In ricordo di Chiara sulle rive del Bosforo
Istanbul: il Patriarca Bartolomeo fa gli onori di casa nella chiesa ortodossa di Aya Strati Taksiarhi per l’appuntamento che coinvolge oltre un centinaio di rappresentanti del mondo ortodosso e cattolico, in occasione del 7° anniversario della fondatrice dei Focolari, Chiara Lubich. Ci sono i metropoliti Ireneos, Apostolos ed Elpidoforos; due archimandriti, Patera Vangeli, che ha tradotto in simultanea dal greco al turco e il Grande Archimandrita Vissarion. Presenti anche l’arcivescovo degli Armeno Cattolici, Levon Zekiyan e il vescovo cattolico, Louis Palâtre, oltre a religiose e religiosi. Da Roma, per addentrarsi nella presentazione dei volumi di Chiara tradotti in greco, la linguista Maria Caterina Atzori, del Centro studi dei Focolari. A moderare gli interventi, da Atene, il giornalista Nikos Papachristou. «Nel corso dei secoli, la divina epifania del Signore si è manifestata in tanti modi, per far comprendere all’umanità le cose di Dio», ha esordito il Patriarca, dopo aver aperto l’incontro con una preghiera per Chiara, intonando l’inno allo Spirito Santo. «Egli non si è stancato di far sorgere tra noi santi uomini e sante donne, che con il loro esempio, con il loro amore poggiato sulla filantropia divina e con la parola ispirata dallo Spirito Santo, continuamente sollecitano una “metanoia”, una conversione del cuore per tutta l’umanità sofferente».
«Chiara Lubich inizia il suo percorso di vita, dedicata al Signore, nelle sofferenze della guerra. In questa sofferenza vive il Cristo crocifisso e abbandonato e comprende che non c’è Resurrezione senza passare attraverso la caduta. E la sofferenza di Cristo diviene la sua personale sofferenza, mai però disperazione». «La sua vita è contraddistinta da una passione per la Santa Scrittura, la Parola di Dio che in lei diviene Parola fondante, viva, esaltante. Ha vissuto fino in fondo il comandamento del Signore. “(…) come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv. 13,34) E questo comandamento si è personificato in lei fino a contagiare un numero sempre maggiore di persone, diverse tra loro, anche di diversa fede, ma unite in un ideale concreto di comunione. Chiara è sempre stata anche figlia fedele della sua Chiesa, condividendo e vivendo in se stessa la via della sua Chiesa. E in questa convinta partecipazione, ha sentito il dramma della divisione, il dramma della impossibilità di partecipare allo stesso Calice. In lei fanno eco le parole ancora del nostro venerabile Predecessore, inviatele nel 1969: “Dov’è il Cristo Salvatore? Divisi gli uni dagli altri, noi l’abbiamo cacciato. È Da qui che provengono le nostre disgrazie”. E che fanno le Chiese? Stanno mercanteggiando su Colui che non ha presso e da qui il loro triste frazionamento” (Messaggio del 21 febbraio 1969). Percependo il grido di dolore per la lacerazione, offre tutta se stessa per il carisma dell’unità, facendosi strumento nelle mani di Dio per incontrare i capi delle Chiese, come i semplici fedeli. Ma non si ferma a questo: sollecita, sprona, invita, propone di trovare vie di comunione nuove». «Chiara ha anche un amore tutto particolare per la Santa e Divina Eucarestia del Signore. In essa percepisce il dono d’amore di Colui che si è offerto una volta e per sempre, per attrarre a sé l’uomo. Potremmo affermare che in lei si forma una coscienza eucaristica dell’unità». «Ancora un altro aspetto possiamo scorgere nell’opera di Chiara: l’unità dalla Trinità, attraverso l’Eucarestia, passa sulla famiglia. (…) Il luogo dove può splendere l’amore scambievole che lega naturalmente i suoi membri. (…) È in questo contesto che l’unità della famiglia umana si intravede in tutti i suoi aspetti, nella società, nella politica, nell’economia, nel rispetto dell’opera di Dio per ciascuno di noi singolarmente e in tutta la sua meravigliosa creazione. Il messaggio e l’opera di Chiara pertanto risultano essere sempre più attuali, soprattutto nel contesto mondiale in cui stiamo vivendo». Risulta così particolarmente apprezzato «il dono che il Movimento dei Focolari offre oggi nel presentare la traduzione in Lingua Greca dell’opera di Chiara Lubich. La accogliamo come un dono tra fratelli, dono che sicuramente farà apprezzare anche al pubblico greco, al fedele greco-ortodosso, questo meraviglioso messaggio di unità e d’amore». E prima di impartire la sua benedizione, si rivolge a Chiara perché interceda «perché l’alba di un nuovo giorno per questa umanità ferita e divisa possa sorgere presto e che i sentimenti per i quali Ella ha speso tutta la sua vita, diano abbondanti frutti, lì dove oggi non scorgiamo altro se non tenebre e martirio di sangue». (altro…)
Cuando los adolescentes “se meten” en política
Son adolescentes, forman parte del mismo grupo Gen 3. Comparten sus experiencias, anhelos, sueños como todo joven de esa edad. Una de ellas comenta: “Voy a empezar a militar en política, en una organización juvenil”. Continúa la conversación y cada vez se pone más caliente. Quien está a favor de esa organización juvenil y quienes están en contra. Un reflejo de la Argentina de hoy: dos posiciones enfrentadas e irreconciliables. Pero no se quedan en el “de eso mejor no hablar porque nos divide”. Deciden hacer un taller para entender más lo que es la fraternidad en política.
Son 40 adolescentes los que se dieron cita para reflexionar sobre la fraternidad, la política y el diálogo. En primer lugar compartieron qué era la política para ellos: gobierno, presidente, propaganda, mentiras, corrupción, decisiones y, por medio de un juego de roles, respondieron a la siguiente pregunta: ¿Qué harían si se encuentran perdidos en una isla? A través de la puesta en común se observó como cada grupo se organizó en forma diversa, lo que a su vez podía compararse con las distintas formas de organización social. En un segundo momento trabajaron sobre los distintos conflictos, desde los suyos más cotidianos hasta reflexionar sobre como hacen los políticos para tomar decisiones. Al terminar este momento sonaban fuerte palabras como respeto, escucha, tolerancia, apertura, diálogo. Al terminar la actividad volvieron a reflexionar sobre la palabra política y encontraron que no les decía lo mismo que antes y que existe otro horizonte que muchas veces no se logra vislumbrar, fruto de las dísputas que escuchamos a diario en los medios de comunicación. Pero también pudieron conocer que
existe otra cara de la medalla, la de muchos políticos, funcionarios y ciudadanos en distintos ángulos del planeta que deciden jugarse por la fraternidad y el bien común por sobre todas las cosas. Casi un juego, pero en cada uno se fortalece una visión distinta de la política, descubriendo valores como la tolerancia, la participación, el compromiso social, el escuchar al otro, como decía uno de ellos: “pudimos darnos cuenta que la política no es algo para mirar de lejos, ni para tenerle miedo, sino que tiene que ser otra herramienta para llegar a la fraternidad”. “¡Ahora a ponerlo en práctica!”, decía a modo de conclusión una chica.
La speranza a Erbil, nel Kurdistan iracheno
«Abito a Erbil, nel nord dell’Iraq, dove, nel 2010, ho iniziato una scuola per i bambini kurdi – racconta Malu Villafane, nata nelle Filippine –. In questi anni, ho lavorato nel santuario locale, organizzando varie attività. Nell’agosto scorso, il santuario è diventato un campo profughi. Le città di Sinjar e Mosul con i villaggi adiacenti, come Qaraqosh, Qaramlesh, Bartalla e altri, sono stati invasi dall’ISIS. Gli abitanti sono scappati lasciando tutto e si sono rifugiati in Kurdistan, da noi. Nel campo c’era un’aria pesantissima, di grande pessimismo, i bambini erano smarriti… Insieme ai responsabili del centro abbiamo iniziato alcune attività per i ragazzi, coinvolgendo anche alcuni colleghi della mia scuola». In questi anni com’è stata la convivenza tra i cristiani, musulmani, gli Yazidi e le altre etnie come kurdi, turkmeni, ecc.? «C’era rispetto tra loro, facevano le cose insieme. Lavoro con i kurdi, con i turkmeni, arabi e altri stranieri. Quando c’è stata la crisi, tanti kurdi hanno dato la loro disponibilità per ospitare i profughi in casa loro. Il popolo del Kurdistan non condivide questo massacro». Quando è iniziata la crisi dei profughi a Erbil? Dove si sono sistemati? Quali prospettive possono avere per i prossimi mesi? «La crisi che ha causato queste forzate migrazioni è iniziata già da giugno del 2014 e si è aggravata agli inizi di agosto. La gente ha perso tutto: casa, lavoro, scuola ; tanti di loro si sono rifugiati inizialmente nei palazzi vuoti, nelle chiese, lungo la strada e quando hanno potuto, presso i parenti a Erbil. Molte ONG, insieme alla Chiesa, hanno dovuto affrontare l’emergenza senza nessuna preparazione. Avevano bisogno di tutto! Insieme abbiamo raccolto tante cose di prima necessità. In quel periodo la temperatura di giorno saliva quasi a 50°C, un inferno, e ora durante l’inverno fa tanto freddo. Le tende non bastano per accudire migliaia di famiglie. Ci sono campi che non hanno acqua e cibo per alcuni periodi di tempo. Eppure, dopo un po’ di mesi, i bambini hanno iniziato a sorridere, a giocare, a provare altre esperienze fuori dal campo, come andare in piscina o nel parco pubblico. I genitori, vedendo la gioia dei loro figli, hanno ritrovato la speranza. Hanno iniziato a pulire il campo, a cucinare e a darci una mano. Dopo aver vissuto con loro questa drammatica situazione, la mia vita si è capovolta. Il mio soggiorno qui in Iraq ha trovato un senso profondo: ho vissuto per la fratellanza universale». Ma ha senso lavorare per la fraternità? Cosa ti spinge a continuare a lavorare nel campo? «Se guardo alle circostanze dal punto di vista umano, mi scoraggio e scapperei via. Invece, se guardo tutto quello che accade attraverso l’occhio di una speranza fondata sulla fede, riesco ad andare al di là delle sofferenze che vedo. Ho pensato alla frase del Vangelo: “Quando ho avuto fame, mi hai dato da mangiare; quando ero triste mi hai consolato…”. Queste parole mi danno la forza di affrontare le difficoltà quotidiane che incontro nel campo. È difficile spiegare o descrivere il dolore che c’è. Tanti di loro hanno perso la speranza perché hanno perso tutto. Questa esperienza mi ha spalancato il cuore per accogliere l’altro come un fratello, come una sorella. Mi ha dato la possibilità di uscire dal mio mondo “comodo” per mettermi a servizio degli altri. Voglio vivere per la fratellanza universale non perché posso risolvere i problemi ma perché, con piccoli passi, si può lasciare un seme. La pace cresce soprattutto dalle piccole cose che facciamo tutti i giorni per gli altri». Cosa possiamo fare noi da qui per aiutarvi e per essere vicini a queste persone? «Credo che bisogna affrontare il tema della “disinformazione”. Nonostante l’emergenza sia tuttora in corso, quasi non se ne parla. Diffondere una cultura che accoglie, che ascolta, soprattutto fra popoli e religioni diverse nelle vostre città; promuovere iniziative e progetti che abbattono le barriere. Vi ringrazio per il vostro aiuto e continuiamo a credere che la Pace è possibile». Fonte: Umanità Nuova online (altro…)
Vangelo vissuto: il paradosso della Croce
Lavorare qui «Medici qui nelle Filippine, dove la povertà è dilagante, mio marito ed io abbiamo ricavato un modesto ambulatorio privato nella nostra già piccola abitazione. Certo, non è facile: pensando a nostri colleghi che hanno fatto carriera in Occidente, ci chiediamo talvolta se abbiamo fatto bene a restare. Ma ci trattiene il pensiero dei tanti bisogni della nostra gente: bambini da far crescere sani, coppie da formare, anziani e malati terminali da assistere… Dal Vangelo ci viene la spinta a dare anche noi un contributo per rendere migliore la società, cominciando nel nostro Paese». L. R. – Filippine Mosé della strada «Una famiglia numerosa: sei figli e uno in arrivo, che muore prima di nascere. La mamma si è salvata, ma per diversi giorni ha lottato tra la vita e la morte. Proprio in quel periodo dei militari avevano portato nell’ospedale dov’era ricoverata, un neonato, che era stato abbandonato per strada. Dopo le cure s’era ripreso, ma ora gli occorreva una famiglia. Subito l’ha trovata nell’altra, prendendo il posto del bambino morto. Dai nuovi genitori è stato chiamato Giuseppe-Mosé: Giuseppe perché l’ospedale era intitolato a san Giuseppe, Mosé perché abbandonato e poi ritrovato». H. E. – Congo Volevo vendicarmi «Solo otto giorni dopo il mio matrimonio ho perso mia madre, investita da un’auto. Deciso a vendicarmi, ho preso un pullman per raggiungere il paese di residenza dell’investitore. Lungo il tragitto però mi sono tornate in mente certe parole sull’amore di Dio e del prossimo, e pian piano il rancore si è sciolto. Quando l’altro ha saputo chi ero l’ho visto impallidire, ma l’ho tranquillizzato: ero lì solo per capire la dinamica dell’incidente. Dopo aver ascoltato il suo racconto, fatto tra le lacrime, ho cercato di dargli pace. La gioia promessa dal Vangelo mi ha accompagnato nel ritorno». F.A. – Roma Fonte: Il Vangelo del giorno – marzo 2015 – Città Nuova editrice (altro…)
Movimenti: transizione e fedeltà creativa
150 responsabili di movimenti evangelici e chiese libere, nella variegata realtà del mondo evangelico, e alcuni rappresentanti di movimenti cattolici, si son posti una domanda: come rimanere fedeli al proprio carisma nei momenti di forte cambiamento? È la situazione in cui si trovano diversi movimenti, sorti nel secolo scorso per rispondere all’una o all’altra delle sfide dell’ideale cristiano, e alla ricerca oggi di nuove risposte, adatte ai tempi che viviamo, sempre fedeli alla radice che li ha originati. All’appuntamento di quest’anno del “Convegno di responsabili”, Gerhard Pross, moderatore e tra i volti più conosciuti di Insieme per l’Europa (la rete di movimenti cristiani che lavora insieme per il continente europeo) ha fortemente voluto la presenza di Maria Voce, presidente dei Focolari, e prima a succedere a Chiara Lubich alla guida del Movimento dopo la sua scomparsa nel 2008. La riflessione di Maria Voce ha aiutato a comprendere la differenza tra la fase di fondazione, il “periodo carismatico”, “pieno di sorprese, nuovo, dinamico, luminoso” e la fase della maturità, il “periodo della fedeltà creativa” di un movimento, in cui “far crescere, sviluppare, moltiplicare” quanto intuito e fatto nascere dalla fondatrice/fondatore, con originalità. Ha continuato raccontando l’impegno dei Focolari a vivere un protagonismo diffuso di quanti ne vivono la spiritualità e ne condividono i fini, e soprattutto a “uscire” sempre più fuori “nei vari ambienti della vita e della società”, senza limitarsi a vivere e testimoniare l’unità al suo interno, ma portando lo spirito e l’esperienza di unità in tutto il mondo, “perché tutti siano una cosa sola” (Gv. 17,21), il fine specifico dei Focolari. «Non possiamo perciò pensare a noi – afferma Maria Voce – dobbiamo “uscire”, donarci per essere noi stessi». Fondamentale per andare oltre se stessi, la scelta di Gesù che, nel suo abbandono, va oltre se stesso per ricomporre l’unità fra gli uomini e con Dio, uno dei punti cardine della spiritualità dell’unità. C’erano evangelicali, pentecostali, carismatici, ciascuno impegnato in modo diverso o in opere sociali, o sul fronte dell’evangelizzazione, della formazione, dell’impegno politico. Il “Convegno di responsabili” esiste già dal 1974, ben prima che nella chiesa cattolica Giovanni Paolo II desse il via, nella Pentecoste 1998, alla comunione tra i movimenti. C’è quindi un’esperienza di condivisione che va avanti da anni. Momento importante, nella memoria di tutti i presenti, è stato però nel 2000, quando con Chiara Lubich a Rothenburg si è fatto un passo avanti nella riconciliazione. Si erano infatti depositati dissapori e incomprensioni che sono stati resettati nel «momento sacro del perdono reciproco», così ne parla Maria Voce, «esperienza fondante della comunione tra movimenti e comunità di Chiese diverse, da cui più tardi è emerso l’”Insieme per l’Europa». Una tappa comune a cui si guarda adesso insieme è Monaco 2016, quando la rete di Insieme per l’Europa si ritroverà per un congresso e una manifestazione pubblica, a sua volta tappa verso il cinquecentenario della Riforma di Lutero, offrendosi come segno profetico di un’Europa riconciliata e unita. Di ritorno dalla Germania, il 4 marzo, Maria Voce si è recata poi in udienza da papa Francesco insieme ai Vescovi amici dei Focolari, e ha portato il saluto dei 150 rappresentanti di movimenti evangelici e la loro speranza nel comune impegno verso l’unità. «Bene», ha affermato papa Francesco nel ringraziare. «Molto importante il lavoro ecumenico che portate avanti». (altro…)
Congo: una guerra dimenticata
La Repubblica Democratica del Congo: un grande Paese con immense risorse naturali. 72 milioni di abitanti, alcune centinaia di etnie diverse. Le difficili relazioni con l’Occidente, la guerra per lo sfruttamento dei minerali, il dramma di una popolazione dimenticata. Abbiamo intervistato il biologo congolese Pierre Kabeza, sindacalista, padre di famiglia, che da tre anni ha dovuto lasciare la sua città, Bukavu, nella regione dei Grandi Laghi, e adesso frequenta l’Istituto Universitario Sophia. Lei ha dovuto espatriare, lasciando moglie e figlie. Quali i motivi? «A volte ci sono cose che non si possono capire e vedere bene se non con gli occhi che hanno pianto, diceva Mons. Munzihirwa, vescovo di Bukavu ucciso per la sua lotta per la giustizia. Dopo la sua morte eravamo tutti scoraggiati, ma è arrivato Mons. Kataliko che ha scelto di seguire la sua stessa strada: parlare per i senza voce. Kataliko ha asciugato le lacrime di un popolo che non era più ascoltato. Il 24 dicembre 1999 ha scritto un messaggio nel quale denunciava la guerra ingiusta, l’occupazione del Congo da parte dei paesi vicini, lo sfruttamento e il saccheggio delle risorse minerarie. Per questo gli è stato impedito di fare il suo lavoro pastorale per 7 mesi e 20 giorni. Le campane non hanno più suonato. Facevamo sit-in di protesta ogni giorno, finché non è rientrato in diocesi. Musulmani e cristiani di Bukavu, siamo andati insieme in cattedrale, dove Mons. Kataliko ha celebrato una messa di perdono per quelli che l’avevano fatto soffrire. È morto in Italia poche settimane dopo. Per continuare l’opera dei nostri vescovi – difesa della verità, lotta per la giustizia e per la libertà -è nato il gruppo “Dauphin Munzihirwa Kataliko” (DMK). Le iniziative per onorarli davano fastidio ai loro nemici. Con il gruppo DMK, di cui ero responsabili, ci siamo impegnati nell’ambito dell’educazione, a cominciare dalla scolarizzazione dei bambini. I docenti, infatti, non vengono pagati dallo Stato e sono sostenuti dai genitori. Ci siamo adoperati perché il governo congolese si assumesse le proprie responsabilità. Manifestazioni, sit-in, scioperi… prigione: eravamo considerati persone che disturbano l’ordine pubblico. Ho incontrato tutti i responsabili del Paese, perfino il presidente della Repubblica al quale ho ricordato l’articolo 43 della nostra costituzione che riconosce la gratuità e l’obbligo per i bambini di frequentare la scuola elementare. Mi ha ascoltato, ma purtroppo finora niente è cambiato. Per il mio impegno, però, sono stato minacciato, arrestato e torturato. La mia casa è stata attaccata due volte. Hanno distrutto tutto. È cosi che ho dovuto andare via per salvare la vita». Un guerra dimenticata. 6 milioni di morti, 2 milioni di donne e bambini in fuga dai loro villaggi e città. Ci può raccontare di più? «Sì. Anche Maria Voce, presidente dei Focolari, ha detto che sembra che i morti in “terre lontane dall’Occidente” abbiano meno valore in termini di umanità e “meno peso politico sulla coscienza della comunità internazionale”. È il caso del Congo. I nostri morti non interessano la comunità internazionale perché siamo nelle periferie del mondo. Eppure, oggi, la guerra è il nemico comune di tutti. Mandela ci ha insegnato che “siamo nati per essere fratelli”. Della guerra del Congo si parla poco qui in Europa, e senza dire tutta la verità. Non si tratta solo di guerre etniche. È vero che abbiamo tanti problemi in Africa, ma mi domando: perché il fuoco si accende solo nei paesi ricchi, dove ci sono minerali e petrolio? C’è sempre il fuoco dove si trovano coltan, oro, diamanti. E dove vanno a finire questi minerali insanguinati? Vengono usati per fare smartphone, air bag, navigatori e così via. Si calcola che per ogni chilo di coltan estratto in Congo muoiono due bambini. Altri sono obbligati a divenire “bambini e bambine soldati”. Sarebbe importante che i nostri bambini sappiano che usando il video-gioco c’è un altro bambino che perde la vita nelle periferie del mondo». Che significa per lei fare quest’esperienza intellettuale e umana presso l’Istituto Universitario Sophia? Quali sono le attese personali e in vista del bene del suo Paese? «Sophia è stata uno dei doni che ho avuto in Italia. Penso che sarebbe stato meglio fare l’esperienza di Sophia prima di impegnarmi come sindacalista, perché qui ho capito l’importanza della fraternità. Credo che il fallimento della nostra società congolese stia nel fatto che abbiamo dimenticato il principio della fraternità, una forza che unisce tutti, che non esclude nessuno. Oggi ho capito che l’altro è parte di me, che i suoi problemi sono i miei. L’impegno politico ci dovrebbe aiutare a capire che siamo responsabili gli uni degli altri. A Sophia ho compreso anche il senso della diversità tra noi. Siamo uguali ma diversi e che, se gli uomini sfruttassero questa ricchezza, sarebbe un bene. Sophia mi ha insegnato anche a capire il cammino del dialogo. Il vero dialogo è quello che dà spazio all’altro, dove c’è sempre una parte di verità». Video (altro…)A piccoli passi
Quando Papa Francesco li ha incontrati, nel settembre scorso, ha ricordato Chiara Lubich come «straordinaria testimone» dell’unità che «ha portato il profumo di Gesù in tante realtà umane e in tante parti del mondo». E oggi, a sette anni dalla morte della fondatrice, il Movimento dei Focolari riconferma la sua vocazione a essere scuola di comunione e fucina di unità per tutta la Chiesa, come ribadisce la presidente Maria Voce in questa intervista al nostro giornale. Crede che il carisma dell’unità di Chiara sia destinato a realizzarsi? Lei pensa che se non lo credessi avrei dato la vita al Movimento? Crediamo si realizzerà perché coincide con la preghiera che Gesù ha rivolto al Padre: che tutti siano una cosa sola. E non possiamo pensare che una preghiera del Figlio di Dio non si debba realizzare. Certo, non sappiamo come, non sappiamo quando, ma diamo la vita perché si realizzi. Vogliamo che si realizzi e facciamo quei piccoli passi che oggi possiamo compiere per affrettare il momento del suo compimento totale. Cosa significa «essere famiglia» secondo il testamento lasciato da Chiara? In occasione della mia prima elezione ho detto che il mio desiderio era che il Focolare privilegiasse i rapporti umani. Credo che questo è in fondo quello che abbiamo cercato di fare, anche se si è sempre tentati dall’individualismo. Costruire rapporti con le persone all’interno del Movimento significa veramente interessarsi degli altri e avere quell’amore capace di comprendere, di perdonare, di accogliere, di aiutare quando c’è bisogno: tutto quello che si fa all’interno della famiglia. Una vita di famiglia, quindi, ma integra, perché fatta di rapporti veri, autentici. […] Quale ruolo hanno oggi nella Chiesa i movimenti? Il ruolo è duplice: da un lato i movimenti sono portatori di carismi, doni dello Spirito Santo per la Chiesa e l’umanità. Hanno quindi un’influenza su tutta la Chiesa, perché vengono messi a disposizione di tutti per la costruzione del corpo ecclesiale. Oltre a questa grazia, proprio perché depositari di un carisma, i membri di un Movimento sono capaci di comprendere i carismi degli altri. Quindi capaci di rendersi conto che la Chiesa è ricca di carismi che possono essere messi in comune. Nell’ambito dei singoli movimenti poi c’è questa spinta a una vita evangelica più radicale. C’è il desiderio di un maggior impegno, di un’apertura al mondo che ci circonda. Sono caratteristiche che i movimenti cercano di vivere, ma che dovrebbero vivere tutti i cristiani. I membri dei movimenti sentono di avere una grazia, che è anche una responsabilità, e sentono di poter vivere queste cose in comunione tra di loro, per aiutarsi reciprocamente. Nelle associazioni, nei movimenti ci si può aiutare: si può scoprire il valore di essere l’uno accanto all’altra, per darsi una mano, incoraggiarsi, sostenersi e anche rialzarsi qualora si cada. […] Nell’ultima assemblea Papa Francesco vi ha affidato tre verbi: contemplare, uscire, fare scuola. Come li state realizzando? Papa Francesco ha citato una frase di Chiara Lubich: questa è la grande attrattiva del tempo moderno, cioè penetrare nella più alta contemplazione e rimanere in mezzo agli uomini, uomo accanto all’uomo. Chiara ci ha sempre insegnato che bisogna diventare Gesù. E quindi contemplare significa essere Gesù, diventare Gesù, vivendo il Vangelo integralmente, riuscendo a scoprire quello che Gesù sta operando nella storia, quello che vuole dirci attraverso ogni uomo che incontriamo. Vuol dire, quindi, essere in continuo contatto con Gesù. Ricordo una volta che a Chiara venne chiesto come si fa a vivere l’invito del Vangelo a pregare sempre. Lei rispose che occorre essere sempre Gesù, occorre amare sempre. È perfino semplice questa contemplazione che si svolge nelle attività quotidiane, anche presi da mille cose. In quella quotidianità possiamo vedere Dio che ci viene incontro con la sua volontà e con la richiesta di amore del fratello che ci passa accanto. Questa è la contemplazione che vogliamo vivere e che cerchiamo insieme di realizzare. Riguardo all’uscire, è una delle nostre priorità. L’abbiamo sentita particolarmente nostra quando Papa Francesco l’ha sottolineata e abbiamo sentito la gioia di essere in sintonia con quello che il Papa ci chiede oggi. Il fare scuola ci sembra sia soprattutto essere attenti a rivisitare continuamente il nostro carisma: non per trasformarlo, ma per vedere come risponde oggi ai segni dei tempi, cogliendo i linguaggi, gli stili, le domande nuove che l’umanità impone. Facciamo nostro tutto questo per esprimere il carisma di sempre adeguandolo all’oggi. Come presidente quali priorità indica per il futuro del Movimento? Non scelgo io le priorità. Devo cogliere quelle che vengono espresse dal Movimento in tutto il mondo. L’esigenza emersa nell’ultima assemblea è quella di essere molto aperti e in uscita verso le periferie, che non sono solo quelle geografiche, ma dovunque manchi l’amore e le divisioni impediscano di realizzare lo spirito di unità del carisma che Chiara ci ha lasciato. Significa per noi avere una grande apertura a tutti i dialoghi, che è uno stile di vita del Movimento: essere aperti verso tutti, accogliere chiunque, senza distinzione etnica, religiosa, culturale, sociale, anagrafica. Questo porta come conseguenza un’attenzione particolare verso i luoghi dove più si manifestano queste divisioni. Pensiamo a quei Paesi dove c’è un’enorme differenza tra le classi sociali, oppure dove le differenze religiose diventano motivo di lotte, di guerra, di terrorismo. Guardando a questi Paesi, in particolare, vogliamo spendere risorse, talenti, e fare tutto il possibile per aiutarli. Senza però dimenticare l’Europa, che ha perso l’anima religiosa perché ha tagliato le sue radici. Portiamo avanti anche il dialogo con la cultura post moderna, con questa notte che sembra avvolgere la vita degli uomini di oggi. Di Nicola Gori, su Osservatore Romano 18 marzo 2015. Leggi l’intervista integrale (altro…)
Il Brasile ricorda Chiara Lubich
Sabato 14 marzo. Il “Salão dos Atos” immerso nel verde del Parque Barigui di Curitiba, era affollato da deputati federali, statali, sindaci, assessori, funzionari pubblici, giovani e accademici giunti dall’Amazzonia, dal Nordest, Brasilia e da altre città del Brasile. In quella sala sono risuonate parole insolite: la politica presentata come «“l’amore degli amori”che conferisce agli amministratori pubblici di fare progetti capaci di rispondere alle esigenze della comunità e ai cittadini di realizzare le proprie aspirazioni». È stato ricordato che «il potere conferisce la forza, ma è l’amore che dà autorità». Molte volte è stata ripetuta la parola “fraternità”, non solo quale principio etico della politica, ma come “la sua sostanza”. Sono questi i punti centrali del pensiero di Chiara Lubich, che Maria Voce, presidente dei Focolari, ha citato nel suo messaggio e che sono stati approfonditi nei vari interventi. Questa visione della politica che Chiara stessa aveva proposto, anni fa, nei parlamenti di vari Paesi, oggi è apparsa come una luce nel tunnel della crisi che attraversa il Brasile. Ha risvegliato nuova speranza, perché molti sono stati i testimoni che ne hanno mostrato l’attuazione, non solo in Brasile, ma anche in altri Paesi. Un panorama innovativo, presentato nel video-documentario all’inizio dell’evento promosso dal Movimento Politico per l’Unità (MPPU) espressione dei Focolari, nel 7° anniversario della sua morte. L’incontro ha avuto luogo in concomitanza di due manifestazioni popolari di segno opposto e molti degli interventi hanno evidenziato la crisi politica, economica ed etica, sottolineando la crescente mancanza di fiducia nelle istituzioni. «Noi siamo qui come mediatori, chiamati a cambiare questa situazione attraverso il dialogo e la fraternità», ha detto Sergio Previdi, presidente nazionale del MPPU.
«Questa è una grande sfida. La democrazia non è solo un fatto tecnico, ha bisogno di un’anima. Dobbiamo ripensare la politica per poterla riumanizzare», ha affermato Gustavo Fruet, sindaco di Curitiba. Ed ha citato l’innovativa cultura politica espressa da Chiara, dalla quale trae ispirazione il programma 2010-2030 per far di Curitiba “una città innovatrice globale”, già riconosciuta quale modello di pianificazione sostentabile e come “città della fraternità». Molti gli interventi di deputati e assessori di diversi partiti che cercano, non senza fatica, di attuare una politica contro-corrente che hanno testimoniato come attingono dal MPPU “nuova forza e nuovo impegno”. «Fraternità significa attuare una strategia di unità, cercare il dialogo tra maggioranza e opposizione, tra istituzioni e società, nella comune ricerca del bene comune», ha affermato il sindaco di Sorocaba, Antonio Carlo Pannunzio. Julio Carneiro del MPPU Brasile, ha citato le cittadelle fondate da Chiara Lubich (oggi più di 20) quali bozzetti-modello di città, per testimoniare l’incidenza della fraternità nella convivenza civile. «Una nuova cultura politica richiede uomini nuovi», ha affermato il prof. Marconi Aurélio Silva, evidenziando l’urgenza della formazione dei giovani alla cittadinanza attiva, basata sulla fraternità: «essendo noi per natura esseri relazionali e non individui isolati». Ed ha parlato dei molti frutti della Scuola Civitas in molti stati del Brasile e del mondo. Para saperne di più: www.mppu.org.br – www.focolares.org.br (altro…)
Ungheria: accoglienza di profughi in viaggio da mesi
https://vimeo.com/121042026 (altro…)
Dalla Corea alla Mongolia
Da Ulan Bator, capitale della Mongolia, a Daejeon in Corea del Sud, sono oltre 10 ore di aereo, eppure queste due città fanno parte della stessa diocesi. Fatta eccezione per la capitale, la densità della popolazione in Mongolia è di 2 abitanti per km², i cristiani sono il 2%, in una terra dalla millenaria tradizione buddhista (53%) e di diffuso ateismo (29%). La chiesa locale, nel chiedersi come prendersi cura anche di questi pochi cristiani, ha chiesto aiuto alle Famiglie Nuove del Movimento dei Focolari, trovando la disponibilità di alcune famiglie coreane che, con l’annuncio del Vangelo, portano la testimonianza della spiritualità dell’unità vissuta in famiglia. Nelle parrocchie di Ulan Bator c’è un centro sociale che accoglie bambini e ragazzi per il doposcuola, una fattoria comunitaria e una clinica gratuita. È qui che si svolge prevalentemente la “missione” dei Focolari. Vediamo in cosa consiste. Dalla Corea due o tre coppie per volta si recano periodicamente in Mongolia per visitare le parrocchie e incontrare le famiglie. Le tematiche sono prevalentemente quelle familiari, con riferimento al Vangelo applicato alla vita quotidiana, che anche qui diventa fonte di cambiamento per la vita di coppia e di famiglia. Qualche volta incontrano anche i giovani. «Una volta abbiamo portato delle medicine», racconta Cedam. «Indicibile la gioia della suora quando le abbiamo dato il pacchetto: erano proprio quelle che le servivano e le sue erano finite. In Mongolia per quasi metà dell’anno è inverno. Per mesi la temperatura arriva a –40°C, per cui si capisce la difficoltà, ammesso che se ne abbiano i mezzi, di uscire di casa per procurarsi il necessario. Quando si avvicina la data della partenza per la Mongolia, le altre famiglie in Corea si danno da fare per mettere insieme cose utili da portare. Una volta avevamo pensato di portare dei palloni da calcio e da pallacanestro affinché i ragazzi potessero giocare nella grande pianura, ma bisognava comperarli e poi c’era la difficoltà dello spazio in aereo… Una famiglia aveva messo nel suo negozio un salvadanaio proprio per le famiglie mongole così, oltre ai palloni, abbiamo potuto comperare anche l’apparecchio per gonfiarli». «Il vescovo ci fa da autista – prosegue Andrea –, ci accoglie nel vescovado, ci accompagna nelle parrocchie e ci incoraggia a donare a piene mani le nostre esperienze come famiglia cristiana. E vediamo che le famiglie hanno sete proprio di queste. Quando la volta dopo ritorniamo, esse ci accolgono con un affetto sempre più grande. Anche loro vogliono raccontare come hanno vissuto il Vangelo. In un’omelia, presenti le suore di varie congregazioni, il vescovo ha detto che siamo stati inviati da Dio anche noi come missionari e chiamandoci ciascuno per nome ci ha definito: my friends. Quando lasciamo la Mongolia, ogni volta sentiamo che lasciamo lì anche i nostri cuori. Perché ogni volta si ripete con loro l’esperienza delle prime comunità cristiane». (altro…)
Maria Orsola: “W la Vita”
La corsa verso il Cielo di una ragazza del ’68, di cui è in corso la causa di beatificazione, che ha trovato il segreto della felicità. Sedici anni. Di corsa. A perdifiato. Destinazione Paradiso. Maria Orsola Bussone è una ragazza piemontese del ’68 che ama la musica beat, si interessa alle prime manifestazioni studentesche, suona la chitarra e prende lezioni di canto. Un’adolescente come le altre, si direbbe, innamorata della natura, dello sport e della musica. Prende qualche cotta, annota i suoi pensieri sul diario personale, ha tanti amici e scrive lettere a quelli più cari. È la figlia semplice di un piccolo mondo antico che sembra prossimo a essere travolto dai venti della modernità. Ma la sua vita, apparentemente senza sussulti, nasconde invece un’anima straordinaria. Una fede genuina e cristallina. Insieme con altre amiche, sospinta da una spiritualità che le dà una marcia in più, inserita in una parrocchia che mette a frutto gli indirizzi del Concilio Vaticano II, “Mariolina” innesta la quarta e in poco tempo brucia rapidamente tutte le tappe. Su invito del parroco don Vincenzo Chiarle, nel 1968 partecipa ad uno dei primi congressi gen, la generazione nuova del Movimento dei Focolari. Lì Chiara Lubich presenta a quei giovani del ’68 un altro modello di rivoluzionario: quello di un uomo giusto che si è immolato per la libertà degli altri. Anche lui aveva un programma: “Che tutti siano uno”. Maria Orsola rimane affascinata, e questa scelta illumina tutta la sua vita. A sedici anni la sua corsa raggiunge il Cielo. Ma dietro di sé lascia una scia di luce. Un giorno aveva rivelato che avrebbe dato la sua vita pur di far scoprire ai giovani la bellezza di Dio. “E Dio la prese in parola”, disse a Torino, nel 1988, a migliaia di suoi coetanei papa Giovanni Paolo II, additandola quale esempio luminoso: “è una ragazza che ha accettato di fare della propria vita un dono, non un possesso egoistico”. “W la vita” era il suo motto.

Dal 2 ottobre 2004 le sue spoglie mortali riposano nella chiesa parrocchiale di San Secondo martire, in Vallo Torinese.
Presença no Inferno
Neste livro, Renato Chiera narra sobre o trabalho que desenvolve e junto às “cracolândias” do Rio de Janeiro, em especial a da Favela de Manguinhos e ao longo da avenida Brasil. Depositário das confidências de adolescentes, jovens e adultos dependentes do crack – muitas delas retratadas no livro –, o autor identifica possíveis causas do fenômeno nas carências de amor e afeto familiar dos “cracudos”, na sua falta de perspectivas e de oportunidades, na exclusão violenta. Ele avalia as atuais políticas públicas para enfrentá-lo, faz uma reflexão sobre como a sociedade e a Igreja lidam com ele, e propõe uma chave de abordagem e caminho, percorrido e abalizado pela instituição que ele fundou, a Casa do Menor São Miguel Arcanjo.
Por que ler
As “cracolândias” estão surgindo como uma atuais chagas das metrópoles brasileiras, ante as quais os poderes públicos não sabem como agir.
Fenômeno entrelaçado com a exclusão social, tráfico de drogas, marginalização e violência; as muitas tentativas de abordagem dos dependentes do crack – dispersão, internação forçada, “cercadinhos” etc. – têm sido muito mais “faxinas” e paliativos do que solução.
Há dois anos, Renato Chiera visita semanalmente algumas “cracolândias” no Rio de Janeiro. De sua convivência com os drogados nasceu um trabalho que visa a ir à raiz do problema, a ser uma presença – de amor, inclusão, oportunidades – naquele ambiente.
Autor
Renato Chiera (1942- ), sacerdote italiano e doutor em filosofia, que em 1978 adotou a Baixada Fluminense como sua terra, há mais de trinta anos dedica-se à causa dos meninos de rua. Atua numa comunidade da periferia de Nova Iguaçu (RJ). Fundou, com apoio de uma vasta rede de solidariedade, a Casa do Menor São Miguel Arcanjo (hoje presente em outros Estados do Brasil), que tem como objetivo assegurar a crianças e adolescentes de rua o efetivo exercício do direito à vida, à dignidade e à plena cidadania. É autor de Filhos do Brasil (1996) e Presença (2008), publicados pela Editora Cidade Nova.
(11) 4158-8890 / 4158-8893
Medio Oriente: la forza dell’amore contro il terrorismo

Lara Abou Moussa e George Zahm
Chiara Lubich: come seguire Gesù?
«Carissimi Gen, forse volete sapere una parola che sia quella; una parola che dica tutto, che riassuma la verità, che vi porga una ricetta per una vita vera. È ciò che sto meditando anch’io questi giorni. Bene, Gen, mi sono convinta che non vi è strada più sicura, per arrivare alla vita perfetta, di quelladel dolore abbracciato per amore. E così l’hanno pensata tutti i Santi, di tutti i secoli. Il fatto è che ognuno ha voluto seguire Gesù e Lui ha parlato chiaro: «Chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8, 34). «…Prenda la sua croce». Ognuno per seguire Lui, il Perfetto, non ha che da accogliere nel suo cuore la propria croce, i propri dolori. Tutti ne abbiamo. Ebbene: alziamoci la mattina col cuore cambiato. Lo sappiamo: il dolore si vuole allontanare, accantonare, dimenticare. Così è fatto l’uomo. Ma non così il cristiano. Egli, perché seguace di Cristo, sa che il dolore è prezioso, che va accettato come ha fatto Gesù con la sua croce, e lo abbraccia con tutto lo slancio del suo cuore. Quale sarà il risultato? Quale il frutto? Ne verranno tutte le virtù: la pazienza, la purezza, la mansuetudine, la povertà, la temperanza e così via. E, con tutte le virtù, la perfezione, la vita vera. Ci state? Ogni uomo che vuole raggiungere un traguardo, deve sottomettersi a fatiche, a sacrifici, a sforzi. Il nostro traguardo è Gesù. Per seguirlo occorre il dolore amato. Ciao Gen, con tutto l’augurio perché sappiate essere degni di Lui». Pubblicato nella Rivista “Gen”, ottobre – novembre 1979 Fonte: www.centrochiaralubich.org (altro…)
Mumbai: piccolissimi artisti in musical
6 settimane di preparazione, 34 attori protagonisti, e 250 spettatori. 36mila rupie raccolte, l’equivalente di ca. 500 €, non male se si pensa che la cifra consentirà a ca. 10 ragazzi della città di partecipare al programma di 5 giorni che si svolgerà a Mumbai. Il Movimento dei Focolari è presente in India dal 1980. Oggi ci sono centri a Mumbai, Bangalore, Goa e New Delhi che promuovono varie attività: Mariapoli, incontri mensili per adulti, famiglie, e giovani. In diverse città –Vasai, Pune, Panjim, Margao, Vasco, Trichy – sono attivi gruppi di persone che aderiscono allo spirito dei Focolari. Quest’anno c’è una grande meta davanti: la Settimana Mondo Unito (SMU), appuntamento annuale dei Giovani per un Mondo Unito con l’obiettivo di rendere visibili i tanti passi che in varie parti del mondo si compiono nel cammino verso la fraternità. La SMU 2015 passa dall’India. Come l’anno scorso in Africa, attorno al concetto di Ubuntu, stavolta è il subcontinente culla di un’enorme varietà etnica e religiosa ad ospitare l’evento centrale della settimana a Mumbai, dal 27 aprile al 1° maggio, e la conclusione a Coimbatore, nel Tamil Nadu (sud dell’India), il 4 maggio. Già nel 2009 Coimbatore aveva ospitato il “Supercongresso Gen3”, con adolescenti da tutto il mondo, e con la collaborazione col movimento gandhiano Shanti Ashram. Si può immaginare il carico di lavoro per la preparazione di tutti i particolari. Per questo tutta la comunità dei Focolari sul posto ha deciso di rimboccarsi le maniche e sostenere i giovani nell’iniziativa. Una prima realizzazione è stata proprio il musical “Il ruscello nella foresta”, andato in scena il 22 febbraio scorso. Una storia scritta a partire dal messaggio di unità che i Gen4 (i bambini del Movimento dei Focolari) portano anche nelle loro canzoni. Ore di prove, con l’entusiasmo e l’impegno dei bambini, e con qualche inconveniente: il giorno prima del musical due di loro si sono ammalati con febbre alta e gli autori hanno dovuto cambiare il testo! «I miei figli sono strafelici! – spiega una mamma – Hanno fatto nuove amicizie e mi dicono che già hanno nostalgia delle prove. Gli mancano più che gli amici di scuola, perché, mi dicono, c’era una tale gioia di incontrarsi, diversa da quando incontrano i compagni di classe». «Anche se i bambini hanno talento, per cantare o ballare – racconta un’altra mamma – è bellissimo vedere questi talenti usati per una cosa così bella, con dei valori». भारत की ओर से आप सभी को बधाई (Bharat ki ora se aap sabhi ko badhai) A tutti un grandissimo saluto dall’India! https://vimeo.com/122305928 (altro…)
A Dialogue of Life
This book written by Silvina Chemen, a Rabbi, and Francisco Canzani, a Christian, outlines the challenges and opportunities of genuine interreligious dialogue. It shows that it is possible to educate in the art of dialogue without losing our identity. It requires the commitment to listening, which implies also knowing how to be silent. About the author Silvina Chemen and Francisco Canzani
Silvina Chemen has a degree in Hebrew language from the Hebrew college, Michlelet Shazar, a second degree in social communication from Buenos Aires University and was ordained as a rabbi in 2006 at the rabbinical school for Latin America, Seminario Rabinico. She serves as Rabbi at the Congregation Beth El in Buenos Aires, Argentina.
Francisco Canzani has a doctorate in Law and Social Sciences from the University of the Republic of Uruguay. He completed theological studies at the Institute Mystici Corporis (EoC Italy). Since 2004 he is the head of the Department of Ecumenism at the Theology Faculty of the Republic of Uruguay Monsignor Mariano Soler. Francisco is a consecrated member of the Focolare Movement.
Dal Marocco: diario di viaggio
La cosiddetta “Regola d’oro” che il Vangelo propone, “Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te” (Mt 7,12), è presente anche nell’Islam e nelle altre religioni, e quando viene messa alla base di ogni rapporto, genera – come è successo in queste terre – quell’amore che suscita un fecondo “dialogo della vita” con ogni persona che si incontra. Un dialogo intessuto di piccoli gesti, di attenzione all’altro, di rispetto, di ascolto. È stato quest’amore concreto al fratello che ha contributo alla formazione di alcune comunità dei Focolari in Marocco, nella quale l’amore e il rispetto prevalgono sulle differenze di cultura, tradizioni e religione. Di seguito, alcuni stralci del Journal de bord (diario di viaggio), scritto da due focolarini in visita a queste comunità, tra la fine di gennaio inizio febbraio 2015. «Ci troviamo a Fez, città imperiale molto fiera della sua tradizione altamente spirituale. Numerosi studenti provenienti dall’Africa sub sahariana vengono per fare gli studi superiori. Frequentano volentieri la parrocchia francofona ed il parroco, don Matteo, ci ha chiesto di fare la catechesi sui sacramenti ad una ventina di giovani; un’occasione per vivere insieme uno scambio profondo e gradevole. Il gruppo della Parola di vita della parrocchia ha riunito una trentina di studenti di medicina, chimica, informatica, più altri cinque arrivati da Rabat.A cena siamo dalle piccole sorelle di Foucauld. Lucile racconta come cerca di vivere la Parola nell’ospedale pubblico dove lavora.
Arriviamo a Tangeri per trovare una quindicina di persone, musulmani e cristiani, che vivono la spiritualità dell’unità. Alla sera ci fermiamo con una coppia che ci considera come fratelli di sangue. Lui è stato trasferito per lavoro a 24 ore di strada, ma questo allontanamento dalla moglie è diventato un’occasione per riscoprire il positivo dell’uno e dell’altra. Colazione da Mohamed. Sua moglie desidera approfondire la spiritualità dell’unità. Ci racconta che il custode del palazzo dove lavora non le rivolgeva il saluto da quando si era rifiutata di portargli l’olio della padrona di casa spagnola, approfittando della sua assenza, come lui pretendeva. Quando poi ha ricevuto un litro d’olio dalla mamma, l’ha offerto al custode, spiegando che questa volta era suo, perciò poteva disporne come meglio credeva. L’uomo, un po’ spiazzato, l’ha ringraziata, scusandosi. La riconciliazione è stata fatta. Un bel pomeriggio con il gruppo delle famiglie della comunità: Ahmed ci invita a restare da lui. Trascorriamo la serata con la sua famiglia. Per cena ci offrono un piatto tipico.
Visita alla piccola scuola di periferia fondata da Fawzia. Il quartiere è pieno di bambini che giocano sulla strade fangose e caotiche. Le case sorgono dappertutto come funghi. Felice, ci racconta che due bambini hanno chiesto di iscriversi da lei, nonostante da tempo un vicino si fosse messo all’entrata della sua scuola per convincere i genitori a iscrivere i bambini da un’altra parte. Fawzia, dopo aver chiesto spiegazioni, ha continuato ad amare e a fare bene il suo lavoro con ottimi risultati nel rendimento scolastico. Sei giorni dopo, grazie alla buona fama che la scuola si è guadagnata nel quartiere, ecco altre tre nuove iscrizioni! Viaggio a Casablanca a trovare Susana e alla sera con Mohammed e Nadedj ad un ristorante giapponese. Parliamo di Loppiano, della recente Mariapoli in Algeria, degli incontri avuti in questi giorni. Domani si rientra, in Algeria e Italia rispettivamente, con la gioia di aver costruito e rinforzato tanti rapporti di unità, arricchiti dall’incontro con questa gente impegnata a vivere, nel loro quotidiano, per un mondo più unito». Claude e Ivano (Marocco, Gennaio/Febbraio 2015) (altro…)
Filippine: la profezia della S.O.R.
SOR sta per School for Oriental Religions (Scuola per le religioni orientali). «È stata una delle idee tipiche della genialità del carisma di Chiara Lubich» scrive Roberto Catalano, co-responsabile del Centro per il Dialogo Interreligioso del Movimento dei Focolari, nel suo blog. Giunta quasi al termine del suo primo viaggio in Asia nel gennaio del 1982, la fondatrice dei Focolari lanciò un’idea che pareva un sogno. Si trattava di avviare, nella cittadella delle Filippine, Tagaytay, punto di riferimento per i Focolari in Asia, corsi di formazione che permettessero ai cattolici di aprirsi, adeguatamente preparati, al dialogo con fedeli di altre religioni. Chiara Lubich arrivava dal Giappone dove aveva avuto l’occasione, su invito del rev. Nikkyo Niwano, fondatore della Rissho Kosei-kai, movimento di rinnovamento buddhista giapponese, di parlare della sua esperienza cristiana a migliaia di buddhisti. L’impatto era stato forte non solo nei buddhisti che ascoltavano una donna cattolica parlare nell’Aula Sacra di fronte alla grande statua del Buddha, ma per Chiara stessa. All’arrivo nelle Filippine, nazione cristiana dell’Asia, aveva intuito la necessità di lanciare il Movimento dei Focolari, particolarmente quello di quel continente, a dialogare con buddhisti, musulmani e indù. Ma aveva colto anche la necessità di prepararsi adeguatamente per un compito impegnativo che non doveva andare a scapito delle identità religiose di ciascuno. Dopo aver confidato il suo sogno ad alcuni dei dirigenti del Movimento, una persona aveva offerto una casa che poteva ospitare professori e piccoli corsi. È così che è nata la SOR che, nel corso di questi tre decenni, ha svolto week-end di formazione a cristiani dell’Asia su argomenti che riguardano le varie religioni. A partire dal 2009, poi, con il diffondersi di tensioni religiose e del fondamentalismo, si è pensato di affrontare temi specifici, trasversali: Dio nelle tradizioni asiatiche, il comandamento dell’amore, il ruolo delle Sacre Scritture e, quest’anno, il posto ed il significato della sofferenza.
Dal 26 febbraio al 1° marzo la Cittadella Pace (Tagaytay) ha così ospitato circa 300 persone provenienti per la maggior parte dalle Filippine, ma con delegazioni anche da Pakistan, India, Myanmar, Thailandia, Vietnam, Hong Kong, Taiwan, Indonesia, Giappone e Corea. Sono quasi tutti cattolici, ma tre buddhisti membri attivi dei Focolari hanno voluto essere presenti, provenienti da Giappone e Thailandia. L’argomento: Il senso della sofferenza nelle religioni asiatiche: induismo, buddhismo, islam e cristianesimo. L’obiettivo: mettere in evidenza il valore e il significato che le rispettive tradizioni danno al dolore in generale, quello fisico, come quello spirituale e psichico o quello provocato dai disastri naturali. I relatori erano esperti dei vari settori, presenti anche tre vescovi (Roberto Mallari, di S. José Nueva Ecija nelle Filippine, Brenan Leahy, di Limerick in Irlanda, e Felix Anthony Machado di Vasai in India) e un professore americano esperto di buddhismo (Donald Mitchell della Purdue University) collegato via skype. La scuola ha, poi, offerto l’occasione di condividere esperienze di dialogo in Paesi dove i cristiani sono una sparuta minoranza, come India, Thailandia, Giappone, Taiwan. «Sono venuti per imparare a dialogare con le altre religioni, ma quello che hanno riscoperto è stato il cristianesimo nella sua dimensione più profonda e, allo stesso tempo, aperto a tutti coloro che si incontrano a qualsiasi credo appartengano» conclude Catalano. Chiara ha capito la necessità di formare cristiani al dialogo in un continente che vive in un caleidoscopio di fedi. Un dialogo che non relativizza né appiattisce, dove ognuno deve essere se stesso ed incontrando l’altro riscoprire le sue radici. (altro…)
Chiara Lubich e l’America Latina: politica, identità e disegno
L’America Latina è fatta di unità e di diversità e ciò che la rende forte è il suo percorso verso l’integrazione. È un disegno, senza dubbio, non ancora raggiunto con una comune-unità di sentimenti, emozioni, legami di fraternità, tutti basati su una storia condivisa. È questa la visione profetica che Chiara Lubich ha intuito su questa regione del mondo ed è verso questa visione che faticosamente camminiamo. Le democrazie in America Latina, anche se si sono poco a poco consolidate grazie ai processi di democratizzazione post-dittatoriali e di integrazione regionale, non hanno seguito, in quanto a qualità, una linea di miglioramento progressivo. L’America Latina deve affrontare un futuro incerto e complesso. La crescita economica degli ultimi anni, non è riuscita a sradicare completamente la povertà, né ha intaccato la disuguaglianza sociale e l’insicurezza. Ed è qui che si fa evidente lo stretto legame tra la politica e l’idea di fraternità. L’idea di fraternità, soprattutto nella testimonianza e nelle parole di Chiara Lubich, ha a che fare con due elementi centrali della politica. Il primo è l’idea di politica come progetto collettivo dell’America Latina che vada oltre le nostre individualità, che implica un gesto di comunione, un atto di fraternità, perché consiste nel riconoscimento dell’altro, nel rispetto della diversità. Ed è il dialogo lo strumento principale per la sua costruzione. Il secondo elemento è la prospettiva a medio termine. L’idea di lavorare per azioni di cui forse non se ne vedrà mai il frutto, è il più grande gesto di grandezza della politica. Chiara Lubich ha dato vita, non solo in America Latina ma in tutto il mondo, a numerose iniziative in quattro ambiti: lo Stato, le organizzazioni sociali, il settore privato e quello della conoscenza. L’accesso ai diritti fondamentali, all’educazione e al lavoro, sono stati e devono tornare ad essere le colonne portanti della costruzione di un’identità nazionale. Le istituzioni vanno recuperate non come edifici, ma come ambiti in cui si garantiscono i diritti delle persone e si rende operativo l’esercizio di quegli stessi diritti, affinché si possano realmente esercitare e non rimanere una questione di declamazioni retoriche. Il contributo di Chiara Lubich ha messo in evidenza anche la dimensione etica della politica che ha a che fare con la trasparenza e legata direttamente all’idea della fraternità: l’etica ci permette di indignarci allo stesso modo davanti alla corruzione e davanti alla povertà e alla diseguaglianza. Siamo certi che l’America Latina, dal punto di vista della politica, deve recuperare un modello e un progetto di sviluppo economico produttivo basato sull’inclusione sociale, che garantisca l’accesso ai diritti umani nella loro integralità e generi e sostenga condizioni di vita degne. Abbiamo bisogno di recuperare una leadership affidabile, prevedibile, esemplare. Soprattutto sottolineiamo l’idea dell’esemplarità che non disciplina né con il denaro né comprando le volontà, ma che lo fa invece con la propria condotta. Un’esemplarità che non può essere solo individuale, deve altresì costruire leadership collettive, partecipative. Non esiste un progetto di sviluppo che non definisca come prioritaria la soluzione della condizione dei settori maggiormente vulnerabili, dei settori più poveri. Bisogna anche recuperare l’idea della fraternità come valore legato alle priorità dell’agenda pubblica. È imperativo recuperare una politica di convinzioni. Questo implica accettare la diversità. In Argentina e nel resto dell’America Latina abbiamo bisogno di recuperare la fiducia e innanzitutto una cultura di valori, di valori etici incarnati nella prassi e nel pensiero politico. E qui ritroviamo i principi e la testimonianza di vita per cui stiamo oggi celebrando Chiara Lubich. Per l’America Latina, Chiara coniuga carisma, sapere, leadership, azione e destino. In quel destino, in quell’impegno, ci siamo noi. Di Margarita Stolbizer (1) e Cristina Calvo (2) (1) Avvocato argentina, deputato nazionale, presidente del Partito Generazione per l’Incontro Nazionale – GEN e candidata del centro-sinistra alla Presidenza 2015 della Repubblica Argentina. (2) Economista argentina, dirigente del Partito Generazione per l’Incontro Nazionale – GEN) (altro…)
L’Italia ricorda Chiara Lubich
Esiste “una politica che ne valga la pena”, in un momento storico che vede la politica in piena crisi, spesso identificata col potere corrotto o con interessi particolari? Se ne è discusso nel pomeriggio del 12 marzo, nell’ambito del primo dei numerosi eventi mondiali in occasione del 7° anniversario di (1920-2008). «La sua fede semplice e forte – afferma nel suo messaggio Sergio Mattarella, presidente della Repubblica italiana –, unita ad una straordinaria capacità di leggere la modernità accettandone le sfide, ispira la vita di migliaia di persone in tutto il mondo, esortando costantemente istituzioni nazionali e internazionali a promuovere i valori della fraternità e del rispetto reciproco a favore del dialogo nella famiglia, nella comunità, tra i popoli». Per il presidente del Senato Pietro Grasso, Chiara Lubich ha elevato «la fraternità universale a “paradigma politico” capace di superare le differenze», e può essere considerata «soprattutto per le nuove generazioni, una grande maestra» che continua ad essere «un importante punto di riferimento, non solo per il mondo cristiano ma per tutti coloro che sono al servizio della pace e della solidarietà».
Per Chiara impegnarsi in politica significava rispondere ad una vocazione: «L’amore degli amori», la definiva. Una chiamata, cioè, la cui risposta «è anzitutto un atto di fraternità: si agisce per qualcosa di pubblico, che riguarda gli altri, volendo il loro bene come fosse il proprio». A tal fine, ha affermato la presidente dei Focolari, Maria Voce, nel saluto di apertura del convegno “Chiara Lubich: l’unità e la politica”, «è indispensabile partire proprio dall’unità, la sola a poter dare giusta rilevanza alla libertà e all’uguaglianza». «Unità e fraternità – continua – secondo il pensiero e l’azione di Chiara Lubich si affacciano appena sulla scena politica, ma non sono piccole le esperienze positive che ‐ come sinteticamente accennate nel video e come anche i giovani ci hanno mostrato ‐ si vanno realizzando in varie parti del mondo e ci incoraggiano a diffonderle e moltiplicarle per quanto arduo e audace possa essere».
Cosa significa vivere la fraternità universale in un ambiente tanto delicato? L’ha testimoniato Iole Mucciconi, che riveste un ruolo dirigenziale presso la Presidenza del Consiglio dei ministri: «Tutte le mattine è importante impegnarsi a fare bene il proprio lavoro fino in fondo; ho sempre presente i consigli di Chiara Lubich per vivere la fraternità: puntare all’onestà della vita, alla purezza dei costumi, al distacco dal denaro e alla condivisione di gioie e dolori con i fratelli».
Il problema della corruzione che, purtroppo, pervade lo Stato, è molto sentito anche da Raffaele Scamardì, assessore ai lavori pubblici nel XII municipio di Roma, in un momento in cui i magistrati e le forze dell’ordine stanno cercando di smantellare la rete di malaffare che ha intrappolato Roma Capitale. «Eppure, una politica per gli altri è possibile: aggiustando una strada rotta, ascoltando i cittadini e il loro bisogno di legalità e lavorando con una trasparenza che tenga lontana la corruzione».
La mattina, la stessa aula, aveva visto 300 giovani dei Focolari a colloquio con la presidente della Camera, Laura Boldrini, che li ha invitati ad agire ed influenzare le decisioni della politica.
Leggi anche: Per una politica che ne valga la pena
LA MIA PRIMA CONFESSIONE
IL VOLUME Questo libretto è realizzato per accompagnare tutti i bambini che si apprestano a vivere per la prima volta l’esperienza della riconciliazione. Racconta la storia di una amicizia profonda e personale tra Dio e i suoi figli, di un amore così potente che, attraverso la grazia del perdono, va oltre ogni nostro limite e fragilità umana. Un viaggio raccontato attraverso disegni, storie tratte dal Vangelo ed esperienze di amore concreto di altri bambini di tutto il mondo. In questa ottica, il momento della confessione rappresenta un’opportunità, un’occasione intima e speciale per dialogare con Dio e rinsaldare questa amicizia unica al mondo. L’esperienza della riconciliazione ci dona la pace e l’entusiasmo necessari per ricominciare ad amare chi ci è più vicino per essere testimoni dell’amore di Dio nel mondo. L’AUTORE Mario Iasevoli, laureato in psicologia dello sviluppo e dell’educazione e dottore di ricerca in Scienze Mediche, Cliniche e Sperimentali. Consulente per progetti di formazione e prevenzione nell’infanzia. Ha già collaborato con Città Nuova alla riedizione dei Quaderni Attivi di Sussidio ai primi due cicli del Catechismo Ufficiale CEI ed attualmente è membro della redazione del giornalino BIG – bambini in gamba. Da studioso del fine vita in ambito bioetico ha collaborato, inoltre, alla realizzazione di alcuni libri della collana Bordeline e autore di diverse pubblicazioni scientifiche. LA COLLANA La collana FORMAZIONE CRISTIANA E LITURGIA presenta testi di approfondimento e strumenti per la catechesi, per la preghiera e le celebrazioni liturgiche, che accompagnano il credente nella vita personale e comunitaria. DATI TECNICI f.to 21×24 pp. 32 prezzo: € 3,00
Progetto “Fagotto permanente”
“La ‘Rete Fagotto Permanente’ vuol essere un’iniziativa concreta e immediata rivolta a molte persone in difficoltà dovuta alla situazione di crisi economica in cui viviamo”. Inizia così il testo che illustra il progetto che dal maggio scorso ha dato il via all’iniziativa. Il termine fagotto, che ricorda la raccolta di poche, povere cose in un fazzoletto ed è quindi sinonimo di povertà, ha assunto per Chiara Lubich e il primo nucleo dei nascenti Focolari, a metà degli anni ’40, il significato di condivisione, dono e ridistribuzione dei beni materiali. È nata così una prassi che consiste nel privarsi liberamente del sovrappiù e talvolta di quanto si crede necessario, per condividerlo e farne dono a chi è in necessità. Sono queste le radici del fagotto che ha trovato casa presso il Polo Lionello Bonfanti, nei pressi di Loppiano, divenuto luogo d’incontro tra chi ha da condividere beni e chi ha necessità. «Sono già passate circa 3.000 persone – raccontano Roberta Menichetti e Araceli Bigoni, del team che coordina l’iniziativa -, soprattutto famiglie che risiedono nel territorio. Ad oggi sono migliaia i capi di abbigliamento, per l’arredamento della casa, libri, piccoli utensili, giochi, servizi immateriali quali tempo, talenti e disponibilità, che sono arrivati e ripartiti con i nuovi proprietari». «Non è un caso che ad ospitare l’iniziativa sia il Polo Lionello Bonfanti – ribadisce Eva Gullo, presidente della EdiC spa, società che gestisce il Polo -, essendo questo spazio ‘casa’ di tutti i componenti dell’Economia di Comunione esso ha fra le sue motivazioni quella di diffondere “la cultura del dare”, ovvero la possibilità di contribuire al benessere sociale a partire da se stessi». Sono molte le storie di generosità nate attorno a questa iniziativa. Come quella della famiglia alloggiata presso i locali parrocchiali di una cittadina dei dintorni, che, avendo ricevuto la possibilità di trasferirsi in una piccola abitazione, ha trovato al fagotto i mobili per arredare la casa. La rete di amici ha organizzato anche il trasporto e il montaggio dei mobili a costo zero.
Voci come “provvidenza” e “fiducia” sono elementi insostituibili di quest’esperienza: come quel pomeriggio in cui, appena partito dal fagotto un lettino da neonato, è arrivata una richiesta per lo stesso genere di articolo. Neppure mezz’ora dopo è arrivato un altro lettino! Il progetto fagotto ha vinto il bando “Intraprendere nel sociale”, attivato dalla Fondazione Cattolica Assicurazioni per la sezione “Nuove povertà” che elargisce fondi ad enti che si occupano di progetti di aiuto agli indigenti. I fondi verranno utilizzati per un allestimento più funzionale dei locali. Dalla pratica della condivisione e del dono sono nate anche serate di approfondimento su tematiche come consumo, beni relazionali e fiducia, con esperti qualificati, oltre a percorsi di formazione, sugli stili economici che mettono al centro l’uomo e la sua dignità. All’entrata del locale, poi, si trova la “cassetta dei contributi” a disposizione di chi voglia lasciare qualche euro in cambio di ciò che ha trovato. Il contenuto della cassetta ha permesso di coprire le spese di assicurazione dei locali e, a volte, anche le prime necessità di qualcuno. Fonte: Loppiano online (altro…)
I giovani dei Focolari in Parlamento
La tragedia dei profughi siriani in Libano e Giordania irrompe in una delle sale della Camera dei deputati attraverso le parole di Lara e George: schiette, semplici, fiduciose, come lo si è a vent’anni. La guerra che dilania la vicina Siria ha i colori del dramma di chi perde figli, casa, amici e al contempo si colora degli atti di fede e di eroismo di chi cerca e crede nel perdono anche tra religioni e non solo tra uomini. Abraham invece ha con se il bagaglio di un Paese dilaniato dal narcotraffico e dai signori della morte: il Messico. Lui stesso si è visto puntare una pistola alla testa dalla polizia perché scambiato per spacciatore, al posto di uno vero che gli stava a fianco e che la miseria aveva spinto su questa strada. La celebrazione del settimo anniversario di Chiara Lubich ha i connotati dell’impegno e delle azioni nei luoghi di frontiera, vissuti politicamente dai giovani dei Focolari, che in oltre trecento si sono dati appuntamento a Roma, nei luoghi del governo del Paese per mostrare azioni di dialogo, di solidarietà, di pace che toccano l’Italia e trasversalmente il pianeta.
La presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini, interpellata sul ruolo della politica nel sanare i conflitti e nel tutelare i diritti, ringrazia anzitutto per il coraggio di «accorciare le distanze tra istituzioni e cittadini e di far pace con il Palazzo, venendo ad abitarlo con questo incontro». Poi c’è l’analisi dei «virus attribuiti ai politici», tradimento del bene comune, razzismo, chiusura, demagogia che di fatto rispecchiano la società. La presidente però chiede di non cedere a chi vuole cambiare il dna del nostro popolo fatto di accoglienza e di solidarietà e sprona i giovani a mettersi «a disposizione della cosa pubblica con generosità, per influenzare le decisioni e le scelte fare così un servizio doveroso al Paese senza appiattirsi sulle contrapposizioni e sulla logica del nemico perché nei valori di Chiara Lubich c’è una visione di società e questa è politica, questo è non tirarsi fuori».
Il dialogo che segue apre spaccati sulle ferite del nostro tempo: il rapporto con il mondo musulmano, le guerre e le epidemie africane, le calamità naturali del sudest asiatico. Pasquale Ferrara, a proposito del rapporto con l’Islam, con le fedi, con la diversità ribadisce che «il dialogo non è l’arma dei deboli, ma progetti di azioni comuni che non sono belle iniziative ma operazioni che sanno costruire le fondamenta dello spazio pubblico, da cui il dialogo non può non proiettarsi. Dialogo diventa pensiero e progetto di futuro in cui mettere in gioco il positivo delle proprie identità». L’economista Luigino Bruni a proposito delle enormi disparità sociali invita i giovani «a studiare molto e ad imparare bene un mestiere, per non fermarsi agli effetti della povertà o delle discriminazioni per individuare le cause e innescare il cambiamento, perché pochi e ben motivati posso davvero dare una svolta». E cita la campagna di Slotmob, partita da quattro persone e ora capace di cambiare la legge dello stato; ricorda la marcia del sale di Gandhi che portò all’indipendenza dell’India. Conclude ricordando che «la felicità più importante non è la nostra ma quella degli altri e quindi serve impegnarci con creatività a risolvere problemi e trovare i beni e mettersi insieme per fare cose nuove».
Il senso comunitario dei progetti messi in atto dai giovani dei Focolari e monitorati dall’Osservatorio della fraternità previsto dallo United world project esplicita secondo Paolo Frizzi la «prospettiva antropologica e civile del carisma dell’unità capace di forgiare un’umanità nuova in grado di condividere azioni di vita a partire anche dalle differenze per costruire cose durature con l’orizzonte del mondo». Si conclude con un appello alla politica che impegna i parlamentari presenti a rispondere con i fatti alle richieste comuni dei giovani europei e non, sul commercio di armi, sull’istruzione e sulle diseguaglianze, sulla legalità, sulle crisi umanitarie del Mediterraneo e persino sul controllo democratico delle scelte politiche. “La fraternità in cammino”, titolo scelto per la manifestazione vuole passi concreti e comuni da politica e cittadini. La votazione unanime dei presenti lo ha confermato. di Maddalena Maltese fonte: Città Nuova online
Fraternità in cammino: rivedi la diretta streaming
Fraternità in cammino: rivedi la diretta
Video: Politics for Unity. Making a world of difference
https://vimeo.com/121448230 (altro…)
Igino Giordani: da Montecitorio al mondo
Da Montecitorio al mondo: questo percorso di Igino Giordani ha inizio verso la fine degli anni Quaranta, quando Igino è arrivato a un punto della vita un po’ problematico. Il mondo lo riconosce come un grande intellettuale cristiano, un fulgido studioso dei Padri della Chiesa, uno scrittore apologeta e coerente, ma lui avverte di vivere una certa “noia dell’anima”. A risvegliare la sua fede e la sua carità è l’incontro con Chiara Lubich, la fondatrice del Movimento dei Focolari. L’incontro fra i due fu qualcosa di straordinario e lo dicono le circostanze speciali in cui avvenne: Igino Giordani era un uomo sposato, aveva 54 anni, 4 figli già grandi. Chiara era una giovane che aveva più o meno la metà dei suoi anni e chiedeva udienza per una necessità concreta: trovare un appartamento a Roma. Giordani, già membro dell’Assemblea costituente, era anche un deputato della Democrazia cristiana, di quelli “storici”, perché fu tra i primi – già negli anni Venti – a lavorare per il neonato Partito Popolare, il partito d’ispirazione cristiana fondato dal sacerdote Luigi Sturzo. Chiara era una giovane laica, e l’incontro avvenne ben prima del Concilio Vaticano II, quando normalmente non era frequente che alle signorine laiche venisse riconosciuto qualche ruolo nella Chiesa. Eppure, nonostante queste enormi differenze, l’incontro con Chiara trasformò Giordani, e da quel momento egli porterà in politica l’Ideale dell’Unità. Il suo annuncio giunse in un parlamento dove il contrasto ideologico era fortissimo. Il 16 marzo 1949 c’è in ballo il Patto Atlantico. «Giusto quando conoscevo da pochi mesi Chiara, – sono parole di Giordani – c’era una discussione sul Patto Atlantico, c’era la formazione dei due blocchi: uno che faceva capo all’America, agli Stati Uniti, uno che faceva capo alla Russia; si preparavano i preliminari per fare una nuova guerra, un massacro, la guerra definitiva. E un giorno si discuteva alla Camera nella discussione più aspra; mi ricordo: eravamo così arrabbiati quella sera nella Camera, che io temevo che qualcuno tirasse fuori una rivoltella e sparasse, tanto odio c’era tra i due gruppi. Io avevo chiesto di parlare ed ecco che prima di parlare si viene a mettere a sedere vicino a me un deputato cristiano, cattolico: Pacati, l’onorevole Pacati. Dunque mi disse: ‘Mettiamo Gesù in mezzo adesso che parli’. E io prendo la parola. Sul principio chiasso, urla, ecc.; piano piano si fa il silenzio, alla fine la Camera pareva diventata una chiesa, c’era un silenzio perfetto e io esprimevo le idee che noi impariamo nel nostro Movimento, cioè che la guerra non serve a niente, la guerra è la più grande stupidità, la guerra serve per la morte; noi non vogliamo la morte, noi vogliamo la vita e la vita sta nell’amore, nel cercare l’accordo. (…) Noi tutti quanti dobbiamo reagire, di qualsiasi parte del paese, di qualsiasi partito o fede noi siamo, perché si tratta veramente, sotto tante lacrime, sotto le brutture accumulate dalla guerra e dal fango, si tratta veramente di riscoprire il volto dell’uomo, in cui si riflette il volto di Dio». Lo stenografo parlamentare conclude il suo resoconto della discussione descrivendo gli applausi e le congratulazioni che da ogni parte dell’emiciclo giunsero all’indirizzo di Giordani. Ben presto, attorno a Igino si radunano numerosi parlamentari desiderosi di seguire l’ideale dell’unità. Ricordiamo solo qualche nome: Gaetano Ambrico, Palmiro Foresi, Tarcisio Pacati, Enrico Roselli, Angelo Salizzoni e Tommaso Sorgi, colui che diverrà il principale biografo di Giordani. Con loro, Giordani fa delle cose controcorrente, rispetto al clima dell’epoca. Per esempio, nel 1951 lavora all’«Intesa interparlamentare per la difesa della pace», insieme ad altri 40 parlamentari provenienti dal partito liberale, da quello repubblicano, socialdemocratico e democristiano. Sempre controcorrente, in pieno clima di guerra fredda, il suo pacifismo lo porta nel 1949 a promuovere con un parlamentare socialista, Calosso, la prima legge sull’obiezione di coscienza. Figurarsi le difficoltà che incontrò Giordani quando, come relatore, presentò la proposta alla Camera! Ma le sue convinzioni erano inossidabili: uccidere l’uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio, significa commettere deicidio. «Nasce una nuova coscienza civica, – scrive Giordani – la quale abbatte le divisioni di partiti o fazioni o correnti e di privilegi di casta, di razza, di classe, e, dilatandosi, supera i confini statali. L’impulso comunitario suscitato dall’amore cristiano e spinto sino ad inserirvi Gesù, è un risveglio religioso e sociale, che, se, come noi crediamo, riesce, muta la storia dell’umanità». Certo, proclamare oggi gli ideali di amore e di comunione in politica sembra quanto mai spericolato… ma era spericolato (e forse di più) pure ai tempi di Giordani. Sì, Giordani viveva nella profezia; e pur vivendo con profondo impegno le sfide del tempo, non vi rimaneva intrappolato. La sua era una profezia forte di un Ideale immenso, quello dell’unità, sorretto da una spiritualità moderna e avvincente, che Chiara Lubich ha donato al mondo, e che Igino Giordani ha vissuto anche in politica. Alberto Lo Presti (Direttore del Centro Igino Giordani) (altro…)
Brasile: periferie violente e potenza dell’amore
«Ieri un uomo è stato ucciso con 13 colpi di pistola». È quanto racconta la prima persona che apre la porta di casa ad alcuni ragazzi che nel fine settimana tra il 20 e il 22 febbraio si presentano da lui solo con un sorriso. Siamo nelle periferie di Juiz de Fora, stato di Minas Gerais, in Brasile, in un quartiere a rischio. Dopo alcune ore trascorse insieme, la stessa persona dice ai giovani: «Se ieri abbiamo provato il terrore, oggi sentiamo l’amore». Sono giovani del Movimento dei Focolari, del Rinnovamento nello Spirito, di Shalom, giovani di gruppi parrocchiali: in tutto un centinaio. In poco più di un anno, hanno visitato 10 città, e incontrato circa 5.000 famiglie con le quali condividono gioie e dolori, annunciando loro con coraggio che Dio li ama immensamente. La gente esprime la gioia per la loro presenza: i sacerdoti, infatti, sono pochi e non riescono ad arrivare a tutti quelli che hanno bisogno. «Tutto comincia durante la Giornata Mondiale della Gioventù 2013 e l’incontro di milioni di giovani con il Papa nella spiaggia di Copacabana – raccontano i Gen di Minas Gerais –. Nella messa conclusiva, una ragazza del nostro gruppo sente forte in cuore il messaggio centrale della GMG: “Andate e fate discepoli tutti i popoli”». Di ritorno a Juiz de Fora, la loro città, Leticia – questo il suo nome – comunica ciò che ha sentito agli altri Gen e, insieme, decidono che sarebbe stato opportuno parlarne con il loro arcivescovo, don Gil Antônio Moreira. Leticia, quindi, va a trovarlo incoraggiata dagli amici. L’arcivescovo, dal canto suo, aveva pregato perché la GMG non restasse solo un grande evento, ma che quella intensa esperienza spirituale vissuta collettivamente da tanti giovani di tutto il mondo avesse una continuità.
Nasce così il progetto “Giovani Missionari Continentali”, nome proposto dallo stesso arcivescovo, con l’obiettivo di lanciare i giovani ad andare all’incontro degli altri, per vivere una Chiesa che “esce, insieme e preparata”. Tre parole che si traducono nei tre punti principali del progetto: missione, preghiera e formazione. «È molto bello andare insieme, giovani di parrocchie e Movimenti diversi, ma come fratelli – spiega Vinicius – rispettando le diversità di ognuno, nel modo di pregare e di parlare nell’intimità con Dio. È anche importante il dialogo che si genera con alcune famiglie di altre religioni». «Arrivando nelle case delle persone (tanti ci aprono e ci fanno entrare) – aggiunge Ana Paula – scopriamo dei tesori bellissimi, come quando abbiamo trovato una donna cristiana evangelica che aveva perso il marito pochi giorni prima. Dopo essere stati insieme ci ha detto: “Non posso rimanere nella tristezza, perché lui è con il Padre, nel paradiso”». «Andiamo nelle periferie delle città senza sapere a cosa andiamo incontro – conclude Cristiano – ma fidandoci di Dio; sentiamo che Lui ci ripete ancora oggi “Amatevi l’un l’altro come Io vi ho amati”. In particolare amare quelli che hanno più bisogno, anche quando siamo stanchi o sbagliamo. Sempre si può ricominciare!». (altro…)
Da Mosul a Lione: un esilio doloroso
https://vimeo.com/121040670 (altro…)
Sr. Benedetta Carnovali
Suor Benedetta, o come la chiamavano tutti amichevolmente, ‘Sister Bene’, era conosciuta da tutti nella Chiesa thailandese: sacerdoti, suore, vescovi, laici dal nord al sud del Paese. Anche alcuni monaci buddhisti che frequentano il Focolare la conoscevano bene. Benedetta era una donna che si lasciava avvicinare e conoscere, senza timore e con delicatezza. Sapeva accoglierti e da lei potevi andare in qualsiasi momento. Un problema, grande o piccolo, una necessità urgente, una cosa bella da condividere: lei non si scandalizzava di nulla, conosceva bene l’animo degli uomini e delle donne e li sapeva amare. Un vescovo una volta disse di Suor Benedetta che era “una suora d’oro e d’argento” per tutto il denaro che sapeva trovare per i poveri. Andando all’estremo nord della Thailandia era d’obbligo passare da lei e ‘chiacchierare’ un po’, come diceva lei. Gioiva di tutte le notizie della ‘sua grande famiglia’, come amava chiamare il Movimento, e ridonava questa vita a tante altre persone. Magari poi trovavamo in una delle Mariapoli estive persone a cui lei aveva parlato dello spirito dell’unità, oppure qualcuno che passava in focolare a trovarci perché ne aveva sentito parlare da Sister Bene. Insomma, Benedetta era una vera ‘madre spirituale’ che ha donato tanta vita soprannaturale a tanta gente presente al suo funerale, partecipato da vescovi, sacerdoti e da un foltissimo ‘popolo di Dio’ che ha riempito all’inverosimile la chiesetta di Wien Pa Pao, col convento adiacente, dove lei abitava.
Sister Bene, al secolo Benedetta Carnovali, classe 1925, è stata una colonna per il Movimento: tanti dei membri che compongono oggi la comunità dei Focolari in Thailandia sono stati avvicinati personalmente da lei (anche buddhisti). ‘Una vera suora di Maria Bambina ed una vera focolarina’, come è stata definita da qualcuno: una suora ‘fuori dal comune’, sempre di corsa per portare qualcosa a qualcuno e al tempo stesso ‘ferma’ ad amare personalmente chi incontrava. Un’amica che ti chiamava per farti gli auguri d’onomastico, anche se ogni anno la sua voce si faceva sempre più flebile, ma non la sua forza interiore. Avvicinandola non si aveva mai l’impressione di disturbarla: sembrava che aspettasse solo te e non avesse altro da fare. E non era così, a giudicare, per esempio, da tutte le adozioni ‘a distanza’ che portava avanti personalmente, fino ai suoi ultimi giorni. Sister Bene, ha conosciuto la spiritualità dell’unità da un religioso, nel 1963, e da quel momento ha dato la sua vita affinché tanti, in Myanmar, dove era in quel periodo, e poi in Thailandia (dopo che tutti i religiosi furono espulsi dal regime), potessero conoscere ed iniziare a vivere questa via dell’unità. Trasferitasi poi in Thailandia, ha continuato ed approfondito la sua amicizia con i Focolari. Quando aveva, raramente, l’occasione di poter passare qualche giorno con noi, si nutriva avidamente dei discorsi di Chiara Lubich. Come tutti coloro che realmente seguono Dio, Suor Benedetta ha incontrato anche lei la sua notte, ‘la tempesta’ nel seguire Gesù e l’ha affrontata da vera discepola di Gesù, con una carità eroica. Profondamente unita con Vale Ronchetti, una delle prime focolarine, è andata avanti, in mezzo a molte incomprensioni: “Com’è possibile che una suora faccia parte di un movimento laico?”, si è spesso sentita chiedere; e ad altre piccole e grandi ‘persecuzioni’ umanamente assurde. Eppure, sicuramente e misteriosamente, Dio si è servito anche di queste per rendere Suor Benedetta sempre più suora, sempre più ‘figlia spirituale di Chiara’ (come lei diceva spesso) e quell’apostola dell’unità che non ha pari nel sud est asiatico a giudicare dai frutti che ha portato. Ci lascia un’eredità di carità, di dolcezza, di tenerezza e di grande forza, d’amore e di servizio agli ultimi: alla gente della tribù Akha, per esempio. Ci lascia quel sorriso tipico di chi sperimenta che è possibile trasformare il dolore in Amore e ne fa il suo motivo di vita. Suor Benedetta è ‘volata’ in cielo all’età di 90 anni, dopo aver ascoltato la canzone che lei amava tanto: ‘Solo grazie’; è morta consumata ma serena, come aveva sempre vissuto; nella pace perché certa, che ‘quelle braccia’ che l’hanno accolta fin da bambina (lei era orfana dei genitori) e portata avanti nella sua vita di religiosa, la stavano aspettando per l’ultimo abbraccio e l’ultimo tratto di viaggio: il più importante. Una donna meravigliosa, insomma, che testimonia che anche oggi ci si può far santi. Luigi Butori (altro…)
RUOLI DI GENERE
“Per un’educazione affettivo-sessuale libera e responsabile “La vita affettiva sessuale e di relazione richiede preparazione e un impegno che parta da lontano e che si dispieghi lungo tutto l’arco dell’esistenza dell’individuo e della coppia… un tema quanto mai delicato, soprattutto in questo periodo e in questo contesto culturale, caratterizzato da grandi cambiamenti, lotte e rivendicazioni, circa diritti veri e/o presunti di questa o quella posizione…” (dal libro) IL VOLUME Imparare a dire “ti amo” ha a che fare necessariamente con l’educazione, per cui il testo vuole offrire innanzitutto un ampio e articolato contributo di riflessione sull’educazione e, più specificamente, sull’educazione all’amore e al saper amare. In realtà, ciò non sarà possibile e mai separabile da una più ampia formazione della persona umana come essere in relazione: solo alla maturità della persona, infatti, potrà corrispondere una maturità nell’amare. In tal senso, l’educazione sessuale non è né scissa né scindibile dall’educazione globale dell’individuo e dall’educazione emotiva e affettiva in particolare. In tal prospettiva, il libro prende in considerazione le varie competenze da promuovere per una piena maturità socio-affettiva e sessuale dei giovani. L’AUTORE Domenico Bellantoni è psicologo, counsellor e psicoterapeuta, di orientamento analitico-eistenziale frankliano, accreditato presso il Viktor Frankl Institute di Vienna. Insegna Psicologia della religione all’Università Salesiana di Roma e Analisi esistenziale frankliana all’ Università “La Sapienza” di Roma. E’ vice-presidente dell’Associazione di Logoterapia e Analisi Esistenziale Frankliana (ALӔF) e Direttore della Scuola di Counselling Esistenziale Frankliano. E’ autore di diversi volumi, tra cui: Ascoltare i figli (2007); Riscoprirsi nel perdono (2010); L’Analisi esistenziale di Viktor E. Frankl. Voll. 1 e 2 (2011); Dall’amore per bisogno al bisogno per amore (2011). E’ inoltre autore di numerosi articoli, in particolare sulla rivista Ricerca di senso, di cui è anche Direttore. LA COLLANA Percorsi dell’educare, diretta da Ezio Aceti, Michele De Beni e Giuseppe Milan, propone qualificati contributi sull’educazione adottando una prospettiva interdisciplinare che attinge alle diverse scienze della formazione e al contempo recupera il senso dell’unità e dell’integrità del fatto educativo, esperienza fondamentale e costitutiva del singolo e della comunità. (pp. 264 – prezzo: € 18,00)
LA MIA PRIMA COMUNIONE
IL VOLUME Con il sacramento dell’Eucarestia sperimentiamo in noi la presenza di Gesù. Per questo motivo la prima comunione è un punto di inizio e non un punto di arrivo della nostra esperienza di fede. Dietro il pane e il vino ci attende Gesù vivo, desideroso di incontrarci, amarci ed incoraggiarci nella vita di ogni giorno. La comunione intima, riflessiva e spirituale con Cristo ci guida nel mondo come “altri piccoli Gesù”. In questo modo possiamo vivere tutte le nostre esperienze in modo evangelico, testimoniando concretamente ed in prima persona l’amore di Dio per noi. L’esperienza dell’Eucarestia ci rende costruttori della famiglia cristiana che ci ha accolto il giorno del battesimo e promotori della fraternità fra tutti. Il libretto si propone di affiancare i sussidi specifici nella preparazione alla prima comunione, attraverso un dialogo tra alcune delle domande più frequenti dei bambini e le risposte offerte dalle storie tratte dal Vangelo o di “altri Gesù” che hanno saputo portare l’amore di Dio al prossimo. L’AUTORE Mario Iasevoli, laureato in psicologia dello sviluppo e dell’educazione e dottore di ricerca in Scienze Mediche, Cliniche e Sperimentali. Consulente per progetti di formazione e prevenzione nell’infanzia. Ha già collaborato con Città Nuova alla riedizione dei Quaderni Attivi di Sussidio ai primi due cicli del Catechismo Ufficiale CEI ed attualmente è membro della redazione del giornalino BIG – bambini in gamba. Da studioso del fine vita in ambito bioetico ha collaborato, inoltre, alla realizzazione di alcuni libri della collana Bordeline e autore di diverse pubblicazioni scientifiche. LA COLLANA La collana FORMAZIONE CRISTIANA E LITURGIA presenta testi di approfondimento e strumenti per la catechesi, per la preghiera e le celebrazioni liturgiche, che accompagnano il credente nella vita personale e comunitaria. DATI TECNICI f.to 21×14 pp. 32 prezzo: € 3,00
Chiara Lubich: Politics for Unity
La prima manifestazione in ordine cronologico è in Italia, a Roma il 12 marzo, nell’Aula del Palazzo dei Gruppi parlamentari a Montecitorio. La mattina 300 giovani dei Focolari di varie parti del mondo, cristiani, appartenenti ad altre religioni e di convinzioni non religiose, presentano testimonianze di singoli e gruppi sulla situazione socio-politica del proprio Paese, e sulla fraternità vissuta quale risposta ai conflitti in atto, in dialogo con la presidente della Camera dei Deputati, on. Laura Boldrini, Pasquale Ferrara, segretario generale dell’Istituto Universitario Europeo e Luigino Bruni, prof. di Economia politica alla LUMSA di Roma. Nel pomeriggio altre 300 persone impegnate nella vita politica e nell’amministrazione pubblica prendono parte al convegno di riflessione, testimonianza e dialogo alla luce delle principali idee forza del pensiero di Chiara Lubich. In Francia, a Strasburgo, un seminario di tre giorni, dal 13 al 15 marzo, riflette sul tema della fraternità come categoria politica, con particolare risalto per le questioni legate alla città: interverranno Jean-Louis Sanchez, delegato generale dell’ODAS (Osservatorio Nazionale dell’Azione Sociale), Jo Spiegel, sindaco di Kingersheim e Antonio Baggio, politologo e docente dell’Istituto Universitario Sophia (Loppiano).
In Spagna, a Madrid saranno due gli eventi il 13 e il 14 Marzo. Il primo si svolge nello stesso luogo dove era intervenuta Chiara Lubich il 3 dicembre 2002: la sede del Parlamento Europeo e della Commissione Europea, nell’ambito del Seminario Il ruolo dell’Unione Europea nella pace e nella giustizia mondiale. Il giorno seguente, nella sede del Centro Mariapoli, seguono approfondimenti tematici; fra questi La scelta degli “ultimi”, criterio prioritario di azione politica. In Corea del Sud, il 14 marzo a Seul, un incontro nella sede del Parlamento tra deputati e persone impegnate nell’amministrazione pubblica fa un bilancio del percorso verso una politica di fraternità intrapreso dieci anni fa. Lo stesso giorno a Curitiba, Brasile, deputati, sindaci e semplici cittadini danno vita a un forum di approfondimento su Il pensare e l’agire politico di Chiara Lubich. Interverranno, tra gli altri, il sindaco della città, Gustavo Fruet, il deputato federale Luiz Carlos Hauly; il Segretario di Giustizia e Diritti umani dello Stato di Acre, Nilson Mourão e il Sindaco di Sorocaba (San Paolo), Antônio Carlos Pannunzio. Convegni anche in Canada, Colombia, Honduras, Germania, Portogallo, Repubblica Ceca, Irlanda, Tanzania, Ungheria, USA e altri ancora. Nella pluralità di manifestazioni che, in tutto il mondo, compongono l’evento, è proposto un dialogo che intende mettere l’accento sul valore essenziale dell’unità, che non è omologazione ma frutto del confronto. «Io ho un sogno – affermava Chiara Lubich –. Pensate cosa sarebbe il mondo se, oltre che fra i singoli, anche fra i popoli, le etnie, gli Stati si mettesse in pratica la regola d’oro: amare, ad esempio, la patria altrui come la propria». Le sue parole trovano un riscontro nella vita personale e nell’azione politica di quanti, in tutto il mondo, hanno fatto proprio lo stesso sogno. «La prossima ricorrenza ci darà proprio l’occasione di mettere in luce tante esperienze positive in atto in tutto il mondo – afferma la presidente dei Focolari Maria Voce – dove politici, amministratori e cittadini lavorano insieme al servizio del bene comune». E si augura che «sia i giovani – i quali spesso guardano oggi alla politica con timore o con disinteresse – che gli adulti, riscoprano la politica come una vocazione alta, che allarga il proprio cuore a tutte le persone, le più disagiate, le più sole, quelle più in difficoltà o emarginate, non solo del proprio Paese, ma dell’umanità». «Che la partecipazione a questi eventi – conclude in un suo messaggio – segni per tutti un impegno nuovo e più consapevole per adoperarsi in prima persona a costruire, insieme a tante altre di buona volontà, un mondo migliore, un mondo nuovo». Sul sito ufficiale dell’evento www.politicsforunity.com sarà possibile seguire in diretta alcuni dei convegni. È disponibile una mappa online delle manifestazioni e una sintesi di testi di Chiara Lubich selezionati dal Comitato scientifico. L’hashtag dell’evento è #politics4unity. L’anniversario della morte di Chiara, avvenuta il 14 marzo 2008, è ricordato con varietà di espressioni. Dalla Biennale d’arte Chiara Lubich a Maracaibo, Venezuela, alla lettura del carisma dell’unità attraverso alcuni capolavori dell’arte europea a Cremona, Italia, alla 3ª edizione Chiara Lubich Memorial Lecture a Durban, Repupplica Sudafricana. Molte le celebrazioni eucaristiche di ringraziamento e suffragio per Chiara Lubich, la cui Causa di beatificazione è stata aperta il 27 gennaio scorso. (altro…)
Filippine: giovani leader per la pace
«La strada per un mondo di pace è lunga. Intraprenderla richiede coraggio, senza vacillare di fronte alla sofferenza, al dolore e alla sconfitta». Così si esprime Val Fajardo, un giovane dei Focolari, al termine dei 5 giorni del “Progetto Uniti per la Pace 2015”, a metà febbraio presso la cittadella “Mariapoli Pace”, a Tagaytay City (Filippine). La conferenza, promossa da YSEALI (Young Southeast Asian Leaders Initiative) – che mira a rafforzare nei giovani lo sviluppo della leadership e le reti nel Sud-est asiatico –, con la collaborazione del Movimento dei Focolari, ha riunito 30 giovani leader da Thailandia, Filippine e Indonesia per discutere sui conflitti religiosi e culturali nella regione dell’ASEAN (Associazione delle nazioni dell’Asia sudorientale) e per condividere le migliori pratiche atte a mitigarli. I delegati erano di diversi ambiti e di varia provenienza – blogger di moda, consiglieri presidenziali, insegnanti, giornalisti, studenti, responsabili di ONG e operatori sociali – tutti impegnati a lavorare per la pace. Il gruppo ha cercato di addentrarsi nella comprensione dei conflitti per lasciarsi poi guidare dall’ottica del dialogo interreligioso e interculturale. Da qui è passato all’analisi del paradigma della fraternità, che porta all’unità e alla reciprocità ed evidenzia il potere dell’azione collettiva, che sono componenti essenziali alla costruzione della pace.
Spinti dal disperato bisogno di pace nel mondo, i giovani delegati hanno lavorato intensamente anche su proposte di progetti per affrontare la mitigazione e la risoluzione dei conflitti, da attuare simultaneamente nei loro paesi: “Peace Attack” in Indonesia; “Youth Leaders for Peace Camp” in Thailandia; e “Peace for real” nelle Filippine. I vari workshop hanno evidenziato la forza, la creatività e l’impegno di ogni partecipante. In tutti emergeva l’esigenza di coinvolgere giovani e adulti, ciascuno come protagonista di pace. «La costruzione di un mondo unito comporta necessariamente che lasciamo i nostri accampamenti per uscire allo scoperto. Ma non siamo soli nei nostri sforzi. Ci sono altri con cui possiamo condividere questi obiettivi. È arrivato il momento di impegnarci tutti insieme».
Nikko Yumul, dei Focolari, tra i coordinatori del programma afferma: «I giovani sono nella fase della vita in cui l’attrattiva a realizzare progetti, anche grandi, è al culmine. Così la costruzione della pace sarà in loro come una scintilla che diventa incendio. È solo questione di tempo». A conclusione è stato inaugurato un “Parco della Pace”, come simbolo del progetto 2015, e i delegati hanno piantato alberi in una scuola pubblica vicino alla Mariapoli Pace. Al centro del parco il “Dado della pace“, sui lati del quale sono riportati i principi per la costruzione della pace. Presenti all’inaugurazione autorità civili locali, presidi, docenti e studenti. Al Movimento dei Focolari è stato chiesto di essere partner in questo progetto fino a settembre 2015. Si è istituito così un comitato al fine di progettare il contenuto del programma e selezionare adeguate risorse umane, nella convinzione che perseguire l’obiettivo della fraternità universale è la via per risolvere i conflitti. Fonte: New City Press Philippines (altro…)
Studentesse sciite iraniane a Loppiano
«In tempi di odio e paura ringrazio Dio perché ci ha scelte per farci conoscere una spiritualità come quella di Chiara Lubich, capace di far gustare all’umanità la pace e la vera gioia dell’unità. Qui a Loppiano stiamo sperimentando un anticipo di come sarà la vita nel regno di Dio». Sono le parole di una delle sei studentesse musulmane iraniane che stanno trascorrendo un mese a Loppiano, partecipando alla vita della cittadella 24 ore su 24. «Un’esperienza nuova per tutti noi – afferma Rita Moussallem, co-responsabile, con Roberto Catalano, del Centro del Dialogo Interreligioso dei Focolari – un segno profetico portatore di speranza che ci dice che è l’amore che vince». Le studentesse provengono dal seminario femminile Jami’at al-Zahra della città di Qum (Iran), a circa 200 Km dalla capitale, Teheran. Si tratta di un centro accademico d’eccellenza per l’Islam sciita ed è il più grande al mondo con circa 6.000 studentesse, un migliaio delle quali proveniente da altri paesi. Per la presenza di importanti santuari, Qum è una delle città sante sciite, meta di decine di migliaia di pellegrini ogni anno e sede di numerose università; si calcola la presenza di circa 100.000 studenti. Questa visita fa seguito al rapporto fraterno e di dialogo iniziato da diversi anni fra il Centro del Dialogo Interreligioso dei Focolari e il dr. Mohammad Ali Shomali, docente presso la sezione internazionale del seminario femminile di Qum e fondatore e direttore dell’Istituto Internazionale di Studi Islamici (sempre a Qum), nonché membro di consigli di varie istituzioni accademiche. Attualmente risiede a Londra ed è alla guida del Centro Islamico della Gran Bretagna. «Nell’aprile scorso con alcuni focolarini siamo andati a Qum, dietro invito del dr. Shomali – spiega Roberto Catalano – per visitare diversi istituti universitari e approfondire la conoscenza reciproca. È stata in quell’occasione che ha iniziato a concretizzarsi la possibilità per un gruppo di studentesse di fare esperienza della spiritualità dell’unità». A Loppiano, il dr. Shomali insieme alla moglie e alle studentesse hanno visitato le diverse Scuole e ambienti di lavoro, conosciuto i suoi abitanti con le loro esperienze e quindi si sono immersi nella vita e nelle attività della cittadella. Rilevante il momento d’incontro del dr. Shomali con i docenti e gli studenti dell’Istituto Universitario Sophia. Facendo riferimento al termine che dà nome all’Istituto, ha sottolineato come il concetto di sapienza significhi molto più che conoscenza: «Possiamo ascoltare parole di conoscenza da tanti, ma la qualità della sapienza può venire solo da Dio». Ora per le studentesse l’esperienza continua, con l’approfondimento della spiritualità dell’unità e dei suoi aspetti concreti. (altro…)
8 marzo, giornata internazionale della donna
In questo giorno, ciascuno non mancherà di evocare in cuor suo le innumerevoli figure di donne che ne hanno caratterizzato il vissuto, a partire da colei che l’ha chiamato alla vita per passare subito dopo a moglie, fidanzata, sorelle, nonne, zie, baby-sitter, maestre, suore, catechiste, compagne di scuola, professoresse, infermiere, cassiere, domestiche, ed ora anche astronaute. Oggi vogliamo celebrare la donna riflettendo insieme con alcuni pensieri di Maria Voce, presidente dei Focolari, raccolti in due interviste da lei rilasciate alla rete brasiliana TV Nazaré e alla rivista Cidade Nova, nell’aprile 2014, in occasione del suo viaggio in Brasile. «Il ruolo della donna nella Chiesa è cominciato con Maria nella prima comunità di Gerusalemme, dove aveva un ruolo del tutto particolare fra gli Apostoli. Nel ripercorrere la storia della Chiesa abbiamo poi visto una prevalenza del sesso maschile, soprattutto nei ruoli di governo, anche per l’esclusività del ministero sacerdotale agli uomini. Questo ha fatto sì che i sacerdoti si identificassero particolarmente con la gerarchia della Chiesa e che la donna rappresentasse, in certo modo, una presenza meno importante nella Chiesa. Da allora c’è stata un’evoluzione, non solamente nella Chiesa, ma nell’umanità, nella società, dove le donne pian piano hanno conquistato dei ruoli importanti. Forse in alcuni contesti e culture le erano già riconosciuti, ma nella cultura occidentale la donna ha dovuto farsi strada da sola». «Dio creando l’uomo a sua immagine l’ha creato uomo e donna, il che significa che non ha creato una sola creatura, unica, ma due creature diverse. Le ha create in questa diversità perché fossero complementari l’una all’altra e testimoniassero, pur nella diversità delle funzioni, nella diversità dei ruoli, la figliolanza dell’uomo da parte di Dio, quindi con la stessa dignità. Mi sembra che questo pian piano stia emergendo nella politica, nella società. Mai come in questo periodo assistiamo all’emergere di figure importanti che assumono la presidenza di Stati e di Paesi importanti. La presenza della donna nella Chiesa deve crescere soprattutto nel testimoniare il suo carisma specifico, che è quello di dimostrare che l’amore è più importante del governo; che non si può governare senza l’amore». «Una maggiore incidenza della presenza femminile potrebbe portare effetti positivi non soltanto nella Chiesa, ma anche nella società. In un’azienda, per esempio, in uno Stato, in un governo, la presenza femminile, quando c’è, si vede, proprio perché mette a confronto e costruisce nella complementarietà fra il dono che è l’uomo e il dono che è la donna. Papa Francesco è un po’ l’esempio di chi sa apprezzare il contributo femminile. La dolcezza, la tenerezza a cui fa sempre riferimento, sono delle caratteristiche più femminili che maschili». «La capacità di sopportare, di accogliere, di donare, sono tipiche della madre, che mette al mondo un figlio e poi quando è il momento lo lascia andare. E questa capacità, sia di attaccamento che di distacco, influisce positivamente anche nel governare. Qualcuno mi ha domandato: “Come fai a conciliare l’amore e il governo?“. Ho risposto che non si può governare senza amore. Non si può. Quando si esercita il potere senza amore, non è governo, è oppressione». (altro…)
Chiara Lubich: “Amare la patria altrui come la propria”
https://www.youtube.com/watch?v=F2M980TOZQA (altro…)
[:de]Chiara Lubich: “Das Land des anderen wie das eigene lieben”[:fr]Chiara Lubich : “Aimer la patrie de l’autre comme la sienne”[:zh]盧嘉勒:「愛別人的國家如同自己的國家!」
Vita consacrata, vocazione profetica
«Un grave incidente e mi ritrovo in ospedale. Era la prima volta che provavo un dolore così». Racconta Sr. Felicitas, che viene dalle Filippine. Malata con gli altri. Tuttavia proprio in ospedale ha «sperimentato l’amore di Dio attraverso le persone che sono venute a trovarmi. Qualcuno che mi ha portato l’Eucarestia, che in quel momento era “tutto” per me. Il cappellano che mi ha manifestato la sua accoglienza e disponibilità. Circondata dall’amore di tutti ho risposto con il mio amore: era una catena di reciprocità». L’esperienza di Sr. Felicitas sottolinea l’impatto della spiritualità di comunione come possibile risposta alle esigenze di vita di comunità e di apostolato in mezzo al mondo: «C’è una straordinaria coincidenza tra ciò che la Chiesa e il mondo chiedono alla vita consacrata», afferma Sr. Antonia Moioli, responsabile delle consacrate del Movimento dei Focolari. «Il seme che Chiara ha piantato dentro di noi germoglia, talvolta fiorisce e diventa voce profetica che indica la via all’umanità smarrita e diventa “castello esteriore” irradiante l’amore». «Crescere nella spiritualità dell’unità e viverla – chiede il prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica cardinale João Braz de Aviz, alle religiose e ai religiosi aderenti dei Focolari – perché quando i carismi si incontrano prendono vita e l’Opera di Maria [Movimento dei Focolari] fa brillare i carismi, li illumina. Non occorrono parole – continua – basta essere testimoni del Vangelo vissuto; è questa la strada del cambiamento. La vocazione specifica dei consacrati e delle consacrate è quella di aprire strade profetiche mentre testimoniano i valori del Regno. Questo si attende la Chiesa e l’umanità di oggi, e per questo occorre tornare al carisma proprio e vivificarlo». Giuseppe Zanghì (Peppuccio), studioso e filosofo vede in Chiara Lubich come portatrice di una luce, che ha creato le condizioni di una nuova cultura, sgorgata da Gesù Abbandonato: è Lui il Dio dell’uomo contemporaneo. «La sua riflessione – spiega ancora Sr. Antonia – ci spinge ad essere fari nella notte, sentinelle che annunciano il mattino. Sarà possibile realizzare la vocazione profetica tipica della vita consacrata? Monasteri e comunità in passato sono stati centri prestigiosi di cultura e spiritualità; è possibile guardare anche oggi a questa realtà antica e nuova come ad una sfida?». «Qui troviamo addirittura “uno scrigno” di doni – afferma Maria Voce, presidente dei Focolari -. Insieme, poi, possiamo donare questi tesori a tutta la Chiesa e al mondo intero, che ha bisogno di vedere come i cristiani si amano per credere in Cristo. Questa ricchezza che Dio ci dà, facendoci famiglia sua, è per l’umanità. Questo è il senso dell’uscire che Papa Francesco continua a sottolinearci». «La fraternità universale dell’umanità comincia dalla fraternità fra di noi, in ogni convento, in ogni comunità, in ogni congregazione, in ogni ordine e poi in tutta la Chiesa». Il Congresso delle consacrate si apre ad un futuro da costruire, non da sole, ma insieme a tanti, per essere testimoni di un amore che sfida le differenze. (altro…)
Guerra in Siria: è ancora notizia?

Intensificando la preghiera per la pace
Le comunità dei Focolari in Siria, nonostante tutto il male che dilaga, continuano a credere «che un futuro migliore qui ci può essere; continuiamo a trovare forza dalla vita del Vangelo, anche con testimonianze coraggiose». Sanno di non essere da soli, ma che fanno parte di una grande famiglia nel mondo che prega per loro e opera per la pace. «Eppure la stanchezza, dopo 4 anni di guerra, e la prospettiva di un futuro oscuro per il Paese, pesano molto. E sono tanti ormai quelli che cercano di emigrare per mettere fine a questo circolo infernale». In questo contesto, il 23 febbraio scorso, sono rientrati i focolarini ad Aleppo. Scrivono: «Dopo 3 mesi di assenza, siamo tornati a comporre il nostro focolare ad Aleppo, con Sami il nostro focolarino sposato che abita sul litorale con la sua famiglia, ne fa parte e viene a stare con noi una volta al mese. stare qui è una sfida, perché siamo consapevoli che solo Gesù presente in mezzo a noi, per l’amore reciproco, è fonte di speranza e di sollievo per la comunità e per la gente che ci sta intorno». «Nel corso del nostro viaggio – concludono – ci siamo fermati una settimana a Damasco, dalle focolarine, che hanno sostenuto la comunità nella nostra assenza; e un’altra settimana nella comunità di Kfarbo al centro del Paese. C’è una grande gioia per il nostro rientro: ora la famiglia è completa! Siamo tutti molto riconoscenti per le preghiere di tanti nel mondo che ci sostengono in questa dura prova». (altro…)
Francesco ai Vescovi amici dei Focolari
https://www.youtube.com/watch?v=G4_LozKslxk Il vescovo non raduna il popolo intorno alla propria persona o alle proprie idee ma intorno a Cristo: è quanto ha detto Papa Francesco incontrando stamani i Vescovi amici dei Focolari. Il carisma dell’unità proprio del Movimento dei Focolari – ha detto il Papa – “è fortemente ancorato all’Eucaristia, che gli conferisce il suo carattere cristiano ed ecclesiale”: “Senza l’Eucaristia l’unità perderebbe il suo polo di attrazione divina e si ridurrebbe a un sentimento e ad una dinamica solamente umana, psicologica, sociologica. Invece l’Eucaristia garantisce che al centro ci sia Cristo, e che sia il suo Spirito, lo Spirito Santo a muovere i nostri passi e le nostre iniziative di incontro e di comunione”. Il servizio fondamentale dei vescovi – ha aggiunto Papa Francesco – è quello di radunare “le comunità intorno all’Eucaristia, alla duplice mensa della Parola e del Pane di vita”: “Il Vescovo è principio di unità nella Chiesa, ma questo non avviene senza l’Eucaristia: il Vescovo non raduna il popolo intorno alla propria persona, o alle proprie idee, ma intorno a Cristo presente nella sua Parola e nel Sacramento del suo Corpo e Sangue”. “Così il Vescovo, conformato a Cristo – ha affermato il Papa – diventa Vangelo vivo, diventa Pane spezzato per la vita di molti con la sua predicazione e la sua testimonianza. Chi si nutre con fede di Cristo Pane vivo viene spinto dal suo amore a dare la vita per i fratelli, ad uscire, ad andare incontro a chi è emarginato e disprezzato”.
Quindi, il Papa ringrazia in modo particolare i vescovi giunti “dalle terre insanguinate della Siria e dell’Iraq, come pure dell’Ucraina”: “Nella sofferenza che state vivendo con la vostra gente, voi sperimentate la forza che viene da Gesù Eucaristia, forza di andare avanti uniti nella fede e nella speranza. Nella celebrazione quotidiana della Messa noi siamo uniti a voi, preghiamo per voi offrendo il Sacrificio di Cristo; e da lì prendono forza e significato anche le molteplici iniziative di solidarietà in favore delle vostre Chiese”. Papa Francesco, infine, incoraggia i vescovi amici dei Focolari a portare avanti l’impegno “in favore del cammino ecumenico e del dialogo interreligioso” e li ringrazia per il contributo dato “ad una maggiore comunione tra i vari movimenti ecclesiali”. (Radio Vaticana) Il neocardinale Francis Xavier Kriengsak Kovithavanij, arcivescovo di Bangkok, moderatore del convegno si era rivolto a papa Francesco a nome del gruppo dicendo tra l’altro: «Nell’odierna situazione del mondo sentiamo che sia noi sia le nostre chiese particolari debbono essere capaci di ascolto e di dialogo. Sentiamo che non a caso Dio ci ha posti in contatto con una umanità ferita da molteplici mali. Portiamo in cuore anche oggi davanti a Lei i segni di tante lacrime, grida di disperazione, segnali di ricerca». E ancora: «Di fronte alle enormi sfide di oggi ci sentiamo piccoli e a volte impotenti. Ma siamo fiduciosi in un amore più grande che ci ha chiamati e che ci ha amati talmente che ci ha dato la misura divina dell’amore, quella di essere pronti a dare la vita e, se occorre, di morire per gli altri. Questo passo lo sta vivendo il nostri fratello, vescovo amico della Libia, Mons. Martinelli che non è tra noi perché vuole restare lì nonostante un reale pericolo di morte. Questo passo l’hanno fatto anche i due Vescovi amici della Siria, Mor Gregorios Yohanna Ibrahim, Siro-ortodosso, e il Metropolita Boulos Yazigi, Greco-ortodosso del Patriarcato di Antiochia, sequestrati cerca due anni fa e quasi dimenticati dall’opinione pubblica». Un saluto particolare papa Francesco l’ha voluto rivolgere a Maria Voce, presidente dei Focolari, presente all’Aula Paolo VI insieme ai vescovi. Di ritorno da un incontro in Germania con 150 rappresentanti di movimenti evangelici, Maria Voce ha portato al papa il loro saluto e la speranza nel comune impegno verso l’unità. Il Papa ha ringraziato: «Bene. Molto importante il lavoro ecumenico che portate avanti». Papa Francesco aveva davanti a sé vescovi da 35 Paesi, dall’Asia (Thailandia, Myanmar, India) ai Paesi del Medio Oriente (Libano, Siria, Iraq, Algeria) all’Africa (Camerun, Etiopia, Uganda, Madagascar, Tanzania, Sud Africa), alle Americhe (USA, Haiti, Panama, Ecuador, Brasile, Uruguay) all’Europa (Germania, Spagna, Francia, Italia, Lussemburgo, Olanda, Austria, Svizzera, Rep. Ceca, Rep. Moldova, Romania, Slovenia, Slovacchia, Ucraina). In programma al Convegno (3-6 marzo 2015) gli interventi della presidente del Movimento dei Focolari, Maria Voce, e del copresidente Jesús Morán, così come esperienze e progetti di una pastorale più attenta ai rapporti tra i vescovi e i fedeli, all’impegno per l’unità dei vari movimenti esistenti sia nella Chiesa cattolica che in altre Chiese, ai dialoghi con gli altri cristiani e con le varie religioni. (altro…)
Vangelo vissuto: fare il primo passo
Rivivere il dolore altrui «Nostro figlio Mattia era nato con gravi problemi alle vie respiratorie, per cui i suoi primi sei mesi di vita li abbiamo passati in ospedale. Come esprimere l’angoscia provata durante le sue crisi o quando i medici non riuscivano a imbroccare la terapia adatta al suo caso? Eppure, non abbiamo mai dubitato dell’amore del Padre: grazie anche al sostegno delle nostre famiglie e di tanti amici. Superando la tentazione di chiuderci sul nostro problema, abbiamo potuto condividere le preoccupazioni di altri genitori di bambini ricoverati, confrontarci con loro sul mistero del dolore e sulla fede. Ora Mattia sta molto meglio. Ultimamente, da parte del dipartimento dell’ospedale ci è stato proposto di far parte di un gruppo che riflette su tematiche relative ai casi dei piccoli pazienti (è importante la voce dei genitori in scelte spesso difficili): invito che abbiamo accolto, anche se si tratta di rivivere in quello degli altri il dolore già sperimentato». M. e S. – Lazio (Italia) Il dado dell’amore «Mamma e papà non vanno tanto d’accordo. Spesso litigano. Lei a volte non cede e lui si arrabbia. Per aiutarli, anche se sono la più piccola, mi è venuta l’idea di fare a casa un gioco che facciamo a scuola: imparare ad amarci tra di noi gettando un dado di cartone con iscritti sei gesti d’amore. Siccome non avevo il dado, ho preso delle pagine di un quaderno e ci ho scritto su le sei frasi. Ho chiesto a mamma e papà di giocare con me. Ognuno doveva prendere un foglietto e fare quello che avevano letto. Se non lo facevano, io avrei segnato su un quaderno il punteggio. Alla mamma è capitato il foglietto con la scritta “amare tutti”, a papà “amare i nemici”. Hanno ricominciato, giocando con me, a volersi bene». D. H. Filippine Una figlia inattesa «Nostra figlia Solange, infermiera in una clinica di Rio de Janeiro, un giorno si è trovata davanti una ragazza che insisteva per essere ricoverata almeno fino al parto, ma non aveva né documenti né soldi per pagare il ricovero. Siccome nessuno l’ascoltava, Solange s’è rivolta al direttore della clinica e ad altri medici, e finalmente la ragazza è stata accettata sotto la sua responsabilità. Tutto è andato bene. È nata una bella bambina, Barbara. Ma qualche giorno dopo la madre è scomparsa, abbandonando la neonata. Il direttore e i medici se la sono presa con Solange, al che, anche se mio marito ed io non siamo più giovanissimi, ci siamo offerti di accogliere Barbara come quinta figlia a quindici anni di distanza dall’ultimo nostro nato». A. – Brasile (altro…)
Economia: la voce ai carismi
L’Europa continua a lottare con un’incertezza economica che pone gravi sfide a imprese, responsabili delle politiche economiche e cittadini. Cristiani provenienti da vari ambiti dell’economia e dal mondo imprenditoriale si sono dati appuntamento a Loppiano (nei pressi di Firenze), dal 6 all’8 marzo, per condividere esperienze e visioni, per dare il contributo di una voce profetica di speranza. «Finora in Europa ha parlato solo la voce delle istituzioni – afferma il prof. Luigino Bruni –. Il nostro sogno è che nei ministeri dell’economia ci siano dei francescani, focolarini, persone che hanno scelto gli ultimi… C’è bisogno della voce della gratuità. Negli ultimi decenni queste voci si sono completamente zittite. Un’economia senza anima, senza carismi capaci di includere anche i poveri, non ha futuro. Che cosa hanno da dire i movimenti cristiani, oggi, sul piano economico? Abbiamo cominciato il cammino di “Insieme per l’Europa” con Chiara Lubich all’inizio del millennio. Dopo 15 anni di lavoro insieme sul piano della conoscenza, ci sembra che questo cammino diventi un essere insieme per un’economia diversa, per una politica diversa. È arrivato il momento di dire qualcosa». L’iniziativa del convegno nasce nel novembre 2012 a Monaco di Baviera, durante l’incontro degli ‘Amici di insieme per l’Europa’ (Together for Europe). In quell’occasione, esperti in ambito economico di alcuni movimenti e comunità di diversi paesi e chiese, si sono accordati per generare un momento di approfondimento comune, con l’intento di dare un contributo specifico nel campo economico, a partire dai carismi. Il programma prevede uno spazio per approfondire i “segni dei tempi” che viviamo, con la condivisione delle proprie esperienze. E uno spazio per la riflessione sui “segni di speranza” con una tavola rotonda sull’economia della condivisione e la “cultura del dare”. È anche prevista una sperimentazione di «lavoro con le mani, non solo con la testa», alla “Fattoria Loppiano Prima”; e un workshop artistico con il gruppo musicale Gen Verde. “Insieme verso un’economia del bene comune” è il titolo scelto, e si articolerà in 3 aree di lavoro: povertà, imprese e istituzioni. Verrà allestita una expo con le realizzazioni di ogni comunità. «Non solo banche mercati e finanza – continua Bruni – ma contributo dal basso, dalla solidarietà, per dare voce a tutti, ai poveri, agli esclusi. Cerchiamo di fare un cammino insieme, con alcuni movimenti cattolici ed evangelici (Giovanni XXIII, Schönstatt, Focolari, Ymca e Vineyard), come comitato preparatore, e con la specificità di ascoltare la voce dei carismi riguardo la crisi economica che vive l’Europa». L’idea, dunque, è dare una prospettiva sull’Europa a partire dall’economia come reciprocità e come dono e non solo come interesse e profitto. L’Economia che nasce dalle cooperative, dal sociale, dal civile. «L’Europa economica – spiega il prof. Bruni – l’hanno fatta anche i carismi di Benedetto, di Domenico, di Francesco (pensiamo all’istituzione dei Monti di Pietà), per non parlare dei carismi sociali che hanno inventato le scuole, gli ospedali, parallelamente al mondo del commercio che decollava con le imprese e i mercanti. La nuova Europa che nascerà da questa crisi, perché sia un’Europa buona, ha ancora oggi bisogno del contributo dei carismi, carismi moderni, che parlano il linguaggio dell’economia; c’è tutta una vita dei movimenti cristiani europei che ha da dire la sua, diversa da quella della Banca centrale europea. Cominceremo umilmente, ma il nostro obiettivo è andare a Bruxelles per rivolgerci alle istituzioni con un contributo specifico». Ufficio stampa: Stefania Tanesini – M. 338 5658244 – E. stefania.tanesini@loppiano.it (altro…)
Politica: cittadini attivi e non passivi
Un consigliere comunale, capogruppo del partito di maggioranza della città argentina di Mar del Plata, vede entrare nel suo ufficio un paio di giovani che si presentano come attivisti dell’opposizione. Il consigliere li riceve curioso. I due giovani con semplicità spiegano che desiderano assicurargli il rispetto per le sue posizioni, ma che vogliono esercitare in modo costruttivo il loro ruolo politico di opposizione. Il consigliere, stupito per l’insolita dichiarazione, domanda loro dove hanno appreso a far politica in quel modo. I due giovani gli spiegano che sono alunni di una delle scuole di formazione del Movimento Politico per l’Unità (MPPU). Poco tempo dopo, anche il consigliere comunale comincia a frequentare la locale scuola politica del MPPU. Difficilmente Chiara Lubich avrà conosciuto questo minuscolo episodio, persosi nel mare di mille altri fatterelli che tanti membri del MPPU provenienti da numerosi Paesi potrebbero evocare. Ciò nonostante, lo si può senz’altro considerare come un effetto tipico dell’incontro col pensiero e lo spirito del carisma dell’unità di cui Chiara è stata portatrice e che prende come paradigma l’ideale di fraternità universale. Come? Preparando cittadini e dunque una società civile, sensibile alla vita della comunità politica nella quale sono inserti. Una cittadinanza attiva, insomma. Un tuffo nella storia. Nella “Mariapoli” tenutasi nella valle di Primiero nell’estate del 1959, durante due mesi si alternano per alcuni o più giorni un totale di circa 12.000 persone, provenienti da 27 Paesi dei cinque continenti. In quei giorni Chiara afferma: “Sono questi i tempi… in cui ogni popolo deve oltrepassare il proprio confine e guardare al di là; è arrivato il momento in cui la patria altrui va amata come la propria”. Parole ardite in tempi in cui gli effetti del tremendo conflitto mondiale sono ancora visibili; parole ispiratrici di nuovi rapporti tra popoli e governi. Amare la patria altrui come la propria é ancora oggi un’idea forte, una linea guida d’azione, partendo dai più deboli e più poveri. Filadelfia (USA), 2003. Nella “Giornata dell’interdipendenza” svolta in quella città, Chiara scrive nel suo messaggio: «Da più punti della terra, oggi, sale il grido di abbandono di milioni di rifugiati, di milioni di affamati, di milioni di sfruttati, di milioni di disoccupati che sono esclusi e come “recisi” dal corpo politico. È questa separazione, e non solo gli stenti e le difficoltà economiche, che li rende ancora più poveri, che aumenta, se possibile, la loro disperazione. La politica non avrà raggiunto il suo scopo, non avrà mantenuto fede alla sua vocazione fino a quando non avrà ricostituito questa unità e guarito queste ferite aperte nel corpo politico dell’umanità». Ma per raggiungere questa meta sarà necessario della fraternità, perché «libertà ed uguaglianza, dinanzi alle sfide del presente e del futuro dell’umanità, non sono da sole sufficienti (…). Uguaglianza e libertà saranno sempre incomplete e precarie, finché la fraternità non sarà parte integrante dei programmi e dei processi politici in ogni regione del mondo». Non sono mere parole quelle di Chiara, ma il frutto dell’esperienza di un Movimento che nel suo sviluppo ha esteso il suo sguardo sul mondo facendo proprie “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi”. Sarà dunque la società civile, sulla base di cittadini animati dallo spirito di fraternità, come ha auspicato Chiara Lubich, a dare limiti e contenuto a liberta e uguaglianza, i tre pilastri della nostra civiltà. Testo integrale: Politics for Unity (altro…)
Sophia a Trento: creatività e innovazione
Un esperimento: collocare in montagna un’iniziativa accademica inter-disciplinare e inter-culturale, secondo la metodologia di insegnamento e apprendimento caratteristica dello IUS. È quello che ha dato vita alla prima Winter School internazionale dell’Istituto Universitario Sophia (IUS), conclusa domenica 15 febbraio, organizzata con il sostegno della Provincia Autonoma di Trento e la collaborazione delle Casse Rurali e della Federazione Trentina della Cooperazione. I giovani partecipanti, provenienti da 18 Paesi, ospiti del Centro Mariapoli intitolato a Chiara Lubich, nella sua terra natale, si sono sentiti accolti in modo superlativo dalla città di Trento. In un contesto in cui il cambiamento è guidato dalla tecnologia e dalle sfide politico-economiche si è cercato di capire creatività e innovazione, alla luce della “cultura dell’unità”, e il suo possibile valore aggiunto. Ad esempio, dare spazio e riconoscimento alle diversità anche quando sono potenziali generatrici di conflitto. Accanto alle lezioni in aula e ai lavori di gruppo che hanno ritmato il programma, prima e dopo le escursioni e le attività sportive, la riflessione su sport e corporeità ha offerto una ulteriore e originale chiave di lettura dei temi proposti. Di particolare impatto è stata la serata aperta alla città «Capitano, mio capitano», condotta da Paolo Crepaz di Sportmeet, in dialogo con 3 capitani di squadre sportive di alto livello. Uno sguardo, dunque, sulle domande e sulle risorse del nostro tempo, che provoca a pensare in grande e ad agire con coerenza. Al termine, alcuni partecipanti hanno offerto alcune osservazioni personali. F.S. laureata in Comunicazione d’Impresa, con un dottorato su Microcredito e Microfinanza: “Mi porto via due cose: la metodologia dell’interdisciplinarietà – non si possono più pensare i saperi come frammenti isolati – e la necessità di costruire relazioni che partano dal conoscere profondamente se stessi e la propria disciplina, per andare verso l’altro e tornare arricchiti dalla disciplina dell’altro. Cercherò di riportare la dinamica di questi giorni – ascolto, reciprocità, condivisione – nella vita di ogni giorno”. G.F. che studia Scienze sociali: “Nuova la ricerca di cui ci avete parlato di far emergere la relazione tra sport e cultura dell’unità, nella prospettiva di una visione integrale della persona e della società: abbiamo ancora molto, moltissimo da scoprire.” M.P. laureato in Scienze naturali: “Non conoscevo Sophia… trovo che sia una risposta adeguata ai nostri tempi. Penso che, come avviene nell’ecosistema, dove tutto è interconnesso e qualsiasi cosa facciamo ha delle conseguenze, nessuno escluso e a qualsiasi latitudine. Siamo chiamati al dialogo, consapevoli delle conseguenze del nostro agire”. C.G., al termine del dottorato in Diritto Costituzionale: “Bello cominciare la giornata con il momento dello “starting point” – l’approfondimento di un breve brano della Scrittura da tradurre in vita – e dare così una cornice a tutta la giornata, un punto di partenza. Ora ci sono anch’io a… costruire Sophia nella mia università”. Fonte: Sophia University online (altro…)
We Care For Italy, 1000 Gen a Loppiano
Le tre parole cardine “uscire”, “insieme”, “opportunamente preparati”, sono state indicate dalla presidente dei Focolari, Maria Voce, nell’autunno scorso, come prospettive di impegno per i prossimi anni. Papa Francesco le ha ribadite all’udienza con 500 membri del Movimento, lo scorso 26 settembre aggiungendovi altri due verbi: “contemplare” e “fare scuola”. Provenienti da ogni città d’Italia, questi mille ragazzi, avranno occasione di confrontarsi su diverse tematiche che oggi scoraggiano tanti giovani, ma è proprio dalle tante crisi che li circondano che vogliono ripartire perché tengono al proprio Paese e credono che la speranza possa dare un indirizzo diverso al corso della storia. Nonostante la sfiducia che ha contagiato tanti, spingendoli a lasciare l’Italia per cercar “fortuna altrove” questi ragazzi vogliono invece interrogarsi sul proprio Paese, sul significato di bene comune, di partecipazione attiva, alla vita politica, di lotta alle mafie e all’illegalità, sulle criticità nel mondo del lavoro, su una felicità cercata a basso prezzo, sulla povertà sempre più diffusa. Ci si confronterà sul conflittuale rapporto tra scienza e fede, senza dimenticare le fragilità delle relazioni interpersonali, i percorsi di comprensione di problemi spinosi come quello dell’omosessualità e la visione antropologica cristiana: tante ferite che alla luce della fraternità evangelica diventano piste di impegno, di studio, di progettualità. M
olte le tematiche d’attualità che affronteranno: la gestione criminale dell’ambiente, l’identità sempre più multietnica e multiculturale dell’Italia, l’accoglienza dei migranti e il rischio strisciante del razzismo. Ogni giorno ci saranno momenti dedicati alla preghiera e alla spiritualità, ma c’è posto anche per il divertimento sano con un’anteprima del nuovo spettacolo del Gen Rosso, con un Talent show che dia spazio ai “talenti artistici” e infine un workshop sul valore del gioco e della creatività. Il dialogo e il dibattito pubblico saranno una costante di tutti i momenti. Perché Loppiano? «Perché rappresenta in miniatura ogni nostra città, ma offre una marcia in più che vorremmo portare nei nostri territori: scegliere la fraternità come legge di vita e di governo» spiega Aurelia, di Bologna, una dei componenti del comitato organizzatore. In una lettera indirizzata al neo Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, i giovani hanno voluto testimoniare che il cambiamento, parte dall’«impegno personale come cittadini, dall’attenzione alle necessità dei più fragili e della comunità ferite, fino all’accoglienza e alla condivisione delle altre culture che popolano il Paese». Fonte: Loppiano online
Ucraina: uno sguardo verso l’Economia di Comunione
Per una serie di ragioni è piuttosto inusuale per gli studenti Ucraini il fatto di spostarsi in altre città e incontrare colleghi di altre università. Da questo punto di vista la winter school che si è tenuta a Sumy dal 2 al 7 febbraio è stata una opportunità unica per incontrarsi e sperimentare le peculiarità culturali delle diverse regioni dell’Ucraina, in un ambiente amichevole di cooperazione e mutuo aiuto. Per questo il risultato più importante di questa scuola è stata la possibilità data ai ragazzi di tutta l’Ucraina di incontrarsi e socializzare, discutere i propri progetti, organizzarne di comuni e molto altro. Si può ben comprendere come in un momento storico di crisi e guerra difficile come quello attuale per il Paese, sia particolarmente importante creare momenti di comunione fra ragazzi dell’Est e dell’Ovest. Se i 42 partecipanti arrivando a Sumy avevano dichiarato di avere una certa familiarità con gli argomenti che nel titolo la scuola dichiarava di trattare: “Values in Economy and Business”, alla fine ciascuno di loro ammetteva che i contenuti delle lezioni e dei workshops erano risultati del tutto nuovi: anche gli esempi illustrativi espressi durante le lezioni, hanno fornito loro una serie di interessanti approfondimenti sul tema della responsabilità sociale delle imprese. La scuola, che si svolgeva presso l’Ukrainian Academy of Banking, ha preso il via con la lezione del prof. Petrushenko sull’etica nel mondo delle imprese. Cristian Loza Adaui della Friedrich-Alexander University Erlangen-Nürnberg (Germania) ha proseguito le lezioni introducendo i concetti del pensiero sociale cattolico che sono base per l’Economia di Comunione. Il titolo della sua lezione: “Il Business del business è la persona umana”, ha lasciato sorpresi e un po’ interdetti gli studenti partecipanti. Cristian Loza Adaui ha approfondito l’approccio teorico ad un altro modo di vedere il business, da una prospettiva più umana e socialmente responsabile. Il giorno successivo ha sviluppato l’argomento focalizzandosi sull’applicazione pratica dei valori nella economia sociale e di mercato. Anche la presentazione dell’imprenditrice filippina Teresa Ganzon, che ha condiviso la sua esperienza di gestione del Bangko Kabajan, Istituto finanziario rurale basato sulla cultura del dare e l’Economia di Comunione, è risultata una esperienza nuova per gli studenti: molti dichiaravano la sorpresa provata nel conoscere una banca che non si basasse unicamente sul principio della massimizzazione del profitto: una gestione di successo che opera basandosi sul rispetto per ogni cliente in quanto persona della cui situazione si tiene particolarmente conto. La professoressa Tatiana Vasylieva, ha trattato di imprenditoria sociale responsabile nel contesto ucraino, trascorrendo con gli studenti l’intera quarta giornata della scuola e invitando rappresentanti di istituzioni bancarie e assicurative di Sumy ad un dialogo aperto con gli studenti: essi condividevano le loro esperienze, sia positive che negative e spiegavano come molti degli ostacoli ad una economia maggiormente responsabile socialmente, sarebbero superabili in Ucraina. Gli studenti hanno trovato questa presentazione molto interessante ed hanno discusso a lungo con loro delle problematiche dell’Ucraina contemporanea. La winter school prevedeva sessioni dedicate al lavori di gruppo su piccoli progetti collegati alla responsabilità sociale, all’etica ed ai valori nella gestione dell’impresa. Rappresentati della Accademia Sociale “Caritas in Veritate”, promotrice della scuola, erano presenti per discutere le idee dei partecipanti, aiutarli portare a compimento i compiti assegnati e presentare le proprie idee ad un pubblico esterno in maniera innovativa. L’ultimo giorno i partecipanti hanno presentato il frutto dei lavori di gruppo. Ciò che però si è rivelato davvero interessante è l’analisi della controversa relazione fra la tradizionale attitudine verso un modo di fare impresa che punta a massimizzare il profitto e una imprenditoria socialmente responsabile basata sull’etica e suoi valori del bene comune. Fonte: http://edc-online.org/it/home-it/eventi-internazionali/10153-ucraina-winter-school-edc.html (altro…)
Trento, una città per educare
Il progetto “Trento, una città per educare” nasce dalla realtà del dado dell’amore e del Progetto Tuttopace delle scuole in rete – città di Trento, iniziato nel 2001. Da allora le esperienze fatte dai bambini lanciando il dado, hanno raggiunto le famiglie che si sono sentite interpellate a fare rete, ad allearsi con tutte le agenzie educative per imparare gli uni dagli altri a tradurre in vita i valori che sono radicati nell’animo di ciascuno e diventare insieme “comunità educante”. Gli insegnanti del Tavolo Tuttopace (negli anni sono diventati un centinaio) che mensilmente si confrontano sui percorsi di educazione alla pace e ai valori, rispondendo alla forte esigenza di formazione, hanno promosso nel tempo vari corsi di aggiornamento per docenti, genitori, alunni. Alla conclusione dell’ultimo corso di auto-formazione i genitori hanno portato l’esperienza di un “patto educativo” scritto e sottofirmato e hanno espresso il bisogno di una formazione alla “relazione”, con il desiderio di imparare a costruire rapporti valoriali a tutti i livelli e in tutti gli ambienti. Immediata l’idea di offrire a tutta la città il Progetto che abbiamo intitolato “Trento, una città per educare insieme”, e che è partito con la costituzione di un comitato scientifico composto da tre docenti universitari e due psicoterapeuti. Un genitore ha voluto parlarne al sindaco, che ne è stato entusiasta: si è così costituito un laboratorio, partecipato anche dall’assessore alle politiche sociali, in cui abbiamo iniziato ad integrarci a vicenda con le associazioni della città che via via si sono unite a noi per delineare il progetto. Una prima fase prevede un percorso formativo comune agli insegnanti, agli appartenenti alle associazioni del territorio che si occupano di educazione, ai genitori che lo desiderano, sulla relazione, per avere una base, un linguaggio, uno stile comune. Successivamente, un evento di lancio nella città, con la partecipazione di un esperto nella cultura psicologico-educativa, dove presentare le varie tappe previste dal progetto. Questo lavoro ci ha permesso di conoscere e incontrare numerose Associazioni ed agenzie educative del territorio (Agenzia provinciale della famiglia, Forum delle associazioni familiari, i Poli sociali della città, il Consiglio provinciale dell’istruzione, la Consulta degli studenti, oltre agli oratori della città, le cooperative, l’azienda sanitaria, il Coni). Stiamo raccogliendo adesioni entusiastiche, il progetto viene accolto con grande interesse, ciò che proponiamo sembra essere atteso da tutti! Spesso ci sentiamo dire ”da tempo cercavamo un’opportunità come questa… si realizza un sogno che avevamo anche noi come associazione… lavorare insieme è un passo obbligato per cambiare veramente le cose…abbiamo trovato una cornice dove inserire le nostre attività…”. La referente del punto famiglie qualche giorno fa parlava di “filo d’oro che lega quanto di buono già esiste in città”. E, nel frattempo, è partito il corso di formazione che ha visto la partecipazione di 120 tra docenti ed educatori/formatori del territorio.
Marzo 2015
Durante il suo viaggio a nord della Galilea, nei villaggi attorno alla città di Cesarea di Filippo, Gesù domanda ai suoi discepoli cosa pensano di lui. Pietro, a nome di tutti, confessa che egli è il Cristo, il Messia atteso da secoli. A scanso di equivoci Gesù spiega chiaramente come intende attuare la propria missione. Libererà sì il suo popolo, ma in maniera inaspettata, pagando di persona: dovrà molto soffrire, essere riprovato, venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. Pietro non accetta questa visione del Messia – se lo immaginava, come tanti altri al suo tempo, come una persona che avrebbe agito con potenza e forza sconfiggendo i Romani e mettendo la nazione di Israele al suo posto giusto nel mondo – e rimprovera Gesù, che lo ammonisce a sua volta: «Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (cf 8, 31-33). Gesù si rimette in cammino, questa volta verso Gerusalemme, dove si compirà il suo destino di morte e risurrezione. Ora che i suoi discepoli sanno che andrà a morire, vorranno ancora seguirlo? Le condizioni che Gesù richiede sono chiare ed esigenti. Convoca la folla e i suoi discepoli attorno a sé e dice loro: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” Erano rimasti affascinati da lui, il Maestro, quando era passato sulle rive del lago, mentre gettavano le reti per la pesca, o al banco delle imposte. Senza esitazione avevano abbandonato barche, reti, banco, padre, casa, famiglia per corrergli dietro. Lo avevano visto compiere miracoli e ne avevano ascoltato le parole di sapienza. Fino a quel momento lo avevano seguito animati da gioia ed entusiasmo. Seguire Gesù era tuttavia qualcosa di ancor più impegnativo. Adesso appariva chiaro che significava condividerne appieno la vita e il destino: l’insuccesso e l’ostilità, perfino la morte, e quale morte! La più dolorosa, la più infamante, quella riservata agli assassini e ai più spietati delinquenti. Una morte che le Sacre Scritture definivano “maledetta” (cf Deut 21, 23). Il solo nome di “croce” metteva terrore, era quasi impronunciabile. È la prima volta che questa parola appare nel Vangelo. Chissà che impressione ha lasciato in quanti lo ascoltavano. Adesso che Gesù ha affermato chiaramente la propria identità, può mostrare con altrettanta chiarezza quella del suo discepolo. Se il Maestro è colui che ama il suo popolo fino a morire per esso, prendendo su di sé la croce, anche il discepolo, per essere tale, dovrà mettere da parte il proprio modo di pensare per condividere in tutto la via del Maestro, a cominciare dalla croce: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” Essere cristiani significa essere altri Cristo: avere «gli stessi sentimenti di Cristo Gesù», il quale «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2, 5.8); essere crocifissi con Cristo, al punto da poter dire con Paolo: «non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» (Gal 2, 20); non sapere altro «se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso» (1 Cor 2, 2). È Gesù che continua a vivere, a morire, a risorgere in noi. È il desiderio e l’ambizione più grande del cristiano, quella che ha fatto i grandi santi: essere come il Maestro. Ma come seguire Gesù per diventare tali? Il primo passo è “rinnegare se stessi”, prendere le distanze dal proprio modo di pensare. Era il passo che Gesù aveva chiesto a Pietro quando lo rimproverava di pensare secondo gli uomini e non secondo Dio. Anche noi, come Pietro, a volte vogliamo affermare noi stessi in maniera egoistica, o almeno secondo i nostri criteri. Cerchiamo il successo facile e immediato, spianato da ogni difficoltà, guardiamo con invidia chi fa carriera, sogniamo di avere una famiglia unita e di costruire attorno a noi una società fraterna e una comunità cristiana senza doverle pagare a caro prezzo. Rinnegare se stessi significa entrare nel modo di pensare di Dio, quello che Gesù ci ha mostrato nel proprio modo di agire: la logica del chicco di grano che deve morire per portare frutto, del trovare più gioia nel dare che nel ricevere, dell’offrire la vita per amore, in una parola, del prendere su di sé la propria croce: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” La croce – quella di “ogni giorno”, come dice il Vangelo di Luca (9, 23) – può avere mille volti: una malattia, la perdita del lavoro, l’incapacità di gestire i problemi familiari o quelli professionali, il senso di fallimento davanti all’insuccesso nel creare rapporti autentici, il senso di impotenza davanti ai grandi conflitti mondiali, l’indignazione per i ricorrenti scandali nella nostra società… Non occorre cercarla, la croce, ci viene incontro da sé, forse proprio quando meno l’aspettiamo e nei modi che mai avremmo immaginato. L’invito di Gesù è di “prenderla”, senza subirla con rassegnazione come un male inevitabile, senza lasciare che ci cada addosso e ci schiacci, senza neppure sopportarla con fare stoico e distaccato. Accoglierla invece come condivisione della sua croce, come possibilità di essere discepoli anche in quella situazione e di vivere in comunione con lui anche in quel dolore, perché lui per primo ha condiviso la nostra croce. Quando infatti Gesù si è caricato della sua croce, con essa ha preso sulle spalle ogni nostra croce. In ogni dolore, qualunque volto esso abbia, possiamo dunque trovare Gesù che già lo ha fatto suo. Igino Giordani, vede in proposito l’inversione del ruolo di Simone di Cirene che porta la croce di Gesù: la croce «pesa di meno se Gesù ci fa da Cireneo». E pesa ancora di meno, continua, se la portiamo insieme: «Una croce portata da una creatura alla fine schiaccia; portata insieme da più creature con in mezzo Gesù, ovvero prendendo come Cireneo Gesù, si fa leggera: giogo soave. La scalata, fatta in cordata da molti, concordi, diviene una festa, mentre procura un’ascesa»[1]. Prendere la croce dunque per portarla con lui, sapendo che non siamo soli a portarla perché lui la porta con noi, è relazione, è appartenenza a Gesù, fino alla piena comunione con lui, fino a diventare altri lui. È così che si segue Gesù e si diventa veri discepoli. La croce sarà allora davvero per noi, come per Cristo, «potenza di Dio» (1 Cor 1, 18), via di risurrezione. In ogni debolezza troveremo la forza, in ogni buio la luce, in ogni morte la vita, perché troveremo Gesù. Fabio Ciardi [1] La divina avventura, Città Nuova, Roma 1966, p. 149ss. (altro…)
«Chiara Lubich: l’unità e la politica»
Per Chiara Lubich esiste una vera vocazione politica, «una chiamata personale che emerge dalle circostanze e parla attraverso la coscienza». Chiamata la cui risposta «è anzitutto un atto di fraternità: si agisce per qualcosa di pubblico, che riguarda gli altri, volendo il loro bene come fosse il proprio». Atto che crea le condizioni per «un rapporto continuo con ogni altro ambito di vita» – economia, sanità, comunicazione, arte, amministrazione della giustizia, tra gli altri –, per porre in questo modo le condizioni affinché la società stessa, con tutte le sue espressioni, possa realizzare fino in fondo il suo disegno». L’evento mondiale consiste in una pluralità di manifestazioni da realizzarsi in diversi punti del pianeta e nelle quali evidenziare le idealità del carisma di Chiara Lubich in rapporto all’agire politico, correlate dal racconto di storie di cambiamento personale e di impegno nella cosa pubblica, che vanno dal mettersi insieme per affrontare i problemi del quartiere all’impegno politico a livello nazionale e internazionale. Tutte occasioni per raccogliere con rinnovata consapevolezza il “sogno” che ha animato la vita e il pensiero di Chiara: «la fraternità universale». A Roma, Italia, l’appuntamento è per il 12 marzo in Parlamento. In mattinata, 300 giovani dei Focolari, provenienti da tutto il mondo, nell’Auletta di Montecitorio, dialogheranno con politici, studiosi e rappresentanti di istituzioni internazionali. Nel pomeriggio, nella stessa Aula il convegno dal titolo «Chiara Lubich: l’unità e la politica». A Strasburgo (Francia), dal 13 al 15 marzo, presso la sede del Consiglio d’Europa il seminario «Fraternité en politique: s’investir autrement dans la cité», invita ad aprire nuove piste d’azione per favorire il vivere insieme. Il 13 marzo, al Glendon College della York University di Toronto (Canada), un dibattito sul tema: «Politics for Unity. Making a World of Difference». A Curitiba (Brasile), il convegno «Política pela unidade, fazendo toda a diferença no mundo» sottolinea come fare politica in funzione dell’unità, faccia la differenza. A Seul (Corea del Sud), nel Parlamento che in passato è stato teatro di duri scontri il 14 marzo ospiterà l’incontro: «In viaggio verso la fraternità universale». Convegni anche a Nairobi (Kenya), Dar es Salaam (Tanzania), Madrid (Spagna), Budapest (Ungheria), Praga (Repubblica Ceca) e altri ancora. Sul sito www.politicsforunity.com una mappa online degli eventi in programma e relative informazioni. Disponibile anche una sintesi di testi di Chiara Lubich, selezionati dal Comitato scientifico dell’evento. Per unirsi alle conversazioni online l’hashtag è #politics4unity. La riflessione intorno al tema «Chiara Lubich: l’unità e la politica», nella pluralità delle aree geografiche e culturali, sarà occasione per indagare ulteriormente nel patrimonio che Chiara, la cui causa di beatificazione è stata aperta il 27 gennaio scorso, consegna alla storia. (altro…)



