La guerra è un omicidio in grande, rivestito di una specie di culto sacro, come lo era il sacrificio dei primogeniti al dio Baal : e ciò a motivo del terrore che incute, della retorica onde si veste e degli interessi che implica. Quando l’umanità sarà progredita spiritualmente, la guerra verrà catalogata accanto ai riti cruenti, alle superstizioni della stregoneria e ai fenomeni di barbarie.
Essa sta all’umanità, come la malattia alla salute, come il peccato all’anima : è distruzione e scempio e investe anima e corpo, i singoli e la collettività.
[…]
«Tutte le cose appetiscono la pace», secondo san Tommaso. Difatti tutte appetiscono la vita. Solo i matti e gl’incurabili possono desiderar la morte. E morte è la guerra. Essa non è voluta dal popolo; è voluta da minoranze alle quali la violenza fisica serve per assicurarsi vantaggi economici o, anche, per soddisfare passioni deteriori. Soprattutto oggi, con il costo, i morti e le rovine, la guerra si manifesta una «inutile strage». Strage, e per di più inutile. Una vittoria sulla vita, e che sta divenendo un suicidio dell’umanità.
«Tutte le cose appetiscono la pace», secondo san Tommaso. Difatti tutte appetiscono la vita. Solo i matti e gl’incurabili possono desiderar la morte. E morte è la guerra.
[…] Dicendo che la guerra è una « inutile strage », Benedetto XV diede la definizione più precisa. Il Card. Schuster la definì « un macello di uomini ». Significa regioni intere distrutte, migliaia e migliaia di povera gente senza più nè casa nè averi, ridotti ad errare per la campagna desolata, fintanto che non venga a falciarli di fame o di freddo la morte.
[…] I vantaggi materiali che si possono trarre da una guerra vittoriosa, non riescono mai a compensare i danni che essa importa ; tanto, che si richiedono parecchie generazioni successive per ricostruire stentatamente tutta quella somma di valori spirituali e morali che erano andati distrutti durante un eccesso di frenesie belliche » [1]. […]
L’ingegno umano, destinato a ben altri scopi, ha escogitato e introdotto oggi strumenti di guerra di tale potenza da destare orrore nell’animo di qualunque persona onesta, soprattutto perché non colpiscono soltanto gli eserciti, ma spesso travolgono ancora i privati cittadini, i fanciulli, le donne, i vecchi, i malati, e insieme, gli edifici sacri e i più insigni monumenti di arte ! Chi non inorridisce al pensiero che nuovi cimiteri si aggiungeranno a quelli tanto numerosi del recente conflitto e nuove fumanti rovine di borghi e città accumuleranno altri tristissimi ruderi ? » [2]. […]
Nel mondo esistono anche luoghi in cui la fraternità viene coltivata con uno scopo. Uno di questi è MilONGa, un progetto che si è affermato come iniziativa chiave nel campo del volontariato internazionale, con l’obiettivo di promuovere la pace e la solidarietà attraverso azioni concrete.
MilONGa propone un’alternativa concreta: vivere la solidarietà in prima persona, attraverso esperienze che trascendono i confini culturali, sociali e geografici.
Il suo nome, che sta per “Mille organizzazioni non governative attive”, è molto più di un progetto. È una rete che mette in contatto i giovani con organizzazioni in varie parti del mondo, dando loro l’opportunità di impegnarsi attivamente in iniziative sociali, educative, ambientali e culturali. Fin dalla sua nascita, il programma è cresciuto tessendo una comunità globale che riconosce valori comuni: pace, reciprocità e cittadinanza attiva.
Ciò che distingue MilONGa non è solo la diversità delle sue destinazioni o la ricchezza delle sue attività, ma il tipo di esperienza che offre: una profonda immersione nelle realtà locali, dove ogni volontario non viene per “aiutare”, ma per imparare, scambiare e costruire insieme. È un percorso di formazione integrale che trasforma sia chi lo vive sia le comunità che lo accolgono.
I Paesi in cui queste esperienze possono essere realizzate sono diversi come i giovani che vi partecipano e coprono diverse latitudini: Messico, Argentina, Brasile, Bolivia, Colombia, Ecuador, Paraguay, Uruguay e Perù in America, Kenya in Africa, Spagna, Italia, Portogallo e Germania in Europa, Libano e Giordania in Medio Oriente.
In ognuno di essi, MilONGa collabora con organizzazioni locali impegnate nello sviluppo sociale e nella costruzione di una cultura di pace, offrendo ai volontari opportunità di servizio che hanno un impatto reale e duraturo.
Dietro MilONGa c’è una solida rete di partenariati internazionali. Il progetto è sostenuto dal progettoAFR.E.S.H., cofinanziato dall’Unione Europea, che gli permette di consolidare la sua struttura e ampliare il suo impatto. Fa inoltre parte dell’ecosistema di New Humanity, un’organizzazione internazionale impegnata a promuovere una cultura dell’unità e del dialogo tra i popoli.
Una storia che lascia un segno
Francesco Sorrenti è stato uno dei volontari che si sono recati in Africa con il programma MilONGa. La sua motivazione non era solo il desiderio di “aiutare”, ma un bisogno più profondo di capire e avvicinarsi a una realtà che sentiva lontana. “Era qualcosa che mi portavo dentro da anni: una profonda curiosità, quasi un’urgenza di vedere con i miei occhi, per cercare di avvicinarmi a una realtà che sentivo lontana”, racconta Francesco della sua esperienza in Kenya.
La sua esperienza in Kenya è stata segnata da momenti che lo hanno trasformato. Uno di questi è stata la visita a Mathare, una baraccopoli di Nairobi. “Quando uno di loro mi ha detto: ‘Guarda, qui è dove vivono i miei genitori. Io sono nato qui, i miei figli sono nati qui. Mia moglie l’ho conosciuta qui e probabilmente moriremo qui’, ho provato un fortissimo senso di impotenza. Ho capito che prima di fare qualcosa era necessario fermarsi. Che non ero lì per sistemare le cose, ma per guardare, anziché girarmi dall’altra parte”.
Ha anche sperimentato momenti di luce nel suo lavoro con i bambini di una scuola locale. “La gioia di questi bambini era contagiosa, fisica. Non c’era bisogno di molte parole: bastava essere lì, giocare, condividere. È stato allora che ho capito che non si tratta di fare grandi cose, ma semplicemente di essere presenti”, racconta.
A due anni dalla sua esperienza, Francesco ne sente ancora l’impatto. “Il mio modo di vedere le cose è cambiato: ora do più valore a ciò che conta davvero e ho imparato ad apprezzare la semplicità. Questa esperienza mi ha lasciato anche una forma di forza, una tenacia interiore. Ti rimane una sorta di resilienza, come quella che ho visto negli occhi di chi, all’alba, voleva fare tutto anche se non aveva nulla”.
Incontri che moltiplicano l’impegno
Nell’aprile 2025, la MilONGa ha partecipato al congresso internazionale “Solidarity in Action, Builders of Peace” (“Solidarietà in azione, costruttori di pace”), che si è svolto nella città di Porto, in Portogallo. L’incontro, organizzato congiuntamente da AMU (Azione per un Mondo Unito), New Humanity NGO e Movimento dei Focolari del Portogallo, ha riunito giovani leader di tutto il mondo legati ai programmi Living Peace International e MilONGa.
Per tre giorni, Porto si è trasformata in un laboratorio di dialogo e azione, dove i giovani partecipanti hanno scambiato esperienze, condiviso buone pratiche e costruito strategie comuni per rafforzare il loro ruolo di agenti di pace. MilONGa ha svolto un ruolo chiave, non solo attraverso la partecipazione attiva dei suoi volontari, ma anche creando sinergie con altre reti giovanili impegnate nella trasformazione sociale.
Uno dei momenti più significativi del congresso è stato lo spazio del laboratorio collaborativo, dove i partecipanti hanno immaginato e progettato progetti concreti con impatto locale e globale.
MilONGa non si definisce solo per quello che fa, ma per l’orizzonte che propone: un mondo più giusto, più unito, più umano. Un mondo dove la solidarietà non è uno slogan, ma una pratica quotidiana; dove la pace non è un’utopia, ma una responsabilità condivisa.
Sono Anibelka Gómez, volontaria del Movimento dei Focolari di Santiago de los Caballeros (Repubblica Dominicana), insegnante e attuale direttrice di una scuola pubblica.
L’istruzione non è solo un diritto, ma un potente strumento per trasformare le nostre comunità. Come educatori, abbiamo il potere di influenzare la costruzione di una società più giusta e fraterna. Quindi, dentro di me è nata a un certo punto una grande preoccupazione: come posso contribuire a costruire il “sogno” dell’unità che Gesù ha chiesto al Padre ? Quali azioni concrete posso intraprendere per garantire che l’educazione sia un motore di cambiamento verso la pace nelle nostre comunità?
Così l’anno scorso è nata l’idea di fare qualcosa che andasse oltre i confini della nostra scuola. Sapendo che le forze erano poche, ma credendo nel potere di Gesù che ha promesso di essere presente tra coloro che si amano, abbiamo organizzato il congresso internazionale dal titolo: “Favorire la pedagogia della pace” a Santiago de los Caballeros. Abbiamo deciso di preparare questo congresso basandoci sull’amore reciproco tra gli organizzatori, membri dei Focolari della Repubblica Dominicana e di Porto Rico. Hanno partecipato 140 insegnanti, psicologi, direttori e professionisti dell’educazione, con una rappresentanza di 55 centri educativi, tra cui la Scuola Café con Leche di Santo Domingo, una scuola nella quale ci si impegna a vivere l’arte di amare proposta da Chiara Lubich.
Nelle immagini: Congresso Internazionale “Favorire la pedagogia della pace” (Foto: Anibelka Gómez)
Per la realizzazione di questo grande evento, la provvidenza di Dio si è manifestata attraverso l’aiuto, il sostegno e la collaborazione del direttore Rafael Liriano e del consigliere Ysmailin Collado del Distretto Educativo 08-04, dell’Associazione Nazionale dei Direttori (ASONADEDI), di alcuni imprenditori e della comunità di Santiago, che ci hanno aiutato nella logistica.
Grazie a questo congresso, si è risvegliato l’interesse a conoscere meglio le proposte e le iniziative educative del Movimento dei Focolari, come il Dado della Pace e la Metodologia “6×1” (sei passi per un obiettivo). Per questo motivo, dopo qualche mese si è tenuto il seminario “Cultura della pace e metodologia 6×1”. Vi hanno partecipato 20 scuole rappresentate dai loro presidi e dagli insegnanti, con l’obiettivo di moltiplicarlo per gli insegnanti di altre scuole.
A sinistra: Workshop su FormaT, alla destra: Workshop sul Dado della Pace e Metodologia “6 x 1”(Foto: Anibelka Gómez)
Questo workshop ha sottolineato l’urgenza tra i partecipanti di implementare nelle scuole la novità del Dado della Pace e della Metodologia 6×1. Alcuni presidi e insegnanti hanno affermato che l’attuazione di questi programmi aiuterà i bambini a promuovere una cultura di pace per il bene di una società migliore. Inoltre, per dare continuità a questo progetto, è nata la proposta di realizzare la formazione FormaT, un corso on line rivolto ai formatori che accompagnano bambini, adolescenti e giovani in vari ambienti educativi. L’obiettivo è condividere esperienze, competenze e strumenti per la formazione e l’accompagnamento. Questo programma è tenuto on line dalla Colombia, con la partecipazione di tutti gli insegnanti di 14 centri educativi. La formazione si svolge ogni mese a partire da settembre, è composta da 9 moduli e si concluderà con la consegna di un diploma ai partecipanti.
L’implementazione di questi moduli ha creato un forte legame tra le scuole, tanto che nel periodo quaresimale abbiamo organizzato un ritiro con coloro che partecipano a FormaT, seguito da un fine settimana con i presidi partecipanti. È impressionante per noi vedere come Gesù moltiplica i talenti, tocca i cuori e i frutti vanno al di là di quanto possiamo immaginare dando vita a esperienze di unità.
L’Europa continua a far parlare di sé, al centro di tensioni internazionali e di accesi dibattiti il cui esito incide sulla vita dei suoi cittadini: quasi mezzo miliardo quelli dell’Unione Europea. Pace versus difesa, guerra o pace commerciale, le scelte sull’energia, le politiche di sviluppo e la giustizia sociale, identità e diversità, apertura e confini: i temi in agenda sono numerosi e, di fronte ai cambiamenti dello scenario interno ed esterno – prima di tutto la guerra in Ucraina -, la rilettura e l’attualizzazione della profezia di Robert Schuman e dei padri fondatori è non solo attuale, ma necessaria.
Sono passati 75 anni da quando l’allora ministro degli esteri francese, il 9 maggio 1950, pronunciò il suo rivoluzionario discorso a Parigi, ponendo le basi per il processo di integrazioneeuropea. Il 15 maggio 2025, nella sede del Parlamento Europeo a Bruxelles, un panel di esperti, esponenti di vari Movimenti cristiani e giovani attivisti, hanno dato voce alla visione dell’unità europea come strumento di pace.
Chiese e Movimenti diversi da vari Paesi d’Europa
L’evento si è svolto per iniziativa di Insieme per l’Europa (IpE)insieme ad alcuni europarlamentari, su invito della parlamentare slovacca Miriam Lexmann – assente per motivi familiari – e ha riunito nella mattinata del 15 maggio, un centinaio di persone da Belgio, Italia, Germania, Olanda, Slovacchia, Austria, Francia, Grecia, Romania. Sono presenti cristiani cattolici, ortodossi e delle Chiese della Riforma; rappresentanti della Comunità Immanuel, YMCA, Focolari, Schoenstatt, Sant’Egidio, Quinta Dimensione, Comunità Papa Giovanni XXIII: la varietà tipica della rete di IpE. A darle voce è il moderatore di Insieme, Gerhard Pross, testimone degli inizi: “Per noi è importante esprimere la forza della fede nel plasmare la società. Tuttavia, non siamo interessati al potere o al dominio, ma a portare la speranza, l’amore e la forza della riconciliazione e dell’insieme insiti nel Vangelo”.
Studenti liceali e universitari vivono un’esperienza europea tra dialogo, istituzioni e spiritualità
Tra il pubblico – e tra i relatori – spicca la forte componente giovanile: in 20 dal liceo Spojená škola Svätá rodina di Bratislava. Studiano cittadinanza attiva e diritto europeo. Sono a Bruxelles con i loro professori, per un’esperienza che può segnare il loro percorso professionale e di vita. Tra loro, Maria Kovaleva: “Io vengo dalla Russia e per me l’Europa significa poter essere qui, indipendentemente dalla mia provenienza o dalla situazione politica nel mio Paese o in Slovacchia, e parlare liberamente – proprio qui, nel cuore dell’Europa. Per me l’Europa è sempre stata un luogo in cui non importa quale religione o nazionalità si abbia. Tutti hanno il diritto di parlare, e di parlare senza censure. Questo è il tipo di Europa che Robert Schuman sognava”.
Peter, 16 anni, si dice sinceramente stupito, trovandosi per la prima volta in un luogo istituzionale dove vengono prese decisioni importanti. È il rappresentante degli studenti e quanto vissuto a Bruxelles è per lui un’ispirazione per il futuro, in cui attraverso il management o l’impegno in politica possa svolgere un ruolo di leadership.
Samuel ha 17 anni. Definisce questi giorni “un’esperienza straordinaria per scoprire qualcosa in più sul resto dell’Europa, come funziona la politica, come lavora il Parlamento; penso di poter parlare a nome di tutta la classe: è stato straordinario!”.
Un’altra rappresentanza studentesca arriva dall’Italia. Sono 10 studenti di scienze politiche e relazioni internazionali della LUMSA, a Roma. Daniele, primo anno di scienze politiche, è colpito particolarmente dal momento del pomeriggio: la preghiera ecumenica nella “Chapel for Europe”. “Mi piace il lavoro di Chiara Lubich, creare ponti per riunire tutti, e si vedeva l’impegno in ciascuno dei presenti. Non è un incontro tra sognatori, ma una ricerca concreta che porta a qualcosa di solido”. Per Diego è un momento in cui la memoria viene rinnovata e porta alla continuità. È ispirato dalla mondialità che si respira a Bruxelles, “un punto di inizio per sviluppi futuri” e ha particolarmente apprezzato gli interventi degli europarlamentari.
Photo: H. Brehm / K. Brand / M. Bacher
L’appello degli europarlamentari ai giovani e ai Movimenti
Erano presenti infatti nella mattinata, Antonella Sberna (Conservatori e Riformisti europei), vice-presidente del Parlamento Europeo e responsabile per l’attuazione dell’articolo 17 TFUE, Leoluca Orlando e Cristina Guarda (Verdi). “Siete l’esempio di che cosa l’UE può fare per i nostri popoli e le nostre civiltà”, afferma la vicepresidente, rivolgendosi a Insieme per l’Europa. E invita i giovani presenti a “essere critici, ma appassionati”, a “studiare bene l’Europa”, per essere “insieme al servizio per correggere ciò che non ci piace e garantire pace nei nostri confini, come esempio di unione dei popoli nel rispetto delle sovranità”.
Leoluca Orlando invita a “cogliere il progetto di futuro che stava nell’azione di Schumann, coltivando una memoria inquieta” e ricorda il principio di fraternità, che fa superare le storiche polarizzazioni tra destra e sinistra su libertà ed uguaglianza. E come esempio di fraternità riporta “l’esperienza profetica di unità tra cattolici e luterani, grazie all’intuizione di Chiara Lubich, a Ottmaring, in Baviera, un luogo nel cuore della Guerra dei Trent’anni”.
Per Cristina Guarda, pace è la parola chiave: “Come Movimenti cristiani vi chiedo di essere parte di questa discussione, e di richiedere la nostra coerenza nella ricerca della pace. E quindi fare scelte giuste e votare correttamente, per rispettare la pace”.
Accompagnare l’Europa a realizzare la sua vocazione
Ed è proprio ad un progetto di pace che la Dichiarazione di Schuman aspira: Jeff Fountain, dello Schuman Centre, offre una lettura delle fondamenta spirituali della Dichiarazione, del suo “coraggioso discorso di tre minuti”: “il suo progetto non era solo politico o economico. Letta a un livello più profondo, la Dichiarazione Schuman rivela che il progetto è profondamente morale, spirituale, radicato nei valori del cuore”. “Le istituzioni che ha contribuito a ispirare – per quanto imperfette – sono una difesa contro il ritorno alla politica del dominio e dell’esclusione, della paura e dell’odio”.
Ma chi dovrebbe dare un’anima all’Europa? Invita a riflettere Alberto Lo Presti. “Non dovremmo aspettarci che tale anima sia prodotta dalle istituzioni politiche europee e trasmessa ai suoi cittadini. Non vorrei vivere in una società nella quale l’istituzione mi inculca, nel cervello, una visione del mondo. A fare così, di solito, sono le organizzazioni politiche totalitarie che anche qui in Europa abbiamo ben conosciuto: per esempio il nazi-fascismo e il comunismo. Si vedrà l’anima dell’Unione Europea quando tale anima sarà visibile nelle scelte quotidiane dei suoi cittadini. Come Insieme per l’Europa vogliamo accompagnare l’Europa alla realizzazione della sua vocazione”.
Venerdì 9 maggio presso il Focolare meeting point, nel cuore di Roma (Italia) e attraverso una diretta online, si è tenuta la premiazione del concorso per le scuole dal titolo “Una città non basta. Chiara Lubich cittadina del mondo”. Il concorso è dedicato alla figura della fondatrice del Movimento dei Focolari, una donna che ha saputo unire educazione, politica e dialogo per la pace.
Il tema proposto per la quinta edizione è stato: “Esplorare il concetto di pace, in relazione al pensiero di Chiara Lubich”. Sono pervenuti 118 elaborati (individuali e di gruppo) presentati da 35 Istituzioni scolastiche di 15 Regioni italiane.
Il concorso è promosso da New Humanity, Centro Chiara Lubich e Fondazione Museo storico del Trentino ed è realizzato in collaborazione con il Ministero italiano dell’Istruzione e del Merito. Si conferma come occasione per docenti ed alunni nel riflettere sui valori della fraternità, dell’accoglienza e del dialogo tra culture, temi centrali nel pensiero e nell’azione di Chiara Lubich.
I lavori premiati
Scuola secondaria di II grado
1° posto: Costruire l’infinito, dalla classe 5^ A Linguistico, Liceo A. Maffei – Riva del Garda (Trento). Con immagini pertinenti, le alunne e gli alunni hanno saputo presentare con creatività la loro riflessione sul tema della pace coniugandolo con elementi caratteristici del pensiero di Chiara Lubich che tanto rilievo ha dato alle relazioni di prossimità̀: dove c’è amore c’è unità e dove c’è unità c’è pace.
2° posto ex aequo: Vivere la pace, della classe 2^ H, Liceo classico Quinto Orazio Flacco – Bari. Nell’elaborato scritto, si apprezza il particolare accento che la riflessione pone sulla pace, come un’opera da vivere quotidianamente. Significativi i riferimenti scelti dal pensiero di Chiara Lubich che lascia un’eredità di fraternità e impegno concreto per un mondo più̀ unito.
2° posto ex aequo: Sguardo, di Elena Scandarelli 3^ AU, Liceo Maria Ausiliatrice – Riviera San Benedetto (Padova). In modo semplice ed efficace l’immagine comunica esplicitamente l’importanza che Chiara Lubich dà nel saper guardare al Mondo oltre le umane sfide del mondo, vivendole con uno sguardo di speranza.
Scuola secondaria di I grado
1° posto: 1920-2011, di Alessia Tombacco 3^ C, IC Elisabetta “Betty” Pierazzo – Noale (Venezia). Il testo presentato offre un’originale riflessione in cui emerge l’attualità del pensiero di Chiara Lubich e la possibilità di un incontro vitale con lei, anche in un tempo diverso da quello vissuto da Chiara. Ricca di fiducia nel presente e speranza per il futuro, è l’immagine dell’uomo cellula: portatore di nuove relazioni per un mondo senza frontiere.
2° posto: Voci di fraternità, della classe 3^ D, IC Giovanni XXIII – Villa San Giovanni (Reggio Calabria). Nell’elaborato multimediale si apprezza in modo particolare il coinvolgimento attivo degli allievi, primi testimoni di un frammento di mondo più unito e fraterno. Particolarmente significativo il riferimento alla possibilità di essere “operatori di pace” a partire dalle relazioni più prossime.
Scuola primaria
1° posto: Un seme di unità, Aurora Pellegrino 5^ A, IC Radice-Alighieri – Catona (Reggio Calabria). La composizione poetica esprime un’originale riflessione sul tema della pace alla luce del contributo specifico di Chiara Lubich, donna del dialogo.
2° posto: Una città non basta, classe 4^ A, IC Antonio Gramsci – Tissi (Sassari). L’elaborato multimediale presenta, in modo originale ed efficace, spazi e valori di un mondo ideale in cui, con l’amore, si può superare ogni forma di discriminazione.
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In America Latina ci sono 826 popoli indigeni, con una popolazione di circa 50 milioni, l’8% della popolazione totale, e si stima che altri 200 vivano in isolamento volontario. In questo contesto, fin dall’arrivo del Movimento dei Focolari in queste terre, è stata data importanza alla ricerca del dialogo tra persone e gruppi appartenenti alle tre grandi matrici culturali che compongono la regione: le culture originarie del continente americano, le culture ispano-portoghesi-francesi e le culture africane delle popolazioni che furono portate nelle Americhe. I numerosi membri del Movimento che appartengono a questi gruppi etnici ne sono la prova.
Un centinaio di persone, in rappresentanza di quasi tutti i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi, si sono riunite ad Atuntaqui, nel nord dell’Ecuador, dal 1° al 4 maggio 2025, per partecipare al “Rimarishun”, un’esperienza di interculturalità basata su un esercizio di dialogo tra la cosmovisione andina e caraibica dei popoli nativi e il carisma dell’Unità. Questo spazio è nato qualche anno fa in Ecuador e si sta gradualmente diffondendo in tutti i Paesi dell’America Latina.
“Siamo consapevoli del dolore che, nel corso della storia, ha segnato le nostre relazioni come latinoamericani – spiegano – a causa del razzismo e della separazione che hanno ostacolato la relazione simmetrica tra le culture e hanno portato alla rottura delle relazioni tra persone di diversi gruppi culturali, dando origine a rapporti sociali ingiusti. Per questo, in Ecuador, nel 2017, abbiamo dato vita a un percorso di fraternità, che in lingua quichwa chiamiamo “Rimarishun” (Dialoghiamo), facendo dell’interculturalità un’opzione di vita e utilizzando il dialogo fraterno come metodo”.
Il Congresso, concepito come un viaggio, un “pellegrinaggio” vitale, è iniziato con il trasferimento dei partecipanti nella comunità quichua di Gualapuro. È stato subito chiaro che l’obiettivo era quello di creare spazi interculturali che costruiscano ponti tra gruppi di popoli, nazionalità o culture diverse, dove fondamentale è incontrare l’altro, accogliersi e prendersi cura l’uno dell’altro come fratelli e sorelle. Manuel Lema, della comunità quichua, ha dato il benvenuto ai partecipanti sotto una grande tenda allestita per l’occasione: “Possiamo generare un modo di pensare diverso, di vedere il mondo in modi diversi, ma, allo stesso tempo, essere uno”. E Jesús Morán, Copresidente dei Focolari, arrivato dall’Italia per partecipare al Congresso con un piccolo gruppo del Consiglio generale dei Focolari, portando a tutti il saluto della presidente Margaret Karram, ha aggiunto: “Stiamo costruendo qualcosa di nuovo. Di fronte a una società ipersviluppata, scopriamo qui che esiste una saggezza più profonda che proviene dai popoli nativi”. Così tutti saliti sulla collina per partecipare al “Guatchacaram”, il rito di ringraziamento alla Madre Terra. Più tardi, dopo aver condiviso il pranzo, tutto diventa momento di festa che esprime fraternità: musica, danze, balli. Alla fine della giornata, sono stati piantati alcuni alberi in memoria di coloro che hanno dato impulso a questo dialogo e che non sono più tra noi, tra cui uno dedicato a Papa Francesco.
Un’altra tappa di questo viaggio è stata la visita alla casa del vescovo Leonidas Proaño (1910-1988), “l’apostolo degli indios”. La sua dedizione alle popolazioni indigene più povere e sfruttate è un forte esempio di interculturalità. In questo ambiente cominciarono a svilupparsi le “mingas”, gruppi per sentire e pensare insieme, intendendo la reciprocità come principio centrale della relazione, su vari temi: economia, ecologia, educazione, spiritualità, cultura, razzismo.
Vengono condivisi, con grande rispetto e tenendo conto delle diversità, i riti degli afro-discendenti dei Caraibi e del Centro America e il rito maya, che si collegano al profondo rispetto per la natura, la “Madre Terra” e il trascendente. E in questo contesto, la condivisione di testimonianze come quella dei focolari nei territori dei popoli indigeni, delle scuole per il recupero delle conoscenze e della cultura ancestrale, o del sistema matematico amerindiano, permettono l’arricchimento reciproco.
La “peregrinazione” prosegue presso l’Università Cattolica dell’Ecuador a Ibarra per un momento aperto alla comunità accademica e al pubblico. Alla tavola rotonda partecipano Custodio Ferreira (Brasile), laureato in pedagogia e didattica, specializzato in storia dell’Africa, che parla delle “ferite della realtà”: “il razzismo che esiste oggi in tutta l’America Latina e nei Caraibi è una ferita aperta che sanguina. La sua guarigione e il suo risanamento richiedono un dialogo fraterno e, in questo senso, l’interculturalità, come sperimentato da Rimarishum, è una risposta concreta per avviare questo processo di guarigione”.
Osvaldo Barreneche (Argentina), dottore in storia, responsabile del Centro dei Focolari per il dialogo con la cultura contemporanea, ha parlato di “fraternità e cura della terra attraverso alcuni scritti di Papa Francesco”.
Jesus Moran (Spagna), Copresidente del Movimento dei Focolari, che ha vissuto in America Latina per 27 anni, afferma: “Questo lavoro di interculturalità è molto importante e viene portato avanti con ammirevole fedeltà in varie parti dell’America Latina. Per noi che siamo cristiani, significa che nelle culture native possiamo scoprire aspetti della rivelazione di Cristo che finora non sono stati sufficientemente messi in luce”.
Maydy Estrada Bayona (Cuba), dottore in Scienze filosofiche e docente presso l’Università dell’Avana, ha portato i presenti nella “Cosmovisione afro-caraibica”. Monica Montes (Colombia), dottore in Filologia ispanica, docente e ricercatore presso l’Università di La Sabana, si riferisce alla “Fraternità e cura dal pensiero latinoamericano”. Jery Chavez Hermosa (Bolivia), fondatore, nella città di Cordoba, in Argentina, dell’organizzazione di migranti andini di cultura aymara, quechua e guaranì, ha concluso con una presentazione dinamica che ha coinvolto tutti i presenti.
L’incontro si chiude con una S. Messa inculturata, con danze, canti tipici e tamburi in una chiesa decorata con fiori e petali di rosa, celebrata da Mons. Adalberto Jiménez, vescovo del Vicariato di Aguarico, che ha partecipato attivamente all’incontro. Il Padre Nostro è stato recitato in 12 lingue in successione, a dimostrazione dell’interculturalità vissuta in questi giorni.
Nella sua omelia, il vescovo Adalberto, partendo dal racconto evangelico della moltiplicazione dei pani, invita tutti a guardare al futuro: “Questo Gesù, questo Dio che ci unisce nei diversi nomi, nei diversi riti, è la storia che dobbiamo raccontare, i riti della vita, dell’unità. Oggi ce ne andiamo con un po’ più di luce, che è fuoco, che illumina. E’ quello che ci hanno lasciato Chiara Lubich e Papa Francesco, che sono presenti e ci chiamano a curare l’interculturalità. Grazie Rimarishun”.