3 Ago 2020 | Chiara Lubich
Il seguente pensiero di Chiara Lubich sottolinea una dimensione costitutiva di una “spiritualità di comunione”: l’essere inscindibilmente legati gli uni agli altri e per questo pure il dover di sopportarci. La pandemia del corona virus ci fa toccare con mano la nostra interdipendenza, in tanti modi, e ci chiede pure, nella vita quotidiana, una maggiore capacità di sopportare. (…) Noi dobbiamo andare a Dio non da soli ma con i fratelli. È questo un nostro “di più”. Dobbiamo tendere alla santità assieme ai fratelli. In pratica, dobbiamo aiutare i nostri fratelli a raggiungere la santità così come facciamo per noi. Un impegno di peso, che tanto facilmente dimentichiamo, ma che è per noi la conditio sine qua non per perseguire la nostra stessa santità. Anzi: è solo amando il fratello fino a questo punto che possiamo sperare la presenza di Gesù fra noi. E quale il modo migliore di vivere questo esigente amore verso i fratelli? Vi sono vari modi, ma uno è da considerare con attenzione, confermato anche dalla mia lunga esperienza. Di esso ho già parlato, ma è così importante che merita ripeterlo. La vita di comunità che noi facciamo, sempre o temporaneamente, domanda di amare costantemente i nostri fratelli, e cioè di farsi sempre uno con loro. Ed è quello che cerchiamo di fare. Ma, anche se impegnassimo in ciò tutte le forze, non sempre riusciremmo, perché siamo ancora in questo mondo e quindi inclini ai difetti e alle mancanze. E prima o poi qualcuno di noi sbaglia. Che fare? Se siamo noi a venir meno all’amore fraterno, rimettiamolo subito in moto. E se fossero i nostri fratelli a comportarsi così, che cosa dobbiamo fare? Credetelo: è sapienza ascoltare san Paolo quando ci sottolinea il sopportare, perché sopportare non è una sottospecie dell’amore; sopportare è insito nella carità, è un suo aspetto, è costitutivo della carità. La carità, infatti, secondo l’apostolo Paolo, non solo «tutto copre, tutto spera, tutto crede», ma anche tutto «sopporta», dice lui. Sopportare è amore, è carità. Senza di esso non si dà carità. Verrà il momento anche di avvertire il fratello dei suoi sbagli; il Vangelo esige pure questo. (…) E facciamo questo solo per amore, non certo, ad esempio, per sfogarci magari di torti subiti dai fratelli, ma con tutto quell’amore che possiamo avere, nella coscienza che se il fratello migliora ne avrò vantaggio anch’io, perché qui sta la novità del nostro iter spirituale: devo lavorare alla perfezione del mio fratello se voglio raggiungere la mia. Siamo legati, non c’è scampo.
Chiara Lubich
(in una conferenza telefonica, Rocca di Papa, 19 giugno 2003) Tratto da: “Il di più”, in: Chiara Lubich, Conversazioni in collegamento telefonico, pag. 655. Città Nuova Ed., 2019. (altro…)
2 Ago 2020 | Chiara Lubich
Andrà in onda in autunno su RAI UNO, la prima rete della televisione nazionale italiana, il film su Chiara e gli inizi dei Focolari. “Può una ragazza qualunque cambiare il mondo con la sola forza del suo sogno e del suo credo?” – è questa la chiave di lettura attraverso la quale il regista italiano Giacomo Campiotti racconterà la storia di Chiara Lubich, giovanissima maestra trentina, poco più che ventenne, che vive lo sconforto e la disperazione generata dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Sente di essere chiamata a costruire un mondo migliore, un mondo più unito. Da allora si è posta l’obiettivo di costruire ponti tra gli uomini, a qualunque razza, nazione o fede religiosa appartenessero.
Sarà un TV movie biografico la prima trasposizione televisiva mai realizzata su Chiara Lubich e si focalizzerà sui primi anni, quelli che vanno dal 1943 al 1950. È una coproduzione tra Rai Fiction e Casanova Multimedia, prodotto da Luca Barbareschi. Ad interpretare Chiara sarà un’attrice italiana affermata come Cristiana Capotondi; nel cast anche Sofia Panizzi e Valentina Ghelfi. Le riprese iniziano tra pochi giorni in Trentino e si partirà da quei “tempi di guerra” in cui “tutto crollava” e restava solo Dio, come ebbe a dire Chiara stessa in uno dei primissimi racconti sulla nascita dei Focolari.
“La forza di una figura come quella di Chiara oggi – si legge nel comunicato stampa – è di farci guardare l’altro come possibilità, dono, portatore di un seme di verità da valorizzare e amare, per quanto distante possa essere. La fratellanza universale come presupposto di dialogo e pace. Il messaggio di Chiara non appartiene soltanto al mondo cattolico e la sua figura ha contribuito a valorizzare la donna e il suo ruolo anche e soprattutto al di fuori dell’istituzione ecclesiastica”.
Sarà dunque il racconto dei primissimi anni, quelli fondativi, in cui Chiara comprende la strada che Dio le chiede di percorrere e inizia ad intraprenderla, seguita da un sempre più numeroso gruppo di persone che dall’Italia percorreranno le vie del mondo intero. Ma sarà anche un viaggio all’interno del contesto storico, sociale ed ecclesiastico in cui Chiara si muove – quello, cioè, della Seconda Guerra Mondiale, dei primissimi anni del dopoguerra e dei fermenti pre-conciliari che agitano la cattolicità.
Nell’intenzione del regista e degli autori c’è il desiderio di raccontare anche “la ragazzina rivoluzionaria, che condivide tutto con chi ne ha bisogno – si legge nella notizia ANSA del 27 luglio scorso –; perché legge il Vangelo senza la presenza di un sacerdote, diventa talmente pericolosa per la società dell’epoca e costretta a rendere conto della sua opera al Sant’Uffizio e a passare la prova più difficile della sua vita quando le viene chiesto di lasciare la guida dei Focolari. Ma il sasso che ha gettato nello stagno è inarrestabile e crea cerchi sempre più grandi, così che quando, anni dopo, Paolo VI la riabilita, il Movimento dei Focolari è ormai diffuso in tutto il mondo”.
Stefania Tanesini
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1 Ago 2020 | Collegamento
Torniamo a Loppiano, all’Istituto Universitario Sophia, centro accademico innovativo e incubatore anche di nuovi concetti e prassi di dialogo tra fedi diverse. A cura di Anna Lisa Innocenti e Lorenzo Giovanetti. https://vimeo.com/430379914 (altro…)
31 Lug 2020 | Sociale
Aziende in grave sofferenza, perdita di migliaia di posti di lavoro: la fase del lockdown ha picchiato duro sull’economia europea. Nonostante ciò, sono molti gli imprenditori che non si arrendono. Andrea Cruciani, italiano, si è chiesto come fare per prendersi cura dei propri dipendenti.
Come hanno vissuto gli imprenditori la fase emergenziale del lockdown a causa del Covid-19? Ne parliamo con Andrea Cruciani, Ceo di TeamDev e Agricolus, azienda e start-up italiane legate al progetto per un’Economia di Comunione. Come avete vissuto la fase del lockdown? “Prima del lockdown non avevamo problemi. TeamDev da 12 anni cresce del 20% annuo e diamo lavoro a una cinquantina di persone. A metà febbraio avevamo fatto delle operazioni per anticipare dei costi in banca ma con il lockdown siamo arrivati a fine marzo che non avevamo più liquidità di denaro. Era la prima volta che mi ritrovavo senza soldi e senza alternative. Abbiamo dovuto optare per la cassa integrazione e a me dispiaceva perché abbiamo sempre investito dando attenzione particolare al welfare aziendale. Ci siam trovati quindi con qualche dipendente spaventato con mancanza di fiducia nei nostri confronti. Perdere la fiducia anche di un solo dipendente era un dolore forte.
Piano piano abbiamo cercato di trovare una soluzione ai bisogni di tutti e appena entrati dei soldi nelle casse delle aziende abbiamo potuto integrare alla cassa integrazione pagando i dipendenti attraverso un premio chiamato “premio Covid”. Alla fine, siamo riusciti a dare lo stesso stipendio a tutti. Hanno capito che da parte nostra non c’era malafede”. Cosa ti ha insegnato questa esperienza? “Ho conosciuto le fragilità nel costruire una relazione autentica con dipendenti e collaboratori. È molto importante costruire una relazione autentica basata sulla fiducia. Ci ha sorpreso la reazione di alcuni di loro che han tirato fuori le energie proprio date dalla voglia di contribuire al bene comune. Questo periodo ha fatto emergere l’umanità più vera nelle relazioni”. Che consigli daresti agli altri imprenditori nel prendersi cura delle risorse umane? “Vi racconto una storia. Tre anni fa ho voluto promuovere un dipendente affidandogli un ramo d’azienda. Ma questa persona dopo un po’ non ha retto e ha cambiato lavoro. Lì ho capito che quello che io mi aspetto dalla vita per me non è quello che si aspettano gli altri. A lui non interessava nemmeno avere un aumento retributivo ma non voleva avere quel peso psicologico. Dopo quell’esperienza abbiamo iniziato a mettere in atto alcuni strumenti più efficaci”. Cioè? “Innanzitutto, abbiamo chiesto aiuto ad un coach per aiutare a tenere uno spirito comune tra tutti. Poi abbiamo cominciato a migliorare il contesto lavorativo con semplici cose come far trovare la frutta fresca per far merenda, oppure far arrivare i frutti di stagione dagli orti solidali della Caritas in modo da far portare a casa (senza costi) ciò di cui ognuno aveva bisogno. Poi abbiamo attivato un welfare integrativo anche se già da diversi anni abbiamo avviato una pensione integrativa e vari altri strumenti, come l’orario flessibile per venire incontro alle famiglie… Ci sembra il modo di prenderci cura delle persone che lavorano per le nostre aziende. E poi chiaramente cerchiamo di tenere a cuore la crescita di ciascuna persona per dare il meglio di sé”. Come vedi il futuro dell’economia in generale? “Vedo un futuro dove sarà sempre più richiesto di leggere l’attimo presente e saper dare delle chiavi di lettura anche per il futuro. Chiara Lubich per noi imprenditori EdC è stata una profeta perché ci ha insegnato a come prenderci cura dei dipendenti e delle aziende. Alcune cose sono ormai previste per legge ma per tante altre la legge non serve perché è un fatto di coscienza e di amore”.
Lorenzo Russo
Se vuoi dare il tuo contributo per aiutare quanti soffrono degli effetti della crisi globale del Covid, vai a questo link (altro…)
29 Lug 2020 | Testimonianze di Vita
“Siate una famiglia – fu l’invito di Chiara Lubich rivolgendosi a persone desiderose di vivere la Parola di Dio -. E dove andate per portare l’ideale di Cristo, (…) niente farete di meglio che cercare di creare con discrezione, con prudenza, ma decisione, lo spirito di famiglia. Esso è uno spirito umile, vuole il bene degli altri, non si gonfia… è (…) la carità vera”[1]. Il nuovo direttore Nel suo “discorso programmatico” il nuovo direttore aveva parlato dell’azienda come di una famiglia nella quale tutti eravamo corresponsabili. Il clima tra noi era leggero e cordiale… ma alle prime difficoltà, forse per inesperienza, lui si circondò di alcuni fidatissimi e nelle decisioni escludeva praticamente tutti gli altri. Mi feci coraggio e, per amore suo e dei dipendenti, un giorno andai in direzione a chiedergli quali preoccupazioni lo stessero schiacciando. Sembrava un’altra persona rispetto agli inizi, come uno che vedesse soltanto nemici. Forse avevamo fatto qualcosa contro di lui che lo spingeva ad agire così? Non rispose e mi congedò giustificandosi con un impegno urgente. Qualche giorno dopo mi chiamò e, scusandosi, mi confidò di sentirsi incapace a sostenere una solidarietà che gli faceva sfuggire tutto dalle mani. Mi chiese aiuto. Lo convinsi ad aprirsi con tutti noi, chiedendo se veramente volevamo stare al suo progetto. Fu un momento di grande intesa. Qualcosa cominciò a cambiare. (H.G. – Ungheria) Alla posta Agli inizi del coronavirus, andai alla posta per spedire un pacco. Nella fila per le pensioni una signora anziana con mascherina, colta da malore, si accasciò a terra. Corsi da lei, ma non ebbi la forza di alzarla. Alla mia richiesta di aiuto notai negli altri una certa esitazione: rispose solo un ragazzo pieno di tatuaggi, che aveva assistito alla scena fuori della posta. Fatta sedere l’anziana, che a parte qualche dolore per la caduta s’era ripresa, chiesi al ragazzo di aiutarla a sbrigare quello che doveva fare, mentre io spedivo il mio pacco. Lui non solo mi aiutò poi a farla salire in macchina, ma volle venire con noi fino a casa della signora. Siccome lei aveva gli strumenti, le misurai la pressione. Una volta scesi in strada, il ragazzo mi disse: “Stavo ridendo con gli amici per vedere come si comporta la gente guidata dalla paura. Quello che ha fatto lei è grande”. Dopo qualche giorno volli far visita all’anziana. Rimasi sorpresa e anche commossa venendo a sapere da lei che quel ragazzo le aveva portato dei biscotti preparati da sua madre. (U.R. – Italia) Risanare il passato Peccato! Era una collega competente nel suo lavoro, ma affliggeva gli altri con il suo pessimismo. Fra l’altro la sua invidia non solo verso di me, ma verso gli altri colleghi e colleghe, la induceva a sparlare sempre di tutti. Di conseguenza, con una scusa o l’altra, nessuno voleva lavorare con lei. Che fare? Lasciare che le cose andassero avanti così, tra il disagio comune? In occasione del suo compleanno ho avuto un’idea: organizzare in ufficio una colletta per farle un regalo. Quando l’abbiamo chiamata per festeggiarla con dolci portati da casa, disegni fatti per lei dai bambini delle colleghe, una bella borsa come dono, era commossa e incredula. Per giorni non ha pronunciato una parola. Ci guardava come un uccello ferito. Poi lentamente ha cominciato a parlarmi della sua infanzia, dei suoi amori sbagliati, delle divisioni in famiglia… Siamo diventate amiche. Ora frequenta la nostra casa e aiuta i miei figli per la matematica e per l’inglese. Ormai è una di famiglia. Sembra che anche il suo passato si stia risanando. (G.R. – Italia)
a cura di Stefania Tanesini
(tratto da Il Vangelo del Giorno, Città Nuova, anno VI, n.4, luglio-agosto 2020) [1] C. Lubich, in Gen’s, 30 (2000/2), p. 42. (altro…)
27 Lug 2020 | Chiara Lubich
Tutti abbiamo sofferto per via del coronavirus e molti stanno ancora soffrendo. Il dolore che questa pandemia ci procura si presenta sotto gli aspetti più vari e ci sarebbe davvero da scoraggiarsi, se Gesù non ci sorreggesse. Sappiamo infatti come Lui, che è Dio stesso fatto uomo, ha vissuto tutti i nostri dolori e per questo ci può essere accanto e sorreggere. (…) La vita si può considerare una corsa ad ostacoli. Ma che cosa sono questi ostacoli? Come si possono definire? È sempre una grande scoperta vedere come ad ogni dolore o prova della vita si può dare in certo senso il nome di Gesù Abbandonato. Siamo presi dalla paura? Gesù in croce nel suo abbandono non appare forse invaso dalla paura che il Padre si sia dimenticato di Lui? L’ostacolo che possiamo incontrare è in certe dure prove lo sconforto, lo scoraggiamento. Gesù nell’abbandono sembra sommerso dall’impressione che nella sua divina passione gli manchi il conforto del Padre e pare che stia perdendo il coraggio di concludere la sua dolorosissima prova mentre, poi, soggiunge: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”[1]. Le circostanze ci portano ad essere disorientati? Gesù in quel tremendo dolore sembra non comprendere più nulla di quanto gli sta succedendo dato che grida “Perché”?[2]. Veniamo contraddetti? Nell’abbandono non pare forse che il Padre non approvi l’operato del Figlio? Siamo rimproverati, o accusati? Gesù in croce nel suo abbandono ha avuto forse l’impressione di ricevere un rimprovero, un’accusa anche dal Cielo. E poi in certe prove che nella vita a volte possono susseguirsi incalzanti, non si arriva anche a dire desolati: questo sembra troppo, questo è l’oltre misura? Gesù nell’abbandono ha bevuto un calice amaro non solo colmo, ma traboccante. La sua è stata la prova oltre misura. E quando ci sorprende la delusione o siamo feriti da un trauma, o da una disgrazia imprevista, o da una malattia o da una situazione assurda, possiamo sempre ricordare il dolore di Gesù Abbandonato che tutte queste prove e mille altre ancora ha impersonato. Sì, egli è presente in tutto ciò che ha sapore di dolore. Ogni dolore è un suo nome. Si dice nel mondo che chi ama chiama per nome. Noi abbiamo deciso di amare Gesù Abbandonato. E allora, per meglio riuscire in ciò, cerchiamo di abituarci a chiamarlo per nome nelle prove della nostra vita. Così gli diremo: Gesù Abbandonato-solitudine, Gesù Abbandonato-dubbio, Gesù Abbandonato-ferita, Gesù Abbandonato-prova, Gesù Abbandonato-desolazione e così via. E chiamandolo per nome, egli si vedrà scoperto e riconosciuto sotto ogni dolore e ci risponderà con più amore; ed abbracciandolo diverrà per noi: la nostra pace, il nostro conforto, il coraggio, l’equilibrio, la salute, la vittoria. Sarà la spiegazione di tutto e la soluzione di tutto. Cerchiamo allora (…) di chiamare per nome quel Gesù che incontriamo negli ostacoli della vita. Li supereremo con più rapidità e la corsa nella nostra esistenza non conoscerà soste.
Chiara Lubich
(in una conferenza telefonica, Mollens, 28 agosto 1986) Tratto da: “Chiamarlo per nome”, in: Chiara Lubich, Conversazioni in collegamento telefonico, Città Nuova Ed., 2019, pag. 250. [1] Lc 23, 46. [2] Cf. Mt 27, 46; Mc 15, 34. (altro…)
25 Lug 2020 | Collegamento
Chiara Lubich e il dialogo interreligioso, una via per dare un’anima alla globalizzazione https://vimeo.com/429998800 (altro…)
22 Lug 2020 | Testimonianze di Vita
Se amiamo, Gesù ci riconosce come suoi familiari: suoi fratelli e sorelle. È la nostra chance più grande, che ci sorprende; ci libera dal passato, dalle nostre paure, dai nostri schemi. In questa prospettiva anche i limiti e le fragilità possono essere pedane di lancio verso la nostra realizzazione. Tutto veramente fa un salto di qualità. Razzismo Frequentavo la scuola media; le lezioni e i compiti andavano bene, ma non il rapporto con i compagni di classe. Un giorno stavo finendo i compiti di scienze, quando uno di loro ha iniziato ad imprecare contro di me per il fatto che sono asiatico. A quello sfogo razzista non ho saputo come reagire: sono rimasto muto e col solo pensiero di vendicarmi. Poi uno strano pensiero ha attraversato la mia mente: “Adesso è la tua occasione”. Mi ci è voluto un po’per capirne il significato. Ma dopo qualche tempo, mi si è chiarito: “Ora è la tua occasione per amare i nemici”. Avrei voluto far finta di niente, in difesa della mia identità asiatica. Anche perché amare il mio nemico mi sembrava alimentasse il negativo. Dopo aver preso un po’ di tempo, molto incerto sulla decisione da prendere, ho concluso che non avrei detto nulla. Ho forzato il mio cuore arrabbiato al perdono e offerto la mia ferita personale a Gesù, che aveva sofferto così tanto sulla croce. Dopo l’esperienza di perdono del mio nemico, sinceramente ho sperimentato una felicità mai provata prima. (James – Usa) Problemi di fede Quando ci è nato il terzo figlio con la sindrome di Down, questa crudeltà della natura mi è sembrata un castigo per le mie infedeltà coniugali. Avevo vergogna di portarlo in giro e dentro di me domande senza risposta. Però man mano che F. cresceva, vedevo in lui una bontà primordiale, una pace cosmica. Non so quale relazione potesse esserci con la mia fede problematica, ma lentamente ho acquistato altri occhi e, direi, un altro cuore. Anche il rapporto in famiglia è cambiato. La cosa strana è che ho iniziato a vivere come un dono la condizione di F. Non ho più problemi di fede e di dogmi. Tutto è grazia. Dietro il velo dell’incomprensione c’è una verità innocente e pura. (D.T. – Portogallo) Ritorno Avevo lasciato la mia famiglia per un’altra persona di cui m’ero innamorato sul posto di lavoro. Accecato dalla passione, non mi rendevo conto della tragedia che stavo provocando. Con i figli sono sempre rimasto in contatto, soprattutto con la maggiore che più soffriva per la mia assenza. Quando il marito l’ha abbandonata con i tre figlioletti e mia figlia è caduta in depressione, ho visto ripetersi lo stesso male da me causato. Dio mi ha fatto la grazia di capire e di pentirmi. Ho fatto di tutto per essere vicino a quella famiglia disgregata, ho cercato mio genero e gli ho parlato a lungo. Lui mi ha umiliato dicendo che non avevo il diritto di giudicare, in quanto certi traumi della moglie erano colpa mia: il loro matrimonio era naufragato proprio per il mancato equilibrio di lei. In ginocchio e piangendo, gli ho chiesto perdono. Lui ha risposto che ci avrebbe ripensato. Dopo alcuni mesi di sospensione, un barlume di speranza: la notizia, da parte di mia figlia, che il marito voleva ritentare a vivere in famiglia. (C.M. – Argentina)
a cura di Stefania Tanesini
(tratto da Il Vangelo del Giorno, Città Nuova, anno VI, n.4, luglio-agosto 2020) (altro…)
21 Lug 2020 | Spiritualità
Schivo, di un’intelligenza lucida, teologo d’avanguardia e primo Copresidente dei Focolari: è appena uscito – per ora in Italiano – il primo volume della biografia di Pasquale Foresi a cura di Michele Zanzucchi. Racconta la storia di un uomo, gli albori dei Focolari, uno spaccato di storia che ha molto da dire al movimento, alla Chiesa e alla società di oggi.
E’ uscita il 9 luglio scorso “In fuga per la verità”, la prima biografia di Pasquale Foresi che Chiara Lubich ha definito cofondatore dei Focolari, insieme a Igino Giordani. Si tratta del documentatissimo racconto della prima parte di un’esistenza intensa – dal 1929 al 1954 – poco conosciuta anche dai membri stessi dei Focolari, sia per il carattere riservato, sia per lo stile di co-governance – diremmo oggi – che Foresi ha incarnato. Un testo di grande interesse, pubblicato per ora in italiano (ma sono in cantiere le versioni in inglese, francese e spagnolo), costellato di fatti inediti, scorrevole come un romanzo, che racconta la parabola di vita di Foresi, rilegge dalla sua prospettiva gli inizi dei Focolari, la persona di Chiara Lubich e fa riflettere anche sull’oggi di questo movimento mondiale, a quasi 80 anni dalla sua nascita. Ma chi era Pasquale Foresi e cosa rappresentava per la giovanissima fondatrice dei Focolari? L’abbiamo chiesto all’autore della biografia, Michele Zanzucchi, giornalista e scrittore, già direttore di Città Nuova. Un lavoro attento e approfondito, il suo, durato due anni e mezzo su carte, testi, libri, discorsi oltre al bagaglio di una conoscenza diretta e ravvicinata con Foresi. “Quando incontrò Chiara Lubich, nelle feste natalizie del 1949, Foresi era un giovane uomo di vent’anni che aveva vissuto una vita molto più adulta della sua età, in ciò “preparato” a collaborare con la fondatrice. Figlio di una famiglia livornese – papà all’epoca insegnante e uomo di punta del laicato cattolico, poi deputato, e madre casalinga, tre fratelli e sorelle –, Pasquale sin dall’infanzia manifestò un’intelligenza pratico-teorica fuori dal comune. Il giorno dell’armistizio, l’8 settembre 1943, appena 14enne, scappò di casa «per dare un qualche servizio all’Italia». Ben presto, arruolato dalle Camicie nere e poi, a forza, dagli stessi nazisti, combatté tra l’altro a Cassino, prima di fuggire liberando dei disertori condannati a morte. Lì iniziò la sua conversione filosofico-religiosa. Terminò la guerra coi partigiani, per entrare subito dopo in seminario a Pistoia, e due anni più tardi al prestigioso Capranica di Roma. Ma se ne andò, non condivideva l’incoerenza di tanti ecclesiastici rispetto al Vangelo. Coerenza che trovò invece nella Lubich e nei suoi amici. Nel giro di un mese, la maestra di Trento capì che Dio le aveva inviato quel giovane uomo perché la aiutasse nella realizzazione dell’opera di Dio che già stava nascendo. Foresi cooperò con lei nella realizzazione delle convivenze tra vergini, nell’approvazione da parte della Chiesa del Movimento, nella costruzione di centri e cittadelle, nell’apertura di editrici e riviste, nell’inaugurazione di centri universitari… Da quel giorno la Lubich restò fedele al ruolo che Dio aveva affidato a Foresi, e non lo abbandonò mai più, nemmeno quando, colpito da una grave malattia cerebrale già nel 1967, appena 38enne sparì dalla vita pubblica. Per lei, Pasquale resterà sempre uno dei due cofondatori del Movimento, colui col quale lei si confrontava per ogni decisione da prendere”. Che tipo di sacerdote è stato? Qual era la sua visione della Chiesa? “Su una formazione assai tradizionale sui sacramenti e sulla vita sacerdotale, direi neo-scolastica, Foresi aiutò la Lubich nell’elaborare un’idea originale di applicazione del presbiterato, l’idea di un “sacerdozio mariano” spogliato del “potere” e animato solo da un radicamento profondo nel sacerdozio regale di Gesù. Ancor oggi tale idea di sacerdozio è in corso di applicazione e sperimentazione. Per Foresi, in particolare, il sacerdote doveva essere un campione in umanità, un uomo-Gesù. La visione soggiacente della Chiesa è legata ad una prospettiva profeticamente conciliare: la Chiesa popolo di Dio, la Chiesa-comunione, naturalmente sinodale, con una valorizzazione (che non vuol minimamente dire svalutare le presenze tecnicamente “sacramentali” del Cristo nella sua Chiesa) della presenza di Gesù nell’umanità in modi più “laici”, in particolare della presenza promessa dal Gesù di Matteo: «Dove due o tre sono uniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18, 20)”. Perché Chiara Lubich ha affidato proprio a Foresi, e non a un laico, la realizzazione di alcune opere dei Focolari, le cosiddette “concretizzazioni”, come il centro internazionale di Loppiano, la nascita della casa editrice Città Nuova… “Sarebbe stato bene porre la domanda all’interessata… Noto tuttavia che l’altro cofondatore del Movimento era Igino Giordani, laico, coniugato, deputato, giornalista, ecumenista. Conobbe la Lubich, tra l’altro, già nel 1948. In lui la fondatrice vide la presenza “dell’umanità” nel cuore del suo carisma. Quindi il tiburtino significò per la Lubich l’apertura radicale al mondo, seguendo la preghiera sacerdotale di Gesù: «Che tutti siano uno» (Gv 17, 10). Ma la Lubich in Foresi – tra l’altro di indole più “concreta” dell’“idealista” Giordani – vide colui che l’avrebbe sostenuta praticamente nella costruzione della sua opera. Foresi in questa sua caratteristica era, va detto, estremamente “laico”, pur avendo ben chiaro che la missione del Movimento era innanzitutto ecclesiale, e che non si poteva fare a meno nel realizzarla degli ecclesiastici”. Facciamo un azzardo: se Foresi fosse vivo oggi, cosa direbbe ai Focolari, su cosa li inviterebbe a puntare? “Vero azzardo. Credo che inviterebbe il Movimento al necessario ‘aggiornamento’, guardando allo stato nascente del Movimento. Lo inviterebbe perciò a rileggere e applicare le intuizioni mistiche della fondatrice del 1949-1951, ma anche a riguardare attentamente il processo di realizzazione concreta del Movimento, avvenuto soprattutto nel periodo 1955-1957, in cui altre illuminazioni furono date alla Lubich, indirizzate alla concretizzazione delle intuizioni mistiche precedenti”.
Stefania Tanesini
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20 Lug 2020 | Chiara Lubich
“Il tuo volto, Signore, io cerco”[1] Il seguente pensiero di Chiara Lubich può essere di luce per vivere in modo evangelico anche la prova che a livello planetario stiamo tutti passando. A causa della pandemia molti hanno perso un parente, un amico o un conoscente e tutti siamo chiamati, nei più vari modi, a rispondere ai gridi di dolore che questa pandemia suscita ovunque, riconoscendo in essi dei volti di Gesù abbandonato da amare. (…) In queste ultime settimane ne sono partiti alcuni (dei nostri). (…) E a noi che siamo ancora su questa terra viene da chiedere: che esperienza avranno fatto nel momento del passaggio? Cosa ci direbbero se potessero parlare? Lo sappiamo: hanno visto il Signore. Hanno incontrato Gesù. Hanno conosciuto il suo volto. È una verità di fede che dà una consolazione immensa. Non se ne può dubitare. San Paolo esprime (sono parole sue) il suo “desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo”[2]. Parla quindi di un’esistenza con Cristo che succede direttamente alla morte, senza attendere la risurrezione finale[3]. (…) Questa, dunque, l’esperienza dei nostri arrivati alla mèta cui conduce il Santo Viaggio: l’incontro con Colui che non potrà non amarci, se l’abbiamo amato. Questa – speriamo – sarà anche la nostra esperienza. Ma, per essere certi, occorre prepararvisi fin d’ora, occorre, in certo modo, abituarvisi. Incontreremo il Signore? Vedremo il suo volto? Certamente lo contempleremo splendente se qui l’avremo guardato e amato e accolto abbandonato. Paolo non conosceva nulla sulla terra se non Cristo, ma questi crocifisso. È quello che vogliamo impratichirci a fare anche noi (…): cercare il suo volto. Cercarlo abbandonato. Lo troveremo senz’altro nei piccoli e grandi dolori personali che non mancano mai; nel volto dei fratelli che incontreremo, specie i più bisognosi d’aiuto, di consiglio, di conforto, di una spinta per camminare meglio nella vita spirituale. Lo cercheremo negli aspetti più duri, più faticosi, che comporta il fare le varie attività che ci suggerisce la volontà di Dio; in tutte le disunità vicine e lontane, piccole e grandi (…). Cercheremo il suo volto anche nell’Eucaristia, in fondo al nostro cuore, nelle sue immagini sacre. Va poi contemplato e amato concretamente anche in tutti i grandi dolori del mondo. Sì, anche se per quelli noi ci sentiamo sovente impotenti. Ma forse non è così. Quanto spesso (…) veniamo a conoscere certe calamità già in atto o incombenti su interi popoli o nazioni! Sono calamità che – se la carità di Dio alberga nel nostro cuore – ci cadono addosso come macigni, senza lasciarci respiro. Perché sentiamo – nonostante la nostra buona volontà e le nostre operazioni – di non poter fare nulla di adeguato che migliori le situazioni. Mentre dobbiamo convincerci che qualcosa si può fare. Anche qui, scoperto il suo volto, in queste immani catastrofi, possiamo, con la forza dei figli di Dio che tutto s’attendono dal loro Padre onnipotente, gettare le preoccupazioni, che schiacciano noi e porzioni così vaste di umanità, in Lui, perché pensi a smuovere i cuori dei responsabili dei popoli ancora in grado di fare qualcosa. E dobbiamo essere certi che lo farà. È stato così molte volte. (…) Facciamo (allora) in modo che riecheggi il più spesso possibile nel nostro cuore il versetto del salmo 27 che dice: «Il tuo volto, Signore, io cerco». Il tuo volto addolorato per asciugarti, come ci è possibile, lacrime e sangue e poterlo vedere splendente alla nostra ora, quando faremo l’esperienza dei nostri già arrivati. (…)
Chiara Lubich
(in una conferenza telefonica, Rocca di Papa, 25 aprile 1991) Tratto da: “Il tuo volto io cerco”, in: Chiara Lubich, Conversazioni in collegamento telefonico, pag. 426. Città Nuova Ed., 2019. [1] Sal 27, 8. [2] Fil 1, 23. [3] Cf. 2 Cor 5, 8. (altro…)
18 Lug 2020 | Centro internazionale, Chiara Lubich
Cosa abbiamo imparato dalla pandemia? Con quali strumenti costruire un mondo nuovo? Qual è il contributo specifico di ciascuno di noi? Il dialogo spontaneo di Maria Voce del 16 luglio scorso con una comunità dei Focolari (video). Da un po’ di anni il 16 luglio è sempre festa doppia per le comunità dei Focolari nel mondo: si ricorda lo speciale patto di unità che Chiara Lubich visse con Igino Giordani nel ‘49 ed anche il compleanno della sua presidente, Maria Voce. Anche quest’anno il momento di festa per lei si è trasformato in un’occasione di dialogo spontaneo e informale per parlare a cuore aperto con i presenti sul senso di quella speciale giornata, sulla la vita dei Focolari in questi ultimi tempi e sul contributo del carisma dell’unità in questo periodo così cruciale per l’umanità. Le espressioni di augurio e di affetto che le sono giunte sono state numerosissime e da tutto il mondo, per questo Maria Voce desidera ringraziare particolarmente ciascuno. Pubblichiamo di seguito parte del suo dialogo, allegando anche stralci delle riprese video amatoriali di quel momento. “(…) anche questa pandemia ci ha fatto una grande lezione, no? Bisogna riconoscere. Ci ha fatto soffrire, ci sta facendo ancora soffrire? Non sappiamo quante conseguenze potranno venire ancora di dolore da questa pandemia, no? Però è stata anche una grande lezione. La lezione principale è stata quella di dirci: siete tutti uguali. Siete tutti uguali: ricchi, poveri, potenti, miserabili, ragazzini, grandi, immigrati… siete tutti uguali. Prima cosa. Seconda cosa: siete tutti uguali, però c’è qualcuno che soffre di più nonostante l’uguaglianza. Allora come mai siete tutti uguali? Siete tutti uguali perché Dio ha fatti tutti uguali; diversissimi gli uni dagli altri ma tutti figli suoi, tutti creati da lui con lo stesso amore, un amore grande. Poi sono arrivati gli uomini e hanno cominciato a fare le distinzioni, ancora adesso continuiamo a fare le distinzioni: questo sì, questo no; questo vale di più, questo meno. Questo mi può dare qualche cosa, questo non mi può dare niente; questo mi sfrutta, questo meno… e iniziamo a fare i distinguo e nei distinguo cosa succede?. Succede che ci sono i paesi dove ci sono gli ospedali ben attrezzati e quelli dove non ci sono; ci sono i Paesi dove hanno le mascherine per tutti e ci sono quelli dove non ce le hanno. Ci sono dei paesi, anche nella nostra Italia, dove arriva la fibra ottica e possono fare la scuola a distanza e ci sono paesi dove non c’è. Quindi: tutti uguali davanti a Dio e non tutti uguali davanti agli uomini, non tutti uguali per il cuore degli uomini. Anche per noi è così? Magari anch’io certe volte sto più volentieri con una persona che con un’altra e faccio questa differenza tra una persona e l’altra, lo vedo anch’io e allora vivo veramente il patto se sono così?, cioè quel patto che mi dice di essere pronta veramente a dare la vita l’uno per l’altro? Ma non l’altro che mi piace, ma l’altro chiunque. Oggi si dice che si deve creare un mondo nuovo, l’umanità, tutti dicono che bisogna fare un mondo nuovo. Ecco, in piccolo Chiara l’ha fatto un mondo nuovo; in piccolo la famiglia di Chiara sparsa nel mondo è un mondo nuovo. Naturalmente è un tentativo, è un bozzetto, un piccolo segno, però vuol dire che è possibile. Allora se in piccolo è stato possibile farlo, perché questo piccolo gruppo – che poi è piccolo relativamente perché sono alcune centinaia di migliaia di persone sparse nel mondo – questo piccolo popolo, che è il popolo di Chiara, non è a disposizione di tutti per dire che il mondo nuovo è possibile? E’ possibile: dobbiamo essere convinti che è possibile e poi il passaparola di oggi qual era? ‘Credere nella forza dell’amore’. Perciò, prima di tutto: crederci che l’amore è una forza. L’abbiamo provato? Sì, tante volte l’abbiamo provato. Ma adesso, un pochino è diminuito; è diminuito il termometro dell’amore. Mettiamo un po’ di mercurio che lo faccia salire! Facciamo risalire l’amore e vedrai che tutto risale. Saremo questa realtà che passa nel mondo che beneficheremo, senza bisogno di andare a dire: ‘Sai noi facciamo così, vieni con noi perché noi siamo così’. No, noi siamo quelli che siamo, siamo come gli altri; siamo dei poveri disgraziati come tutti, però viviamo il paradiso e non vogliamo uscire dal paradiso, ma vogliamo stare con gli altri, non vogliamo stare tra di noi in paradiso. Vogliamo portare questo paradiso agli altri, non vogliamo tenercelo, perché sarebbe comodo… e poi il mondo vada a farsi friggere. No! Il mondo deve salvarsi, il mondo dobbiamo salvarlo con il nostro amore”. a cura di Stefania Tanesini https://vimeo.com/439499696 (altro…)
18 Lug 2020 | Collegamento
In dialogo con Vinu Aram, Direttrice del Centro internazionale Shanti Ashram. a cura di Marco Aleotti, Roberto Catalano, Giulio Mainenti. https://vimeo.com/430298611 (altro…)
17 Lug 2020 | Cultura
La vita del Gen Verde durante la pandemia “Eravamo in piena tournee in Spagna e dall’Italia arrivavano notizie preoccupanti sul Covid-19 e sul numero sempre maggiore di contagi. C’era da decidere se sospendere o meno la tournee e come ritornare in Italia. Poche ore (anzi minuti) per decidere cosa fare, comunicarlo agli organizzatori, e nel giro di un giorno imbarcarci su quella che era l’ultima nave in partenza da Barcellona”. Un ricordo ben scandito e ancora vivo quello che Mileni del Gen Verde condivide a distanza di qualche mese e quando in Italia sembra che la pandemia da Covid-19 sia per lo più rientrata. E in questi 4 mesi il Gen Verde ha trasformato una situazione dolorosa in grande opportunità: “ci siamo chieste subito – racconta Annalisa – come aiutare le persone; alcuni amici, che avevano contratto il virus, ci chiedevano di star loro vicini… ma come? Come non lasciarli soli in questi momenti così terribili rispettando, però, il distanziamento sociale? Ci è venuta subito l’idea di collegarci da casa nostra”. Inizia così l’avventura della prima diretta streaming: pochi strumenti, una scarsa rete internet per supportare un collegamento che chissà se e quanti avrebbero visto. A distanza di mesi possiamo dire che sono state tante le dirette streaming che il Gen Verde ha effettuato, così come decine e decine gli appuntamenti via zoom, instagram, skype… occasioni per incontrare giovani e meno giovani di tutto il mondo: dalle Filippine all’Argentina, dagli USA alla Romania, dall’Italia all’Australia. E poi questi mesi sono stati anche la culla adatta per creare nuove composizioni: dal monologo Il silenzio al brano musicale Tears and light, senza tralasciare i video realizzati per condividere, seppur a distanza, il triduo pasquale… e tutto è stato immediatamente condiviso attraverso i social, il canale YouTube e la rete. Un lavoro forse maggiore di quello in tournee e il Gen Verde non ha mai detto un no a chiunque desiderasse vivere un momento di condivisione con loro. “Siamo strafelici – racconta Marita – perché in questi mesi abbiamo incontrato centinaia di migliaia di persone; non posso dire che sia stata la stessa cosa che dal vivo: manca il contatto fisico, il guardarsi negli occhi… ma posso ammettere che mai in soli 4 mesi avremmo potuto incontrare così tante persone. Per noi del Gen Verde è stata un’esperienza oltre ogni aspettativa”. Ed ora, annunciato l’ultimo incontro di questo primo ciclo di appuntamenti, il Gen Verde si dedica a nuovi progetti e nuove proposte da condividere al più presto. Insomma il Gen Verde guarda sempre lontano e non si ferma mai. Ma quale il segreto? “Noi viviamo non guardando a noi stesse – spiega Sally –; quello che ci interessa è costruire rapporti che puntino alla fraternità universale. In questi mesi di pandemia abbiamo ricevuto tantissimi echi dopo le nostre dirette streaming e queste impressioni sono quelle che ci hanno fatto andare sempre avanti cercando di dare il meglio di noi. Non ci illudiamo e non vogliamo illudere nessuno: la pandemia non è stata uno scherzo e in tanti Paesi la situazione è ancora molto critica, tuttavia siamo certe che quanto abbiamo fatto sia stato per tanti almeno vivere un attimo di sollievo, di ristoro”.
Tiziana Nicastro
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16 Lug 2020 | Chiara Lubich
Chiara Lubich racconta lo speciale patto di unità stipulato con Igino Giordani (che chiamò “Foco”) il 16 luglio 1949, preludio alla sua esperienza mistica di quell’estate. Da un’intervista rilasciata alla giornalista Sandra Hoggett nel 2002 https://vimeo.com/438602405 (altro…)
15 Lug 2020 | Sociale
I giovani dei Focolari hanno iniziato la nuova campagna #daretocare per prendersi cura delle nostre società e del pianeta Terra ed essere cittadini attivi per cercare di costruire un pezzetto di mondo unito. L’intervista a Elena Pulcini, docente di filosofia sociale presso l’università di Firenze in Italia.
Elena Pulcini, docente di filosofia sociale presso l’università di Firenze (Italia), per molti anni si è dedicata come ricercatrice al tema della cura. È intervenuta durante il primo live streaming #daretocare dei giovani del Movimento dei Focolari il 20 giugno scorso. L’esperienza della pandemia che stiamo attraversando che impatto ha avuto sulla sua visione della cura? “Mi sembra soprattutto che sia emersa un’immagine di cura come assistenza – ha spiegato la Pulcini -. Pensiamo a tutto il personale medico e sanitario. Questo ha risvegliato elementi positivi, passioni che sono state in qualche modo dimenticate, come la gratitudine, la compassione, il sentimento della nostra vulnerabilità. E questo è stato molto positivo perché ne abbiamo davvero bisogno ed è necessario risvegliare quelle che chiamo passioni empatiche. Allo stesso tempo, tuttavia, la cura è rimasta un po’ chiusa all’interno di un significato essenzialmente assistenziale, ciò che in inglese è chiamato “cure” e non “care”. La cura deve diventare un modo di vivere”. Ci piace sognare una società in cui la cura sia l’asse portante dei sistemi politici locali e globali. È un’utopia o è realizzabile? “Sicuramente la cura significa rispondere a qualcosa. In questo caso vuole dire rendersi conto dell’esistenza dell’altro. Dal momento in cui realizzo questo e non sono chiuso nel mio individualismo si produce una capacità che abbiamo dentro di noi che è l’empatia, cioè mettersi nei panni dell’altro. Ma chi è l’altro oggi? Ecco, stanno emergendo nuove figure di ciò che consideriamo l’altro per noi. Quindi l’altro oggi è il diverso, sono anche le generazioni future, è anche la natura, l’ambiente, la Terra che ci ospita. Dunque la cura diventa davvero la risposta complessiva alle grandi sfide del nostro tempo, se la sappiamo ritrovare attraverso la capacità empatica di relazionarci con l’altro. Quindi non so se sia davvero realizzabile ma penso che non possiamo perdere la prospettiva utopica. Non basta la responsabilità, c’è bisogno di coltivare anche la speranza”. Quali suggerimenti ci daresti per agire in tal senso e orientare alla cura le nostre società a partire dalle istituzioni? “Credo che dobbiamo agire in tutti i luoghi in cui noi operiamo per far uscire la cura dall’ambito ristretto della sfera privata. (…) Io mi devo pensare come un soggetto di cura nella mia famiglia, nella mia professione di docente, quando incontro un povero emarginato per strada o quando vado a fare il bagno in spiaggia, devo prendermi cura di tutte le dimensioni. Dobbiamo adottare la cura come stile di vita in grado di spezzare il nostro individualismo illimitato che sta portando non solo l’autodistruzione dell’umanità, ma anche la distruzione del mondo vivente. Pertanto, dobbiamo cercare di rispondere con la cura alle patologie della nostra società, il che vuol dire educare alla democrazia. Io ho molto amato un filosofo dell’ottocento che si chiama Alexis de Tocqueville, il quale diceva che “dobbiamo educare alla democrazia”. È una lezione ancora tutta da imparare e credo che questo significhi coltivare le proprie emozioni empatiche in modo da essere stimolati alla cura con piacere, con gratificazione, non con costrizione”.
A cura dei giovani dei Focolari
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14 Lug 2020 | Cultura
A cinque anni dalla pubblicazione dell’Enciclica di Papa Francesco, il paradigma dell’ecologia integrale guida la lettura di questo tempo di pandemia. Intervista a Luca Fiorani, responsabile di EcoOne.
Sono passati cinque anni dalla pubblicazione della Laudato Si, l’Enciclica di Papa Francesco sulla cura del pianeta. Ne parliamo con Luca Fiorani, docente presso le università Lumsa, Marconi e Sophia, ricercatore ENEA e responsabile di EcoOne, la rete ecologica del Movimento dei Focolari. In tempo di pandemia, quali insegnamenti possono venire dalla Laudato Si e dal suo paradigma dell’ecologia integrale? Penso al “tutto connesso”. Il Papa, prima della pandemia, ce ne ha fatto assaporare il lato positivo, la meravigliosa relazione che esiste fra gli elementi naturali, persona inclusa. La pandemia, invece, ha sottolineato il lato oscuro di questo “tutto connesso”, perché l’attività umana, che ha portato alla distruzione degli habitat naturali, e il salto di specie del virus dall’animale all’uomo sono legati. Qual è il fondamento evangelico dell’impegno per la cura del Creato? È “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Uno dei concetti chiave della Laudato Si è “ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. È vero che per il Vangelo la natura ha valore in sé, ma è anche vero che aver cura della natura significa assicurare un pianeta in buona salute per i più svantaggiati e per i nostri figli. Significa ricordarci del “miliardo inferiore”, quel miliardo di persone che è vittima di una “pandemia cronica”, dovuta a 17 malattie tropicali trascurate. Il concetto dell’ecologia integrale può orientare i percorsi futuri? Questo è il concetto fondamentale di tutto l’insegnamento di Papa Francesco, che ci invita a superare l’attuale sistema socio-economico. Oggi viviamo nel paradigma della rivoluzione industriale, che considera le risorse naturali illimitate. Queste risorse sono invece limitate e quindi bisogna trovare un modello di sviluppo diverso, che tenga conto anche delle esigenze dei popoli dimenticati dalle società cosiddette “evolute”. La Laudato Si invita ad una “conversione ecologica”. Cosa significa vivere i principi dell’ecologia integrale? L’ecologia integrale non riguarda solo l’ambiente ma tutti gli aspetti della vita umana, la società, l’economia, la politica. Dunque ognuno di noi deve cercare di cambiare la propria vita a partire, per esempio, dalle scelte di consumo. Poi possiamo scegliere governanti sensibili alla cura della natura e fare campagne di pressione per il disinvestimento dalle fonti fossili in favore di quelle rinnovabili. In questo anno speciale di celebrazioni della Laudato Si, con quali iniziative sarà presente il Movimento dei Focolari? Il Movimento partecipa alle iniziative della Chiesa Cattolica e agli eventi promossi dal Global Catholic Climate Movement, a cui aderisce. Inoltre, organizza il convegno “New ways towards integral ecology” che si terrà a Castel Gandolfo (RM) dal 23 al 25 ottobre, i cui dettagli sono disponibili su www.ecoone.org Il suo ultimo libro si intitola “Il sogno (folle) di Francesco. Piccolo manuale (scientifico) di ecologia integrale”. Perché parla di un sogno folle? Perché sembra veramente impossibile far cambiare rotta a questo pianeta, verso un mondo in cui ci sentiamo tutti fratelli e costruiamo più ponti che muri, ma – come diceva la fondatrice dei Focolari Chiara Lubich – “solo chi ha grandi ideali fa la storia!”.
Claudia Di Lorenzi
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13 Lug 2020 | Chiara Lubich
L’essere confinati ha spesso messo alla prova la nostra carità. Non è facile infatti vivere chiusi in casa e ritrovarsi gomito a gomito. Quando si è molto vicini si toccano i limiti gli uni degli altri e questi ci chiedono un “di più di amore” che si chiama “sopportazione”. È consolante sapere che pure Chiara Lubich nella sua vita di comunità ha incontrato questo tipo di difficoltà. (…) Ho preso in mano, [in] questi giorni, un libro (…) intitolato Il segreto di Madre Teresa, di Calcutta, ovviamente. Lo apro a metà, là dove parla di «mistica della carità». Leggo questo capitolo e altri. Mi immergo con grande interesse in quelle pagine: tutto ciò che riguarda questa prossima santa mi interessa personalmente: è stata, per anni, una mia preziosissima amica. Mi viene in luce, lampante, la radicalità estrema della sua vita, della sua vocazione totalitaria, che impressiona e quasi spaventa, ma, soprattutto, mi spinge ad imitarla in quel tipico impegno, radicale e totalitario, che Dio chiede a me. (…) Mossa da questa convinzione, prendo in mano il nostro Statuto convinta che avrei trovato lì la misura ed il tipo di radicalità di vita che il Signore domanda a me. Apro e subito, alla prima pagina, ho un piccolo choc spirituale, come per una scoperta del momento (e son quasi sessant’anni che lo conosco!). Si tratta della «norma delle norme, la premessa d’ogni altra regola» della mia e della nostra vita: generare – così si esprimeva papa Paolo – e mantenere, prima e innanzitutto, (…) Gesù fra noi col vicendevole amore. (…) Propongo subito di vivere la norma intanto nel mio focolare e con chi mi sta più vicino. Ma, lo sappiamo: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”[1]. E anche a casa nostra non è sempre tutto perfetto: qualche parola in più, mia o di altre, qualche silenzio di troppo, qualche giudizio avventato, qualche piccolo attaccamento, qualche sofferenza mal sopportata, che rendono senz’altro scomodo Gesù fra noi, se non ne impediscono la presenza. Comprendo che devo essere io, per prima, a fargli posto, tutto appianando, tutto colmando, tutto condendo con la massima carità; tutto, nelle altre e in me, “sopportando”, parola da noi in genere non usata, ma molto consigliata dall’apostolo Paolo. Sopportare è una carità non certo qualunque. È una carità speciale, la quintessenza della carità. Comincio. E non va male, anzi cammina! Altre volte avevo invitato subito le mie compagne a fare altrettanto. Ora no. Sento il dovere di fare prima tutta la mia parte, e ha effetto. E inoltre mi riempie il cuore di felicità, forse perché, in questo modo, Lui riappare presente e rimane. Più tardi lo dirò, ma continuando a sentire il dovere di proseguire, come fossi sola, a comportarmi così. Ed è al colmo la mia gioia quando mi sovvengono le parole di Gesù: “Misericordia io voglio e non sacrificio”[2]. Misericordia! Ecco la carità sopraffina che ci è domandata e vale di più del sacrificio, perché il più bel sacrificio è quest’amore che sa anche sopportare, che sa, all’occorrenza, perdonare e dimenticare. (…) È questa la radicalità, è questa la totalitarietà chiesta alla nostra vita.
Chiara Lubich
(in una conferenza telefonica, Rocca di Papa, 20 febbraio 2003) Tratto da: “Per essere una piccola Maria”, in: Chiara Lubich, Conversazioni in collegamento telefonico, pag. 650. Città Nuova Ed., 2019. [1] Cf. Gv 8, 7. [2] Mt 9, 13. (altro…)
11 Lug 2020 | Collegamento
“Il dialogo interreligioso di Chiara Lubich – dice Maria Voce, Presidente dei Focolari – è stata una vera profezia che adesso si sta realizzando come una risposta concreta ai bisogni dell’umanità”. Il Copresidente Jesús Morán spiega come l’etica della cura sia alla base del nuovo Pathway che sarà lanciato il 20 giugno 2020 dai giovani dei Focolari. https://vimeo.com/429563312 (altro…)
10 Lug 2020 | Focolari nel Mondo
Le due crisi che stanno scuotendo il paese pandemia e razzismo –potrebbero portare a un futuro migliore. Un contributo di Susanne Janssen, direttore di Living City Magazine.
Il razzismo è un virus che non è mai stato debellato negli Stati Uniti. Dopo la Guerra Civile (1861–1865), la schiavitù era stata dichiarata sconfitta sulla carta, ma ancora oggi persone di colore e bianchi non vengono trattati allo stesso modo. La morte di George Floyd ha riportato alla luce il problema. Poiché gli 8 atroci minuti durante i quali Floyd ha implorato per la sua vita sono stati filmati, non si poteva più affermare che fosse solo colpa della vittima; questo video, insieme alle tante persone (non solo afroamericane) che si sono unite durante le manifestazioni contro il razzismo, rappresentano un segno che questa volta qualcosa è diverso. Speriamo che quanto è successo non si esaurisca solo in un’ondata di proteste, ma che sia portatore di un cambiamento vero. Il ruolo della Chiesa Dopo alcuni giorni di silenzio, la Chiesa è scesa accanto a coloro che contestano il razzismo. Il cardinale di Boston, Sean O’Malley, ha scritto che l’omicidio di George Floyd “è una prova dolorosa di ciò che è ed è stato per gli afroamericani: il fallimento di una società che non è in grado di proteggere la loro vita e quella dei loro figli. Le manifestazioni e le proteste di questi giorni sono richieste di giustizia ed espressioni strazianti di profondo dolore emotivo da cui non possiamo allontanarci.” Anche la conferenza episcopale degli Stati Uniti ha affermato che il razzismo è come il peccato originale degli Stati Uniti, che accompagna la crescita della nazione e la impregna fino ad oggi. S’intensificano nella chiesa e nella società gli spazi di riflessione. I primi passi Con lo slogan “togliere i fondi” si vuol andare oltre una semplice operazione di ristrutturazione del corpo di polizia. S’intende piuttosto incominciare daccapo e dar vita ad una polizia più controllata dai cittadini. Negli ultimi anni si parla molto della sua progressiva militarizzazione; ma ad onor del vero occorre anche dire che molti dei compiti che svolge di fatto competerebbero agli assistenti sociali. A differenza di casi di violenza contro afroamericani accaduti in passato, oggi tante persone cercano di imparare, ascoltare e affrontare il passato, concentrando la riflessione problemi strutturali rimasti dopo l’abolizione della schiavitù e quelli legati alla segregazione, come le cosiddette “leggi di Jim Crow” e la legge sui diritti civili del 1964. Sì, perché guardare in faccia i pregiudizi che sono dentro ognuno e i privilegi sociali di cui godono i bianchi, è già un primo passo. Due autori, Ibram X. Kendi e Robin DiAngelo, affermano che serve un passo che vada oltre l’“essere una persona buona”. Occorre invece combattere le strutture di oppressione. Ancora oggi, in una situazione quotidiana come un controllo di polizia, solo il colore della pelle può fare la differenza tra la vita o la morte. Il contributo dei Focolari In primo luogo, le comunità del Movimento dei Focolari cercano di esaminare se anche al proprio interno ci siano discriminazioni e razzismo. Il pensiero dei Focolari sulla giustizia razziale è un punto di partenza per entrare in dialogo sincero fra di noi e con le persone attorno a noi. Facciamo spazio all’ascolto di dolorose testimonianze di razzismo, ma anche del vissuto di chi è cresciuto in un contesto di bianchi e cerca di avviare un processo di riconoscimento dei propri limiti. Queste conversazioni non sono facili, ma sono necessarie per ricostruire relazioni più vere. “Se non siamo attenti, finiremo per sottoscrivere i principi della retorica comune sulla diversità che spesso supporta i privilegi e accentua le differenze,” afferma una docente latina di colore. Un academico di più di 80 anni condivide come nella sua vita abbia dovuto imparare ad essere più aperto, soprattutto quando una delle sue figlie si è sposata con un giamaicano. “Ho pensato che i loro figli avrebbero sofferto la discriminazione. Ma adesso vedo come sono un esempio luminoso per tanti”. Il ruolo dei giovani I giovani sono in prima fila e chiedono un cambio di mentalità. Dice una giovane di razza mista: “Voglio aiutare i miei fratelli e le mie sorelle affinché siano ascoltati di più, altrimenti me ne pentirò per tutta la vita…” Anche lo slogan “Black Lives Matter” che ha unito tante persone e affollato strade è oggetto di polarizzazione. Non di rado ci si imbatte in messaggi che cercano di screditare chi lotta per una maggiore giustizia, ma pian piano si nota un cambio nell’opinione pubblica. Tanti, infatti, condannano il modo in cui il presidente Donald Trump ha gestito queste crisi recenti: la pandemia e il razzismo strutturale. Per adesso il candidato della Partito Democratico, Joe Biden, ha un vantaggio nei sondaggi del 13%, ma è ancora presto per dire come sarà la situazione in novembre quando gli Americani saranno chiamati alle urne.
Susanne Janssen, direttore Living City magazine
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9 Lug 2020 | Focolari nel Mondo
Le organizzazioni sociali dei Focolari servono più di 3.500 famiglie e creano reti di solidarietà durante la pandemia. Distribuite su tutto il territorio nazionale, le ventuno organizzazioni sociali ispirate al carisma del Movimento dei Focolari stanno dando un’importante testimonianza di solidarietà e fraternità in tempi di pandemia.

Foto: Obra Lumen
Il rapporto instaurato negli anni con le famiglie in condizioni di vulnerabilità sociale ha permesso a queste organizzazioni di prendere coscienza delle molteplici sfide che si trovano ad affrontare in questo difficile periodo. E la lista è lunga. Le comunità denunciano il timore di esposizione al virus, la situazione delle loro piccole e spesso malsane abitazioni, dove l’isolamento sociale è quasi impossibile, la difficoltà di ricevere l’assistenza del Governo, l’affollamento in ospedali e trasporti pubblici e gli enormi tassi di disoccupazione: secondo uno studio pubblicato dal giornale Nexo, nelle baraccopoli, in 7 famiglie su 10 ci sono persone che sono rimaste disoccupate durante la pandemia. Per tutto questo, lo sappiamo, la pandemia non è democratica. “Pure in mezzo alle difficoltà, abbiamo il desiderio di continuare ora con più vigore a ‘dare la vita’ per la nostra gente. Per questo motivo, le organizzazioni sociali continuano a servire in modo nuovo le comunità nelle quali sono inserite. Non ci sono attività in presenza, ma l’incessante lavoro continua“, sottolinea Virginia Tesini, rappresentante nazionale del Movimento dei Focolari per le opere sociali. 
Foto: Instituto Mundo Unido
Tutte le organizzazioni hanno svolto azioni di solidarietà in questo periodo. E vorremmo condividere con voi alcuni numeri di questa rete di generosità, grazie al contributo di molti membri e amici del Movimento dei Focolari e di queste organizzazioni: 3500 aiutate con regolarità; 130 tonnellate di alimenti non deperibili donati; 3 tonnellate di alimenti naturali; 30 tonnellate di materiali per igiene e pulizia; 30.000 pranzi; 10.000 mascherine in tessuto. La creatività è grande e anche i cestini di cibo tipici delle feste di giugno sono stati distribuiti, rafforzando la nostra cultura. “Inoltre, diverse nostre organizzazioni hanno fatto rete per le raccolte, ginkane solidali, donazioni di opere d’arte da parte di artisti con vendita attraverso i social network e donazione di fondi all’organizzazione, servizio virtuale con un team di professionisti per le persone che soffrono di depressione e ansia, corsi, azioni per prevenire il coronavirus e persino creazione di posti di lavoro e reddito con la realizzazione di mascherine, per citare solo alcune iniziative”, ha completato Tesini. Di fronte a realtà così impegnative e a risposte così immediate ed umane, non possiamo che essere d’accordo con Papa Francesco nella sua lettera ai movimenti popolari, di cui riportiamo qui di seguito un passo: “Se la lotta contro COVID-19 è una guerra, voi siete un vero esercito invisibile che combatte nelle trincee più pericolose. Un esercito che non ha altra arma che la solidarietà, la speranza e il senso di comunità che riverbera in questi giorni in cui nessuno si salva da solo. Voi siete per me, come vi ho detto nei nostri incontri, dei veri poeti sociali, che dalle periferie dimenticate creano degnamente soluzioni ai problemi più urgenti degli esclusi.” __________ Se vuoi contribuire, anche a distanza, a qualche azione di solidarietà delle opere sociali del Movimento dei Focolari in Brasile, consulta la lista sottostante. Regione Sud: Porto Alegre (RS) – AFASO-RS – Associação de Famílias em Solidariedade do Rio Grande do Sul. Florianópolis (SC) – IVG – Instituto Vilson Groh Curitiba (PR) – Anpecom (com atuação nacional) -> campagna straordinaria Covid-19 Regione Sud-Est: Vargem Grande Paulista (SP) – Mariápolis Ginetta – SMF – Sociedade Movimento dos Focolari Itapetininga (SP) – ANSPAZ – Associação Nossa Senhora Rainha da Paz (con prestazioni a livello nazionale) Guaratinguetá (SP) – Fazenda da Esperança – Campanha emergencial para abrigar moradores de rua (organizzazione attiva a livello internazionale) São José do Rio Pardo (SP) – MAPEAR – Associação Mobilizando Amigos pelo Amor Rio Grande da Serra (SP) – PROFAVI – Promoção a Favor da Vida São Paulo (SP) – AFAGO-SP – Associação de apoio à família, ao grupo e à comunidade – São Paulo Rio de Janeiro (RJ) – Grupo Pensar Rio de Janeiro (RJ) – CMSMA – Casa do menor São Miguel Arcanjo (organizzazione attiva a livello internazionale) Juiz de Fora (MG) – Casa Bethanea Regione centro-occidentale: Brasília (DF) – AFAGO-DF – Associação de apoio à família, ao grupo e à comunidade do Distrito Federal Regione Nord-Est: Maceió (AL) – IMU – Instituto Mundo Unido Recife (PE) – Escola Santa Maria Recife (PE) – AACA – Associação de apoio à criança e ao adolescente Recife (PE) – Comunidade Católica Lumen Teresina (PI) – NAV – Núcleo de Ação Voluntária Itapecuru-Mirim (MA) – SERCOM – Serviço Comunitário – Projeto Magnificat Regione Nord: Belém (PA) – Mariápolis Glória – NAC – Núcleo de Ação Comunitária Manaus (AM) – ACACF – Associação Comunitária de Apoio à Criança e à Família – Projeto Roger Cunha Rodrigues Fonte: http://www.focolares.org.br Se vuoi dare il tuo contributo per aiutare quanti soffrono degli effetti della crisi globale del Covid, vai a questo link (altro…)
8 Lug 2020 | Focolari nel Mondo
Se da un lato il Governo dimostra incapacità nel condurre i brasiliani verso il superamento della crisi, dall’altro si va tessendo un’impressionante rete umanitaria. Un approfondimento a cura del caporedattore di Cidade Nova. Quando ho iniziato a scrivere questo articolo, più di 51 mila persone erano già morte in Brasile, vittime di Covid-19, dal mese di marzo quando la malattia è arrivata nel Paese. Inoltre, è stato stimato che oltre 1 milione di persone siano già state contagiate. Questo senza considerare i casi non ufficialmente segnalati. Nelle città in cui è stata recentemente consentita una certa apertura alla circolazione, il numero di nuovi casi è aumentato in modo significativo. A parte la buona notizia che la maggior parte di queste persone è sopravvissuta al nuovo coronanvirus, il numero di morti è spaventoso. Per gli specialisti in generale, le posizione del Governo federale nella lotta contro la malattia e la mancanza di consapevolezza di molti cittadini brasiliani sulla pericolosità del Covid-19, insieme, spiegano questa situazione disastrosa.

Foto: Magnificat
Per quanto riguarda il comportamento della popolazione, sembra che molte persone si convincano della facilità di contagio o addirittura del pericolo di vita, solo quando una persona a loro vicina è vittima della malattia. Altri rischiano i contatti in pubblico, anche coscienti del problema, perché non riescono a trovare un altro modo per mantenere la propria famiglia. Non tutti infatti possono lavorare da casa. In realtà, il tasso di disoccupazione sta crescendo rapidamente e una recessione acuta tende ad essere inevitabile, così come il collasso dell’economia. Per quanto riguarda la posizione del Governo federale, il presidente Jair Messias Bolsonaro è quotidianamente e duramente criticato per non aver agito a favore della popolazione sia per proteggerla che per salvaguardare chi è vittima del contagio, soprattutto la grande massa della popolazione economicamente più vulnerabile. Contrariamente a quanto sostengono gli esperti di tutto il mondo, egli insiste nel chiedere alle persone di uscire dall’isolamento sociale e di tornare alle loro normali attività, con la giustificazione che tutti noi “moriremo di fame se l’economia si fermerà”. Sulla scia di questa posizione, Bolsonaro ha criticato i Governatori e i Sindaci dello Stato per aver insistito sul confinamento sociale; ha attaccato la stampa con la giustificazione che la divulgazione dei dati sulla malattia viene travisata e ha persino incoraggiato i suoi sostenitori più radicali a invadere gli ospedali per dimostrare che ci sono dei letti liberi, contrariamente a quanto riportato dai media in generale. Anche il ritardo nella pubblicizzazione del bilancio dei morti sembra riflettere questo atteggiamento del Presidente nella lotta contro l’isolamento sociale, finora l’unica pratica sicura e raccomandata per prevenire il contagio da coronavirus. Oltre al fatto che, dopo aver perso due medici che occupavano la carica di Ministro della salute, in questo momento questo ministero, cruciale per il contesto attuale, è provvisoriamente guidato dal generale dell’esercito Eduardo Pazzuelo, paracadutista in formazione e senza alcuna conoscenza o esperienza nel campo della sanità pubblica o privata. Vale la pena notare che il Brasile ha un sistema sanitario pubblico considerato un modello dagli specialisti di tutto il mondo, il SUS (Unified Health System). Tuttavia, a lungo indebolito dalla mancanza di investimenti e di politiche pubbliche adeguate, questo sistema si è rivelato insufficiente a servire la popolazione, soprattutto i più bisognosi. I più accaniti sostenitori del Presidente brasiliano seguono le idee di Bolsonaro, sostenendo che è stato eletto democraticamente (e questo va rispettato), che i media indicano solo ciò che considerano negativo del Governo (e non mostrano mai il bene che ha fatto) e, peggio, non presentano la realtà dei fatti. Alla fine, il bilancio di questo scontro è che, di fatto e ancora una volta, è la popolazione brasiliana in generale, soprattutto i poveri, a perdere. In realtà, la storica disuguaglianza sociale del Brasile è stata esacerbata dalla crisi sanitaria ed economica causata dalla pandemia di Covid-19. Una consolazione e una speranza di fronte a questo quadro complesso, nasce da una rete silenziosa di eroi anonimi che si accettano di correre rischi e non misurano gli sforzi per aiutare coloro che più hanno bisogno e soffrono a causa di questa crisi senza precedenti. 
Foto: Centro Social Roger Cunha Rodrigues
Solidarietà in rete Appena iniziata la pandemia di Covid-19, molte persone, gruppi e istituzioni civili e religiose in Brasile, come in altre regioni del mondo, si sono rimboccate le maniche e hanno cominciato a mobilitarsi per aiutare i più vulnerabili in questa situazione: gli anziani, i malati, i poveri e altri. Una grande rete di solidarietà si è tessuta in tutto il Paese, guidata da eroi anonimi, tra i quali molti sono diventati veri martiri, vittime fatali della malattia. Questo senza contare il lavoro dei professionisti della salute e di altri (come coloro che operano nel campo della sicurezza, dei trasporti, i commercianti di alimenti e medicinali) che si pongono in prima linea in questa lotta contro il coronavirus. Questi gesti di solidarietà possono essere semplici, originali e di proporzioni diverse: vale la pena sia fare la spesa per il vicino anziano che distribuire cibo alle persone che vivono in strada. Vidal Nunes, ad esempio, docente universitario, della città di Vila Velha (stato di Espírito Santo) ha preparato una grande pentola di zuppa e ha deciso di offrirla ai vicini. L’iniziativa ha contagiato una di queste persone che si è proposta di formare un gruppo di mutuo aiuto tra i residenti del condominio. 
Foto: Instituto Mundo Unido
Anche gli enti che si dedicano ad opere sociali hanno iniziato a concentrare gli sforzi per aiutare le persone più colpite da questa crisi. Un esempio di questo lavoro è l’iniziativa congiunta di Obra Lumen e Fazenda da Esperança, a cui hanno aderito diversi altri enti, che ora accolgono i residenti senza fissa dimora in diverse regioni del Brasile. Altre organizzazioni – come l’Associazione Nazionale per l’Economia di Comunione (Anpecom) – hanno mobilitato aziende e imprenditori associati e simpatizzanti per realizzare una comunione di risorse nell’aiutare le famiglie povere. Nel Distretto Federale e nella città di Goiânia, nella regione centro-occidentale del Paese, un gruppo di persone di età diverse, legate al Movimento dei Focolari, ha organizzato e avviato il Progetto Be Light, attraverso il quale ha portato aiuto materiale e guida alle famiglie in difficoltà e anche ad un villaggio indigeno della regione. La rivista Cidade Nova ha rilevato che, tra la fine di marzo e la fine di aprile di quest’anno, secondo i calcoli dell’Associazione Brasiliana per l’Acquisizione delle Risorse, sono stati effettuati 1,1 miliardi di reais (circa 165 mila euro) in donazioni da parte di banche e aziende. La solidarietà non è solo in termini di aiuti materiali. C’è anche chi ha deciso di mobilitarsi per aiutare i propri amici ad assumere un comportamento sano durante il periodo di isolamento. È il caso dell’insegnante di Educazione Fisica, Renata Castilho Leite, della città di São José dos Campos (Stato di San Paolo), che ha deciso di registrare più di 40 piccoli video con le linee guida per l’esercizio fisico che tutti possono fare a casa. 
Foto: Associação de Atendimento a Criança e ao Adolescente
C’è ancora chi accetta di correre dei rischi o di superare gli ostacoli per agire in modo solidale. Uno di questi esempi viene dalla direttrice della scuola pubblica Cleusa Regina de Vargas Araújo, del piccolo Garuva (interno dello stato di Santa Catarina, regione meridionale del Brasile). Quando si è resa conto che molti dei suoi studenti non avevano accesso ad Internet e non potevano continuare gli studi a distanza durante il periodo di isolamento sociale, non ha avuto dubbi: ha percorso fino a 6 chilometri per consegnare materiale e pasti scolastici di casa in casa. Oltre a questo gesto di donazione materiale, la preside ha voluto donare il proprio tempo e la sua attenzione agli studenti e ai parenti che hanno trovato in lei qualcuno in grado di accoglierli. A giudicare da questa e da migliaia di altre esperienze, che non faranno notizia, in tempi di distanziamento sociale, questo incontro tra le persone non è mai stato così importante per un Paese che ha bisogno di cambiare strategia contro il coronavirus.
Luís Henrique Marques
Redattore capo della rivista Cidade Nova
Se vuoi dare il tuo contributo per aiutare quanti soffrono degli effetti della crisi globale del Covid, vai a questo link (altro…)
7 Lug 2020 | Cultura
“Discovering Gen Rosso”, per andare alle radici della storia del complesso artistico internazionale L’arrivo del coronavirus e di conseguenza il lockdown hanno messo in crisi le abitudini di tutti. Anche il complesso artistico internazionale Gen Rosso ha dovuto reinventare le proprie giornate rimanendo chiusi in casa.
“Questo lockdown ha dato la possibilità ad ognuno di noi di andare ancora più in profondità in quei messaggi che cantiamo da più di 50 anni – afferma Massimiliano Zanoni, responsabile delle produzioni -. Abituati a girare il mondo, ad incontrare gente e portare musica sui palchi dei 5 continenti, ci siamo ritrovati rinchiusi dentro le quattro pareti di casa nostra. Invece delle città, dei mari e delle montagne, ora avevamo un computer e poche finestre da cui guardare fuori. Invece delle migliaia di persone che incontravamo in ogni tour, ora ne avevamo tre, quattro che vivono con noi. Non potevano ritrovarci tutti e 25, per lavorare, creare, e suonare insieme come avevamo fatto per 53 anni”. E così, dopo una prima serie di live streaming dal nome “Gen Rosso a casa tua”, con i quali sono entrati nelle case delle persone, hanno pensato di ritornare alle radici con alcuni live storici. È nato il progetto “Discovering Gen Rosso” per riportare le persone a casa della band.
“Tanti non sanno che non facciamo solo concerti – continua Massimiliano Zanoni -, ma anche progetti con le scuole o il Village, che sono settimane di convivenza con giovani artisti per fargli vivere l’esperienza di unità nella creazione artistica. Così, come quando si invita qualcuno a casa nostra per la prima volta e, in segno di accoglienza, si fa fare il giro della casa, noi con Discovering Gen Rosso abbiamo voluto mostrare qualche pagina del nostro album di ricordi, come il musical una storia che cambia o Streetlight, rendendoli partecipi dei nostri attuali progetti, come il Village e i progetti Forti senza Violenza, svelando qualche piccola idea per il futuro”. Discovering Gen Rosso è un nuovo passo verso quella evoluzione che ha permesso al complesso internazionale di essere costruttori di Unità in tutto il mondo, in tanti anni di storia. Ecco i prossimi appuntamenti sulla pagina Youtube della band: il 16 luglio, uno streaming dedicato al Village (corsi artistici che esegue il Gen Rosso); il 28 luglio il lancio del nuovo singolo “Shock of the World”. In realtà parlare di “singolo” è un po’ riduttivo perché c’è in cantiere un intero nuovo album che sarà svelato prossimamente. Infine il 2 agosto si concluderanno i live streaming con il concerto LIFE, ultima produzione del Gen Rosso in diretta da Loppiano.
Lorenzo Russo
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6 Lug 2020 | Chiara Lubich
Le statistiche che ci tengono quotidianamente al corrente della diffusione della pandemia nel mondo e le immagini che ci arrivano dai Paesi maggiormente colpiti suscitano in noi sentimenti simili a quelli espressi nella seguente preghiera di Chiara Lubich. Pure il nostro pianeta, sempre più sofferente, chiama e aspetta il nostro amore fattivo e deciso. Signore, dammi tutti i soli… Ho sentito nel mio cuore la passione che invade il tuo per tutto l’abbandono in cui nuota il mondo intero. Amo ogni essere ammalato e solo: anche le piante sofferenti mi fanno pena…, anche gli animali soli. Chi consola il loro pianto? Chi compiange la loro morte lenta? E chi stringe al proprio cuore il cuore disperato? Dammi, mio Dio, d’esser nel mondo il sacramento tangibile del tuo Amore, del tuo essere Amore: d’esser le braccia tue che stringono a sé e consumano in amore tutta la solitudine del mondo.
Chiara Lubich
Scritto dal 1 settembre 1949, in Chiara Lubich, La dottrina spirituale, Mondadori, Milano 2001, pag 124; Città Nuova, Roma 2006, pag 135. . (altro…)
3 Lug 2020 | Sociale
La Presidente della Commissione Europea risponde alla lettera con la quale New Humanity e il Movimento Politico per l’Unità, espressioni civile e politica del Movimento dei Focolari, domandano ai rappresentanti politici europei di stringere un “patto di fraternità” che li impegni a considerarsi membri della patria europea come di quella nazionale, trovando insieme le soluzioni che ancora si frappongono all’unità europea.
“Per raggiungere gli obiettivi dei padri e delle madri che fondarono una vera alleanza in cui la fiducia reciproca diventa forza comune, dobbiamo fare le cose giuste insieme e con un solo grande cuore, non con 27 piccoli cuori”. Così Ursula Von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, in una lettera a New Humanity, ONG internazionale e al Movimento Politico per l’Unità (MPPU) dei Focolari. I responsabili della ONG New Humanity e della sua sezione politica MPPU, componenti civile e politica del Movimento dei Focolari, avevano infatti scritto alla Presidente della Commissione Europea per incoraggiare il lavoro comune per affrontare l’impatto della pandemia COVID-19 e per garantire il supporto di idee e progettualità anche nella fase della costruzione della Conferenza sul futuro dell’Europa: “L’unità politica, economica, sociale e culturale dell’Unione Europea sarà la risposta storica e geo-politica globale all’altezza della sfida possente della pandemia del 2020”.
Ursula Von der Leyen, Presidente della Commissione Europea dal 1 dicembre 2019, ha sottolineato nella risposta come l’Unione Europea abbia garantito la più grande risposta mai data a una situazione di crisi e di emergenza nell’Unione, con la mobilitazione di 3.4 trilioni.
La Presidente ha anche affermato che “l’attuale cambiamento del contesto geopolitico offre all’Europa l’opportunità di rafforzare il suo ruolo unico di leadership globale responsabile” il cui successo “dipenderà dall’adattarsi in questa epoca di disgregazione rapida e di sfide crescenti, al mutare della situazione, rimanendo però fedele ai valori e agli interessi dell’Europa”.
L’Europa, infatti, sottolinea nella lettera la Presidente, “è il principale erogatore di aiuti pubblici allo sviluppo, con 75,2 miliardi di euro nel 2019. Nella sua risposta globale alla lotta contro la pandemia, l’Unione Europea si è impegnata a garantire anche un sostegno finanziario ai Paesi partner per un importo superiore a euro 15,6 miliardi, a disposizione per l’azione esterna. Ciò include 3,25 miliardi di euro verso l’Africa. L’UE sosterrà anche l’Asia e il Pacifico con 1,22 miliardi di euro, 918 milioni di euro a sostegno di America Latina e Caraibi e 111 milioni di euro a sostegno dei paesi d’oltremare”. Inoltre, prosegue la Presidente della Commissione UE, “l’Unione Europea e i suoi partner hanno lanciato il Coronavirus Global Response, che registra finora impegni per 9.8 miliardi di euro da donatori in tutto il mondo, con l’obiettivo di aumentare ulteriormente il finanziamento per lo sviluppo della ricerca, diagnosi, trattamenti e vaccini contro il Coronavirus”.
La lettera della Presidente Ursula Von der Leyen si conclude con l’invito ad una collaborazione stretta fra i paesi dell’Unione Europea: “Dobbiamo sostenerci in questi tempi difficili e poter contare gli uni sugli altri per far fronte al nostro nemico invisibile”.
Stefania Tanesini
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3 Lug 2020 | Focolari nel Mondo
La storia di Ofelia, emigrata con la famiglia dal Venezuela in Perù, ora impegnata con la comunità dei Focolari ad aiutare i suoi connazionali in difficoltà, aggravata dalla pandemia. Nel contesto della campagna solidale che come Movimento dei Focolari portiamo avanti con i migranti venezuelani in Perù, in questo periodo dobbiamo trovare nuove strategie per riuscire a raggiungerli nelle loro abitazioni.
Costatiamo che più di ogni altra cosa hanno bisogno di essere ascoltati. A volte non è facile perché non si tratta di una o due famiglie ma tante e aumentano ogni giorno. La Parola di vita del mese mi aiuta perché mi spinge ad andare verso il fratello ricordando che in ciascuno trovo Gesù stesso. Una mattina mi chiama una donna venezuelana e piangendo mi racconta di sua figlia. Dovrà partorire nei prossimi giorni ma la stavano sfrattando. La ascolto per un’ora, finché si calma. Mi viene da dirle qualcosa, ma penso: “Devo solo amarla, lei ha bisogno di sfogarsi”. Alla fine mi dice: “Bene, mi sono scaricata”. A quel punto posso orientarla nel trovare l’aiuto di cui ha bisogno. Credevo che durante la quarantena il nostro impegno per i migranti si sarebbe fermato, invece è stato proprio il contrario. Ad esempio il lavoro che portiamo avanti con CIREMI (Commissione Interreligiosa per i Migranti e i Rifugiati), ci impegna abbastanza ed è stata l’occasione per conoscerci di più. Di questa commissione fanno parte alcuni religiosi scalabriniani, cristiani di diverse denominazioni, la Comunità Ebraica, alcuni musulmani, una suora cattolica e noi dei Focolari.
Mentre ci domandavamo come arrivare ai più vulnerabili sono iniziate a giungerci richieste di abiti e coperte. Non potendo uscire abbiamo inviato in taxi i vestiti donati dalla comunità dei Focolari di Lima, fino ad un punto della città dove potessero raccoglierli. E proprio al momento giusto sono arrivati anche degli abiti per neonati per due famiglie con due bimbi appena nati. Con le coperte arrivate da ACNUR (Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati), ente con il quale c’è una stretta collaborazione, siamo riusciti a coprire altre necessità. È sorprendente vedere come arrivi ciò che le persone chiedono: a Dio non sfugge nulla! Un giorno mi telefona Carolina, dirigente della Comunità Ebraica, e mi comunica che alcune famiglie ebree sono in partenza per Israele e che le lasciano degli abiti e altri oggetti. Quando lei ha saputo che il nostro Centro raccoglie questi oggetti per i venezuelani, è stata felice perché non sapeva a chi dare ciò che aveva in deposito. Non solo: lei stessa ha voluto pagare il taxi per inviarci tutto. Durante la nostra telefonata sentivo che dovevo interessarmi di lei, chiederle delle sue gemelle ed è nata una conversazione che mi ha fatto venire in mente un paragrafo della Parola di vita: “È un’amicizia che diventa una rete di relazioni positive e che tendono a far diventare realtà il comandamento dell’amore reciproco, che costruisce la fraternità”. Nello scambio con questa sorella ebrea avvertivo che questo si realizzava tra noi. È bello vedere che la fraternità è contagiosa, perché poi le persone alle quali inviamo i vestiti e le coperte ci inviano delle foto e scrivono: “La mia vicina di casa aveva bisogno di vestiti e ho condiviso con lei parte di quanto mi avete mandato”. Si crea così una catena nel pensare ai bisogni dell’altro e in questo modo la fraternità va avanti anche durante la quarantena.
di Ofelia M. raccolta da Gustavo Clariá
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1 Lug 2020 | Famiglie
Una diagnosi che non lascia speranza ed una mamma che coraggiosamente sceglie di dire no all’eutanasia. Ma come spiegare questa decisione alla figlia che ha solo due anni e mezzo? Negli ultimi giorni di vita le scrive una lettera che la figlia leggerà quando è grande. Oggi che questa mamma non c’è più, la famiglia, che in questa esperienza ha trovato aiuto anche nella spiritualità dei Focolari, permette la pubblicazione delle sue parole offrendole come testimonianza e spunto di riflessione su una tematica complessa, dolorosa e di grande attualità. “Mia dolcissima, è un po’ che non scrivo. Tante cose sono accadute in questo periodo e purtroppo molte sono brutte. La mia salute è peggiorata in un solo mese. Stavo aspettando alcuni risultati, ma il male progredisce a vista d’occhio. Sono ricoverata in ospedale per tre settimane e ho perso il completo uso delle gambe. Questo è uno scritto molto impegnativo. Tratta un tema difficile che è l’eutanasia. Te lo voglio lasciare per quando sarai grande e magari tu stessa ti farai domande sulla morte e su come morire. La prossima settimana faccio un’ultima terapia con la chemio che sembra non mi stia aiutando e forse un intervento per permettermi di mangiare, visto che non riesco più. Se questa operazione non riesce non c’è più molto da fare. Le opzioni sono come e dove decidere di morire. Ti accenno brevemente che ho scelto di morire a casa. Non scenderò in questi dettagli troppo dolorosi, ma è il modo in cui mi sento più a mio agio. Tutto il resto te lo spiegherà papà quando sarai più grande. Tornerò sull’argomento solo per dirti perché non ho scelto l’eutanasia per morire. Ci ho pensato tanto, ma alla fine ho deciso che mi farò accompagnare da Dio in questo viaggio e che se si deve passare per la morte, quello è il modo, senza scorciatoie, senza codardia. Sono convinta che Dio ci insegni qualcosa in quel momento di passaggio e che dobbiamo affrontarlo come si affronta la nascita. Te lo scrivo, perché mi domando se anche a te verranno mai in mente simili pensieri quando ragionerai su questi fatti della vita e siccome io ho speso tanto tempo ad analizzare il tutto da diversi punti di vista, magari uno dei miei spunti potrebbe esserti d’aiuto. Dunque tutto è partito con l’idea che se la morte è prossima, perché bisognerebbe aspettarla così a lungo? Se ogni speranza di guarigione è andata, perché lasciar soffrire un essere umano abbandonandolo ad un gioco senza empatia? Perché ho imparato che questo è un processo ed è un processo preparatorio, senza di esso non saremmo in grado di compiere il passo che dobbiamo fare dopo e dove ci porterà. Lasciamoci guidare da Dio che tutto sa. Ultimamente ho in mente l’idea di quelle persone che non sono riuscite a compiere correttamente questo passaggio e mi sembra che fossero perse in un limbo, tra la nostra via terrena e l’aldilà, incapaci di fare un passo verso il paradiso oppure tornarsene sulla terra, tra i loro cari. Per cui alla fine mi sono resa conto che la strada per l’eutanasia non sia per me. Ho paura di morire nel dolore e prego Dio di essere clemente e misericordioso per quando verrà il momento. Speriamo mi porti via alleggerendomi dai dolori e dal corpo. E questa è la parte che riguarda me, quello che io da sola dovrò affrontare. Ecco dove mi ritrovo oggi amore mio, è un cammino difficile. Eppure, ho il sostegno di tantissime persone che aiutano me e la mia famiglia. Il supporto spirituale che ricevo da un amico sacerdote è molto forte. Ma i momenti di paura e sgomento sono presenti. Anche se devo dire non sono tanti come avrei pensato. Mi sento supportata da una forza che non so da dove venga. Vedo con chiarezza la fine dei miei giorni e nonostante questo non mi sento abbattuta. Ovvio non è facile da vivere, ma la paura non fa parte della mia giornata”.
A cura di Anna Lisa Innocenti
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29 Giu 2020 | Chiara Lubich
Quante persone, anche autorevoli, hanno sottolineato in questi mesi che uno degli effetti della pandemia è l’averci messi tutti di fronte all’essenziale, a quello che vale e rimane. Quanti di noi hanno perso parenti o amici e hanno toccato con mano la vicinanza della morte. Il seguente scritto di Chiara Lubich tocca questi due argomenti così vicini a quanto stiamo vivendo nel mondo. (…) L’inizio dell’avventura divina del nostro Movimento (…) è ambientato (…) in una circostanza particolare: la guerra; la guerra con le sue bombe, le sue rovine e i suoi morti. (…) Penso che per noi non sarà possibile vivere con perfezione e intensità il nostro Ideale, se non tenendo sempre presente quel clima, quell’ambiente, quelle circostanze. E il Signore ancora oggi, dopo più di quarant’anni, non ci fa mancare le occasioni: le frequenti «dipartite» dei nostri (…) sono un continuo richiamo al «tutto passa», al «tutto crolla», sfondo necessario per capire ciò che veramente vale. Fa impressione quello che ci mandano a dire con insistenza questi nostri fratelli «in partenza». (…) Nelle situazioni in cui si sono trovati, hanno visto più lontano, come, quand’è notte, si possono vedere le stelle. Colgono, per una luce particolare, l’assoluto valore di Dio e lo dichiarano amore. Anche noi, mentre stiamo quaggiù, se vogliamo fare della vita un vero santo viaggio, dobbiamo avere, come loro hanno avuto, le idee chiare: considerare ogni cosa che non sia Dio transitoria e passeggera. Tuttavia la nostra fede e il nostro Ideale non si fermano al traguardo della morte. Il grande annuncio del cristianesimo è: «Cristo è risorto». E il nostro Ideale ci chiama sempre ad andare «al di là della piaga» per vivere il Risorto. Noi siamo chiamati, dunque, a pensare soprattutto al «dopo». Ed è su questo «dopo», il misterioso ma affascinante «dopo», che vorrei soffermarmi questa volta. Succede a me abbastanza spesso, e forse anche a voi, di chiedermi: dove saranno i nostri? (…) Mi passano questi pensieri perché, qui in terra, fino a poco tempo fa, sapevo dov’erano, quello che facevano. Ora tutto mi è ignoto. Certamente, la fede dà le risposte a questi nostri interrogativi e noi le conosciamo. Una parola di Gesù, però, mi ha dato in questi ultimi giorni luce e conforto, grande conforto. L’ha detta Gesù al buon ladrone: «Oggi sarai con me nel paradiso»[1]. Oggi: dunque subito, subito dopo la morte. (…) Cosa dobbiamo ricavare allora da questi pensieri? Cerchiamo di vivere in maniera che anche a noi sia detto quell’«oggi»: «Oggi sarai con me nel paradiso». Ma lo sappiamo: sarà dato a chi ha: «a chi ha sarà dato»[2]. Se qui in terra saremo, per amore di Dio, paradiso per i nostri fratelli; se saremo gioia, conforto, consolazione, aiuto, per i singoli, per la nostra Opera, per la Chiesa, per il mondo, il Signore ci darà il paradiso. (…)
Chiara Lubich
(in una conferenza telefonica, Rocca di Papa, 10 maggio 1990) Tratto da: “Essere per tutti causa di letizia”, in: Chiara Lubich, Conversazioni in collegamento telefonico, pag. 399. Città Nuova Ed., 2019. [1] Lc 23, 43. [2] Mt 13, 12. (altro…)
27 Giu 2020 | Testimonianze di Vita
Tutti i cristiani hanno una missione, come i discepoli: testimoniare con mitezza, prima con la vita e poi anche con la parola, l’amore di Dio che essi stessi hanno incontrato, perché diventi una gioiosa realtà per tanti, per tutti. In una società spesso segnata dalla ricerca di successo e di autonomia egoistica, i cristiani sono chiamati a mostrare la bellezza della fraternità, che riconosce il bisogno l’uno dell’altro e mette in moto la reciprocità. Un progetto di legge Lavoro come geometra presso la prefettura della mia città e allo stesso tempo frequento un rione povero per una attività di promozione umana. Considerando le condizioni precarie di chi abita in quel posto, mi ero accorto che quando si trattava di allargare una strada o di demolire qualche edificio, il materiale recuperato spesso veniva semplicemente usato per livellare il terreno. Perché invece non sfruttarlo per migliorare le abitazioni dei più poveri? Occorreva però un’apposita legge comunale. L’idea è piaciuta al mio responsabile che, dopo essersi reso conto della cosa recandosi sul posto, si è attivato per i contatti necessari; e una volta che il prefetto della città ha accolto la nostra proposta, è stato presentato un progetto di legge, subito approvato. Grazie ad esso, oggi il sindaco viene autorizzato a donare alle istituzioni di assistenza sociale i materiali posti in disuso per motivi tecnici, materiali che risultano preziosi per chi vive nelle baracche senza possibilità alcuna di migliorare il proprio stato. (G. A. – Brasile) Saper perdonare La guerra civile nel mio Paese aveva arrecato lutti e sofferenze anche nella mia famiglia. Mio padre e mio fratello erano tra le vittime della guerriglia; mio marito subiva ancora le conseguenze di un pestaggio. Come cristiana avrei dovuto perdonare, ma in me dolore e rancore andavano crescendo. Solo grazie alla testimonianza ricevuta da alcuni autentici cristiani sono riuscita a pregare per quanti ci avevano fatto tanto male. Dio ha messo alla prova la mia coerenza quando, tornata la pace nel Paese, dalla capitale dove ci eravamo trasferiti abbiamo fatto ritorno alla mia città d’origine, rimasta per dodici anni in balìa di governativi e guerriglieri. Per i bambini, che più di altri avevano sofferto, abbiamo organizzato una festa a cui sono intervenuti in molti. Solo allora mi sono accorta che, fra le autorità presenti, alcune erano state coinvolte nella guerriglia. Forse fra loro c’erano i responsabili della morte dei miei. Vinto l’iniziale moto di ribellione, mentre in cuore mi calava una grande pace, sono andata ad offrire da bere anche a loro. (M. – San Salvador) Le sfumature del dolore Di ritorno in Italia dopo un’esperienza come medico in una vallata del Camerun, la mia attenzione è stata attratta dalle persone afflitte da mali incurabili e da malattie croniche debilitanti. Sono nate in me, con gli anni, alcune convinzioni profonde. Una prima riguarda le infinite sfumature del dolore, che non è mai monotono. Ogni dolore, come ogni uomo, è irripetibile. Un’altra impressione forte è quella delle piccole attese quotidiane inserite nella grande attesa per l’appuntamento finale. Ma la comprensione più importante nata in me è la seguente: questi pazienti, denudati dalla sofferenza, mi sono apparsi come pietre vive nella costruzione dell’umanità e dei suoi valori. Il loro vestito è la sfinitezza, ma anche la trasparenza; essi sono portatori di una luce particolare, la luce di Dio. Sembra che egli si incarni in quelle esistenze disgregate. Spesso le parole dei moribondi sembrano dettate da lui. Sempre più mi sono convinto che – come afferma Simone Weil – l’umanità, se fosse privata di tali persone, non avrebbe alcuna idea di Dio. (C. – Italia)
a cura di Stefania Tanesini
(tratto da Il Vangelo del Giorno, Città Nuova, anno VI, n.3, maggio-giugno 2020) (altro…)
26 Giu 2020 | Centro internazionale
L’appuntamento ci sarà dal 24 gennaio al 7 febbraio 2021 A causa dell’emergenza sanitaria originata dal Covid-19, con l’approvazione del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, l’Assemblea Generale dell’Opera di Maria (Movimento dei Focolari) – che era prevista per il mese di settembre 2020 – è stata rinviata dal 24 gennaio al 7 febbraio 2021. Ricordiamo che l’Assemblea Generale viene convocata in modo ordinario ogni sei anni o in modo straordinario quando emergono motivi tali da richiederne le deliberazioni (Statuti Generali Art. 73, 75). Cosa avviene all’Assemblea Generale All’Assemblea generale vengono affidati quattro compiti principali (SG, Art. 74): 1) eleggere la Presidente, il Copresidente, i Consiglieri e le Consigliere generali; 2) deliberare su modifiche degli Statuti Generali dell’Opera di Maria, che vengono poi sottoposte all’approvazione dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita; 3) deliberare sulla modifica dei Regolamenti delle diramazioni e del Regolamento dell’Assemblea generale stessa; 4) deliberare su argomenti raccolti e ordinati dal Centro dell’Opera di Maria, che le siano presentati su iniziativa della Presidente, del Consiglio generale, di una sezione, branca o movimento. Ogni partecipante all’Assemblea può proporre che siano esaminati altri argomenti relativi alla vita dell’Opera. La premessa di Chiara Chiara Lubich ha voluto scrivere una premessa agli Statuti Generali, per dare un senso a tutti i contenuti degli Statuti, e quindi anche all’Assemblea Generale: “La premessa di ogni altra regola – la mutua e continua carità, che rende possibile l’unità e porta la presenza di Gesù nella collettività, è per le persone che fanno parte dell’Opera di Maria la base della loro vita in ogni suo aspetto: è la norma delle norme, la premessa di ogni altra regola.” (SG, p.7).
Ufficio Comunicazione Focolari
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25 Giu 2020 | Collegamento
Anna Moznich di AMU – Azione per un Mondo Unito – spiega il progetto educativo di pace Living Peace International https://vimeo.com/415435381 (altro…)
23 Giu 2020 | Famiglie
Jully e Ricardo, coniugi peruviani, e la loro collaboratrice domestica: una storia di sacrifici e difficoltà che ben presto si è trasformata in puro amore attraverso la mano di Dio
Dopo aver vissuto un’esperienza familiare in Italia, presso la “Scuola Loreto” , la scuola internazionale per famiglie situata a Loppiano, la cittadella dei Focolari in Italia, siamo tornati in Perù con il desiderio di vivere l’ideale evangelico che avevamo conosciuto lì . Ci siamo stabiliti a Lambayeque, una piccola e tranquilla città nel nord-ovest del paese. Abbiamo assunto una collaboratrice domestica, Sara, che dopo un po’ ci ha informato che era incinta. Lei ha spiegato che aveva nascosto la notizia perché era stata licenziata da precedenti lavori proprio per questo motivo. Ascoltandola ci è venuto in mente qualcosa che avevamo imparato nella scuola di famiglia: che ogni situazione dolorosa, Gesù ha assunto e riscattato nel suo Abbandono sulla Croce, trasformando il dolore in amore. Abbiamo potuto vedere nella situazione che ci ha presentato un volto di quell’abbandono e la nostra risposta è stata consolarla e darle la certezza che l’avremmo aiutata con la nascita di suo figlio. Oltre alla gravidanza, ha avuto altre difficoltà poiché il padre del figlio era un soldato dell’esercito che l’aveva abbandonata e anche lei era fuggita dalla casa dei suoi genitori per paura. Abbiamo scoperto alla caserma il suddetto soldato e hanno dichiarato di averlo trasferito in una caserma lontana, nella giungla amazzonica. Non c’era modo di contattarlo. Per consentirle di partorire in ospedale, abbiamo chiesto aiuto al servizio sociale in modo che potesse seguire i controlli prenatali e il rispettivo parto ottenuto. Ma era disperata e pensava di dare via la bambina mentre si sentiva sola e incapace di allevarlo. La aiutiamo a capire che suo figlio era un dono di Dio e che la Sua provvidenza l’avrebbe sempre aiutata. Con i nostri figli la aiutiamo anche a riconciliarsi con suo padre e a ricongiungersi con la sua famiglia, aspettando l’arrivo di suo figlio con speranza e preparando il parto a seguito di controlli medici. Sara è rimasta con noi fino alla nascita di suo figlio e poi è stata in grado di tornare a casa. In questa esperienza abbiamo visto la mano di Dio che ci ha guidato per aiutare la madre a non separarsi da suo figlio e a riconciliarsi e ricevere il sostegno della sua famiglia. Qui a Lambayeque spesso è venuta a trovarci con il bambino e abbiamo potuto vedere come è cresciuto. Continuiamo ad aiutarlo con vestiti e forniture. Lei e suo padre ci hanno sempre espresso la loro gratitudine e, la cosa più bella, l’abbiamo vista felice della sua maternità. Ci rimane un’immensa gioia nell’anima per aver amato questa giovane donna come Gesù ci chiede, vedendo come una situazione di dolore si è trasformata in puro amore.
Ricardo e July Rodríguez (Trujillo, Perù)
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22 Giu 2020 | Chiara Lubich
Il seguente scritto di Chiara Lubich ci aiuta a vedere la realtà nostra così come è, agli occhi di Dio, prescindendo dalle circostanze esterne nelle quali ci possiamo trovare e che possono pure essere molto dolorose. Anche Gesù, nell’ora della sua passione, ha continuato a rivolgersi al Padre e a conformarsi alla sua volontà. E con questo atteggiamento è diventato il Risorto, il Salvatore. (…) Abbiamo compreso come ognuno di noi è una Parola di Dio fin dall’eternità. Dice infatti san Paolo: «In Cristo, il Padre ci ha scelti prima della creazione del mondo…»[1]. Ed in altro luogo, parlando sempre di noi, aggiunge: «Quelli che Egli [Dio] da sempre ha conosciuto…». Abbiamo capito allora come noi, essendo Parola di Dio, dobbiamo tenere un unico atteggiamento, il più intelligente: essere sempre, come la Parola per eccellenza, il Verbo, «rivolti» verso il Padre, che significa verso la Sua volontà. È così che, fra il resto, possiamo realizzare la nostra personalità; ed è così che acquistiamo la nostra piena libertà. In tal modo, infatti, lasciamo vivere il nostro vero io. Ora, volendo attuare bene tutto ciò, possiamo domandarci: quando occorre assumere questo atteggiamento? La risposta la conosciamo: ora, adesso, nel momento presente. È nel presente che va vissuta la volontà di Dio. È nel presente che dobbiamo vivere rivolti verso il Padre. In quel presente, che è un aspetto essenziale della nostra spiritualità, della nostra «ascetica». Non si può infatti prescindere da esso. Questo modo di vivere è prettamente evangelico. L’evangelista Matteo riporta queste parole di Gesù: «Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena»[2]. (…) Rimettiamoci, allora, nell’impegno di vivere il più possibile la volontà di Dio, nell’attimo presente. (…) Dobbiamo poi ricordare che la volontà di Dio che va attuata prima di ogni altra, e in ogni attimo della nostra giornata, è quella dell’amore reciproco: amarci cioè come Gesù ci ha amati. È con essa che è assicurato il nostro costante rinnovamento.
Chiara Lubich
(in una conferenza telefonica, Rocca di Papa, 21 dicembre 1996) Tratto da: “Quando essere rivolti al Padre?”, in: Chiara Lubich, Conversazioni in collegamento telefonico, pag. 529. Città Nuova Ed., 2019. [1] Cf. Ef 1,4-5. [2] Mt 6,34. (altro…)
20 Giu 2020 | Testimonianze di Vita
“Gesù è stato la manifestazione dell’amore pienamente accogliente del Padre celeste verso ciascuno di noi – scriveva Chiara Lubich – e dell’amore che, di conseguenza, noi dovremmo avere gli uni verso gli altri. (…) L’accoglienza dell’altro, del diverso da noi, sta alla base dell’amore cristiano. È il punto di partenza, il primo gradino per la costruzione di quella civiltà dell’amore, di quella cultura di comunione, alla quale Gesù ci chiama soprattutto oggi”[1]. Lavoro di ricerca Stavo lavorando ad una ricerca per la quale c’era una scadenza, quando ha bussato la vicina: mi chiedeva di far compagnia al marito, molto malato, mentre lei andava a fare la spesa. Conoscevo la situazione e non ho potuto dirle di no. Lui ha cominciato a parlarmi del suo passato, degli anni di insegnamento… Mentre ascoltavo, veniva di tanto in tanto a distrarmi il pensiero del lavoro interrotto. Finché mi sono ricordato del consiglio di un amico: riuscire ad ascoltare un prossimo per amore è un’arte che esige il vuoto di sé. Ho provato a fare questo esercizio essendo interamente presente all’altro. A un certo punto il malato si è interessato a sua volta a me, chiedendomi del mio lavoro. Saputo di cosa mi stavo occupando, mi ha suggerito di cercare nella libreria un suo quaderno di appunti presi a una conferenza proprio sul tema che stavo trattando. L’ho trovato e abbiamo cominciato a discutere sull’argomento. In breve, ho acquisito nuovi elementi per vedere più chiaramente come concludere la mia ricerca. E pensare che avevo temuto di perdere tempo! (Z. I. – Francia) Prepararsi a… vivere Quando il medico mi annunciò che ormai non c’era più niente da fare, fu come se si chiudesse ogni fonte di luce e restassi al buio. Tornando verso casa, presi la strada della chiesa. Lì sostai in silenzio, mentre i pensieri mi turbinavano nella testa. Poi, come una voce, si formò nella mente un pensiero: “Non devi prepararti alla morte, ma alla vita!”. Da quel momento provai a fare ogni cosa bene, ad essere gentile con tutti, senza farmi distrarre dal mio dolore ma pronto ad accogliere gli altri. Iniziarono giorni pieni. Non so quanto tempo mi resta, ma l’annuncio della morte è stato come svegliarmi da un sonno. E sto vivendo con insperata serenità. (J. P. – Slovacchia) Trasfusione diretta Sono infermiera. Per caso vengo a sapere di una ricoverata in condizioni disperate. Per tentare di salvarla occorre sangue di un gruppo che da vari giorni sembra introvabile. Mi metto all’opera fra le varie amicizie e conoscenze per poi continuare la ricerca nell’ambiente di lavoro. Niente da fare. Sto per cedere le armi. Nasce allora una richiesta a Gesù. “Tu lo sai che ho cercato di fare la mia parte, ma se vuoi, tu puoi tutto”. Finito l’orario di servizio del mio reparto, il medico che coadiuvo è appena andato via quando si presenta una giovane donna per farsi visitare. Non posso lasciarla andar via, chissà da dove viene. Mi precipito a chiamare il sanitario, che a differenza di altre volte trovo disposto a ritornare in ambulatorio. Comincio a intestare la ricetta e, chiesto un documento di riconoscimento, mi vedo porgere dalla signora un tesserino dell’Associazione dei volontari donatori di sangue. Col fiato sospeso, ho in mente una domanda: e se avesse quel gruppo sanguigno? Se fosse disponibile? È proprio così e, poche ore dopo, la donna è al capezzale della malata per la trasfusione diretta. (A. – Italia)
a cura di Stefania Tanesini
(tratto da Il Vangelo del Giorno, Città Nuova, anno VI, n.3, maggio-giugno 2020) [1] Cf. C. Lubich, Parola di Vita dicembre 1992, in eadem, Parole di Vita, a cura di Fabio Ciardi (Opere di Chiara Lubich 5; Città Nuova, Roma 2017) pp. 513-514. (altro…)
19 Giu 2020 | Focolari nel Mondo
Continuiamo a condividere le storie di solidarietà di tanti di noi, delle comunità dei Focolari nei Paesi che ancora stanno affrontando la battaglia contro il Covid-19. Se in alcuni Paesi si è tornati “quasi” alla normalità, in altri invece è ancora alto il livello di pandemia. Nonostante ciò continuano ad arrivare storie di fraternità dalle comunità dei Focolari in giro per il mondo. Il Brasile è attualmente il paese più colpito dal Covid. Anche la comunità dei Focolari non ha mai smesso di pensare a chi è più in difficoltà e sono nate azioni e collaborazioni, anche in rete con altre organizzazioni, per sostenere chi è più colpito. Le diverse comunità di Focolari sparse in tutto il Paese hanno innanzi tutto rivolto lo sguardo al loro interno, a chi tra loro stava soffrendo. E’ stato fatto un veloce censimento dei più bisognosi e, attraverso la comunione e il sostegno economico o materiale, si prevede di riuscire a sostenere chi è maggiormente in necessità per almeno due o tre mesi. Inoltre gli imprenditori per un’Economia di Comunione hanno avviato una raccolta fondi per le comunità più carenti. Dagli Stati Uniti Matteo racconta: “Quando il Covid-19 iniziò qui la sua terribile e rapida diffusione, come staff della rivista Living City e New City Press ci siamo chiesti: cosa possiamo fare, oltre a seguire tutte le linee guida delle autorità civili? Come possiamo aiutare le persone a superare la crisi? Immediatamente fu chiaro che il “distanziamento sociale” non avrebbe dovuto impedire a noi e agli altri di amare. Così abbiamo creato una serie di video, webinar e interviste con l’hashtag #DareToCare, per ispirare e incoraggiare tutti a mettersi in contatto durante queste settimane impegnative. Abbiamo chiesto alle persone di condividere in un video di 1-2 minuti come “osano preoccuparsene”. Così una donna ha raccontato che, mentre faceva shopping ha visto la gente presa dal panico. Tuttavia, invece di acquistare due grossi pacchi di pollo appena arrivati al supermercato, ne ha preso solo uno per lasciare ad altri la possibilità di comprare il pollo.
Un farmacista invece ha deciso di rimanere aperto per servire i suoi clienti, ma non aveva dispositivi di protezione: “Quando è iniziata la crisi, non avevamo quasi maschere e guanti”, ha detto. Quindi ha condiviso le sue preoccupazioni con i suoi clienti, che hanno portato loro delle maschere che potevano risparmiare. E ancora una famiglia di cinque persone ha registrato la sua nuova routine quotidiana: lavorando e prendendo lezioni online da casa, la figlia si allena per mantenersi in forma per l’atletica leggera del prossimo anno, mentre tutti provano nuove ricette per amare i vicini più vicini a casa. E i video continuano ad arrivare!” Ulrike, medico psichiatra racconta: “sono impiegata presso l’ufficio sanitario di Augsburg in Germania. Attualmente sono impegnata al telefono per i cittadini. Una volta mi sono impegnata in modo particolare per una signora che ha telefonato. Ho insistito per venire incontro alla richiesta della signora, finché finalmente sono riuscita a procurarle un’informazione importante. Nel pomeriggio arriva una e-mail: “Cara dottoressa, io e mio marito desideriamo ringraziarla ancora una volta di tutto cuore per il suo straordinario impegno. Se tutti si comportassero bene e si rendessero disponibili come lei in questo periodo così difficile, ci sarebbero meno problemi”. Da Buenos Aires, Argentina, Carlos racconta che “Da luglio 2019 la comunità ebraica Bet El, dopo la morte per il freddo di un senzatetto, ha avviato una campagna in aiuto dei poveri dal nome ‘non avere freddo di fronte al freddo’. I nostri amici cristiani, in particolare i nostri fratelli focolari sono venuti ad aiutarci per condividere il cibo per i senzatetto. Il nostro non è dialogo, è vita condivisa”. Con il coronavirus non potevano più uscire per strada. Cosa fare? “Così è nato il progetto ‘Un piatto in più per le quarantene affamate’. Ancora una volta insieme, ebrei e cristiani, la Bet El Community e i Focolari si sono imbarcati nel sacro compito di amare il nostro prossimo e di non trascurarlo” conclude Carlos. A Montevideo in Uruguay, una direttrice di scuola elementare racconta: “Attraverso una partnership con lo Stato aiutiamo i bambini di 48 famiglie per dare loro il pranzo. Con la sospensione delle lezioni per il Covid, è sorto il problema dell’alimentazione per questi bambini. Ho iniziato a pregare e ad avere più fiducia in Dio. E così, grazie ad una fondazione e ad alcuni amici dell’Inda (Istituto Nazionale per l’alimentazione) sono arrivate risorse per distribuire cesti alimentari per almeno un mese”.
Lorenzo Russo
Se vuoi dare il tuo contributo per aiutare quanti soffrono degli effetti della crisi globale del Covid, vai a questo link (altro…)
18 Giu 2020 | Cultura
Un nuovo video del Gen Verde dedicato a Chiara Lubich
Non è scontato, né superficiale. Dire grazie a qualcuno è semplice e profondo allo stesso tempo. È questo l’intento con cui il Gen Verde ha pubblicato su YouTube il nuovo video della canzone “Che siano uno”. Un brano dedicato a Chiara Lubich e al suo ideale, la fraternità universale. Un video che vuole ricordarla proprio nell’anno che celebra il suo centenario dalla nascita. “Con questo video – afferma Adriana del Messico – non vogliamo celebrare o ricordare Chiara Lubich come si fa magari in famiglia sfogliando gli album che raccontano eventi e storie importanti; oggi ci sta più che mai a cuore che tante persone possano incontrarla nell’oggi della società, in quel suo-nostro ideale che si è incarnato nei vari ambiti della vita civile, religiosa e politica. La ricordiamo perché è lei che ha dato vita al Gen Verde, è lei che ci ha guidato nei primi passi, è lei che ci ha regalato i primi strumenti da cui tutto è partito! Così come tante di noi sono rimaste affascinate dai suoi gesti, dalle sue parole e dalla sua vita, ora noi avvertiamo che dobbiamo essere testimoni autentici e credibili del suo messaggio”. Un’ideale forte nato sotto le bombe della seconda guerra mondiale, ma attualissimo ancor più oggi quando tv e social ci raccontano di ondate di razzismo e discriminazione. Se l’emergenza covid-19 riesce ad essere discretamente fronteggiata in alcuni continenti, è anche vero che in altri è cresciuto il gap tra ricchi e poveri, neri e bianchi, tra chi si può permettere le cure mediche necessarie per sopravvivere e coloro che cadono come birilli in mezzo alla strada. “Siamo pienamente convinte che la fraternità universale – spiega Beatrice della Corea – è possibile e non è utopia; è questo quello che sperimentiamo quotidianamente e proviamo a trasformare le nostre esperienze in musica. Spesso si tratta di compiere gesti semplici, ma non scontati, che fanno cadere pregiudizi o barriere culturali”. È questo quello che ha fatto Chiara Lubich sin dal 1943, anno di fondazione del Movimento dei Focolari. Passo dopo passo, con costanza e tenacia, assieme alle sue amiche, ha costruito rapporti nuovi, profondi e anche rivoluzionari dapprima all’interno della sua città d’origine (Trento, Italia) e poi in tutto il mondo. Lo stesso video del Gen Verde ha catturato scatti fotografici importanti: Chiara assieme ad ebrei, sikh, indù, mussulmani e anche tra i massimi esponenti di due tribù del Cameroon. Immagini che raccontano momenti storici e che resteranno per sempre nella storia dell’umanità. “Certamente il grazie più grande che possiamo dire a Chiara – spiega Nancy degli Stati Uniti – è vivere per il suo ideale; ma con questo video vogliamo davvero dirle un grazie immenso; è lei che ci ha generato, senza di lei il Gen Verde non esisterebbe”. Per vedere il video clicca qui: https://youtu.be/A3xuaqtkOj8
Tiziana Nicastro
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16 Giu 2020 | Sociale
C’è anche Maria Voce tra i firmatari dell’appello promosso dalla Comunità di Sant’Egidio per riumanizzare le nostre società. L’invito a diffonderlo e a firmare per richiamare l’attenzione sulla grave condizione degli anziani in seguito alle “stragi” operate dalla pandemia. No ad una sanità selettiva, no alla “cultura dello scarto”, no a qualsiasi espropriazione dei diritti dell’individuo; sì, invece, alla parità di trattamento e al diritto universale alle cure. “Il valore della vita rimanga uguale per tutti. Chi deprezza quella fragile debole dei più anziani, s prepara a svalutarle tutte”. E’ una cultura della vita senza sconti che l’appello internazionale “Senza anziani non c’è futuro, per ‘riumanizzare’ le nostre società – Contro una ‘sanità selettiva’” sostiene e ha rilanciato pochi giorni fa, il 15 giugno scorso, in occasione della Giornata mondiale contro gli abusi sugli anziani, che Sant’Egidio ha celebrato in tutti i Paesi in cui è presente. Tra le molte adesioni eccellenti ci sono l’economista statunitense Jeffrey Sachs, la scrittrice italo-britannica Simonetta Agnello Hornby, il filosofo tedesco Jurgen Habermas, il sociologo spagnolo Manuel Castells e poi Stefania Giannini, direttore generale aggiunto UNESCO, oltre al fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, che è anche il primo firmatario. Anche la presidente dei Focolari ha aderito e firmato, invitando le comunità del movimento nel mondo a fare lo stesso, per richiamare l’attenzione, soprattutto dell’Europa, sulla condizione degli anziani. “Condivido quanto denunciato dall’appello e cioè l’emergere, di fronte alle drammatiche condizioni sanitarie che il Covid-19 ha portato allo scoperto, di un pericoloso modello che promuove una sanità selettiva che di fatto giustificherebbe la scelta di curare i più giovani, sacrificando gli anziani. Una società senza anziani non può dirsi tale; una società che non può beneficiare dell’indispensabile rapporto intergenerazionale è una società povera, monca, incapace di progettare e realizzare un futuro migliore per tutti, inclusivo, perché frutto di diversità che si incontrano”. “L’appello – si legge in una nota diffusa dalla Comunità di Sant’Egidio – nasce dall’amara constatazione del numero altissimo di vittime del Covid-19 tra la popolazione anziana, in particolare tra le persone presenti negli istituti e nelle case di riposo, e propone un radicale cambiamento di mentalità che porti a nuove iniziative sociali e sanitarie”. Un rapporto dell’Oms rilevava, già nel 2018, che proprio “nelle istituzioni i tassi di abuso sono molto più alti rispetto agli ambienti comunitari” e includono maltrattamenti vari tra cui “restrizioni fisiche, privazione della dignità, imposizione di esecuzione di faccende quotidiane, fornitura intenzionale di assistenza insufficiente, trascuratezza e abuso emotivo”. La situazione si è aggravata durante la pandemia da Covid-19 determinando, com’è noto, un altissimo tasso di vittime all’interno degli istituti, circa il doppio rispetto agli anziani che vivono in casa, secondo i dati in possesso dell’Istituto superiore di sanità. Per questo, nella Giornata mondiale contro gli abusi sugli anziani, il Movimento dei Focolari si è unito alla Comunità di Sant’Egidio, nel sostegno all’appello internazionale e alla promozione di una “rivolta morale perché si cambi direzione nella cura degli anziani”, riproponendo anche alle amministrazioni statali e locali la messa in atto di un sistema che privilegi la domiciliarità delle cure e dell’assistenza per la popolazione anziana.
Stefania Tanesini
Firma l’appello qui (altro…)
16 Giu 2020 | Sociale
Partirà il 20 giugno prossimo, in diretta mondiale YouTube, #daretocare, la campagna dei giovani dei Focolari per “farsi carico” delle nostre società e del pianeta. Jesùs Morán, co-presidente dei Focolari: “Occorre una nuova agenda etica; la cura ha una spiccata vocazione politica e una forte dimensione planetaria”.
“#daretocare”, ovvero “osare prendersi cura”. I giovani del Movimento dei Focolari hanno preso sul serio le parole di Papa Francesco e di molti altri leader religiosi e civili di collaborare concretamente alla cura della Casa Comune. Attraverso questo nuovo percorso vogliono quindi essere cittadini attivi e interessarsi a tutto quello che accade nel mondo per cercare di costruire un pezzetto di mondo unito. “In questo tempo di profonda crisi umanitaria, a causa del Coronavirus, sta emergendo una nuova visione – sostiene Jesús Morán, co-presiedente del Movimento dei Focolari – cioè la necessità di un nuovo modo di comportarsi, di vivere, una sorta di nuova agenda etica, come dicono alcuni esperti. E in questo contesto una categoria sta diventando centrale, ed è quella della cura, il farsi carico, l’occuparsi degli altri, della società, del pianeta”. Osare prendersi cura vuol dire quindi essere protagonisti nella vita di tutti i giorni per risolvere problemi, avviare dialoghi per una società migliore, essere attenti all’ambiente e alle persone di qualsiasi colore, religione, cultura. Soprattutto oggi dove il razzismo torna a riemergere, dove la libertà degli uomini torna ad essere minata da regimi totalitaristici, dove le armi e le guerre vogliono imporre il proprio dominio sulla pace e l’unità fra i popoli. “La cura è una categoria molto ampia, bella, poliedrica – continua Morán -. L’etica della cura ha a che fare con la dignità della persona, questo è fondamentale, è proprio il cuore della cura; non è una cosa intimistica, privata. Anzi, la cura ha una spiccata vocazione politica e una forte dimensione planetaria, anche se non dimentica il locale perché dopo, è localmente che ci prendiamo cura degli altri, è proprio nei rapporti personali, nella società, nel locale. Però questa dimensione planetaria è importante”. Papa Francesco ne ha parlato il 24 maggio scorso durante il quinto anniversario della Laudato sii, promuovendo un anno speciale di riflessione – fino al 24 maggio 2021 – per riportare all’attenzione di tutti il tema della cura del creato. E per creato si intende non solo l’ambiente che ci circonda, ma anche le persone, l’economia, la politica, il sociale… Chiara Lubich, la fondatrice dei Focolari, definiva la politica come “l’amore degli amori”. Il politico è colui che sta al servizio della propria gente, e, conclude Morán, “oggi c’è bisogno più che mai di questo tipo di amore, e la categoria della cura lo esprime bene, è proprio un concentrato di questo amore di cui stiamo parlando. Allora la proposta dei giovani dei Focolari è questa: mettere la cura al centro della politica e della nostra vita di cittadini”. Quindi, dopo un anno dedicato ad azioni e progetti su pace, diritti umani e legalità, il prossimo 20 giugno con la campagna #daretocare i giovani dei Focolari aggiungono un altro tassello, quello della “cura”, sviluppata e approfondita attorno a cinque tematiche principali: ascolto, dialogo e comunicazione, uguaglianza, fraternità e bene comune, partecipazione e cura del pianeta. E come farlo? Seguendo la metodologia tipica dei “pathways”, i percorsi che per il terzo anno stanno percorrendo: imparare, agire e condividere. Allora: coraggio e osare. Appuntamento al prossimo 20 giugno, ore 14 (Cest + 2), con un evento online mondiale su Youtube per lanciare questa grande idea #daretocare. Per maggiori informazioni visitate il sito dello United World Project
Lorenzo Russo
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15 Giu 2020 | Chiara Lubich
Una delle cose sulle quali questo periodo di pandemia ha attirato la nostra attenzione è l’importanza dei legami che compongono il tessuto sociale nel quale ognuno di noi è inserito, la qualità dei rapporti che ci uniscono gli uni agli altri. Essi sono un antidoto alla solitudine, all’indigenza e allo scoraggiamento. Il seguente scritto di Chiara Lubich è un invito a rinsaldarli. (…) C’è una pagina del Vangelo che ha un’eco particolare in noi. Gesù dice: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore […]». «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri […]»[1]. Tutto sta dunque nell’amore reciproco. (…) Come in un caminetto acceso occorre ogni tanto scuotere col ferro la brace perché la cenere non la copra, così nel gran braciere del nostro Movimento è necessario di tempo in tempo ravvivare di proposito l’amore reciproco fra noi, ravvivare i rapporti, perché non siano ricoperti dalla cenere dell’indifferenza, dell’apatia, dell’egoismo. In questo modo ameremo veramente Dio, saremo l’Ideale vivo; potremo sperare che la carità così vissuta generi in noi virtù solide che, quasi senza accorgerci, raggiungeranno, con la grazia di Dio, la misura dell’eroismo. In tal modo ci faremo santi. (…)
Chiara Lubich
(in una conferenza telefonica, Rocca di Papa, 26 maggio 1988) Tratto da: “Ravvivare i rapporti”, in: Chiara Lubich, Conversazioni in collegamento telefonico, pag. 327. Città Nuova Ed., 2019. [1] Gv 15, 10.12. (altro…)
13 Giu 2020 | Vite vissute
Un produttore cinematografico indipendente, un cittadino del mondo, un appassionato di cinema, televisione e… fraternità universale. Nel cuore della notte italiana, le 11 del mattino a Melbourne, l’ultimo saluto via streaming a Mark Ruse, produttore cinematografico australiano, morto dopo una brevissima malattia all’età di 64 anni. Mark non era solo un produttore indipendente molto stimato e amato da tutti nel circus cinematografico e televisivo australiano, ma era un cittadino del mondo che attraverso il suo lavoro, ma soprattutto con la sua umanità e semplicità, aveva costruito legami autentici e profondi con tante persone anche al di fuori dell’ambiente cinematografico. Mark Ruse aveva iniziato la carriera come produttore indipendente e negli ultimi 20 anni, insieme al suo socio, Stephen Luby, avevano fondato la Ruby Entertainment, che ha prodotto una quantità incredibile di film e serie televisive, soprattutto commedie con premi, riconoscimenti e indici di ascolto fra i più alti in Australia. Aveva prodotto anche film e documentari di impegno sociale, legati alla storia a volte tragica della loro terra come Hoddle Street sul massacro del 1987 a Melbourne che gli valse un importante premio internazionale. Mark, però, era soprattutto una persona semplice e gentile, appassionato del suo lavoro, che affrontava le difficoltà – che per un produttore indipendente sono molte – con leggerezza e una buona dose di humour. Ci eravamo conosciuti più di 40 anni fa in Italia. In molti ci ritrovavamo da diversi paesi dell’Europa e del mondo, sui colli vicino a Roma, e condividevamo quello che in quegli anni ‘70 Chiara Lubich proponeva in particolare proprio a noi Gen, i giovani dei Focolari. Un ideale per molti versi rivoluzionario, che aveva al centro una dimensione spirituale e personale fortissima, ma allo stesso tempo anche comunitaria e globale. La passione giovanile di entrambi (cinema e televisione) sarebbe diventata col tempo il nostro lavoro, il mio di regista televisivo, il suo di produttore, ma anche lo spazio di vita all’interno del quale cercare di portare le idee e convinzioni profonde che condividevamo. All’inizio degli anni duemila avremmo condiviso la nascita di NetOne, una grande rete mondiale di professionisti dei vari ambiti della comunicazione, registi, produttori, sceneggiatori, giornalisti che, oggi come allora, vuole contribuire insieme ad altri a una comunicazione diversa, sia nei rapporti di produzione che nel rispetto del pubblico, il destinatario finale del nostro lavoro. Mark è stato un instancabile costruttore di questa rete. Ogni volta che ci vedevamo a Roma o a Melbourne o in qualche altra parte del mondo, il discorso riprendeva esattamente da dove lo avevamo lasciato anche se si trattava di mesi o anni prima. Fino al messaggio di pochi mesi fa, che mi confidava la malattia: «Sarà un viaggio lo so, ma voglio condividerlo con te e con tutti quelli di Netone. Ho abbracciato questa nuova fase della vita con amore». Se n’è andato nel giro di pochi mesi, nonostante un ultimo collegamento via Zoom, pochi giorni prima della morte, lo avesse mostrato allegro e sempre pieno di progetti per il futuro. «Alla base della mia fede c’è l’idea di voler amare il prossimo – diceva. – Quello che facciamo, è qualcosa che deve migliorare la società, che arricchisca davvero le persone che guarderanno il nostro film, e questo è un altro modo di mettere amore nella società». Il cinema australiano ha perso un bravo produttore, noi della rete di NetOne un amico, un compagno di viaggio che ci ha lasciato con la leggerezza del suo sorriso… «We’re crazy, we’re crazy people, but we need to feel part of a family». Proprio così, Mark, proprio così.
Marco Aleotti
Per gentile concessione di Cittanuova.it (altro…)
12 Giu 2020 | Centro internazionale
Maria Voce, Presidente dei Focolari, all’“Elijah Interfaith Institute” di Gerusalemme “Tutto quello che avviene nella vita è condotto da un Autore della storia che è Dio, e Dio vuole il bene degli uomini […] Quindi anche se qualche volta forse la libertà delle creature porta a delle conseguenze negative, Dio è capace […] di far venir fuori il bene anche da queste situazioni negative”. Secondo Maria Voce, Presidente del Movimento dei Focolari, questo è l’insegnamento più grande che la crisi del coronavirus può offrire agli uomini. In una intervista per il rabbino Alon Goshen-Gottstein, direttore del “Elijah Interfaith Institute” di Gerusalemme, la Presidente dei Focolari parla anche dei possibili benefici che la pandemia può portare al mondo. L’intervista fa parte del progetto Coronaspection, una serie di interviste video con leader religiosi di tutto il mondo, che condividono saggezza e consigli spirituali mentre affrontiamo congiuntamente una crisi globale (qui puoi vedere il trailer del progetto, che riassume lo spirito del progetto). “Ci sono valori che in questo momento vengono più in evidenza di altri – sostiene Maria Voce -, come la solidarietà, l’uguaglianza fra gli uomini, la preoccupazione per l’ambiente”. Il mondo uscirà migliore da questa crisi se sapremo “superare le divisioni legate ai pregiudizi, alla cultura, per vedere tutti come fratelli che appartengono all’unica famiglia dei figli di Dio”. Una certezza che viene da una profonda fiducia nell’uomo: “negli uomini c’è sempre una scintilla di bene e si può far leva su quella”; l’uomo risponde “perché (il bene) è insito dentro di lui”. È l’interiore convinzione che “Dio è Amore e ama tutte le creature” a suscitare speranza. In effetti – continua – basta guardarsi intorno per scorgere esempi di solidarietà. Gli sforzi di medici e infermieri che cercano di suscitare fiducia, un sorriso, e il loro dolore per le persone che non sono riusciti a salvare, hanno avuto l’effetto di “edificare” i pazienti che sono usciti guariti. Inoltre “Nel nostro Movimento tante persone sono state capaci di mettersi a disposizione del vicino di casa per portargli quello di cui aveva bisogno; tanti bambini hanno messo a disposizione di altri i giocattoli che per loro sono stati di conforto”. A livello di rapporti internazionali – osserva Maria Voce – “esempi di solidarietà li vediamo nella partecipazione di medici e infermieri che da altri Paesi sono venuti in Italia. […] Anche a livello di pensiero economico si sta cercando di fare di tutto perché i Paesi non pensino soltanto a difendere i propri beni ma ad integrare la propria visione con quella degli altri Paesi”. Testimonianze che tuttavia non nascondono le sfide che la crisi impone. Accanto a quelle personali – racconta – ci sono quelle che vengono dal guidare un movimento internazionale: “prendere decisioni che comportano difficoltà sia a livello personale che economico”. Qui “ho sentito di dover chiamare i miei diretti collaboratori, perché le decisioni fossero condivise, per far prevalere l’interesse delle persone su tutti gli altri interessi”. Anche la paura – osserva infine – non va negata, ma accettata per superarla: “direi di imparare a convivere con la paura e nello stesso tempo di non lasciarsi fermare da essa” restando – secondo l’esempio di Chiara Lubich – “ancorati al presente”. “Solo l’amore – conclude citando la fondatrice dei Focolari – scaccia la paura, e non c’è paura dove c’è il perfetto amore. Quindi aumentare l’amore fa diminuire la paura perché l’amore ti aiuta a fare delle azioni che la paura cercherebbe invece di condizionare”. Per guardare l’integrale dell’intervista clicca qui
Claudia Di Lorenzi
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11 Giu 2020 | Focolari nel Mondo
“La necessità aguzza l’ingegno”. E’ sulla scia di questo detto che il 14 e 15 maggio scorso la comunità dei Focolari dell’area metropolitana di Manila ( Filippine) ha organizzato la prima Mariapoli Online.
“Eravamo sull’orlo della separazione. Essendo bloccati, noi due soli, abbiamo sentito di dover affrontare i nostri problemi, mettere da parte le nostre differenze e ricominciare da capo. Grazie per tutto il vostro amore”. Questo è solo uno dei tanti feedback che abbiamo ricevuto da coloro che si sono registrati e hanno partecipato via Zoom alla prima Mariapoli online del 14 e 15 maggio 2020 nelle Filippine. L’inaspettata quarantena diventata comunitaria a causa del Covid-19 ci ha spinto a cercare i mezzi per far sì che il nostro popolo si connettesse e si nutrisse della spiritualità dell’unità. L’idea ci è venuta in seguito alla trasmissione Online della S. Messa per un piccolo gruppo dei membri del Focolare che ben presto è risultato essere un appuntamento quotidiano per circa duemila persone. Sentivamo che, se da un lato non avevamo più la possibilità di fare i nostri progetti per “celebrare e incontrare” Chiara nel suo centenario, dall’altro Dio ci apriva questa strada che ci consentiva di farlo anche se a piccoli pezzi! Dall’entusiasmo dei partecipanti alla Messa, espresso attraverso i messaggi sulla chat di Facebook, è stato chiarissimo che anche in soli 30 minuti online era possibile fare un’esperienza di Dio!
Nel frattempo abbiamo avuto le nostre prime esperienze con Zoom, ad esempio durante la Settimana Mondo Unito e la Run4Unity. Abbiamo sentito di dover “andare” in Mariapoli, per stare con e accanto alla nostra gente, in questo momento così difficile. Non sarebbe stato facile: i “Mariapoliti” erano a casa, con tutte le distrazioni e molto probabilmente alle prese con molte cose da fare contemporaneamente: bambini da accudire, pasti da cucinare, faccende da sbrigare, ecc. Anche le disparità di rete in un paese in via di sviluppo come il nostro sono una grande sfida. Per questo la nostra Mariapoli doveva durare solo 2 giorni, e ogni volta solo 2 ore. Abbiamo anche pensato di cambiarle nome per gestire le aspettative della gente. Ma alla fine tutti noi volevamo che fosse proprio “Mariapoli”, come tutte le Mariapoli vissute. E volevamo che non fosse un Webinar, ma una Mariapoli, una Città di Maria, perché sentivamo il bisogno di aver Maria tra noi, di essere Lei, come ci ha insegnato Chiara, per portare Gesù in mezzo alla nostra gente, affinché questa esperienza potesse illuminare la loro esperienza della pandemia. Le persone registrate erano più di 950, non solo da tutte le Filippine, ma anche da diversi Paesi asiatici, dall’America Latina, dal Canada, dagli Stati Uniti e alcuni dall’Europa. Il programma, disponibile in Live-Streaming per un numero infinito di partecipanti, prevedeva canti, esperienze legate all’attuale situazione pandemica, input spirituali e un’ora di comunione profonda in gruppi. Un partecipante ha ben espresso che cos’è stata questa Mariapoli: “E’stata davvero un segno concreto dell’amore di Maria per tutti noi! Come nostra madre, lei conosce davvero i nostri bisogni personali e condivisi. Attraverso il tema scelto, i discorsi, le esperienze e i canti, ci ha nutrito con il giusto cibo e le giuste vitamine sia per il corpo che per l’anima”.
Romé Vital
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9 Giu 2020 | Focolari nel Mondo
Il Paese dei cedri s’interroga sulle possibili vie d’uscita dalla grave crisi politico-economica-sanitaria che è scoppiata di recente. La speranza non muore mai in una terra che di traversie ne ha avute a non finire
Per la recente Settimana per un Mondo Unito, la comunità dei Focolari libanese si è voluta interrogare, giovani e adulti, sulle prospettive difficili di una profonda perturbazione che attanaglia il Paese. Sono in effetti varie crisi che si sommano: quella politico-sociale, iniziata il 17 ottobre scorso, con la thaoura, la rivoluzione di popolo, scatenatasi contro una classe dirigente del Paese accusata di corruzione e di incapacità nella gestione pubblica; quella economica, che ha mostrato la sua profondità nel marzo scorso, quando il governo ha dichiarato di non poter rimborsare un suo debito di 1,2 miliardi di dollari con l’Unione europea, e in queste ultime settimane con il crollo della lira libanese che, scambiata qualche mese fa a 1500 lire per dollaro, oggi viaggia sui 4000 e più; infine, la crisi sanitaria dovuta al coronavirus, che non ha avuto diffusione eccessiva (meno di mille contagiati per meno di 30 morti) ma che ha comunque portato il Paese a una lunga segregazione, non ancora terminata. Per questa situazione, soprattutto i giovani sembrano voler riprendere una vecchia tradizione del Paese, cioè l’espatrio per mancanza di prospettive. Va ricordato che per 4 libanesi che abitano nel territorio mediorientale, ce ne sono circa 12 sparsi in tutto il mondo, analogamente a quanto accade per tanti popoli vicini, in particolare ebrei, palestinesi ed armeni. L’emigrazione è particolarmente dolorosa per i libanesi, che ritengono di avere (ed è vero) un Paese magnifico, ricco di storia e di bellezze naturalistiche, crocevia mediorientale di ogni tipo di traffici e commerci, patria di Premi Nobel e grandi mercanti, cineasti e scrittori, santi e scienziati. E poi va sottolineato come la diaspora sia un affare dolorosissimo, visto l’incredibile attaccamento alla famiglia che i libanesi manifestano ad ogni occasione. In questo contesto, i Focolari locali hanno organizzato un Webinar, cui hanno partecipato circa 300 persone di diversi Paesi, dal Canada all’Australia, alla Spagna e all’Italia, dal titolo esplicito: “Costruire un futuro vivendo per la fraternità”. Due avvocatesse, Mona Farah e Myriam Mehanna, hanno voluto presentare una delle più gravi minacce che si stanno sopportando in Libano, cioè la pericolosa assenza di certezza del diritto. Nel contempo il Libano ha delle capacità notevoli nel trovare le soluzioni più adatte alla complessità del panorama e ha una tradizione antichissima di capacità giuridiche. Si comprende quindi il desiderio di espatriare dei suoi giovani, anche se va riscontrata la volontà di tanti di rimanere per costruire un Libano più unito e fraterno, in un contesto in cui esistono 18 comunità confessionali, riunite da un sistema politico di “democrazia confessionale” unico al mondo. Sono seguite naturalmente le testimonianze di due coppie ancora giovani che una dozzina d’anni fa hanno deciso di tornare in patria, dopo alcuni anni di esperienze lavorative all’estero, per contribuire alla ricostruzione del Paese dopo la guerra cosiddetta civile. Così Imad e Clara Moukarzel (che lavorano nel sociale e nell’umanitario) e Fady e Cynthia Tohme (entrambi medici) hanno testimoniato che sì, è possibile rimanere o tornare per non cedere un Paese ricco come il Libano alle forze più retrive. Tony Ward, imprenditore nel campo dell’alta moda, ha poi raccontato la sua decisione di tornare in patria vent’anni fa, pur lavorando in un ambiente naturalmente mondializzato. Ha raccontato anche come, nella crisi del coronavirus, abbia riconvertito per alcune settimane la sua produzione verso la preparazione di lenzuola, mascherine e tute per gli ospedali libanesi che trattano i casi di coronavirus. Da parte sua, Tony Haroun, dentista da più di trent’anni in Francia, ha voluto raccontare le difficoltà degli espatriati, soprattutto culturali, ma ha anche sottolineato come la disponibilità di ascoltare la voce di Dio permetta di superare ogni sorta di ostacoli. Ancora, Michele Zanzucchi, giornalista e scrittore basato in Libano, ha voluto evidenziare tre qualità del popolo libanese che potranno essere di grande aiuto nell’attuale emergenza: la resilienza, cioè la capacità di resistere agli urti senza spaccarsi; la sussidiarietà, cioè la capacità a sostituire lo Stato quando questi non riesce ad assicurare i servizi essenziali; e infine la creatività, di cui i libanesi sono grandi estimatori, creando un’infinità di progetti umanitari, economici, commerciali, politici e via dicendo. Youmna Bouzamel, giovane moderatrice del Webinar, ha voluto sottolineare in conclusione come il Libano sembri veramente fatto per accogliere il messaggio della fraternità, sola vera possibilità che ha tra le mani. Se Giovanni Paolo II aveva definito il Libano non tanto “un’espressione geografica” quanto “un messaggio”, oggi questo messaggio è innanzitutto un annuncio di fraternità. Grandi ideali e realismo coniugati assieme.
Pietro Parmense
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8 Giu 2020 | Chiara Lubich
Il Vangelo è Parola di Dio in parole umane e per questo è sorgente di vita sempre nuova, anche in questi tempi di pandemia. Ma perché questa si possa sprigionare, bisogna mettere in pratica le parole di Gesù, tradurle in atti concreti di fede, di amore, di speranza. (…) «Sulla tua parola getterò le reti»[1]. Gesù, perché potesse sperimentare la potenza di Dio, ha chiesto a Pietro la fede: credere a Lui e credere addirittura a qualcosa, umanamente parlando, di impossibile, anzi di assurdo: pescare di giorno quando la notte era stata così avara. Anche noi, se vogliamo che torni la vita, se desideriamo una pesca miracolosa di felicità, dobbiamo credere e affrontare, se occorre, il rischio dell’assurdo che, alle volte, la sua Parola comporta. Lo sappiamo: la Parola di Dio è vita; ma si ottiene passando per la morte; è guadagno, ma si ha perdendo; è crescita, ma si raggiunge diminuendo. E allora? Come risolvere lo stato di stanchezza spirituale in cui possiamo trovarci? Affrontando il rischio della sua Parola. Spesso influenzati dalla mentalità di questo mondo, in cui viviamo, crediamo un po’ anche noi che la felicità stia nel possedere o nel farsi valere; nel darsi al divertimento o nel dominare sugli altri, nell’apparire, nell’accontentare i sensi: nel mangiare, nel bere… Ma non è così. Proviamo ad affrontare il rischio del taglio a tutte queste cose; lasciamo che il nostro io corra il rischio della morte completa. Rischiamo, rischiamo! Una, due, dieci volte al giorno. Che succederà? Alla sera sentiremo rifiorire, dolce, nel cuore l’amore; ritroveremo l’unione ormai insperata con Lui; risplenderà la luce delle sue inconfondibili ispirazioni; ci invaderà la sua consolazione, la sua pace e ci risentiremo sotto il suo sguardo di Padre. E, avvolti così dalla sua protezione, rinascerà in noi la forza, la speranza, la confidenza, la certezza che il Santo Viaggio è possibile; (…) sentiremo la sicurezza che il mondo può esser suo. Ma occorre rischiare la morte, il nulla, il distacco. È questo il prezzo! (…)
Chiara Lubich
(in una conferenza telefonica, Rocca di Papa, 17 febbraio 1983) Tratto da: “Rischiare sulla sua parola”, in: Chiara Lubich, Conversazioni in collegamento telefonico, pag. 108. Città Nuova Ed., 2019. [1] Lc 5,5. (altro…)
7 Giu 2020 | Sociale
Dopo i fatti di Minneapolis e le manifestazioni nel mondo ci sentiamo impotenti e indignati, eppure continuiamo a credere e lavorare per uno spirito di aperta accoglienza e partecipazione per affrontare i bisogni più profondi del nostro tempo.

Foto: Josh Hild (Pexels)
“Mentre abbiamo ancora davanti agli occhi i recenti avvenimenti che evidenziano ancora una volta l’odiosa realtà dell’ingiustizia razziale e della violenza, abbiamo il cuore spezzato. Ci sentiamo Impotenti e indignati. Eppure continuiamo a sperare”. Sono queste alcune delle espressioni iniziali della dichiarazione con cui la comunità dei Focolari in USA esprime il proprio impegno nei confronti della giustizia raziale in seguito ai fatti di Minneapolis e alle proteste a cui stiamo assistendo nel mondo. Un impegno condiviso a livello globale e che ribadiamo qui, a nome di tutti i membri del Movimento dei Focolari nel mondo. Con Papa Francesco e molti leaders religiosi e civili, anche noi affermiamo che “Non possiamo tollerare né chiudere gli occhi su qualsiasi tipo di razzismo o di esclusione” e che ci impegniamo a “sostenere le azioni buone e giuste più difficili invece dei facili torti dell’indifferenza”, come sostengono i vescovi statunitensi. “Non possiamo chiudere un occhio su queste atrocità e al contempo professare di rispettare ogni vita umana. Noi serviamo un Dio di amore, di misericordia e di giustizia”. 
Foto: Kelly Lacy (Pexels)
In un momento come questo in cui “il sogno della nostra fondatrice, Chiara Lubich, di vedere passi avanti nella realizzazione della preghiera di Gesù al Padre, ‘che tutti siano una cosa sola’ (Gv 17,21) sembra lontano, quasi fuori di portata”[1], ci domandiamo cosa possiamo fare sia personalmente che a livello comunitario. Quale cambiamento occorre operare in ciascuno di noi? In che modo possiamo far sentire la nostra voce nel pubblico dibattito per supportare chi soffre forme di razzismo e non solo? “Il nostro obiettivo è quello di promuovere un profondo spirito di aperta accoglienza e di vibrante partecipazione nelle nostre comunità culturalmente diverse e intergenerazionali. Prendiamo come guida le parole di Chiara Lubich: ‘Siate una famiglia’ “[2]. Crediamo e continuiamo nell’impegno di dar vita a comunità locali che siano autenticamente fondate sulla legge evangelica della fraternità; un principio e un’azione che ci unisce anche ai fratelli e alle sorelle di tutte le Religioni e a chi non si riconosce in un preciso credo. Vogliamo dedicare i nostri sforzi soprattutto ai più giovani, che possono provare particolare paura e apprensione per il loro futuro. Di fronte a spaccature così profonde e radicate, i progetti e le iniziative che portiamo avanti possono sembrare piccole o inefficaci e la strada ancora lunga. Progetti come l’Economia di Comunione, il Movimento politico per l’unità (Mppu) e lo United World Project, la strategia globale proposta dai giovani dei Focolari per affrontare le sfide mondiali in campo, possono sembrare gocce nel mare, eppure siamo convinti che contengano, in nuce, idee potenti, capaci di contribuire ad affrontare i bisogni più profondi del nostro tempo insieme a tante persone, organizzazioni e comunità che costituiscono quella rete invisibile capace di salvare l’umanità.
Stefania Tanesini
[1] Statement of U.S. Focolare Movement: our commitment to racial justice – https://www.focolare.org/usa/files/2020/06/Focolare-Statement-on-Racial-Justice.pdf [2] Ibid. (altro…)
6 Giu 2020 | Collegamento
Testimonianza dal Congo dopo i difficili mesi di lotta al virus ebola. https://vimeo.com/402498234 (altro…)
5 Giu 2020 | Cultura
La vocazione universale del Movimento dei Focolari per costruire la fratellanza universale senza distinzione di razza, religione, condizioni economiche e sociali. Proponiamo la seconda parte dell’intervista a Luciana Scalacci, non credente, membro della Commissione internazionale e italiana del Centro del Dialogo con persone di convinzioni non religiose dei Focolari. Come ti sei avvicinata tu, da non credente ai Focolari e come ti ha cambiato la vita? Un giorno nostra figlia ci scrive di aver trovato un posto dove mettere in pratica i valori che le avevamo trasmesso: aveva incontrato la comunità dei Focolari di Arezzo. Non conoscevamo il Movimento, ci preoccupammo, dovevamo andare a vedere di cosa si trattasse. Ma avemmo subito l’impressione di trovarci in un posto dove c’era il rispetto per le idee degli altri, trovammo un’apertura mai incontrata prima. L’incontro con il Movimento fu come una luce che mi fece riprendere a sperare nella possibilità di costruire un mondo migliore. Hai incontrato Chiara Lubich più volte: che valore ha avuto questo rapporto personale? Nel 2000, in un incontro pubblico, rispondendo ad una mia domanda disse: “…anche per noi l’uomo è rimedio per l’uomo, ma quale uomo? Per noi è Gesù. Comunque uomo. Prendetelo anche voi perché è uno dei vostri, è uomo”. Fu allora che capii che il Movimento era il posto dove mi potevo impegnare, e compresi perché anche da non credente, ero sempre stata affascinata dalla figura di Gesù di Nazareth. È poi capitato che m’invitasse a raggiungerla per un saluto personale, io che non sono nessuno. Era un saluto che ti penetrava tutta, si capiva quanto fosse grande il suo amore per te. In una lettera, in cui colgo parole profetiche, mi scrisse: “Carissima Luciana…abbiamo fatto tanti passi insieme e ci siamo reciprocamente arricchiti. Ora, come tu dici, dobbiamo rendere questo cammino sempre più visibile perché tanti altri possono trovarlo. Il segreto lo conosciamo: Andiamo avanti ad amare”. In questi anni di dialogo come si è passati dal confronto fra un “noi” e un “voi” al sentirsi “Uniti nel Noi”? Lo scetticismo iniziale fu la prima cosa da superare. Da parte dei non credenti la preoccupazione che si trattasse di un’azione di proselitismo; da parte dei credenti la preoccupazione, io credo, che i non credenti tentassero di mettere in discussione le loro certezze, la loro fede. L’unica che non ha mai avuto preoccupazioni di sorta, è stata Chiara. Sperimentavamo sempre di più che la grande risorsa per camminare verso la meta della fratellanza universale è il dialogo. Piano piano è cresciuta la fiducia fra le “due parti”, e ci siamo sentiti non più “un noi-voi” ma “uniti nel noi”. Una sfida decisiva è quella di coinvolgere i giovani. Che sensibilità riscontrate? Non tutti i giovani sono molto informati dell’apertura a coloro che non si riconoscono in nessuna fede religiosa, ma quelli che ho avuto la possibilità di conoscere si sono dimostrati interessati a questa realtà. Una ragazza, dopo averci incontrato, ha scritto: “questo dialogo l’ho sentito come una sfaccettatura di quel diamante prezioso che ci ha consegnato Chiara…non incrostiamolo”. Clicca qui per leggere la 1° parte dell’intervista
Claudia Di Lorenzi
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4 Giu 2020 | Cultura
Costruire un mondo unito senza distinzione di razza, religione, condizioni economiche e sociali. “Noi abbiamo come Movimento, come nuova Opera sorta nella Chiesa, una vocazione universale, poiché il nostro motto è: “Che tutti siano uno”. Noi non possiamo fare a meno di voi, perché ci siete nei tutti, altrimenti toglieremmo via mezzo mondo o almeno un terzo di mondo, e lo escluderemmo, mentre noi diciamo “che tutti siano uno”. Così, nel maggio 1995, la fondatrice dei Focolari, Chiara Lubich, spiegava le ragioni che hanno spinto il Movimento a ricercare e sviluppare un dialogo con le persone che non si riconoscono in un credo religioso. Ne parliamo con Luciana Scalacci, 73 anni, di Abbadia San Salvatore (Italia). Non credente, è membro della Commissione internazionale e italiana del Centro del Dialogo con persone di convinzioni non religiose dei Focolari. Nel Movimento la ricerca di un dialogo con persone di convinzioni non religiose ha radici profonde. Quali sono le tappe più importanti? Il “Centro del Dialogo con i non credenti” nasce nel 1978 e l’anno seguente, per la prima volta, persone di convinzioni non religiose parteciparono ad incontri promossi dai Focolari. Chiara invitò tutto il Movimento ad una apertura verso i non credenti ritenendo che tutti siamo “peccatori” e pertanto possiamo fare un cammino comune di liberazione e costruire insieme la fratellanza universale. Nel 1992 il Centro promosse il primo convegno internazionale dal titolo “Costruire insieme un mondo unito”. “La vostra partecipazione alla nostra Opera è essenziale per noi – disse Chiara -. Senza di voi (come senza le sue altre componenti) essa perderebbe la sua identità”. Nel 1994 il secondo convegno. Nel suo messaggio Chiara disse: “il nostro scopo è quello di contribuire all’unità di tutti partendo dall’Amore ad ogni singola persona. Cercheremo, quindi, di vedere quanto grande sia, nell’Umanità a tutti i livelli, l’aspirazione alla fratellanza universale e all’unità”. Dopo la scomparsa di Chiara, nel 2008, la Presidente Maria Voce ha confermato più volte che le persone di convinzioni non religiose sono una parte essenziale del Movimento. Negli anni ‘70 non era comune che un Movimento di ispirazione cristiana aprisse le porte ai non credenti…quali gli obiettivi? L’unità del genere umano, dare concretezza al “Che tutti siano uno”, perché il mondo unito si costruisce con gli altri e non contro gli altri. Su quale base si fonda la possibilità di costruire un dialogo fra credenti e non credenti? Sull’esistenza di valori comuni, come la fraternità, la solidarietà, la giustizia, l’aiuto ai poveri. In comune c’è anche il fatto che tutti abbiamo una coscienza personale che ci consente di riflettere su questi valori singolarmente ma anche in maniera collettiva, per diventare patrimonio di tutti. In questo cammino avete incontrato delle difficoltà? Dialogare da posizioni diverse non sempre è facile. Rapportarsi a contenuti concreti e realizzare qualcosa di pratico è più semplice perché la prassi non fa distinzione di colore, religione, idee. Le difficoltà vengono quando dalla pratica si passa ai valori, alle ideologie, alle sovrastrutture. Il dialogo può rischiare di arenarsi. Ma questo non è avvenuto. Chiara ha chiesto sia ai credenti che a noi “amici” di mettersi nella massima apertura, non per fare un atto di carità ma per arricchirsi vicendevolmente e fare insieme il cammino verso un mondo migliore.
Claudia Di Lorenzi
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2 Giu 2020 | Focolari nel Mondo
Gabriela Bambrick-Santoyo è un medico di Medicina Interna. È nata e cresciuta a Città del Messico ed è membro attivo e impegnato della comunità dei Focolari dal 1987. Attualmente lavora come Direttore del Programma Associato del reparto di Medicina Interna in un ospedale nel Nord del New Jersey, oggi un punto caldo dell’attuale pandemia di coronavirus COVID-19. Ecco un estratto dell’intervista realizzata da cruxnow.com Gabriela, puoi dire qualcosa su come la tua fede cattolica e la spiritualità dei Focolari ispirano la tua vocazione a essere medico? La mia vocazione di cattolica, e facente parte del movimento dei Focolari, e la mia vocazione di medico sono inseparabili. Sono nata cattolica e ho conosciuto il Movimento dei Focolari quando avevo circa diciotto anni. Questo incontro ha cambiato la mia vita perché è stata la prima volta che sono stata spinta a vivere concretamente quel vangelo dell'”ama il tuo prossimo come te stessa”. Questo mi ha profondamente cambiata ed è stato ciò che ha guidato le mie azioni, sia come persona che come medico. Com’è stato essere in prima linea nella pandemia COVID-19 in un punto caldo del New Jersey? Ha messo a dura prova la mia fede. Soprattutto la paura della morte. Diventa una possibilità molto reale quando vedi tanta morte intorno a te. Una volta che dici di sì alla chiamata a dare la nostra vita per gli altri, che tutti noi come cristiani abbiamo, le grazie piovono dentro e fuori di te! Lo fanno davvero! Ho dovuto chiedermi pure cosa significasse “amare gli altri come te stessa” in questa pandemia di COVID. Quando ho iniziato a vedere i pazienti, ero piena di paura. Volevo entrare rapidamente… e lasciare la stanza il prima possibile. Poi un colpo di scena: mia figlia, una sana diciottenne, è stata ricoverata in ospedale con il COVID. Di sera mi chiamava piangendo dalla sua stanza d’ospedale dicendo: “Mamma, ho perso tutta la mia dignità. Devo andare in bagno e non mi fanno uscire. Non vogliono entrare e continuano a spingermi nella mia stanza e a un certo punto ho pensato di dover andare in bagno sul pavimento”. Questo mi ha distrutto, Charlie, e mi ha fatto chiedere se stavo facendo qualcosa di simile ai miei pazienti. A quel punto ho deciso di cambiare in modo da dare pienamente la mia vita ai miei pazienti, di avere più comprensione e di non farli mai sentire abbandonati. Dev’essere così difficile confrontarsi con la morte al ritmo con cui l’hai vista nelle ultime settimane. Per tutti noi è così difficile anche solo immaginarla. È vero, ma a volte ci sono anche delle grazie. Una delle mie pazienti era una novantunenne molto malata, che in sostanza sapeva che sarebbe morta a causa del COVID-19 ed era in pace. Il mio atto di misericordia è consistito nell’essere lì negli ultimi momenti della sua vita. Nel passare del tempo non solo con la mia paziente, ma anche con la sua famiglia al telefono. Non dimenticherò mai quando le ho detto che la sua famiglia le voleva molto bene e che era in pace e che sapeva che lei era pronta e mi ha stretto la mano. Questa è misericordia. Avevo un altro paziente con il quale ho avuto quella che io chiamo “situazione a doppio colpo”. Oltre ad essere un paziente COVID, era molto aggressivo, non completamente stabile e diceva che mi avrebbe dato un pugno se non avessi fatto X o Y. Non è stato immediato ricordarmi che anche questa persona è figlia di Dio e che dovevo guardarla con pazienza, amore e misericordia. Una volta che egli ha visto questo nei miei occhi, la sua rabbia ha cominciato a svanire. Sulla via del ricovero in un altro reparto, si è girato verso di me, mi ha sorriso e mi ha detto: “Tu e [l’infermiera X] siete state le uniche a dedicare del tempo a spiegarmi le cose”. Che differenza fa la sua robusta vita di preghiera e i suoi impegni teologici in riguardo a come pratica la medicina in queste circostanze? La preghiera è stata un pilastro centrale della mia vita e mi ha permesso di superare questa crisi. È nella preghiera che trovo pace e conforto. È nella preghiera che mi trovo in Dio. Infine, partecipo agli incontri settimanali (incontri zoom) con la mia comunità dei Focolari. Tutte queste cose insieme sono come l’armatura che mi permette di affrontare questa crisi. Qui potete leggere l’intervista completa: https://cruxnow.com/interviews/2020/04/doctor-balances-faith-work-in-coronavirus-hotspot/ (altro…)
1 Giu 2020 | Chiara Lubich
Una delle tante conseguenze del coronavirus in tutti i Paesi, ma in modo particolare in quelli più poveri, è l’aver tolto a tante persone con lavori precari o saltuari, i mezzi di sussistenza. In questo periodo quindi diventa ancora più importante guardarsi attorno e prendere le iniziative più varie a favore di chi è nel bisogno. È Vangelo: è lì, nei minimi, che Gesù ci aspetta. (…) Gesù ha una predilezione per i poveri, per i minimi. Quando, dopo il triplice rinnegamento di Pietro[1], fa a lui la triplice domanda: «Mi ami più di costoro?», alla prima risposta affermativa di Pietro, egli conclude: «Pasci i miei agnelli». Dopo le altre due invece afferma: «Pasci le mie pecorelle». E per «agnelli» s’intenderebbero – secondo qualche esegeta – i piccoli, i poveri, i bisognosi. Per «pecorelle» tutti[2]. Così Gesù dimostra di aver fatto l’opzione dei poveri, prima che molti vescovi, ad esempio, specie in paesi in via di sviluppo, la formulassero e la proponessero. Del resto, lo si sa: egli è venuto per evangelizzare i poveri[3] e ha detto chiaramente: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me»[4]. Ma se Gesù ha dimostrato questa preferenza in parole ed opere già quand’era in vita, il suo Spirito l’ha inculcata frequentissimamente durante i secoli in coloro che dovevano diventare suoi strumenti per molti: come ad esempio, san Francesco, san Filippo Neri, sant’Ignazio di Loyola, san Camillo de Lellis, ecc. Così è stato anche di noi. Il nostro carisma, all’inizio del Movimento, ci ha fatto porre l’attenzione, quando eravamo ancora in casa con le nostre famiglie, anzitutto su quelli che erano minimi intorno a noi: i poveri, gli ammalati, i feriti, i carcerati, i senza-tetto, gli anziani, i bambini… E più tardi, in piazza Cappuccini, nel primo focolare, su quelli che erano minimi fra noi. Abbiamo cercato di risolvere il primo problema con azioni di carità, semi delle azioni sociali e delle molte opere che sarebbero nate in seguito; e il secondo con la comunione dei beni fra tutti noi. Più tardi, siamo stati spinti generalmente a guardare a tutti, ad amare ogni prossimo come noi stessi, minimo e non minimo, e ad amarci fra noi. Questo nostro modo di vivere è ora così inculcato in tutti che è divenuto il tessuto base di tutto il Movimento. Ma in quest’ultimo periodo (…) ecco un nuovo richiamo a porre i minimi al primo posto nel nostro cuore. Come potremo allora attuare ciò? Anzitutto guardando con predilezione a coloro fra noi che possono dirsi minimi e sollevando ogni necessità con una comunione dei beni libera ma intensa, estesa a tutto il Movimento nel mondo. Poi, guardandoci attorno. (…) Un motto? Una domanda al nostro cuore: «Ho preferito oggi, fra tutti i miei prossimi, quelli più in necessità?».
Chiara Lubich
(in una conferenza telefonica, Rocca di Papa, 27 giugno 1991) Tratto da: “Preferire i minimi”, in: Chiara Lubich, Conversazioni in collegamento telefonico, pag. 432. Città Nuova Ed., 2019. [1] Cf. Gv 18,15-27. [2] Cf. Gv 21,15-17. [3] Cf. Mt 11,5. [4] Mt 25,40. (altro…)
30 Mag 2020 | Collegamento
Azioni di sostegno, reciproco aiuto, preghiera e condivisione nate in tutto il mondo dalle comunità dei Focolari. https://vimeo.com/402499365 (altro…)