Movimento dei Focolari
Dialogo e unità dei cristiani

Dialogo e unità dei cristiani

Jesús Morán. Foto © 2018 CEC

“Con il progresso dei mezzi di trasporto e delle tecniche d’informazione, l’universo si è bruscamente rimpicciolito; le distanze hanno cessato di essere un ostacolo ai contatti tra gli uomini più diversi”. Eppure, questa moltiplicazione dei rapporti “sfocia il più delle volte in un moltiplicarsi delle barriere e delle incomprensioni”. Inizia con la citazione di queste parole di Roger Bastide, antropologo francese, vissuto nel secolo scorso, l’intervento a Ginevra (Svizzera) di Jesús Morán sul “dialogo”, caratteristica emergente dei nostri tempi, benché non ancora compiuta. «L’umanità è più pronta che mai a essere sé stessa, eppure si vede obbligata a costatare la sua incapacità di rispondere a questa sua vocazione». l contesto è quello di una manifestazione indetta per ricordare la ricca collaborazione e amicizia tra Chiara Lubich e il Movimento dei Focolari e il Consiglio Ecumenico delle Chiese, l’organismo, costituito nel 1948, che ha fatto del dialogo lo strumento principale di una fattiva ricerca di unità tra le Chiese cristiane. Il dialogo – sostiene il copresidente dei Focolari – è così radicato nella natura umana che in tutte le culture, occidentale e orientale, possiamo trovarne le “fonti”. Per i cristiani, è Gesù stesso la “chiave” del dialogo: l’amore reciproco, il perdere la propria vita per amore fino all’abbandono. «Quali i punti forti di una cultura del dialogo? – si chiede Morán -. Il primo è che il dialogo è iscritto nella natura dell’uomo. L’uomo diventa più uomo nel dialogo». Il secondo, è che «nel dialogo ogni uomo è completato dal dono dell’altro. Abbiamo bisogno gli uni degli altri per essere noi stessi. Nel dialogo io regalo all’altro la mia alterità, la mia diversità». Inoltre «ogni dialogo è sempre un incontro personale. Quindi, non si tratta tanto di parole o di pensieri, ma di donare il nostro essere. Il dialogo non è semplice conversazione, né discussione, ma qualcosa che tocca il più profondo degli interlocutori».

Foto © 2018 CEC

Ancora: «il dialogo richiede silenzio e ascolto» e «costituisce qualche cosa di esistenziale, perché rischiamo noi stessi, la nostra visione delle cose, la nostra “identità”, anche culturale, anche ecclesiale, che non andrà tuttavia perduta ma arricchita nella sua apertura». «Il dialogo autentico ha a che fare con la verità, è sempre un approfondimento della verità. […] Ognuno partecipa e mette in comune con gli altri la propria partecipazione alla verità, che è una per tutti». «Il dialogo – continua Morán – richiede una forte volontà. Come dice Chiara Lubich, “il farsi uno più profondo”. Il modello sublime e ineffabile di questo dinamismo d’amore è, lo sappiamo, Gesù Abbandonato. Lui rappresenta veramente il rischio dell’alterità che conduce alla reciprocità. […] Il suo perdere ha guadagnato per noi e in noi uno spazio perenne di luce e Verità: lo Spirito Santo». Infine, «il dialogo è possibile solo tra persone vere» sulla base di una legge, «quella della reciprocità, (in cui) trova senso e legittimità».

Foto © 2018 CEC

Jesús Morán tratteggia quindi un ulteriore aspetto, evidenziato dal tipico contributo dei Focolari alla causa dell’unità dei cristiani: il “dialogo della vita”. Esso porta a «vivere rapporti basati sul Vangelo, sullo scambio delle esperienze, su quanto di più prezioso si possa condividere con il fratello e la sorella di un’altra Chiesa». Citando le parole del card. Walter Kasper, vescovo e teologo cattolico, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani (“L’ecumenismo dell’amore e l’ecumenismo della verità, che mantengono certamente tutta la loro importanza, devono essere attuati per mezzo di un ecumenismo della vita”), Morán osserva: «Bisogna convincersi che questa dimensione vitale del dialogo non è priva di pensiero teologico, ma si situa ad un livello primario e più radicale di esso, dal quale e solo dal quale si può avere accesso, in un secondo momento e con vero profitto, al livello della ragione teologica». «Il dialogo – conclude Morán – è il ritmo dei rapporti trinitari. In esso c’è un continuo scambio di ruoli e di doni. […] Nulla va perduto. Nel rischio del dialogo c’è tutto di noi e tutto dell’altro, nello spazio trascendente dello Spirito che ci accomuna. E quindi c’è tutta l’umanità. Chi dialoga fa la storia». Foto gallery: https://oikoumene.photoshelter.com/galleries (altro…)

Giordani: “Davvero la vita è bella”

Giordani: “Davvero la vita è bella”

20 aprile 1979 – Come ogni cristiano, il mio amore torna ogni istante al Signore e lo contempla con amore e timore. Talvolta però si prende delle confidenze: non reprime la sua vocazione allo scherzo. E stamane, alla Messa, mi è venuto di colpo al pensiero un invocazione: «Tu sei l’Onnipotente». E subito dopo la mia debolezza versaiola ha cercato una rima: «Io sono l’onniniente». Ma poi ho subito ricordato che, se sono niente, ricevendo Dio in me assumo un valore divino. 5 novembre 1979 – Mi viene spesso al pensiero la prossima fine della vita. Ma non viene nel buio e nella tristezza. Viene come una luce che mostra la grandezza e bellezza della vita e quindi del suo Autore, che non poteva essere padre più benevolo, più grande di così. Guardata in certi periodi l’esistenza è stata dura, cruda, desolata: la miseria, i lutti, le guerre, i tradimenti, le vanità…; ma contemplata nel suo insieme m’appare un prodigio – quasi una dimostrazione – della paternità di Dio: 86 anni di vita, pur con le ferite sempre presenti della guerra, e le lotte politiche, le difficoltà economiche, le incomprensioni subite e operate, le debolezze fisiche, ecc. Nel complesso mi appare come una sconfitta della morte, un’operazione utile e gioiosa, in cui mi è stato concesso di fare più bene che male e dove ho sperimentato commozioni straordinarie di successi, di amicizie, di viaggi, di elevazioni mistiche, di lezioni di sapienza e di fede. Non finisco di ringraziare l’elargitore di tanti beni, gratuitamente donatimi. Insomma, pur con le ombre e i lutti, la vita per me è stata bella, un dono degno del Creatore: e questa constatazione ragionata e verificata quotidianamente mi dimostra la verità della fede religiosa, da cui fu sempre illuminata e per cui ho voluto – o ho cercato – sempre di viverla. Davvero, la vita è bella, e la sua bellezza comprova l’assurdità della politica e della condotta personale di chi ha lavorato per farla brutta (guerre, concussioni, terrore, sfruttamento, edonismo, avarizia, lussuria) e tutte le deformazioni e lacerazioni inventate dalla stupidità, che è l’intelligenza del Nemico dell’uomo. Fonte: Igino Giordani, Diario di fuoco, Città Nuova, Roma, 2005 (1980), pp.238-240. Brochure: nella ricorrenza della sua morte, il Centro a lui intitolato ha pubblicato una brochure per diffondere e approfondire la conoscenza di Igino Giordani e del suo percorso storico e spirituale. Per informazioni: info@iginogiordani.info Giordani su Facebook (altro…)

Il segreto per rialzarci

Al cristiano non è consentita la disperazione; non è consentito abbattersi. Possono crollare le sue case, disperdersi le sue ricchezze: egli si risolleva, e riprende a lottare: a lottare contro ogni avversità. Gli spiriti pigri, accovacciati nelle consuetudini facili e comode, si spaventano all’idea della lotta. Ma il cristianesimo ci sarà finché resiste la fede nella resurrezione. La resurrezione di Cristo, che ci inserisce in Lui e della sua vita ci fa partecipi, ci obbliga a non disperare mai. Ci da il segreto per rialzarci da ogni crollo. La quaresima è – e deve essere – anche un esame di coscienza, attraverso cui possiamo contemplare quel che di spento brulica nel fondo della nostra anima e della nostra società, dove si aggancia la miseria d’un cristianesimo fattosi in molti di noi ordinaria amministrazione, senza palpiti e senza impeti, come vela senza vento. Ci prepara alla resurrezione di Cristo, motivo di rinascita della nostra fede, speranza e carità: vittoria delle nostre opere sulle tendenze negative. La Pasqua a noi insegna a sconfiggere le passioni funerarie, per rinascere. Rinascere ciascuno, in unità di affetti, col vicino, e ogni popolo, in concordia di opere, per stabilirci nel regno di Dio. Questo si traduce in una costituzione sociale, mediante un ordinamento che con un’autorità, leggi e sanzioni, agisce per il bene degli uomini e arriva al cielo, ma attraverso la terra. E si modella sull’ordine divino. La sua legge è il Vangelo, e comporta l’unità, la solidarietà, l’eguaglianza, la paternità, il servizio sociale, la giustizia, la razionalità, la verità, con la lotta alla sopraffazione, alle inimicizie, all’errore, alla stupidità … Cercare il regno di Dio è quindi cercare le condizioni più felici per l’espressione della vita individuale e sociale. E si capisce: dove regna Dio, l’uomo sta come un figlio di Dio, un essere d’infinito valore, e tratta gli altri uomini ed è trattato da loro come fratello, e fa agli altri quel che vorrebbe che gli altri facessero a lui. E i beni della terra sono fraternamente messi in comune, e circola l’amore col perdono, e non valgono barriere, che non hanno senso nell’universalità dell’amore. Mettere per primo fine il regno di Dio, dunque, significa innalzare la meta della vita umana. Chi persegue per prima cosa il regno dell’uomo persegue un bene soggetto a rivalità e contestazioni. Invece l’obiettivo divino trae gli uomini più su del piano delle loro risse e li unifica nell’amore. Poi, in quella unificazione, in quella visione superiore delle cose della terra, anche la faccenda del mangiare, vestire e godere riprende le sue proporzioni, si colora d’un senso nuovo e si semplifica nell’amore, e si ha la vita piena. In questo senso anche per noi, Cristo ha vinto il mondo. Igino Giordani, Le feste, S.E.I. (Società Editrice Internazionale), Torino, 1954, pp. 110-125. (altro…)