27 Giu 2023 | Cultura, Sociale
Il livello raggiunto dalle intelligenze artificiali ci pone davanti a nuovi interrogativi etici: come promuovere uno sviluppo tecnologico a misura umana? Call to action (chiamata all’azione) per sviluppatori e innovatori del mondo digitale. Un orizzonte che ci riguarda tutti. Giugno 2023, Istituto Universitario Sophia: sullo schermo dell’Aula magna una hostess digitale apre con eleganza il seminario “Verso un giuramento digitale / Towards a Digital Oath”. Stiamo attraversando una soglia: la preparazione ha preso avvio da tempo, ma l’accelerazione degli ultimi mesi dice qualcosa di nuovo.
Promosso da una piattaforma di soggetti – il centro di ricerca Sophia Global Studies, il Movimento Politico per l’Unità, NetOne, New Humanity e Digital Oath -, l’appuntamento vuole affrontare i temi più urgenti del mondo digitale secondo diverse prospettive: filosofiche, tecnologiche, etiche, sociali, politiche, fino a discutere la proposta di un “giuramento” che possa rappresentare per gli addetti ai lavori nel mondo digitale un analogo del Giuramento di Ippocrate per i medici. Dove nasce questa esigenza? Con quali obiettivi? Il mondo tecnologizzato tende a cambiare rapidamente e, sempre più spesso, ad una velocità superiore alla nostra capacità di adattamento. La complessità delle macchine e dei sistemi che strutturano la realtà interviene non solo sul nostro modo di vivere, ma anche sul modo di vedere il mondo e di pensare al futuro. Il livello raggiunto dalle “intelligenze artificiali” – IA, vede emergere, accanto all’entusiasmo per le loro capacità operative, una generale preoccupazione sulle nuove possibilità aperte da questi sistemi e sugli effetti che possono derivare dal loro utilizzo malevolo. La recente diffusione di ChatGPT (novembre 2022) e di tutti i suoi derivati ha avvicinato massivamente le IA al nostro quotidiano, facendo nascere nuove domande di senso legate alla comprensione di ciò che è umano e ciò che non lo è. Nel panorama mondiale l’evoluzione di questi apparati ha prodotto un certo disorientamento, non solo perché il loro utilizzo appare alla portata di tutti, ma soprattutto perché
dimostrano di fare qualcosa che prima era appannaggio degli esseri umani, con capacità quantitativamente superiori. Il fatto di trovarci davanti a sistemi che non sono “intelligenti” nel senso umano del termine e che gestiscono la loro base di conoscenza attraverso calcoli statistici non cambia il risultato finale: la sensazione di non essere più autori di scelte fondamentali, sfidati da macchine che sono un po’ meno “strumenti” e un po’ più “compagni di lavoro”. A questi interrogativi, il seminario “Verso un giuramento digitale / Towards a Digital Oath” ha aggiunto un tema centrale: interrogarsi sull’etica delle tecnologie significa interrogarsi sull’umano. È parere di molti, infatti, considerare lo sviluppo tecnologico come l’attività umana che più ci caratterizza. Effettivamente le tecnologie digitali, e in particolare le IA, sono quelle che riflettono più di altre, come in uno specchio, il nostro modo di essere e di intendere l’esistenza. Le crisi dell’ultimo secolo (valoriali, ambientali, sociali e politiche) sono strettamente correlate ad esse e ci dicono che allo sviluppo tecnologico deve essere affiancato un impegno educativo altrettanto determinato, in modo che ogni forma di progresso possa essere guidata da una più profonda coscientizzazione etica. Il senso di un “giuramento” per il mondo digitale va proprio in questa direzione. Il programma del seminario d’inizio giugno ha convocato esperti qualificati (link al programma). Dopo una prima panoramica generale sulle tecnologie digitali di oggi, il dibattito ha esplorato rischi e regolamentazioni legati al loro utilizzo in Italia e nell’UE, negli USA, in Brasile e in Cina, intrecciando soluzioni tecnologiche a questioni politiche, riflessioni filosofiche a fenomeni sociali.
«È necessario rendere visibile e sottoscrivibile un impegno concreto e universalmente condiviso – spiega Fadi Chehadé, già CEO di ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) e promotore del “giuramento” per un’etica del mondo digitale, visiting professor all’Istituto Sophia – con cui sviluppatori, tecnici e fruitori delle tecnologie digitali possano ancorare saldamente il loro lavoro su un approccio umano-centrico». Fadi Chehadé ha accompagnato le prime tappe del percorso fin dal novembre 2019, quando un primo gruppo si era ritrovato a Trento (Italia) per dare forma al progetto. In seguito, il gruppo promotore ha coinvolto studiosi in vari Paesi e ha partecipato alla consultazione pubblica promossa dall’ONU per il Global Digital Compact 2024. Oggi lo scopo del Digital Oath è preciso: suggerire linee guida e motivare eticamente gli sviluppatori e gli innovatori del mondo digitale a mettere al centro la dignità e la qualità della vita delle persone e delle comunità, il senso umano dell’esistenza, il rispetto dei diritti fondamentali e dell’ambiente. “La proposta di tradurre, per così dire, il Giuramento di Ippocrate per il mondo digitale – ricordano i promotori del convegno – è già emersa in vari studi internazionali, che sottolineano l’urgenza del tema e la responsabilità di chi crea e gestisce servizi digitali, amministra dati. Il pensiero non va solo alle nuove reti neurali ma anche ai social network, o alle criptovalute… Il nostro lavoro si aggiunge a quello di altre reti: occorre ora unire gli sforzi per una coalizione tra università, settore privato e organizzazioni impegnate nella scrittura di un codice etico, un protocollo di auto-regolamentazione di cui possano beneficiare persone, società e ambiente”. Sul nuovo sito di Digital Oath esiste una prima formulazione del giuramento a disposizione di tutti e le sottoscrizioni stanno arrivando; il testo è aperto a suggerimenti e modifiche con elaborazione progressiva. Il sito riporterà a breve anche le registrazioni e i documenti del Seminario. Anche se la strada è certamente in salita, a camminare siamo in tanti: è un orizzonte che ci riguarda tutti.
Andrea Galluzzi
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23 Giu 2023 | Chiesa, Ecumenismo
La Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa ha tenuto la sua quindicesima sessione plenaria dall’ 1 al 7 giugno 2023 ad Alessandria d’Egitto, ospitata dal Patriarcato greco-ortodosso di Alessandria e di tutta l’Africa, raggiungendo un accordo su un nuovo documento intitolato “Sinodalità e Primato nel secondo millennio e oggi”. La nostra intervista al teologo Piero Coda, presente all’incontro. Mons. Coda, può dirci che momento è stato, chi ne ha preso parte e quale l’obiettivo primario? È stata la 15a sessione plenaria della “Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa” quella che si è svolta ad Alessandria d’Egitto sotto la presidenza del Metropolita Job di Pisidia (Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli) e del Cardinale Kurt Koch (Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani), con la cordiale ospitalità del Patriarca di Alessandria Theodoros II. Si trattava di portare a termine la tappa del dialogo inaugurata dal documento di Ravenna (2007), che prevedeva, dopo la messa a punto del quadro teologico condiviso da Ortodossi e Cattolici circa l’interdipendenza nella vita della Chiesa di sinodalità e primato, l’esame storico della situazione vissuta nel primo millennio, proposto dal documento di Chieti (2016), per giungere alla descrizione della situazione vissuta nel secondo millennio, oggetto del documento approvato ad Alessandria. Per le note vicissitudini che travagliano il mondo ortodosso, il Patriarcato di Russia ha abbandonato i lavori della Commissione. Assenti ad Alessandria anche i rappresentanti dei Patriarcati di Antiochia, della Bulgaria e della Serbia, mentre erano presenti le restanti 10 delegazioni degli altri Patriarcati (Costantinopoli, Alessandria, Gerusalemme, Romania, Georgia) e Chiese autocefale (Cipro, Grecia, Polonia, Albania, Cechia e Slovacchia). In che termini è possibile parlare di Sinodalità in ambito ecumenico e quali le considerazioni emerse guardando anche al passato?
Il tema è illustrato nell’Introduzione: “Il presente documento considera la travagliata storia del secondo millennio (…) s’impegna a dare per quanto possibile una lettura comune di questa storia e offre agli Ortodossi e ai Cattolici l’opportunità di spiegarsi vicendevolmente circa vari punti, così da promuovere la reciproca comprensione e fiducia che sono requisiti essenziali per la riconciliazione all’inizio del terzo millennio”. Il risultato è un’intelligenza più chiara e condivisa delle ragioni che hanno portato – non di rado per motivi di natura storico-politica più che teologica – a incentivare una distanza che non solo ha impedito ai tentativi di riconciliazione fatti lungo i secoli di giungere a buon fine, ma ha esasperato l’interpretazione polemica nei confronti dell’altra parte e l’irrigidimento apologetico della propria posizione. Da registrare la messa in valore dell’apertura a una situazione nuova segnata dall’avvicinamento che si è prodotto nel XX secolo: il che propizia una più pertinente valutazione dell’effettivo significato e peso teologico di quanto ancora impedisce la piena e visibile unità. Quali le prospettive future? Il documento sottolinea che sono decisivi il “ritorno alle fonti” della fede e la strategia del dialogo della carità tra le “Chiese sorelle” promosso, nella scia del Vaticano II, da Paolo VI e dal Patriarca Athenagoras. Anche l’odierno impegno della Chiesa Cattolica, voluto con tenacia da Papa Francesco, a riscoprire e riattivare il principio della sinodalità stimola la speranza. Verso dove puntare lo sguardo? Il documento precisa che “la Chiesa non è correttamente compresa come una piramide, con un primato che la governa dall’alto, ma neppure è correttamente compresa come una federazione di Chiese autosufficienti. Il nostro studio storico della sinodalità e del primato nel secondo millennio ha mostrato l’inadeguatezza di entrambe queste visioni. Similmente, è chiaro che per i Cattolici la sinodalità non è meramente consultiva e per gli Ortodossi il primato non è meramente onorifico”. L’interdipendenza tra sinodalità e primato, dunque – questo il punto fermo acquisito –, è “un principio fondamentale nella vita della Chiesa. Esso è intrinsecamente relazionato al servizio della Chiesa a livello locale, regionale e universale. Tuttavia, il principio dev’essere applicato in specifici contesti storici (…) ciò che è richiesto nelle nuove circostanze è una nuova e corretta applicazione dello stesso principio”. Questa perspettiva spiana il terreno per il prosieguo del cammino e l’apertura di una fase nuova.
Carlos Mana e Maria Grazia Berretta (foto: ©Dicastero per la promozione dell’Unità dei cristiani)
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22 Giu 2023 | Chiara Lubich
Entrare nella preghiera significa ritrovare il centro dell’incontro tra l’io e la presenza di Dio nella nostra vita. Chiara Lubich, Don Pasquale Foresi e Igino Giordani, attraverso parole che si fanno oggi sempre più attuali, tracciano le linee di una spiritualità civile, di tutti, vissuta nelle strade delle città di tutto il mondo. Mi sono resa conto che i tempi moderni richiedono una preghiera un po’ particolare. Un tempo si pensava che il mondo e il cosmo fossero fermi, fissi. C’era quindi da trovare Dio attraverso le stelle, attraverso i fiori, attraverso la contemplazione, la pace, l’unione con Dio, momenti di raccoglimento, di preghiera in Chiesa, davanti al Santissimo… Adesso hanno invece visto che tutto il mondo è in evoluzione, è in cambiamento: tutto cambia, l’uomo si trova dentro in questo movimento, è ingaggiato in questa corsa verso la perfezione. E allora non può più star fermo a contemplare, deve esser partecipe con Dio di questa evoluzione, di questa creazione. Per cui tutto quello che fate, alla scuola, in ufficio, in fabbrica, è un costruire, con Dio creatore, il mondo, portare avanti il mondo. Però noi lo dobbiamo portare avanti con questo sentimento: che noi partecipiamo alla creazione di Dio; quindi, che la nostra opera è un’opera sacra; noi siamo un braccio di Dio creatore che va avanti, costruisce il mondo.
Chiara Lubich (Castel Gandolfo, 25 febbraio 1989 in “Il Respiro di Dio” a cura di Fabio Ciardi, Città Nuova, 2022, p.122-123)
Una forma di preghiera, molto importante, si può avere nel lavoro. Penso soprattutto agli operari delle fabbriche, a tutte le persone che durante il giorno sono sopraffatte da una fatica che toglie quasi la facoltà stessa di pensare e quindi, in certo senso, anche di pregare. Se con una semplice intenzione al mattino si offre l’esistenza quotidiana a Dio, si vive profondamente, durante tutto il giorno, in rapporto con Dio. E penso che quando alla sera questi lavoratori, anche se per pochi istanti perché stanchi, potranno raccogliersi con Dio, troveranno l’unità con lui: la trovano perché hanno vissuto tutto il loro lavoro in relazione a lui. E questa è appunto la cosa più importante: essere nel giusto rapporto con lui. Ed è questo in fondo ciò cui l’umanità è aperta a sentire oggi: che cioè tutto l’universo e quanto in esso si compie, religiosamente sia inteso e si possa trasformare in una grande preghiera che dal mondo si leva a Dio.
Don Pasquale Foresi (in “Dio ci chiama. Conversazioni sulla vita cristiana” Città Nuova, 2003, p.116)
Stamane m’è parso d’essermi avvicinato a Dio. Mai, credo, l’avevo sentito più vicino. La mia gioia è stata, ed è, grandissima. Sento d’aver trovato l’accesso libero per andare a Lui; e mio proposito è di non più allontanarmi. Ho vinto, per la grazia di Dio, gl’impedimenti che mi tenevano aggrappato alla terra. Ora sono in terra e abito in cielo (la mia ambizione è immane, ma la misericordia di Lui è maggiore. Lo amo tanto. Non m’intralciano più gli impulsi di vanità, di preferenze nelle amicizie. Vado direttamente a Dio, scartando questi cenci. Possono gli uomini tradirmi, calunniarmi, uccidermi: ma ho Dio; e amo loro, senza dipender da loro. Sono di Dio. Non mi serve altro.
Igino Giordani (in “Diario di Fuoco”, Città Nuova, 1992, p.196)
https://youtu.be/phX4yQqQNWQ (altro…)
16 Giu 2023 | Nuove Generazioni, Sociale, Testimonianze di Vita
È stato pubblicato oggi il primo episodio del nuovo podcast prodotto dallo United World Project. Racconta storie di changemakers che hanno deciso di avviare una nuova attività, ispirati da una scintilla che li ha spinti ad agire per migliorare la loro società.
Una scintilla può ispirare il cambiamento
Oggi, 16 giugno 2023, United World Project è felice di presentarvi il suo nuovo podcast in inglese: Sparks (Scintille). In ogni episodio vi racconteremo storie di changemakers provenienti da varie parti del mondo che hanno dato vita a un progetto, un’azienda o un’attività, dopo essere stati ispirati da una “scintilla”: una piccola luce che ha contagiato tante altre persone. Ognuno di loro ci porterà nel suo Paese, per immergerci nella sua cultura e raccontarci come è iniziato il suo progetto. Non bisogna essere Greta Thumberg o Ghandi per poter dare avvio a un cambiamento. Crediamo che ognuno di noi possa fare la differenza. Forse basta solo una scintilla.
Il primo episodio: Giving back to society one jar at a time
Restituire alla società, un barattolo alla volta. Tutti noi abbiamo grandi sogni. Quello di Mabih era lavorare alle Nazioni Unite e per anni ha fatto di tutto perché questo potesse realizzarsi. Ma non è andata come sperava. Nel 2019 si è resa conto che il sogno che stava inseguendo per poter aiutare gli altri, forse era un suo personale desiderio per potersi affermare in società. E così, lasciando che quel sogno potesse trasformarsi, la sua vita è cambiata in modi che non aveva mai immaginato prima. Oggi Nji Mabih è una piccola imprenditrice, ha 38 anni e vive in Camerun. Per continuare a leggere l’articolo, clicca qui. Per ascoltare subito la puntata su Spotify, clicca qui! Se invece preferisci ascoltare il podcast su altre piattaforme, trovi “Sparks” anche su Apple Podcast, Google Podcast, Amazon Music e Audible. Buon ascolto!
Laura Salerno
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14 Giu 2023 | Chiesa, Cultura, Sociale, Testimonianze di Vita
Il 10 giugno 2023 si è svolto in Vaticano il World Meeting on Human Fraternity, incontro internazionale sulla fraternità umana al quale il Movimento dei Focolari ha preso parte insieme ad altri movimenti ecclesiali, organizzazioni internazionali e associazioni. In rappresentanza della Presidente dei Focolari, Margaret Karram, alcuni focolarini tra cui Christian Abrahao Da Silva, che ci racconta le sue impressioni. Promuovere un processo partecipativo, per aiutare a riscoprire il significato della fraternità e costruirla insieme attraverso il dialogo, la conoscenza, momenti di incontro, parole e gesti condivisi. È con questo obiettivo che lo scorso 10 giugno si è tenuto il World Meeting on Human Fraternity, incontro internazionale in Vaticano sulla fraternità umana, promosso dalla Fondazione Fratelli Tutti e dalla Basilica Papale di San Pietro, sotto il patrocinio del Cardinale Mauro Gambetti, Arciprete della Basilica Papale di San Pietro in Vaticano, Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano. L’evento ispirato all’Enciclica Fratelli Tutti ha goduto della presenza di vari Premi Nobel per la Pace, personalità della scienza, della cultura, del diritto, delle associazioni ed organizzazioni internazionali, che hanno avuto il compito di elaborare una “Chiamata all’impegno per la Fraternità Umana”. Il documento letto da due premi Nobel, Nadia Murad e Muhammad Yunus, durante il Festival che si è tenuto in piazza San Pietro nel pomeriggio è stato successivamente firmato dal Segretario di Stato, Cardinale Parolin, a nome di Papa Francesco e dal gruppo che ha elaborato il documento. Christian Abrahao Da Silva, focolarino che ha partecipato al Meeting, ci racconta che momento è stato.
Christian, cosa ha significato per te partecipare a questo momento mondiale dedicato alla fraternità? È stato un grande onore prima di tutto. Io ed un’altra focolarina, Corres Kwak, siamo stati chiamati a rappresentare la Presidente dei Focolari, Margaret Karram e l’intero Movimento, durante questo evento dallo scopo nobile, quello di promuovere la fraternità e l’amicizia sociale tra le persone e tra i popoli, come antidoto alle molte forme di violenza e di guerre in corso nel mondo. L’incontro si è svolto in due momenti: quello di mattina che ha avuto luogo nell’antica aula del sinodo, con la presenza di rappresentanti di diversi movimenti ecclesiali e associazioni. Invece, al pomeriggio, si è svolto un grande Festival in piazza San Pietro con collegamenti fatti da varie piazze del mondo. In che modo si sono aperti i lavori? Durante la mattinata abbiamo partecipato a due tavoli di lavoro in cui è stato chiesto di rispondere essenzialmente a due domande: “cosa facciamo concretamente per raggiungere la fraternità sociale e la fraternità ambientale?” E ancora “esiste un noi?” Sono stati momenti molto belli e partecipativi. Si è molto parlato del concetto del giardino in riferimento al giardino dell’Eden, espresso da Papa Francesco in “Fratelli tutti”. Le parole più pronunciate sono state: compassione, responsabilità (politica ed economica), condivisione, promozione integrale, riconoscimento di ogni persona umana, cura, accoglienza. Una vera esperienza ecclesiale con la speranza che possa allargarsi e testimoniare capillarmente la necessità di riscoprire e rinsaldare la fraternità umana. Cosa vi ha colpito particolarmente? Oltre al gruppo dei premi Nobel per la Pace, quello dei movimenti ecclesiali e associazioni, c’era anche un gruppo di 30 giovanissimi studenti, provenienti di varie scuole italiane, accompagnati dai loro insegnanti di religione, che avevano partecipato ad un concorso con elaborati artistici di vari tipi, esprimendo con creatività la tematica del Meeting. La loro presenza donava un tocco importante di impegno delle nuove generazioni nell’educazione alla fraternità. Inoltre, le esperienze raccontate sul palco del Festival nel pomeriggio, quelle di alcuni artisti che hanno condiviso gratuitamente e con gioia i loro talenti, sono state un grande contributo. Cosa il Movimento dei Focolari porta a casa dopo questo momento? Papa Francesco rilancia la fraternità come un nuovo paradigma antropologico su cui ricostruire gesti e leggi perché “la fraternità ha qualcosa di positivo da offrire alla libertà e all’uguaglianza” (Fratelli tutti, n. 103). Questo spunto ci ha fatto venire in mente un intervento di Chiara Lubich intitolato: “Libertà, uguaglianza… che fine ha fatto la fraternità?”. Ecco, questo è stato uno di quegli eventi che ci richiamano a buttarci sempre più al centro del nostro carisma dell’unità. Inoltre, spiegando l’idea dell’evento, il Cardinale Gambetti ha davvero toccato il cuore, definendo questo momento insieme “processo ed esperienza, come una prima tappa per aiutare a riscoprire il significato della fraternità e a costruirla culturalmente perché́ essa non si dà̀ biologicamente, la fraternità ha bisogno di incontro e di dialogo, di conoscenza e di parole e gesti condivisi, di linguaggi comuni e di esperienza di bellezza”.
Maria Grazia Berretta
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