2 Mag 2015 | Chiesa, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Sociale
Con un lavoro di organizzazione “in rete” e una presenza generosa e concreta, “don Vilson” promuove la vita e la dignità dei più esclusi. Gli abbiamo chiesto cosa significhi l’Eucaristia come sorgente di unità per il suo lavoro nelle periferie. Offriamo qui alcuni brani della sua narrazione, ben più ricca ed estesa. «L’altro giorno mi son trovato con una persona che vive per strada, un giornalista e poeta. A un certo punto della nostra conversazione mi ha domandato: “Perché lei si trova sulle strade con noi?”. Gli ho risposto che per me era stata una grande contraddizione celebrare ogni domenica la Messa nella cattedrale e uscendo imbattermi in 70-80 persone senza tetto che non avevano mangiato. Come sarei potuto andarmene a casa? Sulla collina della città di Florianópolis, dove si è moltiplicata una moltitudine di case poverissime, si trova anche la mia casa, semplice e senza chiave. Durante il giorno arriva sempre qualcuno a prendere il caffè o per mangiare: a tavola ogni volta mettiamo un piatto in più. Quella porta sempre aperta sta a significare l’apertura alla comunità del quartiere: c’è sempre un posto per chi bussa alla porta. Ed è anche un modo per ricordare che l’Eucaristia “non chiude” mai: è “a disposizione” di tutti 24 ore su 24.
Nella pratica ciò vuol dire: il nostro frigo deve essere il frigo della gente, il nostro pane il loro pane, i nostri indumenti i vestiti dei poveri. Nella mia abitazione, ho l’opportunità di avere una cappellina con il tabernacolo e un inginocchiatoio. Tornare a casa, a fine giornata, e andare a dormire là dove mi attende Gesù nell’Eucaristia, è per me posare il capo presso di Lui anziché ricorrere alla tv o a internet che ci porta a tante altre cose Sulla patena che uso per la Messa è scritta la frase della mia ordinazione: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere”, sino alla frase finale del testo evangelico: “Tutto ciò che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto a me”. Così quando dispongo sulla patena il pane per l’Eucaristia, vedo queste parole e ciò mi aiuta a non perdere la giornata. Una signora del quartiere mi ha domandato un giorno: “Lei sa, padre Vilson, perché Gesù ha voluto rimanere nell’Eucaristia? Affinché la gente non senta la solitudine e non sia orfana”». L’Eucaristia e il grido dell’umanità. «Non ci può essere divario fra la mensa dell’Eucaristia da un lato e la mensa della giustizia sociale dall’altro. Con i nostri gesti, con le nostre braccia, con le nostre forme d’organizzazione, noi prolunghiamo la realtà di Gesù Eucaristia e doniamo al mondo un segnale di condivisione e di sostenibilità.

Don Vilson
Guidati da questa convinzione, col passare degli anni e insieme ad altri, abbiamo messo in piedi una rete di 340 persone pagate mensilmente, 7 organizzazioni ed un istituto. Sono 5.000 le bambine, i bambini, gli adolescenti e i giovani che gravitano tutti i giorni attorno a questa nostra rete di relazioni. Investiamo ogni anno 15 milioni di reais (ca. 5 milioni di Euro) e collaboriamo con altre 80 istituzioni e organizzazioni non governative. Per gettare ponti, abbiamo deciso di aprire una chiesa, che era quasi sempre chiusa, nel cuore della città; e lì abbiamo suscitato una grande comunità locale alla quale partecipano intellettuali, persone della classe media ed impresari che si coinvolgono in vari modi nelle nostre attività. Celebriamo la Messa in quel posto ogni sabato e domenica e così creiamo come un “contrappunto” fra periferia e centro». (Pubblicato sulla Rivista di vita ecclesiale Gen’s, gennaio/marzo 2015, pp. 28-32). (altro…)
29 Apr 2015 | Centro internazionale, Chiesa, Cultura, Dialogo Interreligioso, Focolari nel Mondo, Spiritualità
Nessuna anticipazione sull’enciclica di papa Francesco sul Creato, ma una grande attesa per il documento che sarà pubblicato a inizio giugno. “Il mondo attende di ascoltare il suo insegnamento e quanto dirà sia nell’enciclica che nel suo discorso all’Assemblea delle Nazioni Unite il prossimo 25 settembre”, dichiara Jeffrey Sachs, direttore dell’agenzia ONU per lo sviluppo sostenibile (UN sustainable Development Solutions Networks), tra i promotori del summit, insieme alla Pontificia Accademia delle Scienze e a Religions for Peace, di cui Maria Voce è tra i co-presidenti. Presenti il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella e della Repubblica dell’Ecuador, Rafael Vicente Correa.
Un convegno che ha chiamato a raccolta scienziati, ecologisti, premi Nobel, leader politici e religiosi, per approfondire il dibattito sui cambiamenti climatici e lo sviluppo sostenibile, proprio in preparazione all’uscita dell’enciclica. Focus della giornata: le dimensioni morali dell’impegno per lo sviluppo sostenibile. Per questo il coinvolgimento delle comunità religiose, molto diverse tra loro, è parsa una novità di buon auspicio. Per Maria Voce, da questo summit emerge una “nuova coscienza che per ottenere qualcosa di positivo bisogna mettersi insieme, perché nessuno, da solo, ha la ricetta per uscire dalle situazioni più drammatiche. Rivela che l’umanità in sé ha la capacità di uscire dalle crisi, ma lo può fare se c’è una sinergia tra tutte le componenti. Sta venendo fuori il bisogno reciproco di ascoltarsi e di fare le cose insieme”.
E le risposte che si trovano non possono essere solo tecniche, ma devono essere fondate nella dimensione morale e orientate al ben-essere dell’umanità: così il card. Turkson, presidente del dicastero di Giustizia e Pace. Il progresso economico, scientifico, tecnologico ha introdotto stili di vita inimmaginabili per i nostri predecessori, ma ha anche “dei lati oscuri e dei costi inaccettabili”. “Mentre la società globale si definisce sui valori del consumo e sugli indicatori economici, il privilegiato di turno è intorpidito davanti al grido dei poveri”. “Sui 7 miliardi di persone, 3 vivono in condizioni di povertà, mentre un’élite consuma la grossa parte delle risorse”. E il tema finisce inevitabilmente sul cibo, al centro della Expo mondiale del 2015, ormai alle porte. Turkson denuncia con forza lo sfruttamento del lavoro, il traffico di esseri umani e le moderne forme di schiavitù. Papa Francesco deplora questa “cultura dello scarto”, ricorda il cardinale, nella “globalizzazione dell’indifferenza”. “La Chiesa non è un’esperta in scienza, in tecnologia, o in economia” – dichiara – “ma è un’esperta in umanità”. Per vincere la sfida dello sviluppo sostenibile “sono necessarie la stessa conversione, trasformazione personale e rinnovamento invocati 50 anni fa da Paolo VI e incoraggiati oggi da papa Francesco”. “Una possibilità per agire concretamente ci viene offerta da un’iniziativa che si ispira al progetto di Eco One”, spiega Maria Voce in un’intervista. “Si tratta del ‘Dado della Terra’. Nelle sei facce riporta frasi che aiutano a vivere la tutela dell’ambiente: sorridi al mondo!, scopri le bellezze! Insegna a vivere anche la sobrietà, a prendere solo quello di cui si ha bisogno, come fanno gli alberi… Un modo di rispettare quindi le generazioni future. Si tratta di gesti quotidiani, di atti concreti: non sprecare l’acqua, riciclare i rifiuti, il riuso. L’ultima faccia dice: è ora il tempo, non aspettare domani. Queste semplici iniziative possono sostenere chi vuole mettere in pratica quanto il papa intende raccogliere nella sua prossima enciclica, ma non sa come fare”. (altro…)
27 Apr 2015 | Chiesa, Famiglie, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Nuove Generazioni, Spiritualità
Chi arriva per la prima volta a Santa Cruz de la Sierra, trova un contesto inatteso: la natura esuberante ed accogliente, una lingua sconosciuta, la cultura locale così diversa, la povertà con tutte le sue conseguenze, semplicità e generosità senza limiti delle persone. In occasione della Settimana Santa, un gruppo di giovani e famiglie dei Focolari hanno scelto di trascorrerla proprio a Santa Cruz, insieme a tanti amici Nahua. La Chiesa locale, infatti, per le enormi necessità pastorali, concede un permesso speciale durante i giorni santi ai laici, preparati adeguatamente, per esercitare come ministri a discrezione dei parroci. Ma lasciamo la parola ai protagonisti della vicenda: «Il sole è appena spuntato all’orizzonte e l’autobus s’arrampica sulle stradine di montagna della Sierra Madre orientale, portando con sé 43 persone. Il viaggio si prevede lungo ed emozionante; la stanchezza non si avverte perché è tanta la gioia. Alla fine della strada ci sono dei fratelli, famiglie e amici di 33 comunità nahuas pronti a vivere insieme a noi la Settimana Santa. Otto ore dopo la partenza da Città del Messico veniamo accolti a Santa Cruz da una popolazione umile e generosa che abita nel cuore della huasteca hidalguense (“Fiore che non appassisce”): una regione umida e con temperature elevate, ricoperta da alberi di cedro, ebano e mogano. Là, in una parrocchia della “Misión Javeriana”, ci dividiamo in sette gruppi per stare con la gente e aiutare – insieme ai catechisti locali – nei servizi liturgici in altrettante comunità, dove il seme della spiritualità dell’unità è arrivato ormai da alcuni anni. L
’incontro è molto commovente: la fede, la vita e il pane cominciano ad essere condivisi. Si raccontano alcune testimonianze di vita evangelica, si scambiano piccoli e grandi doni. Dopo la celebrazione della “lavanda dei piedi”, uno dei giovani partecipanti esclama: “È fantastico sentirsi cristiano!”. Una ragazza dice di aver partecipato a tante missioni ma “con Gesù tra noi è diverso; infatti, è Lui che attira le persone ed è per questo che vogliamo partecipare ai raduni e alle celebrazioni liturgiche”. Tra i tanti incontri personali, uno che ci tocca particolarmente: visitiamo un anziano solo, immobile da molto tempo. La sua situazione di igiene è estrema. Lo laviamo e ripuliamo la sua piccolissima stanza; l’aiutiamo a prepararsi a ricevere Gesù Eucaristia e glielo portiamo. Il giorno dopo muore. Dopo una Settimana Santa vissuta intensamente e dopo aver sperimentato la mutua donazione nella semplicità e generosità, arriva l’ora di tornare a Città del Messico. Durante il viaggio, alcuni ricordano le parole di Chiara Lubich pronunciate nella Basilica di Guadalupe nel giugno del 1997: “L’inculturazione esige uno scambio di doni”. Visto l’entusiasmo dei giovani “misioneros” e dei membri delle comunità visitate, nasce la speranza che la “Misión”a Santa Cruz non resti un evento isolato, ma segni l’inizio di un processo di donazione crescente dei Focolari in Messico». (altro…)
16 Apr 2015 | Chiesa, Focolari nel Mondo

Antonette, la giovane collaboratrice di una ONG, nel villaggio di Rosanda.
Ancora giorni di quarantena in Sierra Leone: dal 27 al 29 marzo alcune zone della capitale Freetown e altri punti nel nord del Paese, sono state di nuovo isolate, dopo i casi di ebola registrati nei giorni precedenti. Gruppi di persone preparate sono andate di casa in casa nelle zone più a rischio, sensibilizzando e individuando gli ammalati e i possibili contagiati dal virus. «C’era la speranza di arrivare a “zero casi” per la fine di febbraio – scrive padre Carlo dalla Sierra Leone -. Le scuole erano pronte per l’apertura, che è stata però proposta alla metà di Aprile. C’è quindi incertezza, la gente vuole davvero cominciare una vita normale, ma il virus rimane in agguato». «All’inizio dell’epidemia ero a Makeni per motivi di studio – racconta Antonette, giovane che presta il suo servizio per una ONG -. La crisi è apparsa da subito così seria che ho pensato di far rientro nella mia città, risparmiata dal virus. Ma poi, ho deciso di rimanere come volontaria per aiutare le persone contagiate. Sono stata assegnata ad un villaggio chiamato Rosanda», dove si sono registrati 54 casi e 42 decessi. «È stato molto triste nel primo periodo, ogni giorno morivano circa 15 persone. Dovevo informare le famiglie e, anche se cercavo di metterci tutto l’amore possibile, non era un’esperienza facile. Due bambini continuavano a chiedermi quando sarebbero tornati i loro genitori. Non ero capace di dir loro la verità. Cercavo di consolarli con la mia presenza e alcuni piccoli doni». «Ogni giorno, per un mese, sono andata fino a quel villaggio – continua Antonette – imparando ad allargare il mio cuore a chi era nel bisogno, anche se non era parte della mia famiglia né della mia cerchia di amici. Adesso Rosanda ha terminato i 21 giorni di quarantena. Non ci sono stati nuovi casi e sono grata a Dio di poter essere stata per tutti loro uno strumento del Suo amore, che ricevevo la mattina nell’Eucarestia». Come Antonette, anche altri si sono spesi per far fronte insieme a questo grande dolore. Famiglie che hanno adottato i bambini rimasti orfani, religiosi e sacerdoti che non si sono risparmiati. Tra loro, padre Peter, che ha lavorato in alcuni villaggi. Grazie al suo tempestivo intervento, è stato possibile bloccare il contagio e ridurre il numero delle vittime. 
Case in quarantena nel villaggio di Rosanda
La sua storia riguarda Small Bumbuna, villaggio nella diocesi di Makeni, a 200 miglia da Kailahum, da dove è partita l’epidemia. «La malattia si è propagata in Sierra Leone come un incendio nella stagione secca. Quando ci sono state le prime vittime, si è pensato al colera, agli spiriti maligni o altre superstizioni. La risposta del team medico è stata lenta: ci sono volute due settimane per confermare che si trattava di ebola. Dalla parrocchia, situata in un altro villaggio, avremmo voluto far visita alle persone, ma la paura del contagio era troppo forte. Il team medico del distretto non riusciva a monitorare la situazione e a far arrivare gli approvvigionamenti. Le strade erano difficilmente accessibili». Di fronte a tante difficoltà, padre Peter, seguito dai suoi parrocchiani, prende: «Una decisione radicale che ci ha portato faccia a faccia con l’ebola – racconta -. Al nostro arrivo abbiamo trovato una città deserta. Il capo del villaggio ci ha descritto la situazione terribile. Nelle facce si leggeva la mancanza di speranza e l’impossibilità di fare qualcosa». Da lì comincia un’azione senza sosta che coinvolge la massima autorità locale. Padre Peter viene inviato come “guida” per trattare con la popolazione e spiegare come fare per arginare il contagio e lasciarsi curare. Nel giro di due settimane il pericolo è rientrato e le persone sono potute tornare a svolgere le attività agricole. «Ho preso su questi rischi – conclude padre Peter – perché è la mia comunità. Come potevo disertare durante questi momenti di sofferenza? Questa domanda mi ha aiutato a identificarmi con loro, a presentare la situazione alle autorità, ad offrirmi come guida. Ho imparato che nulla è troppo piccolo per essere offerto, e neanche troppo pesante da prendere su. Continuiamo a pregare perché l’epidemia sia debellata totalmente e si possa tornare alla vita normale». (altro…)
15 Apr 2015 | Chiesa, Ecumenismo, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità
«Tanti hanno provato a spiegare le radici e le ragioni degli inizi della vita monastica, ma i detti dei Padri e la loro esperienza di vita ci mostrano che il monaco è “il martire vivente”, e che “hanno lasciato il mondo per l’unica realtà che ha valore: Dio”. È come voler rispondere all’amore di Dio, espresso bene in un versetto della Santa Messa Copta, che noi chiamiamo Divina Liturgia, che si rivolge a Dio dicendo: “Non c’è niente delle parole dette che potrà delineare il Tuo amore per gli uomini”. San Gerolamo dice che attraverso la loro ascetica e la loro vita eremitica è come se dicessero: “L’amore divino ci ha colpito con le sue frecce”; e ognuno ripetesse: “Ho trovato quello che la mia anima anela, lo terrò forte e non lo lascerò mai”. Il desiderio di questi monaci era, quindi, di darsi completamente a questo amore, e per consacrarsi a Lui non hanno trovato altro che lasciare le città. San Basilio annuncia chiaramente: “Chi ama Dio lascia tutto e va verso di Lui”. E si dice del discepolo di San Pacomio, San Tawadros, che “il suo unico interesse nel mondo era di amare Dio con tutto il cuore seguendo il comando di Gesù Cristo”. Si intuisce che la radice della vita ascetica è somigliare a Cristo: la completa spogliazione di sé, seguire la volontà del Padre, la verginità, in contatto continuo con Dio Padre attraverso la preghiera. Padre Matta El Meskin lo spiega bene: “La garanzia della nostra consacrazione (l’essere monaci) sta nell’aggrapparsi a Cristo personalmente, e attenersi bene alla Bibbia. E così, con Cristo e la Bibbia, potremo camminare nella nostra via, in continua crescita, fino alla fine”. La scelta del consacrato è quella di seguire Gesù “Via, Verità e Vita”. Vivere in Cristo e per Lui solo. Seguirlo nello stile di vita che ha vissuto. Lui ha scelto di vivere povero, vergine ed obbediente. Allora il monaco non sceglie la povertà, ma Cristo il povero. La scelta è della persona stessa di Gesù, e perciò di quello che ha vissuto Cristo, come l’ha vissuto e perché l’ha vissuto così. Per quanto riguarda l’aspetto comunitario nella vita ascetica dei monaci del deserto, possiamo ricordare come – ad esempio nei monasteri che seguono San Pacomio – la vita di comunione diventava l’estensione della Chiesa primitiva del tempo degli apostoli. Guardando alla vita dei Padri, possiamo tracciare alcune caratteristiche comunitarie: l’amore reciproco (San Pacomio sollecita sempre i suoi ad amarsi, ed è per la carità fra i monaci che questa vita si è diffusa e continua fino ad oggi); la vita insieme (il “tutto era fra loro comune” delle prime comunità cristiane è caratteristica dominante in tutti gli aspetti della convivenza dei monaci). Gli insegnamenti dei Padri del deserto mi ricordano la meditazione di Chiara Lubich “L’attrattiva del tempo moderno”, che esprime bene quello che provo: “Penetrare nella più alta contemplazione, rimanendo mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo”. Una contemplazione che attualizza la vita dei Padri in questo secolo, ma in mezzo al mondo. La presenza spirituale di Gesù tra noi con le focolarine cattoliche con cui vivo nel focolare di Sohag, l’impegno a volerci bene, ci ha reso veramente sorelle e ci fa sperimentare la gioia del Risorto, al di là delle nostre differenze. Nella vita quotidiana tutto è fra noi in comune: preghiamo, lavoriamo, gioiamo e condividiamo i momenti di sofferenza delle persone che ci circondano. Cerchiamo di testimoniare a tutti, con la nostra vita, che Dio è amore.
Vivere per l’unità piena nella Chiesa di Cristo “che tutti siano una cosa sola”, mi affascina sempre di più. Godo della bellezza e la varietà dei doni di Dio che ritrovo nelle diverse Chiese, e l’aspirazione e l’emozione di vedere che siamo uniti in Cristo fra noi e nel futuro della Chiesa nel disegno di Dio. Ne sono testimonianza i piccoli e grandi passi nel cammino ecumenico, anche nel mio Paese. Da qualche anno, ad esempio, è stata costituita una commissione ecumenica con persone di ogni confessione cristiana esistente a Sohag. Ogni volta ci si incontra in una chiesa diversa: quest’anno in quella copta ortodossa. Il 5 marzo erano presenti quasi tutti i responsabili locali delle chiese. Il tema principale era “la vittoria sul male”, a partire dalla situazione di persecuzione dei cristiani in Libia, e ripercorrendo le tappe del popolo d’Israele che lascia l’Egitto. «La bandiera che vola su di noi è l’amore di Dio», ha affermato il vescovo copto ortodosso Mons. Bakhoum, augurando ai presenti «che ci troviamo sempre nell’Amore». (altro…)
13 Apr 2015 | Chiesa, Ecumenismo, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità
Nell’accorato appello pasquale di papa Francesco per i tanti nostri fratelli che nel mondo «patiscono ingiustamente le conseguenze dei conflitti e delle violenze in corso», non poteva mancare l’invocazione per «l’amata Ucraina», affinché «possa ritrovare pace e speranza grazie all’impegno di tutte le parti interessate». Sì, perché quella in Ucraina è una guerra che tuttora continua nella sua assurda violenza. Ne parliamo con Roberto Catalano, invitato a tenere delle conferenze all’università di Leopoli, Ivanova Franziksva e Ternopil sul tema del dialogo. È significativo che nel bel mezzo della “crisi” i giovani (e i loro tutor) anziché trincerarsi nel privato, si adoperino per approfondire il dialogo, come unica risorsa cui meriti dirigere ogni sforzo. Roberto, che clima hai percepito incontrando la gente?
«Al termine di una conferenza, una collaboratrice scolastica mi ha mostrato tre foto di ex-studenti dell’Università uccisi nel conflitto nel sud est del Paese. Con gli occhi lucidi di lacrime mi ha raccontato che ogni sera, al termine delle lezioni, un gruppo di studenti si ritrova nella caffetteria dell’università per preparare piatti tipici ucraini, che vengono poi congelati ed inviati ai soldati. Un’altra signora mi ha raccontato di suo figlio di neanche 6 anni che disegna cartoncini che manda ai soldati per ringraziarli dello sforzo che fanno per difendere il suo Paese. Purtroppo da noi, a differenza dello scorso anno, quando anche i nostri telegiornali ne parlavano, oggi quanto succede in Ucraina non fa più notizia. Eppure, nell’Ucraina occidentale si sta combattendo una vera guerra». Una situazione che appare senza sbocchi, che genera sospensione e sofferenza nel cuore delle persone… «Ho avuto prova di questo profondo dolore in ogni momento della mia permanenza in Ucraina. Studenti e professori mi hanno chiesto cosa pensassi della situazione del Paese e, soprattutto, di cosa si dice nel resto dell’Europa. Non ho avuto il coraggio di esprimere giudizi. Di fronte al dolore e alla paura ho preferito ascoltare e restare in silenzio. Mi ha fatto impressione la forza e la dignità di questo popolo, ma mi ha fatto anche paura che il resto dell’Europa e del mondo l’abbia praticamente lasciato al suo destino, aggravato, fra l’altro dal crescente nazionalismo, un fenomeno che può sempre nascondere grandi pericoli per il futuro».
Esattamente come ha detto il Papa parlando dell’eccidio degli studenti in Kenya. Di fronte a queste atrocità sembra che la Comunità Internazionale volga lo sguardo da un’altra parte. Eppure anche il popolo ucraino ci è fratello, per la comune umanità e per la fede cristiana che lo anima. «Sono entrato in una grande chiesa dove si stava celebrando la liturgia in rito orientale. Colpisce l’iconostasi, modernissima, di grande bellezza, ma di più sorprende la religiosità della gente, in una partecipazione attenta, raccolta, sacra. Colpisce la lunga fila che attende il turno della confessione. Settant’anni di marxismo non hanno cancellato la fede nella gente». Secondo te, c’è speranza in una possibile pace? «Ho visitato solo metà dell’Ucraina e non ho potuto, come mi sarebbe piaciuto, incontrare persone del segno opposto. Anche loro hanno dolori che forse è difficile capire. Qui la storia è presente con i suoi corsi e ricorsi, ma anche con i suoi problemi attuali, dettati da interessi internazionali di gas e carburante. Si rischia un silenzio che cancella il dolore di milioni di persone, da qualsiasi parte stiano. Come ha auspicato il Papa, c’è bisogno dell’impegno di tutte le parti interessate. Solo così si potrà arrivare ad una pace duratura». (altro…)