Slotmob: intervista a Carlo Cefaloni
https://www.youtube.com/watch?v=cbn4p4SJx8A
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La spaziosa aula “Centro Trasferimento della conoscenza” dell’Università Cattolica di Lublino Giovanni Paolo II, ha accolto il congresso Conflicts, Dialogue and Culture of Unity (3-4 giugno 2016). Si è svolto all’insegna della “trasmissione” di conoscenze attraverso il dialogo accademico tra i 180 partecipanti, professori e studiosi di diverse discipline dell’area delle scienze sociali, con 95 contributi. Una interazione fatta anche di domande e di sollecitazioni nel condividere lo sforzo di una ricerca. Un dono fra specializzazioni, ma anche fra generazioni e aree geografiche dell’Europa nell’apertura alle sfide del mondo. Il convegno, aperto dalla relazione di Jesús Morán, copresidente dei Focolari, dal titolo “La cultura dell’unità e alcune grandi sfide dell’umanità di oggi”, prendeva le mosse dal 20° anniversario della consegna a Chiara Lubich del Dottorato honoris causa in Scienze Sociali, da parte dell’Università Cattolica di Lublino nel giugno 1996. La Laudatio tenuta allora dal prof. Adam Biela ne precisava la motivazione: il carisma dell’unità «è un’attualizzazione concreta e pratica di una nuova visione delle strutture sociali, economiche, politiche, di educazione, dei rapporti religiosi, che consiglia, raccomanda, suggerisce, educa e promuove l’unità» fra le persone. E coglieva, nell’ispirazione rivoluzionaria di Chiara Lubich, manifestata a partire dagli anni ’40, gli elementi di un nuovo paradigma delle scienze sociali, tanto da coniare l’inedito concetto di paradigma dell’unità. Quello a Lublino, 20 anni dopo, è «un convegno complesso e interessante», secondo il prof. Italo Fiorin, Presidente del corso di laurea in Scienze della Formazione, Università Lumsa, Roma. «Anzitutto per il tema, costruito su tre parole collegate. Conflitto: con la riflessione sulla situazione del mondo, non catastrofica ma problematica, stimolando la responsabilità. Dialogo: via per condurre e tradurre il conflitto in qualcosa di nuovo, con un’azione positiva. Unità: risultato di un dialogo, che non è il manifestarsi di un pensiero unico, ma la conquista di una maggiore consapevolezza della propria identità». «Da 200-300 anni il sapere si è diviso in tanti campi», afferma la neuro scienziata Catherine Belzung, Università di Tours, Francia. «Ma l’attuale frammentazione non permette di fare progressi. È arrivato il tempo del dialogo anche interdisciplinare e qui si è visto che è possibile, desiderato ed efficace. Nel mio campo ci sono già delle scoperte che mostrano che il progresso è possibile solo amplificando il sapere attraverso il dialogo interdisciplinare. Il pensiero di Chiara Lubich mi sembra il paradigma da avere davanti quando mi interesso della ricerca interdisciplinare perché “paradigma trinitario”: ogni disciplina rimane distinta, ma deve avere dentro di sé le conoscenze delle altre discipline per essere a sua volta trasformata e in questo modo continuare il dialogo. Penso che il modello di unità e distinzione, proposto già nel campo spirituale, possa essere trasferito al campo del dialogo interdisciplinare molto facilmente». Conferma il prof. Marek Rembierz, pedagogo dell’Università di Silesia, Katowice, Polonia: «Mi è risultato molto interessante pensare in una dimensione interdisciplinare. E ciò ha richiesto un cambiamento di mentalità notevole: modificare il linguaggio della scienza, della cultura, con il linguaggio del cuore. È stato fonte di ispirazione per i partecipanti e può esserlo per la vita sociale delle persone». Gianvittorio Caprara, ordinario di Psicologia e neuroscienze sociali, Università la Sapienza, Roma: «Chiara Lubich ha avuto delle intuizioni particolarmente felici e feconde. Feconde perché hanno ispirato un lavoro, un movimento; ora ispirano questo congresso e progetti di ricerca. È una riflessione che continua e che diventa ispirazione. Una scoperta particolare per me è stata la pregnanza della categoria della fratellanza, proprio in una società come la nostra, il cui grave rischio è quello di non avere più fratelli. Incoraggio i Focolari ad insistere di più ancora sulla ricerca sistematica della conoscenza perché l’azione diventi più trasformativa ed efficace». «Riguardo la fraternità – riprende Fiorin – il prof. Stefano Zamagni operava nel suo intervento una lettura molto affascinante sull’Economia di Comunione e la riferiva pure alla politica. Ritengo che tale lettura sia trasferibile anche all’educazione per ispirare il legame educativo e didattico e condurre a delle soluzioni didattiche importanti. È un terreno che merita approfondimento e al quale intendo dedicare la mia attenzione». La conclusione del congresso è affidata al prof. Biela, a Daniela Ropelato vicepreside dello IUS e a Renata Simon del Centro internazionale dei Focolari. Per dare continuità al dialogo interdisciplinare, che ha permeato il convegno, un’indicazione forte viene dal pensiero riportato di Chiara Lubich: «Per accogliere in sé il Tutto bisogna esser il nulla come Gesù Abbandonato (…). Bisogna mettersi di fronte a tutti in posizione di imparare, ché si ha da imparare realmente. E solo il nulla raccoglie tutto in sé e stringe a sé ogni cosa in unità». Un incoraggiamento raccolto a cooperare con competenza, sapienza e capacità dialogica anche e proprio sul piano accademico. (altro…)
Seongnam, Corea del Sud, oltre un milione di abitanti, alla periferia sud-est di Seul. Una città in crescita, con la presenza di grandi aziende, a stimolare l’ulteriore sviluppo economico dell’area. Grande ricchezza accanto a grande povertà, ben distinte nella città. «In Corea c’è una forte immigrazione femminile da vari Paesi dell’Asia: Cina, Vietnam, Cambogia, Giappone, ecc.; per sposarsi o per fuggire dalla miseria. Formano così famiglie multi-culturali; la maggior parte di loro vive nella parte povera della nostra città», racconta il gruppo coreano dei Focolari presente al convegno internazionale OnCity (Castelgandolfo, Italia). Tra i bisogni primari individuati a Seongnam c’è dunque quello dell’integrazione.
Nel Centro multiculturale, dove alcuni di loro lavorano, c’è chi insegna il coreano alle donne immigrate, e c’è chi ha proposto di istituire una sorta di “asilo” per intrattenere i bambini mentre le mamme imparano la nuova lingua. «Ma ad un certo punto il governo ha tolto i finanziamenti e non si poteva continuare con questa attività», continuano. «Abbiamo comunicato questa situazione ad alcuni amici che, come noi, si impegnano nel vivere gli ideali di pace e unità nella città. Alcuni si sono offerti di fare dei turni per accudire i bambini. Ognuno di loro ha dato quello che poteva: il tempo, le proprie capacità, assumendosi così anche la storia, le difficoltà di tante persone». Si presentavano infatti situazioni molto dolorose: ambientarsi in un paese straniero non è facile. Il Centro per molti rappresentava una boccata di ossigeno, un luogo dove condividerei propri problemi. Tra questi, le grandi difficoltà economiche.
«Nel 2012, per dare una risposta a queste situazioni, abbiamo aperto un mercatino dove si poteva comprare quello di cui si aveva bisogno con pochissimo denaro. Abbiamo intitolato a Maria di Nazareth questo piccolo progetto temporaneo. Tanti ci hanno aiutato, portando vestiti, giocattoli, materiale da cancelleria, biancheria». Cosa fare con la piccola somma raccolta di 470,000 won (circa 353 euro)? «Abbiamo pensato di ispirarci al metodo dell’Economia di Comunione, sulla distribuzione degli utili: 1/3 per una famiglia in difficoltà (una famiglia cambogiana che la comunità ha poi preso in carico fino a quando avrebbero potuto farcela da soli); 1/3 per tutti (festeggiare il compleanno degli immigrati che non hanno la propria famiglia con loro); 1/3 per comprare le cose nuove di cui potessero aver bisogno». Finalmente il “Maria Market” riceve un contributo dal governo e così il responsabile del Centro decide di ripristinare i locali del negozio. Ma la riapertura avviene solo nel 2014, dopo lunghe attese. L’anno seguente ricevono anche una visita dal Sindaco. Nel giugno 2015, con la diffusione dell’epidemia Mers in tutta la Corea, sono state chiuse 2.900 scuole e messe in isolamento 4.000 persone. Anche il Centro, come tanti altri posti pubblici, ha dovuto chiudere. Ma nel periodo di chiusura «andavamo a trovare a casa le persone da aiutare, sostenendole nelle piccole cose. Alla fine il Centro ci ha dato una targa di ringraziamento». Oggi il Maria Market è attivo e sviluppa sempre nuove idee, come la distribuzione attraverso il servizio postale, per superare le maggiori distanze. È, per il gruppo che lo anima, «un’esperienza concreta di rispondere alle esigenze dei fratelli più bisognosi». (altro…)
Sul sito del Collegamento CH, i giorni precedenti l’appuntamento sarà disponibile il sommario delle notizie. Sullo stesso sito è possibile accedere anche alle edizioni integrali e alle singole notizie dei precedenti Collegamenti CH. https://vimeo.com/170950751 (altro…)
«Ho conosciuto Bella, una donna ebrea, in un centro dei Focolari a Gerusalemme. Le ho raccontato la storia di mio marito torturato in un carcere israeliano. Lei mi ascoltava anche se notavo un certo conflitto interiore. Era davanti a un bivio. Essere israeliana e per questo rigettare tutto quello che le raccontavo, o provare compassione per la mia vicenda. In un primo momento lei non era riuscita ad accettarmi e se n’è andata dalla stanza dove ci eravamo incontrate. L’ho seguita e le ho detto che mi dispiaceva di averla urtata. Bella mi ha spiegato che non era colpa mia, ma del sistema. Allora le ho chiesto di tornare indietro (si commuove ndr). Così è nata la nostra amicizia. Un muro separa la mia città, Betlemme, dalla sua, Gerusalemme. Ma tra noi due non ci sono più muri. Prego affinché molti ebrei d’Israele possano guardare alla nostra amicizia. Bella vive lo spirito dei Focolari nel senso che siamo tutti figli di Dio ed è solo l’amore e la compassione che ci porta a vivere insieme. Noi uomini abbiamo costruito il muro attorno a Betlemme, non si può costruire da solo. Dio ci ha dato la libertà di costruirlo o di abbatterlo. Anche dentro di noi». Risponde così Vera Baboun, prima donna e prima cristiana cattolica a diventare sindaco di Betlemme, alla domanda se sia possibile istaurare una vera amicizia tra palestinesi e israeliani. L’occasione per incontrarla è data dalla consegna del 7° “Premio Chiara Lubich, Manfredonia città per la fratellanza universale” nel marzo 2016.

Attribuito a Vera Baboun il “premio Chiara Lubich, Manfredonia città per la fratellanza universale”.