18 Apr 2016 | Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Sociale, Spiritualità

Foto: Jose Jacome
«Il nostro paese è stato colpito da un forte terremoto di magnitudo 7,8 su scala Richter con epicentro nelle zone costiere. È stato sentito in tutto l’Ecuador, ma anche in alcune regioni della Colombia e nel nord del Perù – scrivono Ardita e Fabian dalla comunità dei Focolari di Quito all’indomani del sisma – La situazione è critica, soprattutto in alcune città distrutte». «La solidarietà della gente si sta manifestando in modo tempestivo e concreto: persone che hanno messo a rischio la propria vita per l’altro, testimonianze di tanti che hanno perso qualcuno; ma in mezzo al dolore si sente forte la fede in Dio dei nostri popoli; è commovente, e questo ci anima a credere di più nel Suo amore». Per rispondere all’emergenza in Ecuador il Movimento dei Focolari attiva una raccolta fondi, mentre è in corso la valutazione circa l’opportunità e le condizioni per un intervento sul posto. Anche dal Giappone arrivano notizie dirette attraverso le comunità dei Focolari di Nagasaki e di Tokio: «Il Paese da due giorni è in un clima di “sospensione” per il terremoto sull’isola di Kyushu, nella regione di Kumamoto e di Oita, di fronte alla regione di Nagasaki. Questa situazione ha attivato un’immediata solidarietà e preghiere in ambito religioso ed anche civile». Le autorità locali hanno già predisposto l’accoglienza per le quasi 184.000 persone sfollate. Per aiutare: CAUSALE: Emergenza Terremoto Ecuador
| Azione per un Mondo Unito ONLUS (AMU) |
Azione per Famiglie Nuove ONLUS (AFN) |
| IBAN: IT16 G050 1803 2000 0000 0120 434 presso Banca Popolare Etica |
IBAN: IT55 K033 5901 6001 0000 0001 060 presso Banca Prossima |
| Codice SWIFT/BIC: CCRTIT2184D |
Codice SWIFT/BIC: BCITITMX |
I contributi versati sui due conti correnti con questa causale verranno gestiti congiuntamente da AMU e AFN. Per tali donazioni sono previsti benefici fiscali in molti Paesi dell’Unione Europea e in altri Paesi del mondo, secondo le diverse normative locali. I contribuenti italiani potranno ottenere deduzioni e detrazioni dal reddito, secondo la normativa prevista per le Onlus, fino al 10% del reddito e con il limite di € 70.000,00 annuali, ad esclusione delle donazioni effettuate in contanti. (altro…)
18 Apr 2016 | Centro internazionale, Cultura, Focolari nel Mondo, Spiritualità

Tommaso Sorgi (a sinistra) con Igino Giordani nel 1969
Quando nel ‘48 Giordani incontrò il Movimento dei Focolari, egli era deputato del nuovo Stato italiano dopo una vita già matura di battaglie condotte con pari vigore per la fede e per una visione religiosa della vita pubblica. Il suo impegno in quest’ultimo campo gli aveva addossato un costo: l’emarginazione professionale. La sua lettura del Vangelo rifuggiva dai due estremi: quello dell’intimismo disincarnato e quello tendente a ridurlo a solo messianismo terrestre. Preso nella sua interezza umano-divina, il messaggio evangelico è il seme di una rivoluzione (“la” rivoluzione) che ha sconvolto la storia e continua oggi la sua opera per la più profonda libertà dell’uomo. Il suo concetto di fondo, “leit motiv” di numerosi suoi libri, era la connessione fra divino e umano, necessaria all’interesse dell’uomo: dall’accettazione di Cristo nella vita dei popoli hanno origine la libertà e dignità dell’uomo. Libertà, uguaglianza, solidarismo, uso sociale della ricchezza, dignità del lavoro, armonia fra Stato e Chiesa, animazione morale della vita pubblica e dell’attività economica, antimilitarismo e pacifismo sul piano internazionale: erano i punti-cardine del suo pensiero. Erano queste dunque le sue posizioni, quando avvenne l’incontro che alla sua vita – decisamente già in tensione verso Dio – doveva imprimere una impennata verticale. Aveva registrato nelle sue pagine di diario anche l’angoscia per le incoerenze tra la propria fede privata e la vita pubblica, per la fragilità di una personale «ascesi» vanificata da «insuccessi in politica, in letteratura, nella vita sociale». Aveva annotato la lacerazione del sentirsi impotente a rispondere al suo stesso desiderio di «diffondere la santità da un povero foglio di giornale» (a quella data era direttore de “Il Popolo”), di «diffondere la santità da un corridoio di passi perduti» (la hall di Montecitorio). «Chi compirà questo miracolo?», s’ era chiesto nell’agosto del 1946. La risposta a tali angosce e a questo interrogativo si era profilata in quell’incontro con Chiara Lubich, quasi una “chiamata” provvidenziale. Essa gli aveva dato modo di rilanciare il suo già vivo cristianesimo in una profondità per un verso ancora più divino, per un altro ancora più sociale. Quell’incontro era stato per lui l’impatto con un carisma. Al suo spirito nutrito di profonde conoscenze delle spiritualità nella storia della Chiesa, quel carisma apparve subito nelle sue vaste dimensioni e implicazioni teologiche e storiche. La spiritualità dell’unità gli apparve subito una enorme energia utilizzabile oltre che nella Chiesa, anche nella comunità civile per «trasformare la convivenza umana in concittadinanza coi santi, per immettere la grazia nella politica: a farne uno strumento della santità». Così maturò uno dei contributi fondamentali che Giordani doveva dare allo sviluppo del Movimento dei Focolari: aiutare il piccolo drappello iniziale a prendere coscienza della efficacia anche umana del carisma che si stava manifestando. Ora che l’albero del Movimento dei Focolari è fiorito in tutti i continenti, gli rimane come linfa vitale, oltre alla vita di Giordani, la sua visione di cristianesimo sociale, per cui egli ha lavorato e battagliato per una vita intera, ergendosi con la statura di un profeta biblico contro ogni scissione tra fede e opere e contro ogni «liberticidio» che ne consegue. E rimane al Movimento dei Focolari un prezioso patrimonio da approfondire, dato dal suo pensiero e dal suo metodo. Penso che sia valida per l’intero mondo cristiano la via indicata da lui, nella sua penetrante attenzione alle esperienze storiche del Cristianesimo e nella sua equilibrata lettura evangelica, lontana da ingenuità fideistiche e da integralismi, aperta alla ricerca di una «collaborazione razionale» fra le due città: quella di Dio e quella dell’uomo. Tratto da: Tommaso Sorgi, L’eredità che ci ha lasciato, Città Nuova n.9 – 10, maggio 1980 (altro…)
17 Apr 2016 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità

Papa Francesco visita il campo dei rifugiati a Moria, in Mytilene, Lesbo, 16 aprile 2016.
Ecumenismo vissuto, con un dolore portato insieme: quello della tragedia umanitaria più grande dopo la seconda guerra mondiale, come è stata definita la crisi dei migranti da papa Francesco parlando ai giornalisti nel volo di andata. Un viaggio, quello del 16 aprile nell’isola greca di Lesbo, segnato dalla tristezza. Dopo l’accordo UE-Turchia, il campo profughi di Moria sembra essere diventato un campo di detenzione, tra le proteste e il dissenso delle organizzazioni umanitarie. E, tra le braccia di papa Francesco, del patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo, e dell’arcivescovo ortodosso di Atene e di tutta la Grecia Ieronymos, gli emarginati della storia, gli scarti delle decisioni politiche, diventano il centro del mondo. «Chi ha paura di voi non vi ha guardato negli occhi», afferma con forza Bartolomeo. «Non perdete la speranza! » è il messaggio che papa Francesco desidera lasciare ai rifugiati, «Il più grande dono che possiamo offrirci a vicenda è l’amore: uno sguardo misericordioso, la premura di ascoltarci e comprenderci, una parola di incoraggiamento, una preghiera».
Riconoscenza per il popolo greco, espressa con sfumature diverse da tutti e tre i leader religiosi: in un momento di grande difficoltà a causa della grave crisi economica, la gente riesce a trovare le risorse per aprire braccia e cuore a chi è in fuga verso un futuro; così come i tanti volontari giunti da ogni parte d’Europa e del mondo. Pauline, originaria del SudAfrica, della comunità dei Focolari, vive da anni tra Atene e Lesbo. Più volte ha assistito alle scene degli sbarchi, e ha soccorso i profughi: «Il Papa ha dato anche un messaggio politico sull’apertura delle frontiere. Mi chiedo perché non è andato a Idomeni. Forse sarebbe stato un gesto politico troppo esplicito». Chiara, dell’associazione Papa Giovanni XXIII: «Ha detto ciò che sento da tempo: basta classificare questa gente solo come ‘profughi’, come un numero. È l’ora dei contatti personali, di conoscere le storie»; mentre Eugenio, del Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta, dichiara: «Mi sono commosso quando ha parlato dei bambini morti in mare, perché io stesso ho visto queste scene. Gli ho potuto stringere la mano e ho ricevuto forza per il mio lavoro». Cristina è cattolica, e i suoi nonni sono fuggiti come profughi dalla Turchia a Lesbo: « È stato un evento storico, impensabile per quest’isola. Mi sembra un sogno». Padre Maurice, coordinatore del JRS (Jesuit Refugee Service) in Grecia, dichiara: «È stato tutto importante: parole, gesti, silenzio. Tutto parlava. Il momento più forte, nel “carcere”: il contatto personale del papa con ciascuno». «Ai rifugiati è stato inviato un messaggio comune – afferma ancora il religioso, impegnato in prima linea nell’accoglienza – Loro sono in maggioranza di origine o credo musulmano. Scoprono una terra di radici cristiane. È quindi importante che vedano l’unità dei leader cristiani e la vicinanza che questi desiderano testimoniare loro». «Commovente. E molto importante dal punto di vista ecumenico e politico, per l’incontro con il primo ministro, Alexis Tsipras», commenta Vasileios Meichanetsidis, di Apostoli, ong della Chiesa ortodossa. «Il Papa ha riconosciuto quanto i greci hanno fatto, e i greci lo hanno accolto con gioia».
«Siamo tutti migranti», ha affermato ancora Francesco nella preghiera al porto di Lesbo, dove, come a Lampedusa nel 2013 in ricordo dei morti del Mediterraneo, ha gettato, una corona di fiori, in quello che più volte è stato definito un cimitero. Quali attese per il mondo politico? «Si tratta di un ulteriore e forte richiamo innanzitutto all’Europa, di considerare la questione delle migrazioni e dei rifugiati non solo in termini di politica interna e di emergenza, ma come un nuovo fronte in cui si gioca lo stesso avvenire del continente, e la sua credibilità nella coerenza tra principi e politiche concrete», dichiara Pasquale Ferrara, autore del recente volume “Il mondo di Francesco. Bergoglio e la politica internazionale”, e componente della Scuola Abba per le scienze politiche. Ferrara è stato fra l’altro Console d’Italia ad Atene. «Il Papa, andando lì, non ha fatto una visita umanitaria, ma ha sottolineato questa dimensione profonda», continua Ferrara. «E che lo abbia fatto in modo ecumenico è un segnale ancora più forte: quasi a dire, la politica non riesce a risolvere questo tema, noi ci mettiamo in gioco, non in termini di sostituzione ma per sottolineare che questo sia un punto prioritario nell’agenda politica mondiale. Il fatto che i rifugiati portati in Vaticano siano tutti musulmani, sottolinea che non si proteggono solo i cristiani perseguitati oggetto di sterminio dell’Isis. Non è un problema di religione, ma di mettere fine alla guerra, a tutte le guerre». Dichiarazione congiunta Maria Chiara De Lorenzo (altro…)
16 Apr 2016 | Dialogo Interreligioso, Focolari nel Mondo
«Quando in Siria sono iniziati i conflitti, vedendo che il futuro non prometteva nulla di buono, ho pensato che sarebbe stato prudente lasciare il Paese. A rafforzare la decisione era giunta la possibilità di un lavoro in Libano. Così ho fissato i biglietti per il viaggio e ho cominciato i preparativi per il trasferimento di tutta la famiglia. Dentro di me però affioravano tanti dubbi: era giusto andarsene per assicurare un futuro alla famiglia o non sarebbe stato più opportuno rimanere nel Paese che tanto amavo per aiutare la mia gente? Parlandone con mia moglie capivo che lei sarebbe stata più propensa a rimanere, ma si rimetteva a me: per lei l’importante era che rimanessimo tutti assieme. Mi sentivo molto agitato e confuso. Finché un giorno – ero in chiesa – ho avvertito chiaramente che il nostro posto era qui, ad Aleppo, a condividere le sorti del nostro popolo. Un popolo variegato dalle tante etnie, religioni e confessioni diverse, ma che era stato capace di vivere in armonia. Un popolo così generoso da accogliere negli ultimi decenni, nonostante gli embargo, palestinesi, libanesi, iracheni, dando loro uguali diritti e possibilità di lavoro. Abbiamo deciso di rimanere. Lavoravo in proprio e guadagnavo bene. Ma dopo i sanguinosi eventi che hanno cominciato a devastare il Paese, la mia bottega è stata derubata e poi distrutta. Ciò nonostante, innumerevoli sono state le occasioni per prestare aiuto, in prima persona e anche attraverso il Centro per sordomuti del quale con mia moglie abbiamo iniziato a prenderci cura. In seguito abbiamo anche avviato una sinergia con altre organizzazioni umanitarie per arrivare, con l’aiuto della Provvidenza che prodigiosamente ci ha sempre assistito, a procurare l’indispensabile per oltre 1500 famiglie. In questi cinque anni di guerra, a causa dei bombardamenti lanciati ‘a caso’ nei nostri quartieri, abbiamo visto tante famiglie perdere i propri cari e tante persone rimanere disabili permanentemente. Un giorno l’autista del Centro per i sordomuti dove operiamo, mentre camminava per strada con la famiglia, ha perso la moglie e la figlia, colpite da un mortaio. Anche lui è stato ferito gravemente e portato sotto shock all’ospedale. Ho potuto parlare di questa grave situazione ad un sacerdote e il vescovo, saputa la cosa, si è fatto carico dei funerali della moglie e della figlia. Da parte mia ho cominciato a cercare la somma per l’intervento chirurgico del papà. L’ospedale, vedendo l’interessamento di tanti, ha diminuito i costi e alcuni medici hanno rinunciato al loro compenso. Così non solo siamo riusciti a coprire tutte le spese, ma abbiamo avuto un avanzo per le successive operazioni cui l’autista ha dovuto sottoporsi per proseguire nella cura. Un’altra volta mi ha chiamato un musulmano che lavora nella chiesa che frequentiamo, per chiedermi di aiutarlo a trovare un’altra casa dove abitare. Aveva visto i ribelli armati entrare nel suo quartiere ed era preoccupato per la sicurezza delle tre figlie. Dopo tanti contatti sono finalmente riuscito a trovare un’abitazione per loro. Traslocato nella casa nuova, si è accorto di avere urgente bisogno di una bombola di gas, ma non riusciva a trovarla. Allora ha telefonato a me. “Chiedo questi aiuti a te – ha detto – perché sei mio fratello, vero?”. Ed io gli ho risposto: “Certo, siamo fratelli”. Dopo il recente ‘cessate il fuoco’ stiamo attraversando un periodo di apparente calma, anche se di tanto in tanto si sentono dei rimbombi che ci lasciano inquieti e non ci fanno dormire la notte. Riguardo alla mia attività, fino a che le armi non taceranno del tutto, è impossibile pensare di ricominciarla. A sostenerci in questa situazione precaria e senza futuro è la comunità del Focolare e una fede incondizionata nell’ amore di Dio che non ci abbandona mai. Di fronte ad ogni problema, sentiamo che non siamo soli. Continuiamo a sperimentare che nella donazione agli altri troviamo la pace. Una Pace che rimane sempre una sfida, perché è un dono che va conquistato ogni giorno». (altro…)
15 Apr 2016 | Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo

Foto: CAFOD Photo Library
Atene: al campo profughi del Pireo vivono 4.500 migranti, sui 53mila che si contano oggi in Grecia e isole. È un campo “informale”, che va avanti solo grazie all’attività dei volontari. Lo visitiamo, nel contesto del progetto «Giornalisti e Migrazioni», accompagnati da una di loro, Elena Fanciulli, 23 anni, dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII. Ad Atene da dicembre, da quando ha finito gli studi in Scienze per la Pace, la giovane italiana ha visto la situazione evolvere rapidamente. «A gennaio, quando sono venuta al Pireo per la prima volta, il mio compito era quello di aspettare il barcone, per accogliere i migranti e dare loro un po’ di cibo. Scendevano e di corsa prendevano il pullman per Idomeni e altri campi al confine: la Grecia non era la loro destinazione finale. Da quando all’inizio di marzo hanno chiuso i confini, il Pireo si è trasformato in un inferno terrestre. Non ci sono servizi igienici a sufficienza, non ci sono docce, bambini scalzi, che vestono vestiti da uomo e devono reggere i pantaloni mentre camminano… Il cibo è l’ultimo problema. Purtroppo spesso scade. Essendo un campo “informale”, infatti, non c’è coordinamento, e si rischia che tanto cibo, portato dai cittadini ateniesi, si perda. Tutto ciò che è al Pireo è donato. Nonostante sia un inferno, c’è chi un po’ di Paradiso lo porta». Quali prospettive per le 4.725 persone che sostano al Pireo da oltre un mese? «Il numero dei profughi deve arrivare a zero. Siamo alle porte della stagione turistica e le persone – per lasciare libera l’area del porto dove attraccano le crociere – saranno smistate in altri campi. La prospettiva è di stallo. La Grecia rischia di diventare un grande campo profughi all’aperto. Qui ci sono soprattutto siriani, ma anche afghani, iracheni, iraniani, e poi nelle varie carceri di Atene ci sono marocchini e algerini, che in genere arrivano senza documenti e sono per lo più migranti economici». A distribuire gli aiuti e far giocare i bambini – «a volte bastano un pennarello e un foglio di carta, un pallone e un hula-hoop per tirare un po’ su il morale», spiega Elena – oltre alla Giovanni XXIII, ci sono UNHCR, Mensajeros de la Paz, Croce Rossa, Pampeiraiki, Focolari. «Ma – ribadisce Elena – l’organizzazione funziona a rete, non c’è un responsabile. Le associazioni, così come le chiese, si impegnano qui, perché è soprattutto nei campi informali dove c’è più bisogno». Per gestire il coordinamento profughi, le varie associazioni si trovano settimanalmente con l’UNHCR. Sul loro portale si possono trovare i dati aggiornati circa gli arrivi e la distribuzione. E alla parte tecnico-legale si affianca, quando possibile, quella spirituale e umana: «Una volta al mese ci riuniamo con le associazioni cattoliche al Kentro Arrupe dei Gesuiti. È un momento di coordinamento, ma anche di preghiera, di sostegno. Proviamo anche noi sofferenza, bisogno di ascolto, di sfogo. Di tirar fuori le nostre paure, ciò che pensiamo del futuro, come possiamo migliorarci. Se un giorno il volontario si stufa, qui non mangia più nessuno, non si veste più nessuno. Il volontariato ci deve essere, ma non come unica risorsa». «Qui c’è gente depressa, con gli occhi vuoti, scalza. È grazie all’umanità di tanti greci che si va avanti. I dottori li puoi trovare – gratis – anche alle 3 del mattino. Questo è il punto di vista dell’Europa dal basso, dove c’è tanta gente che fa». Cosa ti ha spinto a fare quest’esperienza? «Dopo la laurea era arrivato il momento di mettere in pratica ciò che avevo appreso. Così decisi di partire. Un’amica mi consigliò la Papa Giovanni XXIII. Il tempo di fare il corso missioni che ti prepara a come stare sul campo e gestire le proprie emozioni, e dopo il colloquio sono partita. Avevo chiesto un punto del mondo dove la mia vita venga sconvolta e i miei studi vengano confermati. In mente avevo l’America Latina, e invece mi hanno consigliato la Grecia, che è nell’occhio del ciclone in questo momento. Ora mi ritrovo qui a fare ciò che posso, a volte con le ginocchia a terra, perché politicamente non sono nessuno, ma qualcosa posso fare, e ci provo, con tanti pianti la sera prima di addormentarmi, e sperando di non rimanerci sotto. Sono cosciente di portare solo una goccia. E forse anche io ho bisogno del povero, dell’incontro con l’altro». Maria Chiara De Lorenzo (altro…)