l’anelito dell’uomo all’infinito e, dall’altra, la necessità di ogni uomo o donna di arrivare all’assoluto soprattutto di fronte ai grandi problemi del dolore e della guerra. Usciamo e ci sentiamo molto più vicini gli uni agli altri eppure, forse, è stato il momento del programma di questi giorni dove sono venute maggiormente in evidenza le differenze. Ciò che fa la differenza è lo spirito di comunione e, dunque, di rispetto reciproco che ci avvicina in ogni azione ed espressione del programma». Nei giorni successivi, i lavori fra buddhisti e cristiani sono continuati in un crescendo di conoscenza reciproca e di rapporti di amicizia e vera fraternità. Si è parlato di sofferenza con sette interventi che hanno presentato la dimensione personale e sociale della sofferenza e che sono stati presentati da cristiani, buddhisti theravada della Thailandia e da Mahayana – questi di diverse tendenze, la Rissho Kosei-kai, la Tendai-shu ed il Buddhismo Won della Corea. Non sono mancati workshop dove alcuni relatori hanno potuto presentare in simultanea contenuti riguardo a religione e psicologia, dialogo e attività sociali, esperienze di dialogo in diversi contesti e meditazione e dialogo con particolare riferimento alla meditazione vipassana. Alla conclusione della giornata, poi, tre esperti hanno concluso con alcune riflessioni sui contenuti emersi nel corso dei lavori.
Al di là di tutto questo, tuttavia, è stata l’atmosfera che si è creata che ha caratterizzato questo momento del convegno. Lo stesso preside del D.I.L.A. (Dharma Institute of Liberal Arts) il Rev. Huimin Bikshu, ha confidato che è il primo incontro di questo tipo presso questa università. Infatti, il clima di amicizia e fraternità vera ha creato rapporti nuovi e rinsaldato quelli iniziati in passato. Oltre ai partecipanti iscritti al simposio se ne sono aggiunti alcuni fra le monache ed alcuni monaci del Dharma Drum Monastery e gli studenti del College. Per un totale di una novantina di presenze. La giornata è stata caratterizzata da grande impegno non solo spirituale ma anche esistenziale. Il dialogo, soprattutto quello svoltosi in sala, ha permesso di mettere in evidenza vari aspetti che sono comuni sia pure nella grande differenza esistente fra le due tradizioni. Non si può non essere grati a quanti hanno lavorato per questo momento, sia fra i cristiani che fra i buddhisti. Sono esperienze che lanciano ponti di dialogo, come ha affermato il Rev. Nisyoka della Tendai-shu giapponese, e fanno sperare in un mondo difficile e sempre più polarizzato come quello in cui oggi viviamo. La conclusione dei lavori del Simposio si sono svolti poi nel pomeriggio organizzato dalla Providence University, una istituzione accademica privata che ha sede nella città di Thien Chu. Qui si è parlato di economia, ambiente e dialogo fra le religioni. I risultati di questa settimana di esperienza comune, di riflessione e di amicizia spirituale sono difficili da esprimere e quantificare. Fanno parte dell’intimo di ciascuno dei partecipanti. Mi pare che quanto espresso da un giovane monaco giapponese, abate di uno dei templi di riferimento nel suo Paese, possa esprimere bene la profondità dell’esperienza vissuta. «Raramente nella vita ho avvertito la presenza intima di Dio-Buddha come è stato nei giorni del nostro simposio a Taiwan. […] Ho studiato in scuole cristiane ed ho sempre pensato che il cristianesimo fosse una religione che si svolge nella chiesa (nel senso di riti e funzione religiose). Durante il simposio a Taiwan ho capito che il cristianesimo, invece è la religione della presenza di Dio fra gli uomini». Da Roberto Catalano Leggi la prima parte (altro…)
19 Giu 2017 | Chiesa, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità
«Che tutti siano uno. Siamo nati per queste parole, per l’unità, per contribuire alla sua realizzazione nel mondo». Le parole di Chiara Lubich, commentate dal vescovo Felix Liam, Presidente della Conferenza Episcopale del Myanmar, il primo giorno dell’incontro dei Vescovi asiatici amici del Movimento dei Focolari (1- 4 giugno 2017), ben evidenziano lo scopo del convegno, svoltosi quest’anno a Yangon, nel Myanmar, Paese dell’Asia Sud-Orientale, sul versante occidentale dell’Indocina. Questi convegni, iniziati circa 40 anni fa su iniziativa di Chiara Lubich e di Klaus Hemmerle (1929-1994), allora vescovo di Aquisgrana (Germania), si svolgono ogni anno a livello internazionale, ecumenico e regionale. A Yangon, con una forte presenza dell’episcopato del Myanmar (19 vescovi), si respira un clima di famiglia e di reciproca accoglienza. Tra i 31 partecipanti un buon numero proviene dalle Filippine, dall’India, dalla Malesia e dalla Corea del Sud. Comunicando l’esperienza del suo incontro con la spiritualità dell’unità, il Card. Francis Xavier Kriengsak di Bangkok, moderatore dei vescovi amici dei Focolari, invita i vescovi a scoprire e ad approfondire uno dei punti fondamentali della spiritualità dell’unità: Gesù crocifisso e abbandonato. E di metterlo al centro della propria vita per essere strumenti di comunione nella Chiesa e nell’umanità. Di questo parlano le testimonianze di membri della comunità locale dei Focolari, che si è preparata per accogliere nel migliore dei modi i presuli. Ma anche le esperienze di alcuni vescovi, come quella dell’irlandese mons. Brendan Leahy, che vede nel mistero di Gesù abbandonato “il volto della misericordia, la chiave del dialogo e dell’unità e la via per una santità di popolo”. Viene presentata attraverso un PowerPoint la vita di mons. Klaus Hemmerle. Brevi video fanno vedere la sbalorditiva fecondità dell’amore all’Abbandonato anche nei contesti più “caldi”. Molto attuale il tema su “Evangelizzazione e Inculturazione nella Spiritualità dell’unità”, che suscita particolare interesse in una nazione a maggioranza buddhista.
La storia di Chiara Lubich e del Movimento da lei nato, insieme alle esperienze dei membri della comunità del posto, suscitano grande commozione. Il Cardinale Carlo Bo, arcivescovo di Yangon: «Sono stato molto colpito dal racconto della vita della fondatrice carismatica e profetica del vostro movimento. Più che mai la Chiesa ha bisogno di movimenti come il Focolare. Quando l’arroganza del potere divideva le persone per il colore e la razza, Chiara ha creato una comunione a livello mondiale, per la pace globale». Il Vescovo Matthias (Myanmar) commenta: «Di solito, quando si partecipa a incontri di vescovi, si ascoltano molte cose, ma sono a livello intellettuale. Qui invece si parla della vita e si vedono persone felici». E il Vescovo Isaac (Myanmar): «La vita di un vescovo non è facile, spesso noi stessi ci sentiamo abbandonati. Conoscendo Gesù Abbandonato avrò la forza e la luce per andare avanti». Dalla Corea, mons. Peter aggiunge: «È la prima volta che partecipo ad un incontro di vescovi. Sono felice di aver conosciuto e approfondito il mistero di Gesù abbandonato. Qui ho visto persone che cercano di amarlo in ogni difficoltà; persone che sono dietro le quinte, che cercano di servire tutti noi», in riferimento ai membri della comunità locale del Movimento. L’apertura al dialogo culturale e interreligioso assume i colori dorati della Pagoda di Shwedagon, la più importante e conosciuta della capitale. La visita di questo luogo sacro, in cui sono gelosamente custodite le reliquie dei quattro Buddha, sulla collina di Singuttara, ad ovest del Lago Reale, simboleggia il rispetto per l’anima buddhista e per la cultura del posto. In cima alla Pagoda, tempestata di pietre preziose, un anemoscopio a banderuola mostra la direzione del vento. Se sufficientemente sostenuto, lo sventolio è accompagnato dal suono di decine di campanelli. Verso dove soffi il vento i vescovi di Myanmar ne sono certi: in direzione dell’unità, verso una Chiesa sempre più “comunione”. (altro…)
16 Giu 2017 | Cultura, Ecumenismo, Famiglie, Focolari nel Mondo, Senza categoria, Spiritualità
Quando abbiamo cominciato a frequentarci eravamo ben coscienti delle differenze che esistevano fra noi, soprattutto in materia di dottrina. Sentivamo però che il nostro amore era più forte di ogni differenza: questo ci dava l’ardire di credere che dietro al nostro matrimonio poteva esserci un disegno di unità che andava oltre noi due. Fin da ragazzi, con la spiritualità dei Focolari avevamo imparato che per raggiungere l’unità occorre puntare a ciò che ci unisce – che è tantissimo –, anziché guardare a quello che ci divide. Ciononostante, quando la domenica ognuno di noi prende una strada diversa per andare a Messa, è sempre un dolore, quello stesso che avvertiamo quando involontariamente nei nostri discorsi viene fuori il “noi” e il “voi”, o quando a ciascuno viene da criticare qualcosa della Chiesa dell’altro. In questi casi ci rendiamo conto che niente è costruito una volta per tutte e che, fra le tante occasioni per far crescere l’amore tra noi, deve esserci l’impegno di amare la Chiesa dell’altro come la propria. Un’altra chance tipica di noi coppie ‘miste’ è di offrire a Dio le piccole o grandi disunità che ci fanno soffrire, per la piena unità dei cristiani. A volte, proprio per vivere anche in modo visibile l’unità fra noi e nella nostra famiglia, decidiamo di andare tutti insieme nell’una o nell’altra chiesa, condividendo anche certe pratiche spirituali, come, ad esempio il digiuno. Un momento significativo è stato il battesimo della nostra prima figlia. Avevamo discusso a lungo e per diverso tempo, ma non riuscivamo a decidere quale fosse la cosa più giusta: il battesimo cattolico o quello ortodosso. Ovviamente, il valore del sacramento è uguale in entrambe le Chiese, ma le conseguenze sarebbero state profondamente diverse. Hani, infatti, è diacono ed era già stato temporaneamente allontanato dalla sua Chiesa a causa del matrimonio celebrato con rito cattolico-misto. Il battesimo cattolico della figlia lo avrebbe messo in seria difficoltà e non riuscivamo a prendere una decisione. Liliana allora ha deciso di andare a spiegare la situazione al suo vescovo, il quale, dopo averla ascoltata fino in fondo, le ha assicurato che egli avrebbe capito e appoggiato qualsiasi decisione avessimo preso secondo la nostra coscienza. In questa, come in mille altre occasioni, non si è trattato e non si tratta di trovare dei compromessi, ma di cercare di cogliere qual è la volontà di Dio nelle varie situazioni. È chiaro che tutto ciò costa una fatica supplementare, costa sudore, anche con i figli, che da piccoli non capivano perché potevano ricevere l’Eucaristia nella chiesa ortodossa, ma non in quella cattolica. Infatti, nella Chiesa ortodossa, insieme al battesimo, vengono somministrati anche i sacramenti della comunione e della cresima. Un periodo piuttosto difficile è stato quando la più grande dei nostri figli aveva circa 15 anni. Lei iniziava, con una certa aggressività, a chiedere autonomia ma noi non eravamo preparati a questo suo repentino cambiamento. Le liti, anche molto accese, erano praticamente quotidiane. Cercavamo di proteggerla da alcune situazioni che ritenevamo a rischio ma, più le stavamo addosso, più lei si ribellava. Non è stato facile anche tra di noi, perché spesso il modo in cui ciascuno dei due affrontava la situazione non era condiviso. In tutta questa confusione, abbiamo sempre cercato di mantenere alcuni punti che ci sembravano importanti, come la preghiera tutti insieme, oppure l’umiltà di chiederci scusa, anche con i ragazzi. Ad un certo momento abbiamo capito chiaramente che prima di tutto dovevamo puntare all’unità tra noi due. Fatto questo passo, insieme abbiamo trovato la luce per decidere di darle fiducia. La situazione in casa è migliorata, a conferma che anche nel matrimonio ‘misto’ i due sposi hanno la possibilità di essere “una sola cosa in Dio” e dare questa testimonianza ai figli e al mondo circostante. (altro…)
14 Giu 2017 | Famiglie, Focolari nel Mondo, Spiritualità

Škofja Loka
Damijan e Natalija abitano a Škofja Loka, una piccola città nel nord ovest della Slovenia, a una ventina di chilometri dalla capitale Lubiana. Sono sposati da 12 anni e hanno 4 figli, dai 4 agli 11 anni. Dialogando con loro, Natalija e Damijan si alternano con naturalezza. «Fin dall’inizio del nostro cammino insieme – comincia lei – abbiamo voluto metter Dio al primo posto. Per noi questo significa perdonare, ricominciare sempre dopo ogni battuta d’arresto, amare per primi e tutti. Vuol dire anche che quando è dura, e siamo stanchi, proviamo a non aspettarci nulla dall’altro, ma sapendo che possiamo sempre contare l’uno sull’altra». E l’educazione dei figli? Damijan spiega: «Ai bambini cerchiamo di dare valori solidi per la vita. Questo richiede da un lato una grande pazienza e perseveranza nell’amore, dall’altro di avere una linea chiara, di decidere cosa è bianco e cosa è nero, anche se a volte questo porta alla loro insoddisfazione o alla loro rivolta. Ci sembra importante che i nostri figli siano il più possibile autonomi e indipendenti. Li coinvolgiamo nei lavori di casa (cucinare, pulire, stirare, sistemare il bucato, ecc.). All’inizio è tutto molto interessante, quasi un gioco. Poi, quando il lavoro deve essere fatto con regolarità, qualcosa sempre si blocca. Ma loro sanno che, se ci aiutiamo tutti, finiamo prima e rimane più tempo per giocare, uscire e fare tutte quelle cose che, come loro dicono, non sono “lavorare”».
«Un anno e mezzo fa – è Natalija a raccontare – abbiamo portato il più piccolo, Lovro, a una visita. La diagnosi è stata: sindrome da deficit di attenzione. Da pedagoga ed ex insegnante, mi sono passati davanti agli occhi tutti i bambini con questo tipo di problemi e le grandi difficoltà che accompagnano questa diagnosi. Spaventata sono ritornata all’asilo “Raggio di Sole” dove, allora, lavoravamo sia io che Damijan. Appena mi ha visto, ha capito che qualcosa non andava. Quello stesso giorno abbiamo parlato a lungo. Ci era chiaro che per stare accanto a Lovro era necessario che uno di noi due lasciasse il lavoro». Damijan: «Considerando il mutuo e la famiglia numerosa, uno stipendio solo non era sufficiente. Abbiamo esplorato tutte le possibili soluzioni finanziarie ma, nonostante umanamente l’incertezza la facesse da padrona, ci sembrava la cosa giusta da fare. Sicuramente Dio non ci avrebbe abbandonato. Abbiamo scritto una lettera ai colleghi di lavoro, che hanno capito e ci hanno sostenuto. Non potevamo immaginare il seguito. Una settimana dopo, mia mamma ha avuto un ictus ed è rimasta paralizzata, quindi abbiamo cominciato a prenderci cura anche di lei, anche se all’inizio era sufficiente farla sedere e portarle da mangiare, perché era ancora in grado di mangiare da sola. Ma dopo due mesi, un secondo ictus l’ha portata alla cecità e a problemi di demenza. Aveva bisogno di attenzioni e cure sempre maggiori. Abbiamo deciso di non portarla in un ospizio, ma di tenerla con noi, fino al suo ultimo respiro. Intanto, anche se non potevamo dedicargli molto tempo, Lovro andava migliorando. In tutto questo tempo, anche se con un solo stipendio, possiamo dire con certezza che nemmeno per un istante abbiamo avuto la sensazione che ci mancasse qualcosa. Abbiamo fatto delle rinunce, ma non le abbiamo vissute come una privazione. Piuttosto, ci siamo resi conto che è stato importante per i bambini rendersi conto da vicino della situazione in casa e prendersi cura della nonna. Hanno sperimentato cosa significa dare vero amore al prossimo. E noi abbiamo capito che Dio è davvero grande: se lo lasciamo agire e ci fidiamo, è Lui che ci guida». Natalija: «Dopo la morte della mamma di Damijan, avvenuta nel mese di luglio, ci siamo resi conto che sarebbe stato meglio per noi se Damijan continuava a restare a casa. In questo modo la mattina si può dedicare totalmente a Lovro, con risultati evidenti. Quando io torno, trovo il pranzo pronto e posso affrontare il resto della giornata con maggiore calma e serenità». (altro…)