27 Lug 2020 | Chiara Lubich
Tutti abbiamo sofferto per via del coronavirus e molti stanno ancora soffrendo. Il dolore che questa pandemia ci procura si presenta sotto gli aspetti più vari e ci sarebbe davvero da scoraggiarsi, se Gesù non ci sorreggesse. Sappiamo infatti come Lui, che è Dio stesso fatto uomo, ha vissuto tutti i nostri dolori e per questo ci può essere accanto e sorreggere. (…) La vita si può considerare una corsa ad ostacoli. Ma che cosa sono questi ostacoli? Come si possono definire? È sempre una grande scoperta vedere come ad ogni dolore o prova della vita si può dare in certo senso il nome di Gesù Abbandonato. Siamo presi dalla paura? Gesù in croce nel suo abbandono non appare forse invaso dalla paura che il Padre si sia dimenticato di Lui? L’ostacolo che possiamo incontrare è in certe dure prove lo sconforto, lo scoraggiamento. Gesù nell’abbandono sembra sommerso dall’impressione che nella sua divina passione gli manchi il conforto del Padre e pare che stia perdendo il coraggio di concludere la sua dolorosissima prova mentre, poi, soggiunge: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”[1]. Le circostanze ci portano ad essere disorientati? Gesù in quel tremendo dolore sembra non comprendere più nulla di quanto gli sta succedendo dato che grida “Perché”?[2]. Veniamo contraddetti? Nell’abbandono non pare forse che il Padre non approvi l’operato del Figlio? Siamo rimproverati, o accusati? Gesù in croce nel suo abbandono ha avuto forse l’impressione di ricevere un rimprovero, un’accusa anche dal Cielo. E poi in certe prove che nella vita a volte possono susseguirsi incalzanti, non si arriva anche a dire desolati: questo sembra troppo, questo è l’oltre misura? Gesù nell’abbandono ha bevuto un calice amaro non solo colmo, ma traboccante. La sua è stata la prova oltre misura. E quando ci sorprende la delusione o siamo feriti da un trauma, o da una disgrazia imprevista, o da una malattia o da una situazione assurda, possiamo sempre ricordare il dolore di Gesù Abbandonato che tutte queste prove e mille altre ancora ha impersonato. Sì, egli è presente in tutto ciò che ha sapore di dolore. Ogni dolore è un suo nome. Si dice nel mondo che chi ama chiama per nome. Noi abbiamo deciso di amare Gesù Abbandonato. E allora, per meglio riuscire in ciò, cerchiamo di abituarci a chiamarlo per nome nelle prove della nostra vita. Così gli diremo: Gesù Abbandonato-solitudine, Gesù Abbandonato-dubbio, Gesù Abbandonato-ferita, Gesù Abbandonato-prova, Gesù Abbandonato-desolazione e così via. E chiamandolo per nome, egli si vedrà scoperto e riconosciuto sotto ogni dolore e ci risponderà con più amore; ed abbracciandolo diverrà per noi: la nostra pace, il nostro conforto, il coraggio, l’equilibrio, la salute, la vittoria. Sarà la spiegazione di tutto e la soluzione di tutto. Cerchiamo allora (…) di chiamare per nome quel Gesù che incontriamo negli ostacoli della vita. Li supereremo con più rapidità e la corsa nella nostra esistenza non conoscerà soste.
Chiara Lubich
(in una conferenza telefonica, Mollens, 28 agosto 1986) Tratto da: “Chiamarlo per nome”, in: Chiara Lubich, Conversazioni in collegamento telefonico, Città Nuova Ed., 2019, pag. 250. [1] Lc 23, 46. [2] Cf. Mt 27, 46; Mc 15, 34. (altro…)
25 Lug 2020 | Collegamento
Chiara Lubich e il dialogo interreligioso, una via per dare un’anima alla globalizzazione https://vimeo.com/429998800 (altro…)
21 Lug 2020 | Spiritualità
Schivo, di un’intelligenza lucida, teologo d’avanguardia e primo Copresidente dei Focolari: è appena uscito – per ora in Italiano – il primo volume della biografia di Pasquale Foresi a cura di Michele Zanzucchi. Racconta la storia di un uomo, gli albori dei Focolari, uno spaccato di storia che ha molto da dire al movimento, alla Chiesa e alla società di oggi.
E’ uscita il 9 luglio scorso “In fuga per la verità”, la prima biografia di Pasquale Foresi che Chiara Lubich ha definito cofondatore dei Focolari, insieme a Igino Giordani. Si tratta del documentatissimo racconto della prima parte di un’esistenza intensa – dal 1929 al 1954 – poco conosciuta anche dai membri stessi dei Focolari, sia per il carattere riservato, sia per lo stile di co-governance – diremmo oggi – che Foresi ha incarnato. Un testo di grande interesse, pubblicato per ora in italiano (ma sono in cantiere le versioni in inglese, francese e spagnolo), costellato di fatti inediti, scorrevole come un romanzo, che racconta la parabola di vita di Foresi, rilegge dalla sua prospettiva gli inizi dei Focolari, la persona di Chiara Lubich e fa riflettere anche sull’oggi di questo movimento mondiale, a quasi 80 anni dalla sua nascita. Ma chi era Pasquale Foresi e cosa rappresentava per la giovanissima fondatrice dei Focolari? L’abbiamo chiesto all’autore della biografia, Michele Zanzucchi, giornalista e scrittore, già direttore di Città Nuova. Un lavoro attento e approfondito, il suo, durato due anni e mezzo su carte, testi, libri, discorsi oltre al bagaglio di una conoscenza diretta e ravvicinata con Foresi. “Quando incontrò Chiara Lubich, nelle feste natalizie del 1949, Foresi era un giovane uomo di vent’anni che aveva vissuto una vita molto più adulta della sua età, in ciò “preparato” a collaborare con la fondatrice. Figlio di una famiglia livornese – papà all’epoca insegnante e uomo di punta del laicato cattolico, poi deputato, e madre casalinga, tre fratelli e sorelle –, Pasquale sin dall’infanzia manifestò un’intelligenza pratico-teorica fuori dal comune. Il giorno dell’armistizio, l’8 settembre 1943, appena 14enne, scappò di casa «per dare un qualche servizio all’Italia». Ben presto, arruolato dalle Camicie nere e poi, a forza, dagli stessi nazisti, combatté tra l’altro a Cassino, prima di fuggire liberando dei disertori condannati a morte. Lì iniziò la sua conversione filosofico-religiosa. Terminò la guerra coi partigiani, per entrare subito dopo in seminario a Pistoia, e due anni più tardi al prestigioso Capranica di Roma. Ma se ne andò, non condivideva l’incoerenza di tanti ecclesiastici rispetto al Vangelo. Coerenza che trovò invece nella Lubich e nei suoi amici. Nel giro di un mese, la maestra di Trento capì che Dio le aveva inviato quel giovane uomo perché la aiutasse nella realizzazione dell’opera di Dio che già stava nascendo. Foresi cooperò con lei nella realizzazione delle convivenze tra vergini, nell’approvazione da parte della Chiesa del Movimento, nella costruzione di centri e cittadelle, nell’apertura di editrici e riviste, nell’inaugurazione di centri universitari… Da quel giorno la Lubich restò fedele al ruolo che Dio aveva affidato a Foresi, e non lo abbandonò mai più, nemmeno quando, colpito da una grave malattia cerebrale già nel 1967, appena 38enne sparì dalla vita pubblica. Per lei, Pasquale resterà sempre uno dei due cofondatori del Movimento, colui col quale lei si confrontava per ogni decisione da prendere”. Che tipo di sacerdote è stato? Qual era la sua visione della Chiesa? “Su una formazione assai tradizionale sui sacramenti e sulla vita sacerdotale, direi neo-scolastica, Foresi aiutò la Lubich nell’elaborare un’idea originale di applicazione del presbiterato, l’idea di un “sacerdozio mariano” spogliato del “potere” e animato solo da un radicamento profondo nel sacerdozio regale di Gesù. Ancor oggi tale idea di sacerdozio è in corso di applicazione e sperimentazione. Per Foresi, in particolare, il sacerdote doveva essere un campione in umanità, un uomo-Gesù. La visione soggiacente della Chiesa è legata ad una prospettiva profeticamente conciliare: la Chiesa popolo di Dio, la Chiesa-comunione, naturalmente sinodale, con una valorizzazione (che non vuol minimamente dire svalutare le presenze tecnicamente “sacramentali” del Cristo nella sua Chiesa) della presenza di Gesù nell’umanità in modi più “laici”, in particolare della presenza promessa dal Gesù di Matteo: «Dove due o tre sono uniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18, 20)”. Perché Chiara Lubich ha affidato proprio a Foresi, e non a un laico, la realizzazione di alcune opere dei Focolari, le cosiddette “concretizzazioni”, come il centro internazionale di Loppiano, la nascita della casa editrice Città Nuova… “Sarebbe stato bene porre la domanda all’interessata… Noto tuttavia che l’altro cofondatore del Movimento era Igino Giordani, laico, coniugato, deputato, giornalista, ecumenista. Conobbe la Lubich, tra l’altro, già nel 1948. In lui la fondatrice vide la presenza “dell’umanità” nel cuore del suo carisma. Quindi il tiburtino significò per la Lubich l’apertura radicale al mondo, seguendo la preghiera sacerdotale di Gesù: «Che tutti siano uno» (Gv 17, 10). Ma la Lubich in Foresi – tra l’altro di indole più “concreta” dell’“idealista” Giordani – vide colui che l’avrebbe sostenuta praticamente nella costruzione della sua opera. Foresi in questa sua caratteristica era, va detto, estremamente “laico”, pur avendo ben chiaro che la missione del Movimento era innanzitutto ecclesiale, e che non si poteva fare a meno nel realizzarla degli ecclesiastici”. Facciamo un azzardo: se Foresi fosse vivo oggi, cosa direbbe ai Focolari, su cosa li inviterebbe a puntare? “Vero azzardo. Credo che inviterebbe il Movimento al necessario ‘aggiornamento’, guardando allo stato nascente del Movimento. Lo inviterebbe perciò a rileggere e applicare le intuizioni mistiche della fondatrice del 1949-1951, ma anche a riguardare attentamente il processo di realizzazione concreta del Movimento, avvenuto soprattutto nel periodo 1955-1957, in cui altre illuminazioni furono date alla Lubich, indirizzate alla concretizzazione delle intuizioni mistiche precedenti”.
Stefania Tanesini
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20 Lug 2020 | Chiara Lubich
“Il tuo volto, Signore, io cerco”[1] Il seguente pensiero di Chiara Lubich può essere di luce per vivere in modo evangelico anche la prova che a livello planetario stiamo tutti passando. A causa della pandemia molti hanno perso un parente, un amico o un conoscente e tutti siamo chiamati, nei più vari modi, a rispondere ai gridi di dolore che questa pandemia suscita ovunque, riconoscendo in essi dei volti di Gesù abbandonato da amare. (…) In queste ultime settimane ne sono partiti alcuni (dei nostri). (…) E a noi che siamo ancora su questa terra viene da chiedere: che esperienza avranno fatto nel momento del passaggio? Cosa ci direbbero se potessero parlare? Lo sappiamo: hanno visto il Signore. Hanno incontrato Gesù. Hanno conosciuto il suo volto. È una verità di fede che dà una consolazione immensa. Non se ne può dubitare. San Paolo esprime (sono parole sue) il suo “desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo”[2]. Parla quindi di un’esistenza con Cristo che succede direttamente alla morte, senza attendere la risurrezione finale[3]. (…) Questa, dunque, l’esperienza dei nostri arrivati alla mèta cui conduce il Santo Viaggio: l’incontro con Colui che non potrà non amarci, se l’abbiamo amato. Questa – speriamo – sarà anche la nostra esperienza. Ma, per essere certi, occorre prepararvisi fin d’ora, occorre, in certo modo, abituarvisi. Incontreremo il Signore? Vedremo il suo volto? Certamente lo contempleremo splendente se qui l’avremo guardato e amato e accolto abbandonato. Paolo non conosceva nulla sulla terra se non Cristo, ma questi crocifisso. È quello che vogliamo impratichirci a fare anche noi (…): cercare il suo volto. Cercarlo abbandonato. Lo troveremo senz’altro nei piccoli e grandi dolori personali che non mancano mai; nel volto dei fratelli che incontreremo, specie i più bisognosi d’aiuto, di consiglio, di conforto, di una spinta per camminare meglio nella vita spirituale. Lo cercheremo negli aspetti più duri, più faticosi, che comporta il fare le varie attività che ci suggerisce la volontà di Dio; in tutte le disunità vicine e lontane, piccole e grandi (…). Cercheremo il suo volto anche nell’Eucaristia, in fondo al nostro cuore, nelle sue immagini sacre. Va poi contemplato e amato concretamente anche in tutti i grandi dolori del mondo. Sì, anche se per quelli noi ci sentiamo sovente impotenti. Ma forse non è così. Quanto spesso (…) veniamo a conoscere certe calamità già in atto o incombenti su interi popoli o nazioni! Sono calamità che – se la carità di Dio alberga nel nostro cuore – ci cadono addosso come macigni, senza lasciarci respiro. Perché sentiamo – nonostante la nostra buona volontà e le nostre operazioni – di non poter fare nulla di adeguato che migliori le situazioni. Mentre dobbiamo convincerci che qualcosa si può fare. Anche qui, scoperto il suo volto, in queste immani catastrofi, possiamo, con la forza dei figli di Dio che tutto s’attendono dal loro Padre onnipotente, gettare le preoccupazioni, che schiacciano noi e porzioni così vaste di umanità, in Lui, perché pensi a smuovere i cuori dei responsabili dei popoli ancora in grado di fare qualcosa. E dobbiamo essere certi che lo farà. È stato così molte volte. (…) Facciamo (allora) in modo che riecheggi il più spesso possibile nel nostro cuore il versetto del salmo 27 che dice: «Il tuo volto, Signore, io cerco». Il tuo volto addolorato per asciugarti, come ci è possibile, lacrime e sangue e poterlo vedere splendente alla nostra ora, quando faremo l’esperienza dei nostri già arrivati. (…)
Chiara Lubich
(in una conferenza telefonica, Rocca di Papa, 25 aprile 1991) Tratto da: “Il tuo volto io cerco”, in: Chiara Lubich, Conversazioni in collegamento telefonico, pag. 426. Città Nuova Ed., 2019. [1] Sal 27, 8. [2] Fil 1, 23. [3] Cf. 2 Cor 5, 8. (altro…)
18 Lug 2020 | Centro internazionale, Chiara Lubich
Cosa abbiamo imparato dalla pandemia? Con quali strumenti costruire un mondo nuovo? Qual è il contributo specifico di ciascuno di noi? Il dialogo spontaneo di Maria Voce del 16 luglio scorso con una comunità dei Focolari (video). Da un po’ di anni il 16 luglio è sempre festa doppia per le comunità dei Focolari nel mondo: si ricorda lo speciale patto di unità che Chiara Lubich visse con Igino Giordani nel ‘49 ed anche il compleanno della sua presidente, Maria Voce. Anche quest’anno il momento di festa per lei si è trasformato in un’occasione di dialogo spontaneo e informale per parlare a cuore aperto con i presenti sul senso di quella speciale giornata, sulla la vita dei Focolari in questi ultimi tempi e sul contributo del carisma dell’unità in questo periodo così cruciale per l’umanità. Le espressioni di augurio e di affetto che le sono giunte sono state numerosissime e da tutto il mondo, per questo Maria Voce desidera ringraziare particolarmente ciascuno. Pubblichiamo di seguito parte del suo dialogo, allegando anche stralci delle riprese video amatoriali di quel momento. “(…) anche questa pandemia ci ha fatto una grande lezione, no? Bisogna riconoscere. Ci ha fatto soffrire, ci sta facendo ancora soffrire? Non sappiamo quante conseguenze potranno venire ancora di dolore da questa pandemia, no? Però è stata anche una grande lezione. La lezione principale è stata quella di dirci: siete tutti uguali. Siete tutti uguali: ricchi, poveri, potenti, miserabili, ragazzini, grandi, immigrati… siete tutti uguali. Prima cosa. Seconda cosa: siete tutti uguali, però c’è qualcuno che soffre di più nonostante l’uguaglianza. Allora come mai siete tutti uguali? Siete tutti uguali perché Dio ha fatti tutti uguali; diversissimi gli uni dagli altri ma tutti figli suoi, tutti creati da lui con lo stesso amore, un amore grande. Poi sono arrivati gli uomini e hanno cominciato a fare le distinzioni, ancora adesso continuiamo a fare le distinzioni: questo sì, questo no; questo vale di più, questo meno. Questo mi può dare qualche cosa, questo non mi può dare niente; questo mi sfrutta, questo meno… e iniziamo a fare i distinguo e nei distinguo cosa succede?. Succede che ci sono i paesi dove ci sono gli ospedali ben attrezzati e quelli dove non ci sono; ci sono i Paesi dove hanno le mascherine per tutti e ci sono quelli dove non ce le hanno. Ci sono dei paesi, anche nella nostra Italia, dove arriva la fibra ottica e possono fare la scuola a distanza e ci sono paesi dove non c’è. Quindi: tutti uguali davanti a Dio e non tutti uguali davanti agli uomini, non tutti uguali per il cuore degli uomini. Anche per noi è così? Magari anch’io certe volte sto più volentieri con una persona che con un’altra e faccio questa differenza tra una persona e l’altra, lo vedo anch’io e allora vivo veramente il patto se sono così?, cioè quel patto che mi dice di essere pronta veramente a dare la vita l’uno per l’altro? Ma non l’altro che mi piace, ma l’altro chiunque. Oggi si dice che si deve creare un mondo nuovo, l’umanità, tutti dicono che bisogna fare un mondo nuovo. Ecco, in piccolo Chiara l’ha fatto un mondo nuovo; in piccolo la famiglia di Chiara sparsa nel mondo è un mondo nuovo. Naturalmente è un tentativo, è un bozzetto, un piccolo segno, però vuol dire che è possibile. Allora se in piccolo è stato possibile farlo, perché questo piccolo gruppo – che poi è piccolo relativamente perché sono alcune centinaia di migliaia di persone sparse nel mondo – questo piccolo popolo, che è il popolo di Chiara, non è a disposizione di tutti per dire che il mondo nuovo è possibile? E’ possibile: dobbiamo essere convinti che è possibile e poi il passaparola di oggi qual era? ‘Credere nella forza dell’amore’. Perciò, prima di tutto: crederci che l’amore è una forza. L’abbiamo provato? Sì, tante volte l’abbiamo provato. Ma adesso, un pochino è diminuito; è diminuito il termometro dell’amore. Mettiamo un po’ di mercurio che lo faccia salire! Facciamo risalire l’amore e vedrai che tutto risale. Saremo questa realtà che passa nel mondo che beneficheremo, senza bisogno di andare a dire: ‘Sai noi facciamo così, vieni con noi perché noi siamo così’. No, noi siamo quelli che siamo, siamo come gli altri; siamo dei poveri disgraziati come tutti, però viviamo il paradiso e non vogliamo uscire dal paradiso, ma vogliamo stare con gli altri, non vogliamo stare tra di noi in paradiso. Vogliamo portare questo paradiso agli altri, non vogliamo tenercelo, perché sarebbe comodo… e poi il mondo vada a farsi friggere. No! Il mondo deve salvarsi, il mondo dobbiamo salvarlo con il nostro amore”. a cura di Stefania Tanesini https://vimeo.com/439499696 (altro…)