Movimento dei Focolari
Vangelo e vita: accogliere sempre

Vangelo e vita: accogliere sempre

«Nostra figlia, dopo una dolorosa e cocente delusione (il fallimento della relazione col suo ragazzo), vive con noi assieme alla sua bimba. Spesso è amareggiata aggressiva. Una mattina, per una sciocchezza, tratta male me e i fratelli, urla e se ne va al lavoro sbattendo la porta. Rimango male, mi sembra che abbia passato ogni limite. Questo trattamento non ce lo meritiamo. Ma cosa fare perché lei senta il mio amore? Preparo un pranzo di festa, faccio un dolce, metto la tovaglia più bella… Quando torna, la saluto come se non fosse successo nulla. Lei sorride e sento che non solo ho perdonato, ma proprio ho dimenticato. L’armonia torna fra tutti». (R. B. – Italia) 20150221-01«Sabato. I miei genitori ed io stavamo per chiudere il nostro negozio di alimentari quando sono entrati due tipi incappucciati che ci hanno intimato di aprire la cassaforte. Papà, pensando all’ennesima rapina con armi-giocattolo, li ha invitati ad andarsene. E invece è partito un colpo che lo ha ferito in modo non grave. Dopo la fuga dei banditi, in un attimo mi è sono ricordato che esiste gente diversa, che si prodiga per i ragazzi di un quartiere a rischio di un’altra città siciliana. Ho deciso allora, assieme ad amici, di fare anch’io qualcosa per impedire a qualche ragazzo di entrare nel giro della malavita. Con una certa esitazione, mi sono addentrato in un quartiere a rischio e, una volta conosciuti i reali problemi del posto, ho preso contatto con l’amministrazione comunale, con le famiglie di alcuni agenti di scorta uccisi… È nato un gruppo che vuol dimostrare, soprattutto ai più giovani, che esiste un mondo senza violenza, migliore. Quel sabato mi ha cambiato la vita». (M. – Sicilia, Italia ) «Avevo 12 anni quando i miei genitori si sono separati. Fra tanto dolore, uno in particolare non mi dava pace: non riuscivo a perdonare papà per averci lasciati formandosi un’altra famiglia. All’inizio, quando chiamava al telefono, non volevo neanche rispondergli. Finché un giorno, chiesto aiuto a Gesù, ho trovato il coraggio per dimostrargli che non ce l’avevo con lui. La festa del papà me ne ha data l’occasione. Quando gli ho portato il mio regalo, l’ho visto commuoversi. Mi ha confidato che, al di là di tutto, per lui la cosa più importante erano e rimanevano i figli. Da quel momento è stato come aver riaperto a lui la porta del cuore. In seguito, sapendolo molto solo, mi è venuto spontaneo parlargli di Dio, che ama ognuno immensamente. Si è rasserenato e ha espresso il desiderio di approfondire l’argomento. L’esperienza con papà mi sta facendo capire che tutti possono sbagliare, ma che ognuno deve avere la possibilità di rialzarsi». (H. – Brasile) (altro…)

El secuestro de Pío XII

El secuestro de Pío XII

19782 En agosto de 1942, en una gran estufa de metal, arden unas hojas llenas de apuntes. Las ha escrito Pío XII con letra menuda. En esos días, en los Palacios Vaticanos se hacen desaparecer o se ponen a buen recaudo otros documentos. Por Roma circula una voz cada vez más insistente: Adolf Hitler planea invadir la Ciudad del Vaticano y arrestar al Papa. Más vale prepararse para lo peor. ¿Cómo se ha llegado a esto? Y ¿qué más deben temer Roma y Europa antes de librarse de la nube negra del nazifascismo? Una sugestiva narración de los hechos dramáticos de la Segunda Guerra Mundial a través de los «ojos» de Pío XII y de su gran antagonista, Adolf Hitler, con un estilo que aúna la sólida reconstrucción histórica con el magnetismo del relato. EL ARCHIVO SECRETO DEL VATICANO Más de mil años de historia en 85 km de anaqueles. El Archivo Secreto del Vaticano, al servicio de la Santa Sede desde hace 400 años, es uno de los centros de investigación histórica más importantes y célebres del mundo. Un cofre de tesoros incomparables: millones de legajos y pergaminos a disposición de estudiosos de cualquier nacionalidad y credo religioso. Sobre el autor Mario Dal Bello, redactor de la revista Città Nuova, ha podido acceder al Archivo Secreto del Vaticano. Fruto de su investigación es esta crónica que se lee como una novela y esclarece hechos históricos aún poco conocidos. Docente de literatura italiana y de historia, es periodista, crítico de arte, cine y música y colabora con diversas revistas culturales. Editorial Ciudad Nueva – Madrid

Il Pane di ogni giorno

Il Pane di ogni giorno

Storie da mangiareSuggerimenti per imparare a sperimentare la carità in famiglia, “luogo” fondamentale per una cultura della solidarietà e della condivisione: il progetto si colloca nel quadro della campagna sul diritto al cibo promossa a livello internazionale grazie all’appello di papa Francesco e rilanciata da Caritas Italiana insieme ad altri organismi cattolici con il titolo “Una sola famiglia umana, cibo per tutti: è compito nostro”. Il tema rappresenta anche l’elemento centrale dell’impegno di Caritas per Expo 2015. Un percorso fatto di esperienze, riflessioni, accoglienza, composto da un opuscolo, un libro per bambini, un salvadanaio. A completamento, un POSTER scaricabile dal sito www.caritas.it. Opuscolo per famiglie: il pane di ogni giorno (cf. Lc 11,3) Per approfondire i temi della campagna “Una sola famiglia umana, cibo per tutti: è compito nostro”, promossa da Caritas Italiana e da una trentina di organismi. Il tema è il PANE, cibo di ogni giorno da consumare in fraternità, scelto da Gesù che per noi si è fatto pane. In un momento in cui a molta parte della popolazione mondiale non è garantito né cibo, né acqua, né libertà, né pace, diventa un invito a tutti coloro che vogliono contribuire a cambiare la situazione. Salvadanaio Per un gesto di solidarietà concreta verso l’altro che diventa “parte della mia famiglia”. In cartoncino componibile. Libro per bambini Il pane di ogni giorno: cinque storie da mangiare Attraverso cinque leggende che narrano l’origine del cibo quotidiano di comunità diverse e lontane, i bambini sono invitati a scoprire una comune fraternità. Ricette dolci, salate, speziate, arricchite con gli ingredienti più vari, identificano la cultura dei popoli che per necessità o fantasia le hanno inventate. L’Autrice – Cosetta Zanotti collabora con diverse case editrici italiane e molti suoi volumi sono tradotti anche all’estero. È l’ideatrice dei testi per l’infanzia di Caritas Italiana. Ha diretto la collana Parole per dirlo delle Edizioni San Paolo. Relatrice in numerosi convegni dedicati alla formazione di animatori e insegnanti, collabora con il mensile Messaggero di Sant’Antonio e per la stessa rivista cura una rubrica di fiabe della tradizione popolare. È direttore artistico del Festival Mangiastorie. L’illustratore – Giuseppe Braghiroli grafico e illustratore per la pubblicità e l’editoria, collabora con diverse case editrici italiane e con la mostra internazionale di illustrazione “Le immagini della fantasia”. Ha pubblicato con Erickson, Città Nuova e Giunti. Dal 2000 le sue illustrazioni sono state selezionate ed esposte in diverse mostre e manifestazioni di settore. Conduce corsi e laboratori sul disegno e l’illustrazione.

Travelling Inwards

Travelling Inwards

travellinginwardsinteriorcThe Interior Castle, also known as the Book of Mansions, is considered Teresa of Avila’s greatest and most mature explanation of the spiritual journey. For Teresa, growing spiritually is traveling inwards to the centre of our being where God dwells, yet too few set out with resolution to reach the Divine Presence. Read more

Napoli: Famiglie di Cuore

Napoli: Famiglie di Cuore

20150216-01I timbri sui documenti ci sono tutti: ora è figlio a tutti gli effetti. Un figlio su cui riversare quella piena d’amore che i genitori adottivi da sempre hanno in serbo. Anni di attesa e traversate sull’oceano non li hanno fermati. Dopo un primo fugace incontro in cui figlio-genitori si sono ‘riconosciuti’, trascorsa una breve convivenza in hotel all’estero, finalmente sono a casa.  Un’esperienza esaltante, unica, quella di veder concluso l’iter adottivo che però, più che una conclusione, ha tutte le sembianze di un inizio. In salita. Superato il primo impatto, mille interrogativi assalgono i neo diplomati genitori adottivi, che spesso si trovano spiazzati.  Per loro nasce a Grazzanise (Caserta) “Famiglie di cuore”. Nato da un’idea di Azione per Famiglie Nuove onlus (AFN) e col contributo dell’Istituto Banco di Napoli Fondazione, il progetto prevede l’attivarsi a Napoli di uno sportello di consulenza gratuita per le famiglie adottive della Regione Campania che offre consulenze di esperti o semplicemente la possibilità di confrontarsi con altre famiglie. Si attiveranno altresì  dei corsi gratuiti nei quali le lezioni teoriche si alterneranno a incontri sociali per favorire lo scambio di esperienze fra famiglie e la loro messa in rete anche con altre associazioni presenti sul territorio. L’adozione continua a rimanere una sfida aperta, anche perché a tutt’oggi ancora troppi minori in stato di abbandono continuano a permanere negli istituti, nel nord come nel sud del mondo. Sfida che Chiara Lubich,  già nel lontano 1967 aveva voluto raccogliere invitando le famiglie che la seguivano a “svuotare gli orfanotrofi”. Ed è così che una miriade di famiglie, con o senza figli, hanno aperto casa e cuore a chi una famiglia non l’aveva, favorendo il rimarginarsi, in quel bambino che è stato accolto come figlio, della spaccatura subita con l’abbandono. «Con questa iniziativa – spiegano i coniugi Gravante, responsabili  della sede AFN onlus Campania – si intende dotare le famiglie di quegli strumenti che, potenziando le loro risorse, le aiutino a crescere come famiglie-mondo, capaci cioè di aprirsi alla diversità che il figlio venuto da lontano inevitabilmente porta  con sé.  Diversità di patrimonio genetico e di cultura. È un percorso affascinante ma impegnativo, come lo è il ripercorrere insieme al bambino l’abisso del suo vissuto e aiutarlo a riappacificarsi con esso». Ad AFN, come ad ogni altro ente autorizzato per le adozioni internazionali, è richiesto di seguire la famiglia per i primi tre anni del post-adozione, ma spesso questa tempistica non è sufficiente. Il processo di integrazione del bambino nella nuova famiglia e il suo inserimento nelle strutture sociali del territorio, possono richiedere molto più tempo. Le famiglie adottive, lungi dal lasciarle sole, hanno bisogno del rapporto con altre famiglie come loro, per riuscire ogni giorno a riscoprire la valenza della scelta fatta e ritrovare l’iniziale entusiasmo di progettare il futuro, in un percorso frutto della condivisione. E di condivisione e solidarietà ha parlato al lancio del progetto anche Andrea Turatti, Presidente AFN,  sottolineando come questo binomio sia proprio la realtà che anima l’associazione: «Siamo contenti di poter offrire, grazie anche alla generosa partecipazione dell’Istituto Banco di Napoli, questa opportunità per il territorio campano. Un territorio che merita. Infatti, degli 850 bambini che hanno trovato una famiglia attraverso AFN,  ben 180 sono stati accolti in Campania. Ed è la maturità di questo territorio che ha consentito di  far partire un progetto che vogliamo esportare anche nel resto d’Italia, e non solo, quale contributo ad una società solidale. Il 27 febbraio ci sarà infatti ad Ascoli il lancio del medesimo progetto per le famiglie adottive delle Marche». Per informazioni: Depliant AFN AFN – Azione per Famiglie Nuove onlus www.afnonlus.org Sede territoriale Campania Via S. Leucio, 71 – 81046 GRAZZANISE  (Caserta) Tel. 0823.991772 adozioni.caserta@afnonlus.org C.F. 92012120587 (altro…)

Il Salvador in festa per Romero

Il Salvador in festa per Romero

20150214-02«Una predicazione che non denunci il peccato non è predicazione del Vangelo», affermava in uno dei suoi discorsi mons. Romero. Il suo martirio, avvenuto il 24 marzo 1980 mentre celebrava l’Eucaristia nella cappella dell’ospedale per malati terminali in cui risiedeva, ha dato forza a molte famiglie salvadoregne che hanno perso familiari e amici durante la guerra civile che è sopraggiunta spietata dopo la sua morte. E ancora oggi la sua testimonianza è un forte richiamo alla pace, alla fratellanza e alla riconciliazione di cui il popolo ha tanto bisogno. «La notizia della firma di papa Francesco sul decreto che riconosce il martirio per “odium fidei” di mons. Oscar Arnulfo Romero, ha fatto esultare il popolo. I vescovi hanno fatto suonare a festa le campane di tutte le chiese di El Salvador per manifestare il grande giubilo», scrive Filippo Casabianca, dalla sede dei Focolari in Centro America. «Da quando Bergoglio è diventato papa – spiega – si è cominciato a sperare che, conoscendo le urgenti necessità dei poveri e le oscure trame di alcuni regimi dittatoriali latinoamericani, avrebbe sbloccato l’iter della causa. Ne segue adesso la proclamazione solenne in data da stabilire, a San Salvador». Quale il retroscena di questo blocco? «L’opera missionaria della chiesa in quel periodo era attraversata da tensioni che ondulavano da una fedeltà genuina alle indicazioni del Concilio di vicinanza agli ultimi, alla tentazione di chi riteneva legittima l’associazione con i movimenti di stampo marxista. Di ciò si volle accusare Romero, fino ad arrivare a silenziare la sua voce». Ma, nel Salvador, anche la spiritualità dei Focolari affonda le sue radici nell’humus degli orrori della guerra. Infatti risalgono alla fine degli anni ‘70 le prime visite dei focolarini approdati dalla Colombia, fino alle prime Mariapoli, nel 1982, nella cittadina di Santiago di Maria. 20150214-01«Le strade di collegamento erano pattugliate alternativamente dai guerriglieri o dall’esercito – continua Filippo – così da dover usare mezzi di fortuna per spostarsi o sottoporsi a interrogatori che potevano finire con il reclutamento forzato. La guerra era seguita alla morte di Romero ed il suo messaggio era vivo in tutti». «Le parole, la dottrina e la testimonianza di mons. Romero – racconta Reynaldo, fra i primi giovani del Movimento – risuonavano con forza in chi ebbe la fortuna di trovare l’Ideale dell’unità, particolarmente per il richiamo all’opzione preferenziale per i poveri». Era un forte richiamo alla coerenza cristiana, visto con perplessità da alcuni, abbracciato da tanti, manipolato alle volte. «L’esempio di Mons. Romero, unito all’incontro con l’esperienza di Chiara Lubich e le sue compagne, durante la seconda guerra mondiale a Trento, ci fece accogliere in un modo più puro il Carisma dell’unità e ci aiutò ad andare controcorrente». Un controcorrente che si manifesta ancora oggi nell’impegno sociale del Movimento dei Focolari in Salvador. Il recupero di carcerati, ad esempio, si svolge nell’ambito della Pastorale carceraria della Chiesa e coinvolge un’equipe dei Focolari: visitano regolarmente il tristemente famoso carcere di Mariona, che ospita i più pericolosi capi della criminalità e del narcotraffico. Attualmente, avvicinano circa 180 persone che scontano pene diverse, attraverso incontri attorno alla “Parola di Vita”, con gruppi di 18 persone ciascuno. Nell’ultimo incontro qualcuno diceva: «chiedo perdono a miei compagni di cella perché li ho trattati con violenza, ma voglio cambiare». Altre attività sono rivolte all’inclusione sociale in un paesino a rischio. La situazione si è fatta pericolosa ed il parroco ha consigliato i membri del Movimento di essere cauti. In altre due città si sostengono asili e attività di dopo scuola orientati a frenare la diserzione scolastica, condizione che favorisce il reclutamento criminale. Sull’esempio di Romero, in Salvador e non solo, si ravviva il desiderio di essere fedeli al Vangelo che spinge a vivere per tutti, e in particolare per i piccoli, i poveri e gli ultimi. (altro…)

L’Europa e la dignità dell’uomo

L’Europa e la dignità dell’uomo

EuropaDignitaDi fronte al pluralismo delle culture nell’età della globalizzazione, il tema della dignità dell’uomo è un argomento chiave del dibattito politico e un principio irrinunciabile per il dialogo e la comunicazione interculturale. La stessa integrazione del Continente europeo fin dall’inizio, nel tentativo di darsi un quadro di valori condivisi, ha assunto il tema della dignità umana come suo principio e compito, attingendo ad una lunga riflessione e maturazione che affonda le sue radici nella propria storia e cultura. Il volume a due voci prende in esame la relazione tra l’Europa e l’idea di dignità dal punto di vista filosofico, giuridico e politico. Vincenzo Buonomo, ordinario di Diritto e Organizzazione internazionale presso la Pontificia Università Lateranense di Roma dove è Direttore del Dipartimento di Studi sulla Comunità internazionale. Partecipa ai lavori di organi delle Nazioni Unite, del Consiglio d’Europa e dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa. Angelo Capecci, ordinario di Storia della filosofia presso l’Università di Perugia. Dal 1990 al 1997 è stato presidente dell’IRRSAE (Istituto per la ricerca, Sperimentazione, Aggiornamento Educativo). Presidente del corso di Laurea in Filosofia e del corso di laurea magistrale in Filosofia ed etica delle relazioni presso l’Università degli studi di Perugia. È attualmente Direttore del Dipartimento di Filosofia, Scienze Sociali, Umane e della Formazione.  

Zoom sull’Ucraina

Zoom sull’Ucraina

20150212-aPadre Mychayl è un sacerdote greco-cattolico che vive la spiritualità dei Focolari. Dalle pagine di Città Nuova ci ha aiutato a seguire le vicende del suo amato e devastato Paese. Ad un anno dallo scoppio del conflitto gli abbiamo chiesto di rileggere quanto accaduto. «Dalla rivolta di Piazza Maidan al conflitto nel sud-est è passato quasi un anno e finora sono stati 5mila i morti e oltre un milione i profughi. Già da mesi dura la guerra nel Donbass. La gente sta morendo, l’infrastruttura è al collasso, centinaia di migliaia di persone sono in fuga. Nel patchwork di territori controllati da ucraini e da separatisti, nel caos di bande, comandanti in guerra tra loro, eserciti male armati e peggio addestrati, potrebbe esserci l’effetto collaterale di una guerra di tutti contro tutti». Per questo, secondo padre Mychayl, oggi più che mai l’Ucraina ha bisogno di educazione alla pace, in cui tutti si è protagonisti: adulti e giovani, educatori e bambini, genitori e figli: «Una pedagogia della pace semplice, ma coinvolgente, basata sulla coerenza tra teoria e pratica, valori ed esperienze. L’educazione per affermare la cultura della Pace, l’unica che possa rispettare e rispondere alle domande più vere di tutti, nell’impervio cammino verso la fraternità universale in Ucraina». Alla domanda sui passi necessari per l’Ucraina, afferma: «Mi permetto di rispondere con quanto disse Chiara Lubich a Londra nel 2004: “(…) si dovrebbe proporre a tutti quanti agiscono in politica di formulare quasi un patto di fraternità per il loro Paese, che metta il suo bene al di sopra di ogni interesse parziale, sia esso individuale, di gruppo, di classe o di partito. Perché la fraternità offre possibilità sorprendenti: essa consente di tenere insieme e valorizzare esigenze che rischiano, altrimenti, di svilupparsi in conflitti insanabili. Armonizza, ad esempio, le esperienze delle autonomie locali con il senso della storia comune; consolida la coscienza dell’importanza degli organismi internazionali e di tutti quei processi che tendono a superare le barriere e realizzano importanti tappe verso l’unità della famiglia umana». Ma la crisi ucraina ha innescato, dopo le guerre nei Balcani, la più grande ondata di rifugiati: oltre 900.000 solo gli sfollati interni. «Nella città assediata di Donetsk non è più possibile una vita normale. Gli anziani – testimoni per la seconda volta degli orrori della guerra – muoiono privi di cure mediche o devono lasciare la loro casa. Molti non ricevono la pensione dall’estate. In aree controllate dai separatisti c’è tutto nei negozi e farmacie, ma non ci sono i soldi. Banche e uffici postali hanno chiuso». Come ricostruire case, strade e quei ponti che non sono solo collegamenti strutturali ma risanamento delle ferite invisibili? «Non è cosa facile. Dare aiuto psicologico alle popolazioni colpite è meno semplice che ricostruire strade o inviare aiuti umanitari. Già da qualche anno i docenti dell’Istituto Universitario Sophia, in cooperazione con Iustitia et Pax Ukraine, fanno dei corsi per formare i giovani a dare il proprio contributo come cittadini, per la costruzione del bene comune dell’Ucraina». «Dopo l’ondata di proteste e la guerra, il paese ha bisogno di queste “Scuole di partecipazione” che formano all’impegno civile e politico, radicati nel tessuto cittadino; luoghi in cui sperimentare un agire politico fondato sui valori condivisi e nutrito dall’ideale della “fraternità universale”. L’Ucraina, grazie alle manifestazioni di piazza Maidan, è diventata una vera nazione, un popolo che vuole costruire la sua vita sui valori cristiani. Ora si tratta di trasformare i valori vissuti durante le proteste in piazza nelle cose concrete dell’agire quotidiano; di farsi carico delle aspettative e dei bisogni più profondi del Paese, per non cadere definitivamente nell’apatia». Le scuole di Partecipazione forniscono, infatti, modelli interpretativi e proposte operative volte a diffondere la cultura di pace: «Una delle sfide principali per l’Ucraina è la situazione degli immigrati interni, la loro integrazione in altre regioni d’Ucraina, e le conseguenze delle ostilità. La formazione di conoscenze e competenze flessibili, quindi, per promuovere il dialogo interculturale e interreligioso, i diritti umani, la mediazione, la prevenzione e risoluzione dei conflitti, l’educazione alla non violenza, la tolleranza, l’accettazione, il rispetto reciproco e la riconciliazione, sono gli obiettivi che vogliamo porre al centro dell’educazione del futuro».   (altro…)

Ucraina: l’unica parola giusta è pace

Ucraina: l’unica parola giusta è pace

20150212-01«Fratelli e sorelle, quando io sento le parole ‘vittoria’ o ‘sconfitta’ – ha detto papa Francesco nell’udienza generale del 4 febbraio scorso – sento un grande dolore, una grande tristezza nel cuore. Non sono parole giuste; l’unica parola giusta è ‘pace’. Questa è l’unica parola giusta. Io penso a voi, fratelli e sorelle ucraini … Pensate, questa è una guerra fra cristiani! Voi tutti avete lo stesso battesimo! State lottando fra cristiani. Pensate a questo scandalo. E preghiamo tutti, perché la preghiera è la nostra protesta davanti a Dio in tempo di guerra». Mentre la diplomazia mondiale si mobilita, i fatti sembrerebbero smentire ogni prospettiva di pace. Eppure c’è gente e istituzioni che s’adoperano con coraggio per salvaguardarla, anche a rischio della propria vita. Chiediamo a Vera Fediva, del Movimento dei Focolari e residente in Ucraina: come vive la gente comune questa situazione? «È un periodo molto difficile per il nostro Paese: pieno di dolore e frustrazione. Quasi 5.000 civili morti, moltissimi i feriti e i disabili, migliaia i profughi e purtroppo non si riesce a intravvedere la fine di questa tragedia. Ci viene spesso alla mente come è nato il nostro movimento, durante la Seconda Guerra Mondiale, quando tutto crollava… ma non avremmo mai immaginato che potesse accadere ancora nel XXI secolo, quasi nel cuore dell’Europa e in un paese tranquillo come l’Ucraina. La nostra comunità risiede a Mukacevo, nella parte occidentale del Paese, dove non ci sono gli scontri armati. Ma psicologicamente è difficile reggere, anche perché molti di noi hanno amici, parenti, vicini di casa, perfino bambini che combattono. Tanti hanno perso i loro cari. Viviamo una situazione in cui nulla è stabile. È difficile pianificare qualcosa. Nessuno sa cosa può succedere domani. Magari l’unico figlio o il marito parte per la guerra. Possiamo contare solo su Dio, che è Amore. Come quando è iniziato il Movimento… In questa situazione sentiamo che è molto importante non lasciare che l’odio entri nel nostro cuore, per essere in grado di perdonare e anche di pregare per i nostri nemici». Come dice il Papa, la preghiera è la nostra protesta. Ad un anno dall’inizio del conflitto, come vi siete mossi come comunità dei Focolari e anche insieme agli altri cristiani per far sentire questa “protesta”? «È da alcuni anni che ci adoperiamo per la difesa della vita in tutte le sue forme; questo ci ha permesso di costruire molti rapporti con persone di varie chiese cristiane della nostra città. Abbiamo realizzato insieme alcuni eventi come “Marce per la vita” e “Feste della famiglia”. Lo stimolo ci è arrivato dall’esempio del gruppo “Ecumena” di Kosice (Slovacchia), che si basa sulla spiritualità dell’unità. L’anno scorso abbiamo organizzato, in centro città, un grande evento di “Preghiera per la pace in Ucraina”, insieme ad una decina di chiese diverse, con una grandissima partecipazione di popolo. In seguito abbiamo continuato a ritrovarci e abbiamo vissuto insieme tre grandi momenti di “Preghiera per la pace” da quando è iniziata la guerra. Ci sembra che questa unità tra di noi sia particolarmente importante, ora che i cristiani si combattono e si uccidono a vicenda in questa guerra senza senso. È la nostra piccola e silenziosa risposta alla preghiera del Papa, per superare lo scandalo della divisione e dare un contributo alla pace e alla riconciliazione del nostro Paese». (altro…)

[:en]Chiara Lubich: “There is no portion of life that is not worth living.”[:de]Chiara Lubich: „Es gibt keine Phase des Lebens, die es nicht wert ist, gelebt zu werden“[:es]Chiara Lubich: «No existe una parte de la vida que sea indigna de ser vivida»[:fr]Chiara Lubich: “Aucun moment de la vie n’est indigne d’être vécu”[:pt]Chiara Lubich: «Não existe pedaço de vida indigno de ser vivido»[:zh]盧嘉勒:「沒有任何生命的階段是不值得活着的。」

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Gabon: Una famiglia per gli altri

Gabon: Una famiglia per gli altri

20150207-a«Ventotto anni di matrimonio, quattro figli dei quali tre rimasti a Lubumbashi (Congo) per studiare all’Università. La riscoperta di Dio come amore, il metterlo al primo posto della nostra vita personale e di coppia. Sono questi i presupposti spirituali che ci hanno spinti a lasciare tutto per seguire Cristo. Da lungo tempo le comunità del Movimento in Gabon chiedevano l’apertura di un focolare a Libreville. Ed è così che, nel 2011, arriviamo noi come “focolare-famiglia”. Una scelta, la nostra, che ci ha incamminati ad offrire la nostra disponibilità, lasciare il nostro lavoro e partire per una nuova terra. Mai ci eravamo separati dai nostri figli per un così lungo periodo. Non è stato facile, ma con il consenso di tutta la famiglia, abbiamo sentito di poterlo fare. Erano molti gli interrogativi… ma la fiducia in Dio-Amore era grande. Al nostro arrivo in Gabon la prima preoccupazione è stata di rafforzare il nostro amore vicendevole di sposi. In questo modo l’amore tra di noi è ancora più cresciuto, portandoci a ricominciare sempre ad amarci l’un l’altro e ad amare tutti quelli che incontravamo. Qui abbiamo trovato una comunità davvero accogliente, recettiva e, malgrado le ristrettezze della vita, molto generosa. Abbiamo fatto numerosi viaggi attraversando tutto il Paese, per incontrare le comunità anche le più lontane. Tutti ci hanno accolti con entusiasmo. Addirittura, in certi villaggi, ci attendevano lungo i bordi delle strade, con rami di alberi piantati lungo il percorso per manifestare la loro gioia. La famiglia cristiana qui, come del resto in tutta l’Africa, subisce il contraccolpo delle mutazioni socioculturali, e questo ci interpella molto. Stiamo accompagnando nel cammino di fede molte coppie e ad oggi diverse di loro hanno ricevuto il sacramento del matrimonio, altre stanno facendo il percorso per prepararsi a regolarizzare la loro unione. Abbiamo fortemente sperimentato la provvidenza di Dio, a cominciare dalla casa che è stata donata dall’Arcivescovo di Libreville per le attività del Movimento. Per arredarla, ciascuno della comunità ha portato ciò che poteva: un letto, un materasso, una coppia di lenzuola, un fornello, una forchetta, un piatto… Contemporaneamente, tutte le comunità del Gabon si sono organizzate per aiutare concretamente la nostra vita quotidiana. Periodicamente ci fanno arrivare manioca, riso, banane… spesso qualcuno suona il campanello di casa e con sorpresa vediamo arrivare ciò di cui abbiamo bisogno. L’unità, l’amore, la fede nelle parole del Vangelo ci permettono di superare le immancabili difficoltà che qui incontriamo: la mancanza di lavoro, la malattia, l’incomprensione… Dopo tre anni, siamo tornati a Lubumbashi. Abbiamo trovato i nostri figli cresciuti in età e saggezza. Anche in questo abbiamo visto che il Vangelo è vero. Rivederli è stata una gioia grandissima e con ciascuno di loro abbiamo sentito una profonda unità di cuore e di animo. Quando siamo ripartiti, essi hanno rinnovato la loro disponibilità a ‘mandarci’ nuovamente in missione, che consiste nel far incontrare Dio alle persone attraverso il nostro amore reciproco e coprire, con il calore della famiglia e la nostra unità, il grande desiderio delle comunità del Gabon di un vero focolare”. Jeanne et Augustin Mbwambu     (altro…)

Vangelo vissuto: accogliersi, nonostante tutto

Vangelo vissuto: accogliersi, nonostante tutto

20150206-01«Per la mia formazione professionale di militare e anche per il mio carattere troppo rigido incontravo molte difficoltà nel rapporto con i miei figli. Ero consapevole di dover correggere il mio atteggiamento, ma non sapevo da dove cominciare. Le parole del Vangelo mi invitavano a mettere l’amore alla base dell’educazione dei figli e perciò a fare una svolta nel mio rapporto con loro, una svolta non a metà, ma radicale. Cominciando, ricominciando continuamente, a poco a poco si è aperto il cammino della comunicazione con i figli. Ho cercato di entrare nel loro mondo, di interessarmi di più alle loro inquietudini e aspirazioni. Ho potuto conoscere i loro problemi, abbiamo gioito e sofferto insieme e così si sono annullate le distanze, perfino con quello che era il più difficile. Il mio ruolo di padre ha assunto così un’altra dimensione: sono per loro anche consigliere, amico e fratello». (F. U. – Perù) «Ho 29 anni vengo dallo Sri Lanka. Nel mio Paese facevo il cuoco e lottavo per una maggiore giustizia fra le diverse classi sociali, ma ciò era visto con sospetto e sono stato costretto a lasciare la mia terra per venire a vivere in un Europa dove tutto per me è diverso. Appena arrivato, mi sono sentito tremendamente solo e pieno di rabbia nei confronti di tutti. Nel campo profughi, poi, in mezzo a tanti sconosciuti, qualcuno mi ha parlato di alcuni giovani cristiani col mio stesso ideale: contribuire a fare migliore il mondo. Meravigliato all’idea che altri avessero il mio stesso sogno, mi sono sentito rincuorato e ho cominciato a guardarmi intorno, a essere più cordiale con gli altri, a salutare: sono nati rapporti umani fra la gente, con grande stupore dell’assistente sociale. Sono buddhista e attraverso il rapporto con occidentali cristiani si è accresciuta anche la mia fede. Una massima di Buddha dice: “Condividere mente e spirito con molti altri”». (S. – Sri Lanka) «Credevo, scegliendo di andare a Lourdes come barelliere Unitalsi al servizio degli ammalati, di sperimentare un pellegrinaggio pieno di sorprese, con “effetti speciali”. In realtà Dio, accettando la mia buona volontà e queste intenzioni non del tutto disinteressate,  si è servito di questa circostanza per farmi capire ciò che lui voleva, e cioè che il mio servizio agli ammalati è sì importante per loro, ma che anche e soprattutto io “ho bisogno di loro”. Perché – lo dico come sintesi dell’esperienza fatta a Lourdes – se io sono fortunato a donare ciò che ho ricevuto gratuitamente da Dio, gli ammalati ti contraccambiano con il massimo che possono darti: può essere un sorriso, un segno di gratitudine, un caldo saluto…». (M.G. – Italia) Fonte: Il Vangelo del giorno, febbraio 2015 – Città Nuova Editrice (altro…)

Chiara Lubich e la famiglia

Chiara Lubich e la famiglia

20150202-01«La spiritualità di Chiara Lubich ci dice di aprirci alla comunione prima di tutto in famiglia e, costruita l’unità, aprirla ad altre famiglie. Nessuna famiglia è un’isola. Abbiamo bisogno di condividere beni spirituali e materiali, propositi, conoscenze, tempo, competenze, per costruire reti in grado di porsi a servizio del mondo, il quale aspetta di vedere testimoniato un amore che può sempre ricominciare». È con gioia che Anna e Alberto Friso commentano l’apertura della causa di beatificazione di Chiara Lubich, martedì scorso [27 gennaio] a Frascati. Hanno conosciuto personalmente la fondatrice del Movimento dei Focolari (e nel 1967 di “Famiglie nuove”, una delle prime realtà associative per la famiglia, di cui loro sono stati responsabili per 12 anni) quando erano ancora freschi di matrimonio: da Padova hanno raggiunto Rocca di Papa per partecipare a un congresso di famiglie con il loro primo figlio neonato. «Ci ha colpito il fatto che una consacrata avesse così tanto a cuore la famiglia e che il suo ideale potesse essere applicato anche alla nostra vocazione di sposi», ricordano. Non solo: «Chiara era una donna moderna, bella senza essere appariscente, elegante ma non affettata, con un parlare accattivante e armonioso – fanno notare i Friso –. Noi venivamo dalla provincia, due semplici impiegati, abbastanza imbranati. Con semplicità e convinzione ci ha detto che Gesù contava anche su di noi, come persone e come famiglia». La Lubich, infatti, era convinta che la spiritualità dell’unità fosse particolarmente adatta alla famiglia, perché, nel suo disegno originario, è una piccola comunità di persone unite dall’amore». Oggi Alberto e Anna si occupano della onlus “Azione per famiglie nuove, impegnata nel Sud del mondo e nelle adozioni a distanza. Quando erano responsabili di “Famiglie nuove”, incontravano periodicamente la fondatrice: «Ascoltava difficoltà e progetti, ma soprattutto ci dava quel coraggio senza il quale sarebbe troppo complicato per due povere creature portare avanti un movimento di famiglie così numeroso e a dimensione mondiale. Lei ci orientava, ci confermava, sognava con noi. Ma più spesso esprimeva la sua fiducia in noi sposati». Membri del Pontificio Consiglio per la famiglia, i coniugi Friso erano invitati dalla Lubich all’attenzione verso i separati, i divorziati e i risposati, definiti da lei stessa «il volto di Gesù crocifisso e abbandonato». Il carisma di Chiara continua ad annunciare alla famiglia e alle famiglie del Movimento l’amore divino per ciascuno, «una convinzione che scaturisce non solo dalla Scrittura, ma per averlo provato personalmente, nel nostro vissuto. Un annuncio che risulta efficace anche per chi ormai non spera più o ha perso la fede, o pensa che la separazione sia ormai inevitabile. E se Dio ama me, se ha dato la vita per me, anch’io devo – posso! – rispondere a questo amore, amando il prossimo che mi sta accanto. E chi più prossimo del coniuge, dei figli, dei familiari?», si chiedono Alberto e Anna, argomentando: «Se con onestà ci mettiamo nel raggio di un amore che attinge all’Assoluto, tutto diventa possibile: accoglienza, servizio, ascolto, amore disinteressato, gratuità, perdono…». Fonte: La scuola di Chiara Lubich: nessuna famiglia è un’isola (altro…)

Messico, famiglia: reciproca accoglienza

Messico, famiglia: reciproca accoglienza

20150131-01Le due voci si intrecciano in un crescendo di sofferenza e di speranza, di commozione e di meraviglia. Fino a  farci scoprire il segreto che li ha portati a ricomporre quell’unità che sembrava irrimediabilmente spezzata.  Ad iniziare il racconto è Fili: «Con Nacho siamo sposati da 24 anni e abbiamo due figli. Io sono la sesta di undici fratelli. C’erano dei dolori nella mia famiglia, come il sapere che mio padre aveva un’altra moglie ed altri figli e questo mi faceva tanto soffrire». «Anch’io da piccolo – interviene Nacho – ho sofferto  per l’assenza di mio padre e la poca attenzione di mia madre.  A prendersi cura di me è stata la mia nonna materna. Con Fili ci siamo sposati innamorati, ma con un vuoto esistenziale molto grande nel quale ciascuno di noi si identificava con l’altro. Abbiamo unito le nostre solitudini, ma non ci conoscevamo interiormente e presto ci siamo accorti di non saper amare e neppure cos’è l’amore». «I nostri problemi sono cominciati fin dall’inizio del matrimonio – prosegue Fili –. Io ero molto gelosa e possessiva, al punto da far sì che Nacho cambiasse continuamente lavoro».  «Un atteggiamento il suo – prosegue Nacho – che provocava in me rancore, ira e frustrazione e le discussioni fra noi non finivano mai. In questo ambiente così poco ospitale sono nati i nostri figli. Sia io che Fili avevamo un amore molto forte per loro, ma non essendoci amore fra noi due, pensavamo di sopperire con cose materiali, invece avremmo dovuto dare loro ascolto, tenerezza. Così sono passati 15 anni. Deluso da questa situazione, sono andato via di casa. L’avevo fatto altre volte, ma ogni tentativo di tornare e ricostruire il nostro rapporto falliva. Come fare, mi domandavo,  quando una relazione è completamente spezzata?». Riprende Fili: «Infatti per me era impossibile ricostruirla, tant’è vero che ho accettato che tornasse, soltanto perchè vedevo la sofferenza dei figli che avevano bisogno di lui». «Un sabato sera – riprende Nacho  –  guardavo alla TV un programma di boxe. Non mi sembrava così interessante così ho cambiato canale. Sono capitato in un programma religioso e per curiosità sono rimasto a guardare. C’era una donna (dopo ho saputo che era Chiara Lubich) che parlava dell’Amore. Le sue parole hanno avuto un forte impatto su di me. Alla fine del suo discorso, hanno fatto scorrere alcune immagini della cittadella del Movimento dei Focolari in Messico, che si trovava vicina al nostro paese,  ma che non conoscevo». «Così, all’indomani – incalza Fili – siamo andati a Messa a El Diamante (è questo il nome della cittadella) con tutta la famiglia. Ci ha colpito il modo in cui ci hanno ricevuto, era come se ci avessero conosciuti da sempre. Mancava soltanto una settimana alla Mariapoli, un convegno che si sarebbe svolto proprio lì, e abbiamo deciso di andarci. La proposta del primo giorno era la frase del Vangelo: “Perdona fino a settanta volte sette”. Mi sono chiesta: ma come è possibile perdonare sempre? La spiegazione l’ho avuta quando ci hanno parlato di Gesù nel suo abbandono: Egli non solo perdonò, ma diede la sua vita per noi. Mi sono accorta che di fronte ad un tale amore, i miei dolori erano molto piccoli. Non è stato facile ricominciare, ma la Parola “Perdona settanta volte sette” mi ha sempre aiutata a farlo». «Anche a me – confida Nacho – quella Mariapoli ha capovolto la vita. Ho imparato ad avere fiducia in quel Dio a cui tutto è possibile. Con Fili abbiamo imparato ad amarci nella diversità. Poco a poco ci siamo innamorati l’uno dell’altro. Abbiano scoperto una pienezza d’amore mai sperimentata, neanche quando eravamo fidanzati, perché ora ci amiamo nella libertà, in Dio». (altro…)

Fame d’amore

Fame d’amore

FameAmoreINTIl volume di Chiara Andreola inaugura la nuova collana di narrativa “Passaparola”, rinnovata nel formato. Attraverso racconti autobiografici, temi scottanti e dolorosi della quotidianità: adolescenza, crisi di coppia, malattia, dipendenze, lutto, anoressia, trauma, si affrontano drammi, ferite e problemi attuali nei quali il lettore può ritrovarsi. Sono storie scritte con uno stile agile, piacevole e avvincente. Nella seconda parte del volume un esperto rilegge il racconto e fornisce chiavi di lettura utili, indicazioni pratiche, e prospettive concrete. Il primo della serie è “Fame d’amore”: come uscire dai disturbi del comportamento alimentare, sempre più frequenti, ma dannosi per la salute fisica e l’equilibrio psichico? «Ricordo il giorno in cui, vedendo la bilancia segnare 51 kg, ho chiamato mio fratello e l’ho abbracciato esultante saltellando per la gioia. Ecco, quello, se non l’inizio, è stato quantomeno una pietra miliare di questa storia». Chiara, neolaureata e aspirante giornalista, deve fare i conti con un senso di disagio nei confronti del cibo che diventa sempre più difficile da gestire e da comprendere. Girovagando su e giù per l’Italia e alle prese con coinquilini originali, evanescenti offerte di lavoro e una storia d’amore tutta da costruire, Chiara ci racconta, con autoironia e leggerezza, la storia della sua anoressia. Una storia che ci porta nel cuore di una piaga – quella dei disturbi del comportamento alimentare – sempre più diffusa e ancora poco conosciuta. Come si manifesta? Chi colpisce? Quali le cause più frequenti? Si può guarire? Il breve saggio di Silvia Della Casa, a corredo della storia di Chiara, aiuta a fare chiarezza sull’argomento. L’autrice: Chiara Andreola, veneta di nascita e friulana d’adozione, dopo aver vissuto in vari Paesi per studiare lingue straniere, la scuola di giornalismo a Milano e il lavoro a Roma a Città Nuova, ha lasciato la Capitale per andare a vivere a Udine con il marito Enrico. È giornalista professionista dal 2009. L’esperto: Silvia Della Casa. Medico Specialista in Endocrinologia e in Pediatria è Docente di Endocrinologia alla Scuola di Specializzazione e al Corso di Laurea di Dietistica dell’Università Cattolica. È autrice di numerose pubblicazioni scientifiche e diversi capitoli di libri e responsabile dell’Ambulatorio di Endocrinologia dell’alimentazione del Policlinico A. Gemelli di Roma.

Febbraio 2015

Volendo recarsi a Roma e da lì proseguire per la Spagna, l’apostolo Paolo si fa precedere da una sua lettera alle comunità cristiane presenti in quella città. In esse, che presto testimonieranno con un innumerevole numero di martiri la sincera e profonda adesione al Vangelo, non mancano, come altrove, tensioni, incomprensioni, e perfino rivalità. I cristiani di Roma presentano infatti una variegata estrazione sociale, culturale e religiosa. Vi sono persone provenienti dal giudaismo, dal mondo ellenico e dall’antica religione romana, forse dallo stoicismo o da altri orientamenti filosofici. Esse portano con sé proprie tradizioni di pensiero e convinzioni etiche. Alcuni vengono definiti “deboli”, perché seguono usanze alimentari particolari, sono ad esempio vegetariani, o si attengono a calendari che indicano speciali giorni di digiuno; altri sono detti “forti”, perché, liberi da questi condizionamenti, non sono legati a tabù alimentari o a rituali particolari. A tutti Paolo rivolge un pressante invito: “Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio” Già precedentemente, nella lettera, era entrato nell’argomento rivolgendosi prima ai “forti”, per invitarli ad “accogliere” i “deboli”, “senza discuterne le opinioni”; poi ai “deboli” perché accolgano a loro volta i “forti” senza giudicarli, essendo stati loro stessi “accolti” da Dio. Paolo è infatti convinto che ognuno, pur nella diversità di opinioni e di usanze, agisce per amore del Signore. Non c’è dunque motivo di giudicare chi pensa diversamente, tanto meno di scandalizzarlo con un fare arrogante e con senso di superiorità. Quello invece che occorre avere di mira è il bene di tutti, la “edificazione vicendevole”, ossia la costruzione della comunità, la sua unità (cf 14, 1-23). Si tratta di applicare, anche in questo caso, la grande norma del vivere cristiano che Paolo aveva ricordato poco prima nella lettera: «Pienezza della Legge è la carità» (13, 10). Non comportandosi più «secondo carità» (14, 15), i cristiani di Roma erano venuti meno allo spirito di fraternità, che deve animare i membri di ogni comunità. L’apostolo propone come modello di accoglienza reciproca, quella di Gesù quando, nella sua morte, invece di piacere a se stesso, prese su di sé le nostre debolezze (cf 15, 1-3). Dall’alto della croce attirò tutti a sé, ed accolse l’ebreo Giovanni assieme al centurione romano, Maria Maddalena assieme al malfattore crocifisso con lui. “Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio”. Anche nelle nostre comunità cristiane, pur essendo tutti «amati da Dio e santi per chiamata» (1,7), non mancano, al pari di quelle di Roma, disaccordi e contrasti tra modi di vedere diversi e culture spesso distanti le une dalle altre. Spesso si contrappongono tradizionalisti e innovatori – per usare un linguaggio forse un po’ semplicistico ma subito comprensibile –, persone più aperte e altre più chiuse, interessate a un cristianesimo più sociale o più spirituale. Le diversità sono alimentate da convinzioni politiche e da estrazioni sociali differenti. Il fenomeno immigratorio attuale aggiunge alle nostre assemblee liturgiche e ai vari gruppi ecclesiali ulteriori componenti di diversificazione culturale e di provenienza geografica. Le stesse dinamiche possono scattare nei rapporti tra cristiani di Chiese diverse, ma anche in famiglia, negli ambienti di lavoro o in quelli politici. Si insinua allora la tentazione di giudicare chi non la pensa come noi e di ritenersi superiori, in una sterile contrapposizione ed esclusione reciproche. Il modello proposto da Paolo non è l’uniformismo che appiattisce, ma la comunione tra diversi che arricchisce. Non a caso due capitoli prima, nella stessa lettera, parla dell’unità del corpo e della diversità delle membra, così come della varietà dei carismi che arricchiscono e animano la comunità (cf 12, 3-13). Il modello non è, per usare un’immagine di papa Francesco, la sfera dove ogni punto si trova equidistante dal centro senza che vi siano differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro che ha superfici diverse tra loro e una composizione asimmetrica, dove tutte le parzialità mantengono la loro originalità. «Persino le persone che possono essere criticate per i loro errori, hanno qualcosa da apportare che non deve andare perduto. È l’unione dei popoli, che, nell’ordine universale, conservano la loro peculiarità; è la totalità delle persone in una società che cerca un bene comune che veramente incorpora tutti». “Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio”. La parola di vita è un invito pressante a riconoscere il positivo che c’è nell’altro, almeno per il fatto che Cristo ha dato la vita anche per quella persona che sarei portato a giudicare. È un invito ad ascoltare lasciando cadere i meccanismi difensivi, a rimanere aperti al cambiamento, ad accogliere le diversità con rispetto e amore, per giungere a formare una comunità plurale e insieme unita. Questa parola è stata scelta dalla Chiesa evangelica in Germania per essere vissuta dai suoi membri ed essere loro di luce per l’intero 2015. Condividerla, almeno in questo mese, tra membri di varie Chiese, vuol essere già un segno di accoglienza reciproca. Potremo così rendere gloria a Dio con un solo animo e una voce sola (15, 6), perché, come disse Chiara Lubich nella cattedrale riformata di St. Pierre a Ginevra: «Il tempo presente […] domanda a ciascuno di noi amore, domanda unità, comunione, solidarietà. E chiama anche le Chiese a ricomporre l’unità infranta da secoli. E’ questa la riforma delle riforme che il Cielo ci chiede. E’ il primo e necessario passo verso la fraternità universale con tutti gli uomini e le donne del mondo. Il mondo infatti crederà se noi saremo uniti». Fabio Ciardi (altro…)

Gabon: Una famiglia per gli altri

Dove vado a finire?

a Villa Achillia

Suor Mariella Giannini (seconda da sinistra) al Centro delle Religiose del Movimento dei Focolari in Grottaferrata, Roma.

Difendere la vita umana in condizione di fragilità. È ciò che anima le Suore ospedaliere del Sacro Cuore di Gesù, la famiglia di suor Mariella Giannini, religiosa che vive la spiritualità del Movimento dei Focolari e protagonista di questa storia. «Attraverso l’incontro con il carisma dell’unità di Chiara Lubich – racconta – sono riuscita a ricomporre la mia identità di religiosa nel carisma dell’Ospitalità, che è lo specifico del mio Istituto». Filippine, Spagna, Italia, sono le tappe che ha toccato nel suo cammino. La scoperta che Dio «ci ama immensamente» la segna fortemente; nonostante questo arriva presto un momento triste, uno di quelli che volentieri si eviterebbe, soprattutto dopo aver scelto una vita di donazione così impegnativa. «Si trattava di un forte dolore morale – confida suor Mariella -, un momento di prova, forse anche di tentazione. Sicuramente di lotta contro Dio. È arrivato improvviso il buio, è scesa in me la notte, insieme al silenzio di un mare oscuro e profondo, di un fiume limaccioso da attraversare. Ma dove vado a finire? Mi chiedevo. Non avevo futuro». Ricorda con emozione quei momenti duri e confessa che, nonostante il buio, non ha mai smesso di donarsi agli altri. «Mi è venuto incontro in modo inaspettato il grido di Gesù sulla Croce: “Dio mio, perché mi hai abbandonato? Colui che per assurdo è senza risposte, è stato la chiave al mio dolore e a quello di ogni dolore umano». Un passaggio delicato risolto non tanto con la forza di volontà, ma con l’abbandono fiducioso a Dio. «All’interno di ogni famiglia religiosa – continua suor Mariella – è inevitabile che ci siano dei problemi, perché l’egoismo non è mai estirpato del tutto. Ma certe cose cambiano dentro di te. L’ho sperimentato specialmente con i nostri collaboratori laici, che non vedo più come degli estranei, o peggio, solo dei dipendenti, ma nostri fratelli e sorelle con cui condividere il carisma e realizzare insieme nuovi progetti. Inoltre, Dio mi ha donato una nuova famiglia anche col Movimento dei Focolari. Il mio cuore si è dilatato. Il carisma dell’ospitalità e il carisma dell’unità sono diventati per me una unica forza, una dinamite che rinnova la casa di Dio, la Chiesa». Parla con cognizione di causa, perché i compiti da lei svolti sono stati diversi e delicati, non solo come superiora provinciale, ma anche in giro per il mondo. «Amore chiama sempre Amore – afferma con convinzione. – Ho potuto constatarlo e viverlo perché, dopo l’incarico di Provinciale per l’Italia del mio Istituto, sono stata inviata, come formatrice, tra le Juniores delle Filippine. La prima formazione è una fase delicata, affascinante e coinvolgente, ma con l’ascolto quotidiano e il dialogo reciproco ci si capisce. A questo livello, quando cioè accolgo la vita dell’altra in un rapporto da cuore a cuore, allora divento grembo per ogni sofferenza passata e presente. Vivere così mi fa superare ogni barriera di lingua, cultura e di generazione». Dalle Filippine si reca in Spagna per preparare le giovani suore ai voti perpetui. Tornata in Italia, a Viterbo, si occupa di un gruppo di ammalati psichici, alcolisti e di persone con disturbi del comportamento. Visita regolarmente i detenuti nel super-carcere della città: «Gesù dona grande gioia anche a questi ultimi perché è Lui per primo che ha scelto di essere l’ultimo, e quando questi due poli “Dio e uomo” s’incontrano, misteriosamente il rapporto s’illumina e i cuori si riscaldano». (altro…)

Gabon: Una famiglia per gli altri

Chiara Lubich Serva di Dio

Cattedrale_FrascatiÈ con grande gioia, «moltiplicata dall’eco di gioia che è venuto dal mondo intero» che Maria Voce, presidente dei Focolari, ha accolto la notizia dell’apertura della causa di beatificazione di Chiara. L’annuncio è stato dato dal vescovo di Frascati, mons. Raffaello Martinelli, che ha indicato il 27 gennaio come data per la cerimonia di apertura del processo nella cattedrale di Frascati. È nella sua diocesi che Chiara Lubich è vissuta gran parte della sua vita ed è morta nel 2008. Così ha spiegato Maria Voce ai microfoni di Radio Vaticana: «Ho comunicato subito a tutti questa gioia e questa gratitudine, anche al vescovo, che è stato veramente attento nel cercare di portare avanti tutto quanto era necessario, come lavoro preliminare, per arrivare a questo momento. E una grande gratitudine anche alla Chiesa, che ci permette di mostrare la bellezza di una vita impegnata come quella di Chiara». Lei, continua nell’intervista, «ha sempre sognato il giorno in cui si potesse veramente parlare di una santità di popolo, perché vedeva che ci si fa santi facendo la volontà di Dio, che è un qualcosa che Dio chiede ad ogni persona che viene sulla terra. Quindi il suo desiderio non era tanto di diventare santa lei – anche se logicamente aveva anche presente che la volontà di Dio è la ‘vostra santificazione’ – ma il suo desiderio era che tante, tante persone entrassero in questa strada di santità». Lavorare perché sia riconosciuta la santità di Chiara Lubich, significa quindi per Maria Voce «lavorare perché sia riconosciuta questa possibilità aperta a tutti di farsi santi». Com’è coinvolto il Movimento dei Focolari in questo cammino? Con «un rinnovato impegno, perché la Chiesa veda nei seguaci di Chiara la testimonianza viva di quel modello che Chiara è stata per noi e che continua ad essere». MariaVoce_2014«La testimonianza di affetto di tanti verso Chiara Lubich continua immutato», commentano da Radio Vaticana. «Immutato e crescente, direi: è una testimonianza di affetto che viene anche da chi non l’ha conosciuta personalmente. Certamente quelli che l’hanno conosciuta sentono questo momento come un particolare momento di grazia: e parlo sia di autorità della Chiesa, sia di presidenti o fondatori di altri movimenti, sia di persone di altre religioni e di altre Chiese». E a chi dovrà esaminare carte, discorsi, video non attende un compito facile: «C’è un mare di documenti e di scritti, che già sono stati consegnati per questo esame. E poi ci sono video, ci sono bobine di discorsi che Chiara ha fatto; lettere che Chiara ha scritto… C’è tantissimo materiale e sicuramente sarà un impegno grande per tutto il Tribunale, un impegno che coinvolge noi nel preparare questi documenti nel modo migliore affinché la Chiesa possa fare il suo esame». In sintesi, una parola per dire la santità di Chiara? «Direi la normalità: si può essere santi conducendo una vita normale. I frutti straordinari di questa vita normale sono frutti che vengono da Dio, dal rapporto di Chiara con Dio e dal rapporto normale di Chiara con il suo popolo. Vivere normalmente una cosa straordinaria: Chiara ci ha dato l’esempio di questo, anche se logicamente ci sono stati anche momenti straordinari nella sua vita, però lei ci ha dato l’esempio della santità nella normalità e non solo nei momenti straordinari». E su Chiara Lubich “donna del dialogo”, quanto mai necessario in questi giorni, afferma: «Penso che in questo campo Chiara abbia ancora molto da dire per costruire rapporti veri, profondi fra le civiltà, fra le etnie, fra le religioni per contrastare questa ondata di violenza che sembra aver invaso il mondo. Quindi un’affermazione della santità di una persona che ha fatto della sua vita un simbolo di dialogo, potrebbe essere un segno di questo momento». Intervista completa su Radio Vaticana


Live streaming il 27 gennaio dalle ore 16 in italiano con traduzioni in inglese, francese, spagnolo, portoghese su http://live.focolare.org. (altro…)

Una santità “socializzata”

Una santità “socializzata”

IginoGiordaniChiaraLubich«Quel che mi era parso, nelle agiografie, un risultato di ascesi faticosa, riservato a rari cercatori, diveniva retaggio comune, e si capiva come Gesù avesse potuto invitare tutti i seguaci a divenir perfetti a mo’ del Padre: perfetti come Dio! Tutto vecchio e tutto nuovo. Era un nuovo congegno, un nuovo spirito. Era trovata la chiave del mistero: e cioè si era dato passo all’amore, troppo spesso barricato: ed esso prorompeva, e, a mo’ di fiamma, dilatandosi, cresceva, sino a farsi incendio. Quell’ascensione a Dio, ritenuta irraggiungibile, era facilitata e aperta a tutti, essendosi ritrovata per tutti la via di casa, col senso della fraternità. Quell’ascesi che pareva terrifica (cilici, catene, notte oscura, rinuncia), diveniva facile, perché fatta in compagnia, con l’aiuto dei fratelli, con l’amore a Cristo. Rinasceva una santità collettivizzata, socializzata (per usar due vocaboli che più tardi dal Concilio Vaticano II saranno popolarizzati); tratta fuori dall’individualismo che assuefaceva ciascuno a santificarsi per sé, coltivando meticolosamente, con analisi senza fondo, la propria anima, anziché perderla. Una pietà, una vita interiore, che usciva dai ridotti delle case religiose, da certo esclusivismo di ceti privilegiati – avulsi talora sino a essere fuori, se non contro, la società, che è poi in gran parte la Chiesa viva – si dilatava nelle piazze, nelle officine e negli uffici, nelle case e nei campi, così come nei conventi e nei circoli d’Azione cattolica, poiché, dappertutto, incontrando uomini, s’incontravano candidati alla perfezione. Insomma l’ascesi era risolta in un’avventura universale dell’amor divino: e l’amore genera luce». «La vita è un’occasione unica da sfruttare. Da sfruttare in terra per prolungarla nell’eternità. Per fare della terra un anticipo di cielo, inserendola nella vita di Dio qua come di là. Non sciuparla in un assillo d’ambizioni e avarizie, non abbrutirla con rancori e ostilità: divinizzarla – ampliarla nel seno dell’Eterno – con l’Amore. E dove è l’amore è Dio. E ogni attimo è sfruttato per amore, e cioè donare Dio: che è poi un assorbire Dio per sé e per gli altri. E in questo vivere è la libertà dei figli di Dio, per la quale lo spirito non è immobilizzato da pregiudizi. Divisioni, opposizioni, gli sbarramenti allo spirito di Dio. Chi così vive non pensa a santificarsi, pensa a santificare. Di sé dimentica: si disinteressa. Si santifica santificando: si ama amando; si serve servendo. Per tal modo la stessa opera del santificarsi ha un andamento sociale: questo continuo donare e donarsi fa dell’elevazione delle anime un’opera comunitaria. “Siate perfetti come il Padre mio” comandò Gesù: e ci si fa perfetti nella volontà del Padre unificandoci tra noi per unificarci con Lui, attraverso Cristo». Fonte: Centro Igino Giordani (altro…)

Gabon: Una famiglia per gli altri

Eucaristia e divorziati in nuova unione

20150524-01«Ci eravamo preparati al matrimonio sicuri di impegnarci per tutta la vita. Ma già dopo la nascita della bambina, lui cominciò ad uscire da solo ed io, che ero stanca per il lavoro e per la maternità, oltre che innamorata, sulle prime non mi resi conto che qualcosa non andava. Seguirono 13 anni di bugie e litigi, alternati a pseudo chiarimenti cui immancabilmente seguivano continue delusioni. Sfinita e sull’orlo di un esaurimento (ero arrivata a pesare 36 chili) finalmente mi arresi, e ridiedi a mio marito la sua libertà. Dopo tre anni reincontrai un mio compagno di scuola, a sua volta padre separato. Inizialmente cercavo di resistere al sentimento che sentivo affiorare in me perché, se da una parte il sentirmi amata mi dava una grande felicità, dall’altra mi poneva davanti al problema della mia vita cristiana. Furono momenti molto difficili. Ma poi i dubbi si dissiparono perché, mi dicevo, è vero che mi ero sposata convinta del ‘per sempre’ ma se l’amore non è più ricambiato, perché non poter continuare con un’altra persona in quella vocazione alla vita familiare che da sempre avevo avvertito? Sicuri del nostro amore decidemmo di mettere insieme le nostre due vite spezzate. Dopo circa due anni di convivenza abbiamo avuto un bambino, che abbiamo fatto battezzare e che cerchiamo di educare cristianamente. Per il mio compagno – una persona molto retta che si dichiara non credente – il problema dell’inserimento nella chiesa non esiste. Io, invece, ho continuato a frequentare la Messa domenicale e, pur nella sofferenza, mi sono adeguata alle disposizioni della chiesa astenendomi dai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia. Avrei potuto andare in una chiesa dove non sono conosciuta, ma per obbedienza non l’ho mai fatto. Dopo un po’ però, questa autoesclusione ha cominciato a pesarmi e mi sono allontanata dalla Messa e dalla vita della comunità. Provavo, infatti, un forte disagio nel vedere gli altri dirigersi verso l’altare ed io a dover restare nel banco. Mi sentivo abbandonata, ripudiata, colpevole. Dopo qualche anno, grazie alla vicinanza del Focolare ho ripreso il cammino di fede. ‘Dio ti ama immensamente’, mi ripetevano. Insieme a loro capivo che Gesù è morto e risorto anche per me, che Lui, nel suo infinito amore, aveva già colmato quel baratro in cui ero piombata e che non attendeva altro che io Lo seguissi per il resto della mia vita. Ho così scoperto che, al di là dell’Eucaristia, ci sono altre fonti attraverso le quali incontrare Gesù. Egli si nasconde in ogni mio prossimo che incontro, mi parla attraverso il Suo Vangelo ed è presente nella comunità riunita nel Suo nome. Soprattutto Lo trovo quando riesco a trasformare in amore il dolore che mi procura la lontananza dall’Eucaristia. Ricordo quando nostro figlio ha fatto la sua prima comunione. Io ero l’unico genitore a non andare all’altare con lui: una sofferenza nemmeno raccontabile. In compenso posso dire che è stato proprio quando ho perso l’Eucaristia che ho riscoperto il grande dono che è, proprio come ti accorgi del valore della buona salute quando la perdi. Il giorno in cui mi presenterò al Padre spero che più che ai miei fallimenti Egli guardi al mio piccolo ma quotidiano tentativo di amare gli altri come Gesù ci ha insegnato». (altro…)

Loppiano – Al Patriarca Bartolomeo I il dottorato h.c. dell’Istituto Universitario Sophia

Loppiano – Al Patriarca Bartolomeo I il dottorato h.c. dell’Istituto Universitario Sophia

Link alla diretta da Loppiano, 26 ottobre alle 17.00 ora italiana PatriarchBartholomewNella motivazione ufficiale del conferimento del dottorato, il preside dello IUS prof. Piero Coda spiega che il Patriarca si è accreditato quale convinto e attivo protagonista nel cammino ecumenico verso la piena unità dei cristiani e nel dialogo tra le persone di diverse religioni e convinzioni. Inoltre, si è distinto nella promozione della giustizia, della pace, del rispetto dell’ambiente e della natura, in conformità alla visione dell’umanità, della storia e del cosmo custodita e attualizzata dalla tradizione spirituale e teologica dell’Oriente cristiano. La storia dei rapporti fraterni tra il Movimento dei Focolari e gli ortodossi si radica nell’incontro straordinario tra Chiara Lubich e il patriarca di Costantinopoli Atenagora I. “Era il 13 giugno del 1967 – racconta Chiara stessa. Mi ha accolto come se mi avesse sempre conosciuta. ‘L’aspettavo’, ha esclamato e ha voluto che gli narrassi i contatti del Movimento con luterani e anglicani”. Venticinque sono stati in totale gli appuntamenti di Chiara con Atenagora I. I rapporti sono poi continuati con il Patriarca Demetrio I. E i contatti con l’attuale patriarca ecumenico Bartolomeo I proseguono nello stesso spirito di stima e di amicizia. Nel frattempo la spiritualità del Movimento è stato accolto anche da cristiani delle Antiche Chiese orientali, così il dialogo si è sviluppato con siro-ortodossicoptietiopiciarmeni e assiri. L’attuale evento mette un altro tassello importante al rapporto di sintonia e amicizia col Movimento dei Focolari e si inserisce all’interno dell’anno dei festeggiamenti per il 50°anniversario della nascita della Cittadella di Loppiano, iniziati lo scorso settembre 2014 con la manifestazione LoppianoLab. Pdf invito Dottorato ”Honoris Causa” a Bartolomeo I Fonte: www.loppiano.it (altro…)

Progetto Latina Mae Sot

Tutto è partito da una semplice merendina buttata nel cestino e dalla sorpresa dei bambini nel sapere che ci sono persone che non hanno nemmeno da mangiare: “Maestra, cosa sono i bambini poveri?”, domandano. Così nell’ottobre del 2013 gli allievi della scuola dell’infanzia e della scuola primaria dell’I.C. “G. Giuliano” di Latina riescono a raccogliere un carico da inviare ai loro coetanei di un orfanotrofio di Mae Sot, nel nord della Thailandia. Poi, nell’aprile del 2014, partono altri 30 scatoloni pieni di giocattoli. I costruttori di questo ponte di solidarietà sono sempre loro: i bambini di Latina e quelli di Mae Sot. Ma il ponte non si spezza, anzi continua! Il ponte Latina-Mae Sot è sempre più una realtà concreta, che inizia ad aprire i suoi orizzonti verso altre periferie. Infatti nel 2016 abbiamo iniziato a sostenere anche altre realtà, presenti in Vietnam, dove arriviamo con immutato entusiasmo. Grazie a tutti i bambini, ragazzi, insegnanti, genitori della nostra scuola una realtà tanto lontana geograficamente parlando, è sempre più vicina nei cuori di tutti noi, dimostrandoci che, senza aspettarci troppo dall’alto, un mondo migliore è possibile…partendo dal nostro piccolo. Video del  viaggio dei Focolari a Mae Sot nel 2014 https://www.youtube.com/watch?v=d_jVpNjD1-g https://www.youtube.com/watch?v=5Ye7Au–vIc&feature=youtu.be Questo video racconta quello che abbiamo fatto nel 2016. Leggi anche: Thailandia chiama e Latina risponde Da Latina alla Thailandia, il sogno continua

Sophia: la cultura dell’unità nel pensiero latinoamericano

Sophia: la cultura dell’unità nel pensiero latinoamericano

DSC05495 Approfittando dell’estate nell’emisfero sud e quindi delle vacanze, una cinquantina di studenti di 10 paesi sudamericani di lingua spagnola e dal Brasile hanno frequentato il 3° ciclo conclusivo della Summer School (EdeV) dell’Isituto Universitario Sophia (IUS) organizzata in collaborazione con la Mariapoli Lia ed un pool di professori venuti da Messico, Guatemala, Panama, Colombia, Perù, Bolivia, Cile, Paraguay, Uruguay e dalla stessa Argentina. Questi ultimi al loro attivo avevano uno stimolante lavoro di approfondimento interculturale e interdisciplinare, frutto di una serie di seminari e attività culturali, che per l’area latinoamericana risultava  di grande interesse. Dall’ateneo internazionale, che ha sede a Loppiano (Firenze), sono intervenuti i proff. Araceli del Pozo e Sergio Rondinara. Più della metà degli allievi aveva già partecipato alla prima e alla seconda edizione della EdeV. Il programma era incentrato su tre grandi filoni: comunicazione, pedagogia, arte. Nelle mattinate venivano illustrati i concetti centrali di ogni disciplina, mentre nei pomeriggi si svolgevano i workshop e le attività inerenti le diverse tematiche: apprendistato e servizio solidale, prosocialità, attuali forme di comunicazione, dialogo tra le culture indigene e la contemporaneità,  espressività della letteratura e della musica, e così via. All’inizio della giornata, il professor Rondinara conduceva uno spazio denominato “Esercitazione per una Cultura dell’unità”, nel quale, in forma interattiva, allievi e professori riflettevano e ponevano domande su testi dei diversi autori presentati dal docente. Alcuni workshop pomeridiani erano invece condotti dagli studenti stessi, che ne avevano curato anche la preparazione. DSC05514Al termine della EdeV, molti tra i docenti condividevano l’impressione di aver percorso un vero cammino di crescita, e questo grazie al contributo degli studenti. Un giovane affermava che l’esperienza di questo corso gli aveva ‘rotto la testa’, nel senso di aver scoperto che la sua precedente visione dell’America Latina era molto riduttiva. Un altro con sorpresa scopriva di essere passato dall’esigere al comunicare. Una ragazza affermava, con commozione, che per la prima volta riusciva ad accettare e abbracciare con amore le radici indigene del suo popolo, che prima rifiutava. Un’altra ancora si sentiva ‘sopraffatta e felice’ per la sensazione di aver demolito molte cose superficiali nella sua vita. Tanti avrebbero desiderato ancor più dialogo, più opportunità per donarsi, raccontarsi e capirsi insieme. E molti, semplicemente, esprimevano l’esigenza di approfondire di più. I momenti di dialogo personale e a piccoli gruppi tra studenti, docenti e tutor, sono state occasioni privilegiate per i giovani di aprire la propria interiorità e comunicare domande, scoperte, desideri profondi, quali: perché studio? quale strada seguirò nella vita? come distinguere la verità nelle idee, nel mondo ed in me? Una Summer School che è stata una grande sfida, raccolta dai docenti con gioia ed onestà intellettuale, mettendosi loro stessi in gioco cercando di scavare dentro di sé per dare il proprio contributo e insieme camminare verso la Verità. Una tappa che – studenti e professori ne sono certi – avrà una continuità nella ricerca della cultura dell’unità, grazie anche allo specifico contributo del pensiero latinoamericano.