7 Giu 2022 | Ecumenismo, Nuove Generazioni
In America Latina la maggioranza della popolazione appartiene alla Chiesa cattolica romana, tuttavia, da tempo la conoscenza tra le varie chiese si fa strada. Il lavoro condiviso nel campo sociale, fa sì che i cristiani possano trovare sempre più spazi di vera unità. Uno dei momenti più forti è la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che nell’emisfero sud si celebra attorno alla festa di Pentecoste. I giovani sono sempre più protagonisti nel compiere azioni concrete.
Da sempre i giovani sono attratti da ciò che è sconosciuto, dal diverso da sé, da tutto quello che rappresenta una novità, anche in ambito religioso, sono sempre più aperti a chi non è della propria chiesa. È un’esperienza che porta avanti Ikuméni, un laboratorio per giovani cristiani dell’America Latina (o latinoamericani), appartenenti a diverse chiese e tradizioni cristiane. “Fin dal primo giorno mi sono resa conto che sarebbe stata una sfida personale per ciascuna delle persone presenti, a partire da me che quotidianamente frequento persone per lo più cattoliche, come me. In questo corso tutto era nuovo e ogni partecipante proveniva da una chiesa diversa”, dice Carolina Bojacá, una giovane colombiana dei Focolari.
I giovani cristiani di diverse tradizioni diventano compagni di strada in questo percorso di formazione, che è una vera e propria esperienza inedita nel campo ecumenico. Partendo dalla fede comune in Cristo ciascuno si prepara a mettersi al servizio, sia nel campo dello sviluppo sostenibile, della pace e dell’assistenza umanitaria. “Ad agosto del 2021 ho frequentato in forma virtuale – continua Carolina – il corso per giovani sulle buone pratiche ecumeniche e interreligiose. Già dall’inizio si è creata un’atmosfera molto bella tra tutti e sentivamo forte il desiderio di costruire relazioni e conoscerci meglio… Nell’affrontare ogni tematica ci siamo anche resi conto che, per andare avanti, molte volte abbiamo dovuto lasciar cadere quei pregiudizi o preconcetti che spesso si creano all’interno di una comunità e che non ci permettono di aprire la mente e il cuore per accogliere l’altro. Solo così è possibile scoprire la bellezza di ciò che ci unisce ma anche le differenze che ci fanno essere chi siamo come chiesa o realtà, senza che sia un impedimento lavorare insieme per un mondo più fraterno. Con il passare dei mesi ci siamo conosciuti e abbiamo avuto il nostro primo incontro faccia a faccia. È stato davvero bello vedere il nostro rapporto rafforzato, poterci abbracciare, pregare, dialogare e scoprire la diversità e la ricchezza di ciascuno, anche la mia.”. I giovani che seguono questo laboratorio si preparano al servizio comune. Come dice il documento Servire il mondo ferito del Consiglio Ecumenico delle Chiese ed il Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso, i cristiani devono sentire ora l’urgenza di una testimonianza comune: cristiani assieme al servizio, anche coinvolgendosi con persone di altre religioni in una solidarietà interreligiosa. Anche Carolina ed il suo gruppo si sono rimboccati le maniche: “A dicembre, con un’altra giovane del movimento dei Focolari che partecipava anche al corso, volevamo portare doni ad una comunità indigena sfollata a causa della violenza, che si trova nella periferia di Bogotá. Abbiamo proposto a tutti l’idea e c’è stata davvero una bella risposta: in molti hanno donato qualcosa e assicurato le loro preghiere dimostrando che, anche se appartenenti ad una chiesa diversa, ciò che ci motiva è quell’amore ispirato da Gesù che è il nostro modello comune. Per terminare il nostro tirocinio- continua Carolina- ognuno di noi ha dovuto raccontare delle attività svolte durante un incontro in presenza che si è svolto a Buenos Aires (Argentina). Ci siamo ritrovati con i partecipanti del corso Ikuméni, ma abbiamo avuto anche la presenza di membri di altre religioni che con gioia hanno condiviso i loro pensieri e le loro azioni concrete. Un momento speciale per poterci aprire anche al dialogo interreligioso”. Un’ esperienza totalmente nuova; una testimonianza della fraternità che si costruisce a partire dallo sforzo di ciascuno e il desiderio grande di conoscersi e fare cose grandi, tutti insieme. “Anche se il corso è finito – conclude Carolina -, è solo il primo passo per rispondere a una chiamata personale e continuare a rafforzare le nostre relazioni, poterci aiutare in queste azioni che ci fanno allargare il cuore e continuare a lavorare per rendere il mondo unito una realtà”.
Carlos Mana
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6 Giu 2022 | Chiara Lubich
Nel 1976 durante la prima Scuola Gen, Chiara Lubich ha risposto alle domande di tanti giovani dei Focolari provenienti da tutto il mondo. Riferendosi a ciò che viveva in quei giorni ha detto quanto segue Ho letto […] una paginetta – che forse voi l’avete letta – breve così, […] che diceva così: “Gesù abbandonato abbracciato, serrato a sé, consumato in uno con noi, consumati in uno con lui, fatti dolore con lui dolore, ecco come si diventa Dio, l’Amore.” Questa frase mi ha particolarmente toccata perché sono scritti che ho fatto quando io ero sotto una via illuminativa; quindi, scrivevo cose più grandi di quelle che potevo vivere o anche le vivevo ma da più piccola. Più avanti vado, più ne scopro il valore e la profondità. […], mi è piaciuto e lo Spirito Santo mi ha toccato su questo non essere in due: io e Gesù abbandonato, cioè io e il dolore che mi subentra, io e il dubbio che mi viene, io e scoprirlo e poi pian pianino abbracciarlo, poi dire a Gesù… metterci un po’ di minuti. No, zac! “Fatti dolore con lui dolore”, volere quello solo. “Ecco come si diventa Dio”, come si diventa Dio, “l’Amore”, l’Amore. Poi […] avevo appena ricevuto una cartolina da Loppiano dove il nostro don Mario Strada mi aveva mandato, oltre la letterina, anche alcune foto della sua chiesetta nuova di Cappiano, mi pare, con dei bellissimi affreschi e fra cui ce n’era uno con sotto questa frase: “Nox mea – la mia notte – obscurum non habet”, “La mia notte non ha oscurità”. Allora mi è piaciuta enormemente, come il Signore me l’avesse mandata, perché – dico – questo è quello che io voglio vivere. Cioè, il dolore appena arriva devo abbracciarlo con tale celerità, devo serrarlo a me, devo consumarlo in uno, […] fatta dolore con lui dolore, ecco come si diventa, non dolore, l’Amore, Dio. […] E ho visto, gen, che vivendola tutto il giorno è una cura ricostituente d’Ideale inimmaginabile, inimmaginabile, perché si incomincia la mattina, magari sai? sei un pochino stanca, non hai dormito la notte, ecco, la stanchezza: ah, che stupendo! la mia notte non ha oscurità, cioè questo dolore non esiste perché io l’amo. Mi alzo, trovo magari delle difficoltà o dei problemi subito, intanto che mi dicono: “Chiara, dovrei dirti una cosa.” “Ah – dentro di me – che stupendo! Gesù, ci siamo, ecco, ti abbraccio, ti serro a me, fatta con te dolore”, mi faccio subito… “La mia notte non ha oscurità.” Poi avanti tutto il giorno. Io credo che si… io credo che si proceda spiritualmente di più in una settimana vivendo quest’unica cosa, che non in mesi e mesi in altra maniera. […] Ma per tutto quello che fa dolore: ti fa dolore un po’ il mal di piedi, ti fa dolore un pochino il freddo, ti fa dolore un pochino una risposta sgarbatina da…, ti fa dolore dover andar a fare una cosa, ti fa dolore…, ecco, subito è qui; […] in modo da poter sempre proclamare quando si va a letto la sera: “Gesù, la mia notte non ha avuto oscurità”, […] veramente si sente… si può dire – adesso che Dio lo confermi – che non siamo noi a vivere ma è l’Amore che vive dentro, è Dio […]
Chiara Lubich
(Grottaferrata, 2 giugno 1976, alla Suola gen) https://youtu.be/uzlwkcJoLR4 (altro…)
3 Giu 2022 | Nuove Generazioni, Sociale
Un viaggio per portare solidarietà ai migranti che lasciano il proprio Paese a causa di guerre e persecuzioni. La musica del Gen Rosso sulla scia della condivisione e della fraternità. “Stiamo affrontando tanti problemi ma con voi, con questo tipo di attività ci sentiamo spinti ad andare avanti”. Queste le parole di un migrante fuggito dal Pakistan a causa dei problemi che affliggono il Paese. Oggi lui, come migliaia di altri migranti si trova in un campo profughi di Lipa e Borići in Bosnia Herzegovina e ha potuto incontrare il Gen Rosso.
Dal 4 all’8 maggio 2022, infatti, il gruppo artistico internazionale è ritornato per la seconda volta nei luoghi della “rotta balcanica”, dove ogni giorno transitano i migranti che scappano dal proprio Paese a causa di guerre o persecuzioni. Solidarietà e dignità ai migranti, far crescere la speranza di un mondo migliore, rinforzarne l’autostima, e respirare insieme aria di famiglia: questo l’obiettivo del viaggio organizzato con l’aiuto della Jesuit Refugee Service (JRS) che fornisce alloggi e aiuti essenziali ai richiedenti asilo e ai migranti. “Siamo già stati qui ad ottobre 2021 – racconta Michele Sole, uno dei cantanti – ed è stata una bella sensazione tornare in luoghi familiari. Questa volta siamo andati in un campo profughi più grande di Lipa dove abbiamo incontrato altri profughi e la cosa sorprendente è sempre vedere come i sorrisi e l’accoglienza senza pregiudizi, possono fare la differenza e far brillare i loro volti!” Gesti di accoglienza, piccoli doni nei brevi momenti vissuti con loro, hanno offerto a qualcuno uno spiraglio di gioia e di luce. Un’altra tappa è stata la visita all’istituto scolastico “Giovanni Paolo II” di Bihać e l’incontro con un centinaio di ragazzi che hanno potuto partecipare ai workshop di danza e canto e assistere a due concerti del Gen Rosso. Durante questi giorni, insieme agli alunni e ai loro genitori anche alcuni migranti provenienti da Pakistan, Afghanistan ed Iran hanno potuto partecipare attivamente alle manifestazioni artistiche. “Era il nostro modo di provare ad integrare tutti e a sperimentare quanto sia importante e inimmaginabile il dono della condivisione fraterna con questo pezzo di umanità sofferente” ha aggiunto Michele. “Non so cosa mi è successo stamattina – racconta una donna musulmana presente – ma sentivo che la vostra musica mi entrava dentro e mi sentivo commossa e fortunata di essere qui. “Grazie, grazie davvero, per la passione e la speranza che ci avete dato – racconta un ragazzo afghano -, il canto è stato molto bello. Al coro dei messaggi di gioia e speranza si aggiunge quello del dirigente scolastico dell’Istituto di Bihać: “Il concerto è stato qualcosa di speciale. Speriamo sinceramente di incontrarci di nuovo. È stato un grande onore e piacere per noi avervi qui nella nostra scuola”.
Lorenzo Russo
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31 Mag 2022 | Sociale
Abbiamo incontrato Padre Vyacheslav Hrynevych direttore della Cartias-Spes Ucraina, di passaggio a Roma, e ci ha raccontato cosa stanno facendo per sostenere la popolazione oggi, pensando anche al domani.
“La cosa più difficile è che non si vede la fine di questa guerra. Nelle ultime due settimane ho visitato i nostri centri a Chernihiv, Kharkiv, Getormel e i villaggi circostanti: lì prima della guerra c’erano persone povere, ma oggi sono più povere, anche per l’esperienza della guerra. Anche per questo vogliamo organizzare un accompagnamento psicologico e spirituale che i nostri volontari che arrivino lì possano offrire a queste persone”. Padre Vyacheslav (Venceslao) è il giovane di direttore di Caritas-Spes ucraina, un sorriso rassicurante e l’energia indispensabile per resistere e portare avanti le azioni di aiuto alla popolazione nello scenario del conflitto in Ucraina.
Visitando i diversi centri e le diverse città è rimasto colpito da alcune immagini, come quella della metropolitana di Kharkiv, organizzata come una città sotterranea parallela: “Alcune persone vivono nella metro, si sono organizzate – spiega -: c’è un punto di distribuzione del cibo, con orari per la colazione, il pranzo, la cena, c’è un punto medico, ma le persone, compresi i bambini, abitano nei vagoni dei mezzi. E quando abbiamo proposto di organizzare l’evacuazione loro hanno risposto che volevano rimanere, perché quella è la loro città, per loro è importante. Questo succede in tutte le stazioni e quando qualcosa manca da una parte, ad esempio un bene come lo zucchero, lo si riceve da un’altra stazione vicina, attraverso i tunnel di collegamento. Questa è una bella immagine dell’organizzazione del popolo ucraino, ma anche un’immagine apocalittica di una città in guerra”.
Nei centri oltre ad assicurare i pasti per la giornata, sono organizzate alcune attività: c’è chi sta con i bambini e chi offre un supporto psicologico, c’è chi si occupa di distribuire i vestiti e tutti sono coinvolti. Proprio quando chiediamo dei bambini, padre Venceslao ci racconta di come sia colpito dal fatto che sembrano aver accettato la guerra, ma senza capirne la tragicità e brutalità. “Un bambino – ci racconta – ci ha spiegato, in maniera semplice, la differenza tra il rumore della pioggia e il rumore del bombardamento”. Per loro e per le loro famiglie, è importante il supporto psicologico e lo sarà anche dopo: “Penso che l’80% dei bambini, se non di più, siano separati dai padri che sono in guerra, le donne e i bambini sono fuori dal Paese o nei rifugi. Un giorno noi dovremo fare qualcosa per riunire queste famiglie. Io conosco questa situazione dal 2014. Anche allora, quando gli uomini sono tornati, non erano gli stessi, soffrivano di sindrome post traumatica. Questa è una grande sfida, un compito che durerà anni e anni”. Quando gli chiediamo della fine della guerra, Padre Venceslao non sa darci una risposta univoca: “La guerra non finisce solo con un atto di pace, la guerra rimane nella memoria, i bombardamenti li ricorderemo per tutta la vita, le immagini brutte, le famiglie separate, gli amici morti… La guerra finirà con il perdono e noi piano piano dobbiamo lavorare a questo, con un grande esame di coscienza…”. Poi riprendendo un filo di speranza: “Io aspetto quando potrò tornare a casa a giocare a calcetto con i miei amici. Questo sarà un momento di pace. Quando si potrà pregare nelle chiese senza le sirene. Quando nelle chiese ci saranno le persone per pregare e per la Messa e non i beni umanitari o i medicinali da distribuire, come avviene ora. Ma è difficile dirlo adesso, la situazione è così dinamica e non si vede nessun segno, nessuna prospettiva”. La guerra è una cosa che distrugge le vite degli uomini e Padre Venceslao ringrazia che in questo momento il Movimento dei Focolari abbia scelto di essere accanto a loro: “Vedere le facce di persone che, in modo molto bello, vivono il carisma del Movimento dei Focolari, mi dà molta speranza. Insieme a quelli tra loro che vivono in Ucraina e collaborano con Caritas-Spes facciamo un grande lavoro, dalla mattina alla sera, con grande rispetto. Vorrei ringraziare anche chi non può aiutare economicamente, ma ci è vicino con la preghiera, grazie. Anche in questa guerra sperimentiamo l’amore di Dio”.
Riccardo Camillieri e Stefano Comazzi
Per chi volesse contribuire Azione per un Mondo Unito ONLUS (AMU) IBAN: IT 58 S 05018 03200 000011204344 presso Banca Popolare Etica Codice SWIFT/BIC: ETICIT22XXX Azione per Famiglie Nuove ETS | Banca Etica – filiale 1 di Roma – Agenzia n. 0 | Codice IBAN: IT 92 J 05018 03200 000016978561 | BIC/SWIFT: ETICIT22XXX – Causale: Emergenza Ucraina (altro…)
30 Mag 2022 | Chiara Lubich
Se mettiamo in pratica le parole del Vangelo, i comandamenti di Gesù, soprattutto l’amore reciproco, la Trinità prenderà dimora in noi. Come può il cristiano portare in sé Dio stesso? Quale la via per entrare in questa profonda comunione con lui? È l’amore verso Gesù. Un amore che non è mero sentimentalismo, ma si traduce in vita concreta e, precisamente, nell’osservare la sua Parola. È a quest’amore del cristiano verificato dai fatti, che Dio risponde col suo amore: la Trinità viene ad abitare in lui. (…) E quali sono le parole che il cristiano è chiamato a osservare? Nel Vangelo di Giovanni “le mie parole” sono spesso sinonimo di “i miei comandamenti”. Il cristiano è dunque chiamato ad osservare i comandamenti di Gesù. Essi però non vanno tanto intesi come un catalogo di leggi. Occorre piuttosto vederli tutti sintetizzati in quello che Gesù ha illustrato con la lavanda dei piedi: il comandamento dell’amore reciproco. Dio comanda ad ogni cristiano di amare l’altro fino al dono completo di sé, come Gesù ha insegnato ed ha fatto. (…) Come arrivare al punto in cui il Padre stesso ci amerà e la Trinità prenderà dimora in noi? Attuando con tutto il nostro cuore, con radicalità e perseveranza l’amore reciproco fra noi. In questo, principalmente, il cristiano trova anche la via di quella profonda ascetica cristiana che il Crocifisso esige da lui. È lì, infatti, nell’amore reciproco, che fioriscono nel suo cuore le varie virtù ed è lì che può misurare sicuramente la propria santificazione. È, infine, nell’amore reciproco che Gesù è presente, come Risorto, nel cuore dei cristiani ed in mezzo a loro.
Chiara Lubich
(Chiara Lubich, in Parole di Vita, Città Nuova, 2017, pag. 262/3) (altro…)