Come è stata accolta a Loppiano la notizia della visita del Papa? “Un secondo dopo che la presidente Maria Voce aveva diffuso la notizia, sui nostri social e fra i gruppi degli abitanti di è arrivata una pioggia di post di gioia e stupore”. Cosa rappresenta per lei, abitante di Loppiano, questo evento? “Già il Papa Giovanni Paolo II doveva venire qui nel 2000. Quattro giorni prima, per un improvviso cambio di programma, la visita fu annullata. In ciascuno di noi abitanti di allora era rimasto nel cuore il desiderio di una visita del Papa, e lo stesso desiderio è presente fra gli abitanti anche oggi”. Per chi non conosce Loppiano, cosa caratterizza questo luogo? “È uno dei luoghi dove maggiormente si può toccare con mano il carisma dell’unità che Chiara Lubich ha ricevuto da Dio e sul quale è nato e si è sviluppato il Movimento dei Focolari: l’unità a cui si arriva costruendo rapporti di fraternità, vivendo il testamento di Gesù «Che tutti siano uno». A Loppiano vivono circa mille persone di 65 nazioni, con culture, religioni, formazioni, condizioni sociali diverse. Qui imparano ad essere prima di tutto comunità. Quello che le unisce è il desiderio di vivere la legge che sta alla base della cittadella: l’amore scambievole. Questo fa di Loppiano un luogo di fraternità”. Come si svolge la vita nella cittadella? “Ci sono varie attività economiche, 11 scuole di formazione, un istituto universitario, un grande santuario che ospiterà il Papa, tante abitazioni e campi coltivati. Si studia, si lavora, si socializza, si fa la vita normale di tutte le città, solo che si cerca di farlo vivendo la legge dell’amore scambievole”. Il Papa arriva a Loppiano dopo Nomadelfia. Che rapporto c’è fra le due città? “Ci sono tanti punti in comune, seppur con storie e carismi completamente differenti: sono entrambi luoghi di fraternità che guardano agli ultimi e hanno come legge il Vangelo. Ci sono state varie occasioni di incontro, anche recenti. Quindi siamo felici che il Papa atterrerà qui avendo nel cuore quanto avrà ricevuto a Nomadelfia. Sarà accolto con lo stesso amore e lo stesso entusiasmo”. Dove va il Papa si accendono i riflettori dei media mondiali: come leggere la scelta di visitare Loppiano? “Penso che dietro questo desiderio ci sia anzitutto l’amore per il dono del carisma dell’unità che Dio ha fatto tramite Chiara Lubich. Bergoglio ha conosciuto il Movimento in Argentina, ma ancora di più da Pontefice. Loppiano è il luogo dove questo carisma è maggiormente visibile”. In che modo vi preparate alla visita? “Quello che ha detto Maria Voce è diventato il nostro imperativo. In questi cento giorni siamo impegnati a intensificare la vita di amore e di unità radicata nel Vangelo, in modo che il Papa possa trovare il «Dove due o più sono riuniti nel mio nome (Mt 18,20)», ovvero la presenza di Gesù in mezzo a noi, una realtà”. Il Papa sosterà in preghiera al Santuario Maria Theotokos, dove c’è una cappella dedicata ai cristiani di altre confessioni: che significato ha questo luogo? “Il Santuario è stato voluto da Chiara proprio nel centro geografico di Loppiano, perché fosse il punto di unità di tutta la cittadella. È il luogo dove noi abitanti ci troviamo ogni giorno a pregare, ma è un punto di riferimento anche per tutto il territorio. È il sigillo della cittadella”. È anche un modo per sottolineare la centralità della figura di Maria nel Movimento? “Certamente. Non a caso il Santuario è stato intitolato a Maria Theotokos, Maria Madre di Dio, per sottolineare la caratteristica fortemente mariana del carisma e del Movimento dei Focolari. E proprio perché Maria è Madre di Dio e quindi dell’umanità, il Santuario è aperto anche a persone di altre confessioni cristiane, di altre religioni e convinzioni, e all’interno ci sono diversi punti dove ciascuno può pregare, trovare casa e raccoglimento”. La visita del Papa arriva nel 10̊ anniversario della morte di Chiara Lubich. Una concomitanza? “Credo che possiamo accogliere questa visita come un dono di Dio, come una carezza, un segno del Suo amore per l’Opera di Maria. Poi aspettiamo di sentire cosa il Papa vorrà dirci”. (altro…)
[…] Dio è Amore: è la scoperta fondamentale, la scintilla ispiratrice che è all’origine del carisma dell’unità di cui lo Spirito Santo nel nostro tempo ha fatto dono a Chiara Lubich. Scoprire che Dio è Amore è stato, per lei e le sue prime compagne, fin dagli inizi del Movimento, una novità assoluta, tale da operare una sorta di conversione. Chiara scopre dunque non un Dio lontano, inaccessibile, estraneo alla sua vita, ma il volto paterno di Lui e, di conseguenza, quella relazione tra Cielo e terra che ci unisce quali figli al Padre e fratelli fra noi. Dio dunque vicino come Padre, Padre che veglia sulla vita di ciascuno e su quella dell’intera umanità. Tutto ciò che accade quindi è visto come realizzazione del suo piano d’amore su ciascuno, come prova tangibile del suo sguardo vigile, della sua vicina presenza. “Persino i capelli del vostro capo sono tutti contati” (Mt 10,30). È un amore paterno che provvede a tutte le necessità, anche le più piccole, fino a colmare anche i vuoti lasciati dalle nostre imperfezioni, dalle nostre mancanze, dai nostri peccati. È il volto del Padre misericordioso che – mediante il Figlio incarnato – si manifesta, che svela in pienezza il suo amore di misericordia. Un esempio classico è la parabola del figliol prodigo (Lc 15,11-32). Nel giugno 1999 Chiara si è trovata ad illustrare questa parabola ad un folto gruppo di giovani riuniti nel Duomo di Paderborn (Germania). […] «Il padre del figliol prodigo avrà avuto molto da fare: seguire la fattoria, i dipendenti, la famiglia; ma il suo principale atteggiamento era quello dell’attesa, dell’attesa del figlio partito. Saliva sulla torretta della sua casa e guardava lontano. Così è il Padre Celeste: immaginate, giovani, se potete, la sua divina, altissima e dinamica vita trinitaria, il suo impegno nel sorreggere la creazione, nel dare il posto a chi sale in Paradiso. Eppure Egli fa soprattutto una cosa: attende. Chi? Noi, me, voi, specie se ci trovassimo lontani da Lui. Un bel giorno quel figlio, che il padre terreno tanto amava, scialacquata ogni cosa, torna. Il padre lo abbraccia, lo ricopre di una veste preziosa, gli infila l’anello nel dito, fa preparare il vitello grasso per la festa. Cosa dobbiamo pensare? Che egli desidera vedere il suo figlio tutto nuovo, non vuole più ricordarlo come era prima. E non solo lo vuole perdonare, ma arriva persino a dimenticare il suo passato. Questo è il suo amore per lui, nella parabola. Così è l’ amore del Padre per noi nella vita: ci perdona e dimentica». Chiara continua: «Ho visto recentemente un documentario […]. Presentava ed esaminava nei particolari un famoso quadro di Rembrandt che raffigura il padre della narrazione evangelica che accoglie il figlio tornato. È bellissimo in tutti i suoi dettagli. Ma ciò che colpisce di più sono le mani che il padre pone sulle spalle del figlio inginocchiato di fronte a lui: una è mano di uomo robusta, severa, e l’altra di donna, più sottile, più leggera. Con esse il pittore ha voluto dire che l’amore del Padre è paterno e materno insieme. E così dobbiamo pensarlo anche noi.» Leggi il testo completoFonte:Alba Sgariglia, Centro Chiara Lubich, Roma, 14 maggio 2016. (altro…)
«Pasqua è ormai passata: oggi, giorno di pasquetta, è un normale giorno lavorativo. Fa davvero caldo e la pioggia minaccia il cielo. Solo i cristiani fanno ancora festa. Qua e là si possono udire i brindisi e gli ‘alleluia’ trapelare dalle case. Eppure sono in un paese comunista. Ma qui le strade, all’uscita dalle chiese, si riempiono di motorini fino all’inverosimile, intasando il traffico. I poliziotti, di fronte alla cattedrale, devono dirigere il traffico. Per assistere ad una delle funzioni del triduo pasquale bisognava arrivare almeno 30 minuti prima, per trovare posto. In chiesa, lascio la borsa sulla panca e nessuno la tocca. Guardo la gente, tantissimi bambini, giovani, coppie anche anziane, con volti raccolti e sorridenti. Penso all’Europa, alle chiese semivuote finanche nei giorni di festa. Da queste parti, anche alle 5 del mattino di un giorno qualunque, bambini anche piccoli, insieme ai grandi, sono in prima fila a cantare. Tutti qui conoscono a memoria le preghiere e le canzoni. Saigon pullula di vita sregolata, quasi selvaggia, ad ogni angolo. Eppure c’è tanta fede, come forse in nessun’altra città dell’Asia. Perché qui la fede ‘costa’.Tutto costa in Vietnam. Tempo fa ho fatto un viaggio in autobus, cinque ore in mezzo alla calca, nel caldo. Ad un certo punto alcuni quintali di granturco sono stati caricati tra i viaggiatori, sotto i loro piedi, nel bagagliaio. La gente ha iniziato a gridare, mentre l’autista e il suo aiutante, a loro volta, gridavano per zittirli. Una signora accanto a me, imbarazzata nel vedermi in quella confusione, mi ha detto: “La vita qui è dura. Non dimenticarlo se vuoi vivere qui”. Non conosco il nome di quella donna e forse non la rivedrò mai più. Ma quelle parole hanno aperto una dimensione nuova dentro me. La vita, la loro come la mia, deve passare anche attraverso il dolore, la fatica, la sofferenza, per sfociare nella gioia. Io l’ho capita così. Da quel giorno tutto in me si è semplificato. Come tutti, sperimento gioie, ma anche dolori e fatica. Sono uno di loro. Nemmeno in quanto straniero sono speciale. Uno tra tanti. La storia di quell’Uomo appeso ad una croce, simile a quella di tanti uomini che incontro ogni giorno, mi ha ricordato le parole di quella donna. La posso ritrovare in chi è povero e non ha nulla, in chi è ammalato di tumore e non ha i soldi per curarsi, con le ossa che spuntano da sotto la pelle. O in quella della signora Giau, 64 anni, povera, ma che ha “adottato” una bambina down, letteralmente gettata via dai genitori. Eppure anche qui, in Asia, è Pasqua. Anche in mezzo ai profughi Rohingya, tra Myanmar e Bangladesh. È Pasqua tra le truppe di alleati che si stanno preparando all’ennesima esercitazione. È Pasqua per i bambini di Xang Cut, nella zona del delta del Mekong, con l’acqua ancora infetta dall’agente orange, scaricato dagli alleati 40 anni fa. Ed è Pasqua anche per i bambini di Saigon, raccolti dalla strada e istruiti dalle maestre di Pho Cap. Avranno qualcosa da mangiare, grazie al loro amore eroico. Anche qui, in mezzo a molte sfide, tra i pericoli, l’inquinamento alle stelle e le sopraffazioni, qualcuno continuerà a sorridere, perché amato e curato da una mano amica. Questo è Pasqua: prendersi cura dell’altro, lenire il suo dolore, condividere il suo pianto. Il mondo, l’altro, mi appartiene. E la mia felicità passa attraverso quella degli altri, di tanti altri». (altro…)
Sport e Pace. Un binomio vincente fin dall’antichità, da quando, in occasione dei giochi che si celebravano in onore di Zeus, vigeva la “tregua olimpica”, una sospensione di tutte le inimicizie pubbliche e private, per tutelare gli atleti e gli spettatori che attraversavano territori nemici per recarsi a Olimpia. La Giornata internazionale che si celebra oggi, nello stesso giorno che, nel 1896, vide l’apertura, nuovamente in Grecia, del primi Giochi Olimpici dell’era moderna, riafferma l’attualità e il valore di questo accostamento. Paolo Cipolli, responsabile di Sportmeet, rete internazionale di sportivi e operatori dello sport che dal 2002 contribuisce alla elaborazione di una cultura sportiva orientata alla pace, allo sviluppo e alla fraternità universale, ne è convinto. «Lo sport, definito da alcuni sociologi come “mimesi della guerra” o “guerra senza spari”, anche nelle sue forme a maggior contenuto agonistico può costituire un elemento di pacificazione. Attraverso un processo di catarsi, di purificazione dello scontro, l’elemento del confronto, regolato nella forma del gioco, costituisce un grande potenziale relazionale». I recenti Giochi invernali lo dimostrano. «Quello che è accaduto a PyengChang è davvero sorprendente: all’inizio la scelta di una località vicina al confine fra le due Coree, proprio in un periodo di fortissima escalation di tensione, sembrava nefasta. Eppure il miracolo dello sport è avvenuto e le Olimpiadi si sono rivelate non solo una straordinaria occasione per sovvertire le previsioni di fallimento, ma anche una sorprendente occasione per riavvicinare le due nazioni. Un miracolo che ha spiazzato la politica internazionale. Era già accaduto. Più volte, nella storia recente, lo sport si è rivelato occasione di distensione. Ricordo la famosa partita di ping pong fra Cina e Stati Uniti, nel 1971». Sportmeet, nata in seno al Movimento dei Focolari, sta diffondendo nel mondo dello sport i valori della crescita integrale della persona e della pace. Con quali obiettivi? «Ci muove il desiderio di portare anche in questo campo la nostra eredità spirituale, l’ideale dell’unità di Chiara Lubich. Occorre sostenere le esperienze positive esistenti, riconoscendo quanto di buono la storia dello sport ha già prodotto. E poi crescere nella consapevolezza che lo sport abbia in sé ancora grandi possibilità di sviluppare sentimenti di fraternità. Di recente abbiamo avuto l’opportunità di promuovere e partecipare alla prima edizione della “Via Pacis Half Marathon” di Roma. Continueremo ad impegnarci, in rete con le diverse comunità religiose e con alcune istituzioni sportive, in vista della seconda edizione, il prossimo 23 settembre». La realtà del limite, la matrice comune a disagi, difficoltà, barriere sociali, ma anche fisiche o psicologiche attraversa ogni giorno la nostra vita, singolarmente e collettivamente. Quale risposta può offrire la pratica sportiva? «L’esperienza sportiva offre un contributo alla comprensione del limite, anche oltre il suo campo specifico. Lo sport per sua natura è terreno di confronto con il limite. Promuovendo la partecipazione abitua alle differenze, facilitando percorsi di integrazione e di superamento delle barriere sociali, etniche, religiose o politiche». Prossimi appuntamenti? «Su questi temi stiamo organizzando un congresso internazionale, dal 20 al 22 aprile, a Roma, aperto ad operatori dello sport e non solo, per conoscere e promuovere tante buone prassi. Nella giornata centrale, il 21 aprile, nel contesto del “Villaggio per la Terra” all’interno della centralissima Villa Borghese, sperimenteremo un’interazione con i partecipanti al congresso di Eco-One “Nature breaks limits”, con una lettura multidisciplinare del limite. Sarà un congresso itinerante, tra il quartiere Corviale, periferia geografica e sociale della città, e il centro di Roma. Un’occasione per leggere le difficoltà, le fragilità e i “confini” alla nostra realizzazione come limiti da riconoscere e grazie ai quali possiamo essere più umani». Chiara Favotti (altro…)