Edizione speciale Genfest 2018
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Uma moça bonita, dinâmica, “transgressiva”, a seu modo, decide empenhar seus verdes anos em coisas que valem mesmo a pena. De repente, um diagnóstico de câncer lhe deixa pouco tempo de vida e provoca uma guinada que a faz alcançar vértices de elevada espiritualidade. Ainda hoje, muitos anos após sua morte, jovens do mundo inteiro evocam e invocam Chiara Luce, como exemplo e ajuda. e a Igreja Católica a reconhece como “beata”. Editora Cidade Nova
Immaginate di scoprire nei materiali di scarto la possibilità di una forma nuova, già presente in potenza, di trasformarli in “qualcosa” di bello, utile e prezioso, che prima non esisteva. Poi, coinvolgete in questo processo virtuoso delle persone vulnerabili come, per esempio, le donne che, scontata la loro pena in carcere, fanno fatica a reintegrarsi nella società, a trovare un posto di lavoro e l’indipendenza economica. È questa la mission del “Project Lia”, un’associazione non profit e un’impresa sociale sorta nella città di Indianapolis (USA). «Da noi, queste donne che cercano di reinserirsi nella società, imparano a creare oggetti d’arredo e mobili, in un ambiente di lavoro educante, che è uno spazio di comprensione e rispetto reciproco, dove si trasformano i materiali ma anche le vite delle persone attraverso relazioni basate sulla reciprocità e la fiducia,» spiega Elizabeth Wallin fondatrice e direttore esecutivo di Project Lia «forniamo anche opportunità educative in materia finanziaria, di comunicazione, di etica aziendale, salute e benessere, oltre a promuovere la partecipazione alla vita comunitaria e sociale». Secondo le statistiche pubblicate sul loro sito, estratte da dati del Bureau of Justice, negli ultimi tre decenni e mezzo, la popolazione carceraria femminile degli Stati Uniti è cresciuta di oltre il 700 per cento. Nel 1980, erano 12.144 le donne sotto la giurisdizione statale o federale. Cifra salita a più di 100.000, nel 2015. Se a queste aggiungiamo le detenute nelle strutture carcerarie locali, in libertà sulla parola o agli arresti domiciliari, la somma raggiunge e supera il milione di donne.
«Quando queste persone escono dal carcere», continua Elizabeth Wallin «devono trovarsi un lavoro stabile e una casa, mentre cercano di riallacciare i rapporti con le proprie famiglie. Se a questo si associa lo stigma generato dal carcere e la discriminazione razziale, è molto difficile per loro riuscire a reintegrarsi, escludendo il rischio di recidiva». Per questo, Project Lia ha scelto di dedicare la sua azione alle donne. Aiutando loro, si rafforza indirettamente la famiglia e la comunità perché, secondo importanti studi, queste donne responsabilizzate pensano “comunitario”, reinvestendo il 90% del loro reddito nelle proprie famiglie. A questo punto, viene da chiedersi qual è stata l’idea ispiratrice. «Durante un mio viaggio in Argentina», comincia a raccontare Elizabeth «ho partecipato all’organizzazione di un festival giovanile dal titolo “No Te Detengas” (in italiano: “non ti trattenere”). Un festival che ha riunito oltre 1.000 giovani e che parlava di quelle gabbie in cui spesso ci imprigioniamo per paura, pressioni altrui, situazioni di comodo o pregiudizio. Tornando negli Stati Uniti, mi sono resa conto che lì, le donne uscite di prigione continuavano ad essere “trattenute” da una gabbia più grande e sistematica. Per me, Project Lia è una risposta alla paura, alle pressioni, alle comodità e ai pregiudizi di un sistema di giustizia penale e di una società che, anche dopo aver scontato la pena, continua a “trattenere” gli ex prigionieri, senza offrire possibilità di vera integrazione sociale». Insomma, un progetto inclusivo, che mira a costruire ponti di vera solidarietà sociale. L’unica curiosità che rimane da soddisfare, giunti a questo punto è il nome: perché proprio “Lia”? Elizabeth mi spiega che:«“Lia” è il nome di una donna che ha dedicato tutta la sua vita a costruire ponti tra persone di razze, culture, religioni e background sociali diversi. Il suo nome completo era Lia Brunet, era di Trento e fu una delle prime compagne di Chiara Lubich, la fondatrice del Movimento dei Focolari». Lia Brunet, nel 1961, raggiunse l’Argentina, dove sorge nel cuore della pampas la cittadella che oggi porta il suo nome. Là dove anche Elizabeth ha potuto sperimentare l’ideale di un mondo unito. Fonte: United World Project (altro…)
Le storie vocazionali sono state gravate per lungo tempo da un linguaggio e da uno stile di accompagnamento che le ha sganciate dai dinamismi umani e soprattutto dal benessere della persona, come se la “chiamata” di Dio fosse in competizione con i suoi desideri più profondi. L’analisi dei processi psicologici che sostengono una scelta sacerdotale o di vita in comune – come nasce, come si sviluppa, come matura o come si arena – ha diversi obiettivi: ridurre i miti che circondano la vocazione, riflettere sulla vita in comune nel terzo millennio (ha ancora senso?) e ricongiungere finalmente vocazione e felicità. Città Nuova ed. A mensa A mensa mancava sempre un collega. Per il suo carattere litigioso praticamente non aveva amici. Un giorno ho insistito perché venisse e in risposta mi ha confidato il suo dramma con un figlio drogato. L’ho ascoltato profondamente, poi è venuto con me a mangiare. I colleghi, vedendo la cordialità con cui parlavamo tra noi, da allora hanno assunto verso di lui un atteggiamento di rispetto. O.F. – Slovacchia Un regalo Nell’ufficio dove lavoro mi sono offerta, insieme a un’altra collega, di raccogliere i soldi per un regalo a un dipendente che stava per andare in pensione. Quando si è trattato di comprare il regalo, la collega mi ha detto che bastava spendere la metà della cifra e il resto lo avremmo diviso tra noi. Ho replicato che non mi sembrava giusto, ma lei ha aggiunto che questa era la prassi. Sono rimasta in silenzio, facendole capire che non la pensavo in questo modo. Dopo un po’ è venuta a chiedermi scusa, e da quel giorno siamo diventate amiche. F.M. – Italia Una rosa e una promessa Da tempo mi occupo di tenere aperto l’oratorio della parrocchia affinché i ragazzi abbiano un luogo dove ritrovarsi quando sono liberi da scuola. È un impegno non da poco. A volte tra i ragazzi si scatenano dei litigi e non sempre è facile riportare la calma. Una volta, per separare due che si picchiavano, ho ricevuto un pugno che era destinato a uno dei due. Dallo spavento sono fuggiti entrambi. Ma dopo poco, quello che involontariamente mi aveva colpito è tornato con una rosa e la promessa di essere più buono. F.B. – Svizzera Tirocinio Mentre sto facendo tirocinio in ospedale noto un paziente. Leggo la sua cartella clinica e vengo a sapere che, a causa del diabete, ha subìto l’amputazione di un dito e di mezzo piede. Purtroppo la sua situazione si è aggravata e i medici hanno deciso di amputargli tutta la gamba. Mi prendo a cuore la sua situazione e mi decido a parlargli del prossimo intervento. Lui si dispera, e io cerco di consolarlo. «Guarda – gli dico – ho un regalo per te, ma non è una cosa materiale». Insieme leggiamo la Parola di Vita. L’indomani, quando lo stanno portando in sala operatoria, mi vede e mi dice: «Ho fede. Crediamo insieme!». C. – Argentina Sottovoce Con una mia sorella con la quale non andavo d’accordo desideravo ristabilire un rapporto, ma non avevo il coraggio e così non mi decidevo mai. All’indomani di una notte piuttosto combattuta, la incontrai in cucina e le dissi: “Ciao”, ma così sottovoce che lei non sentì. Pensavo tra me e me: «Adesso devo ripeterlo più forte», ma anche «Ma no, ne va della mia dignità..». Ho ridetto “ciao” con voce forte e convinta. Lei è rimasta sorpresa e ci siamo sorrisi. D.B. – Italia (altro…)