17 Mar 2017 | Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Sociale
Il programma Turismo Solidale e Sostenibile che la Pastorale del turismo di Salta (Argentina) promuove da 6 anni, sostiene delle piccole comunità nelle città di Salta, Jujuy e Catamarca, al nord del Paese, valorizzandone le risorse umane e naturali, per salvare la ricchezza culturale e la diversità legata alla storia locale. Allo stesso tempo, si offre una formazione professionale per la produzione di diversi prodotti legati alla filiera del turismo, alloggi, trasporti, vendita di prodotti artigianali e alimentari (marmellate, liquori, miele, ecc…). In questo modo si cerca di evitare la migrazione delle popolazioni dalle aree rurali in quelle urbane, impedendo così l’aumentare di aree di povertà nelle grandi città e, allo stesso tempo, proteggere le piccole comunità con una ricca cultura, che sono in via di estinzione.
«Ciò che distingue questa esperienza di sviluppo locale rispetto ad altri tipi di esperienze – spiega Virginia Osorio, sociologa e ricercatrice per conto di Sumá Fraternidad – sono state le parole d’ordine “comunione e dialogo”: comunione, perché ogni attore ha messo in comune i propri talenti e le risorse per lo sviluppo del programma; dialogo, perché nel processo di sviluppo c’è stata una forte interazione tra i diversi soggetti, spesso in conflitto tra di loro. Le difficoltà, infatti, non sono mancate, ma la strategia che ha cercato di superare le problematicità è stata quella di lavorare in squadra mettendo in pratica l’ascolto attivo di tutte le parti interessate: le comunità locali, lo Stato, imprese e altre organizzazioni della società civile». E continua: «Il risultato di questa esperienza è la nascita di un nuovo prodotto e di un nuovo tipo di consumatore. Non è il concetto di turismo al quale siamo tutti abituati, ma in questa esperienza il valore aggiunto è il contatto con la ricchezza culturale delle piccole comunità rurali e, in alcuni casi, dei discendenti delle popolazioni indigene, cioè di un turismo che genera l’incontro tra le persone».
Ma ascoltiamo chi ha partecipato al programma, come Stefano, giovane turista italiano: «Sento che per alcune persone il viaggio è come vedere il mondo da una teca di vetro. Si viaggia cercando il nostro standard di vita occidentale, con le nostre comodità, la nostra sicurezza e certezza, andiamo a “consumare”, come se visitare dei posti fosse bere una bibita che poi gettiamo via. Si scattano molte foto, si acquistano souvenir, si mangia in un luogo tipico e il gioco è fatto! Un paese non è fatto di monumenti e souvenir, ma è fatto di persone che possono anche offrire ospitalità, condividendo la loro casa, la tavola, la musica: è il modo più autentico di viaggiare! “Compartir”, condividere, il verbo in lingua spagnola che ho imparato durante questo viaggio in Argentina!”. E la famiglia di María José e Pablo, argentini: «Ci piaceva questa idea di vacanza, fare delle passeggiate, conoscere nuovi paesaggi, ma soprattutto la possibilità di incontrare questi “paesaggi umani” che a volte si nascondono dietro cartoline e foto, che ci hanno permesso di entrare nella realtà di queste comunità. Una sensazione che ha attraversato la nostra esperienza è stata quella di avere rotto i nostri schemi e di farci riempire la vita da queste persone che abbiamo adesso nel cuore; sperimentare il ritmo tranquillo e profondo di questi luoghi e la vista di molteplici paesaggi che abbiamo incrociato nel nostro percorso. Adesso, arrivando in città, guardiamo diversamente, con occhi nuovi, la vita quotidiana». (altro…)
16 Mar 2017 | Cultura, Dialogo Interreligioso, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo
Da piccolo borgo medievale è divenuta uno dei principali hub della Gran Bretagna per il commercio transatlantico specie con il Nord America. Glasgow, porto fluviale sul Clyde, è proiettata verso il futuro, ma forte di una lunga tradizione culturale. Dal 1451 ospita la quarta più antica università della Scozia. In questa prestigiosa sede, che ha formato sette futuri premi Nobel e ascoltato Albert Einstein illustrare la teoria della relatività, il Movimento dei Focolari e la Società islamica Ahl Al Bait hanno organizzato, il 27 febbraio scorso, una lezione aperta su dialogo e unità tra persone di fedi diverse. “Unity of God and Unity in God”, questo il titolo della serata, ospiti il Dott. Mohammad Ali Shomali, Direttore dell’Istituto Internazionale per gli Studi Islamici di Qum (Iran), attualmente alla guida del Centro Islamico della Gran Bretagna, personalità molto conosciuta nel mondo sciita, e il Prof. Paolo Frizzi, docente di Teologia e prassi del dialogo interreligioso all’Istituto Universitario Sophia di Loppiano, vicino Firenze, dove coordina il Centro di Ricerca e Formazione “Sophia Global Studies”. Il giorno successivo, il Dott. Shomali ha tenuto una conversazione davanti ai membri del Parlamento Scozzese.
Quella tra l’Istituto Universitario Sophia e l’accademico sciita è un’amicizia di lunga data, che ha dato vita, l’estate scorsa, a un progetto di ricerca e dialogo dal suggestivo titolo “Wings of Unity”, “ali di unità”, che coinvolge un gruppo di studiosi cristiani e musulmani. Spiega il Prof. Frizzi: «Ho presentato la metodologia e l’ambiente di unità promossi dal nostro Istituto, dove lavoriamo su un approccio accademico di tipo integrato, che alla teoria affianchi l’applicazione e l’esperienza. Per esempio, nel corso sul dialogo interreligioso, siamo tre professori con background accademici ed esperienziale diversi, ma cerchiamo di sviluppare un programma comune, frutto di ascolto reciproco, una sorta di viaggio di unità in cui co-insegniamo nelle lezioni e di cui anche gli studenti sono protagonisti».
Wings of Unity, spiega il docente di Sophia, nel concreto vuole fornire uno spazio dialogico in cui, da una parte, poter approfondire cosa significa “unità in Dio e di Dio”, chiarendo elementi comuni e differenze; e dall’altro esplorare i modi in cui l’unità può essere concretamente vissuta, per sanare ferite e risolvere divisioni. «Troppo spesso le iniziative interreligiose rimangono questioni per pochi, senza un impatto concreto. Il momento attuale è delicato, dobbiamo fare i conti con la transizione verso un incerto nuovo ordine globale, dove una maggiore interconnessione e interdipendenza si stanno affiancando divisioni dolorose, che frantumano l’unità delle società. Probabilmente la globalizzazione ha fallito nel tentativo di costruire una comunità sostenibile, come le istituzioni transnazionali stanno fallendo nel garantire uno spazio sicuro dove culture e religioni possano incontrarsi, senza il rischio di perdere se stesse. Se questo è vero, d’altra parte vi sono esperienze e casi di impegno e dialogo bottom-up che, al contrario, stanno arricchendo quartieri e unificando comunità. Partono dal basso e aiutano a ripensare l’unità della diversità». Come dice papa Francesco nella Evangelii Gaudium, il dialogo accade in un mondo che non è né a piramide (dove alcuni sono in cima a molti altri) né a sfera (senza differenze di sorta), ma a poliedro, dove accade la convergenza tra tutte le parti, ognuna mantenendo una propria individualità.
Sul tema dell’identità e del confronto interviene il Dott. Shomali: «Se riflettiamo sullo sviluppo delle religioni, ci rendiamo conto che è stata sempre presente una domanda: come tenere insieme le persone, convincendole che, rimanendo nel cerchio, si sta meglio». Questa concezione ha generato distanza, in quanto esprime non tanto “chi siamo”, ma piuttosto “chi non siamo”, secondo un modello di identità basato su paura ed esclusione. Se ha funzionato nel passato, è stato perché il mondo era molto segmentato, senza grandi occasioni di incontro tra persone di fedi, etnie o culture diverse. Non così oggi, in un mondo in cui l’identità è più fragile e sfumata. Per questo, sostiene lo studioso sciita, «abbiamo bisogno di una nuova comprensione basata su cosa cosa possiamo offrire e cosa possiamo apprezzare negli altri. Rapportarsi con gli altri è essenziale. Io non posso essere un buon musulmano, o cristiano – o un buon iraniano o scozzese – se non so rapportarmi con altre persone e contenerle nella mia identità». Occorre quindi ripensare la stessa concezione di identità: «Il corpo umano ha organi diversi, ognuno con una funzione. Tuttavia, nessuno sopravvive se isolato». E conclude: «Quando guardo al Corano, vedo che questo è il piano di Dio. Nella sua creazione e rivelazione, Dio ci ha mostrato la via verso l’unità». (altro…)
15 Mar 2017 | Cultura, Dialogo Interreligioso, Focolari nel Mondo, Spiritualità
Il panorama che offre il lago Taal è bellissimo. Quest’anno appare più bello del solito. All’inizio di marzo la temperatura è ancora ottima e la sera si alza un vento fresco che soffia tutta la notte fino all’apparire di nebbie passeggere nelle ore intorno al sorgere del sole. In questo angolo delle Filippine (Tagaytay a poco più di quaranta chilometri da Manila) si svolge, ogni due anni, la scuola di formazione al dialogo interreligioso. Quest’anno il titolo scelto è “L’armonia fra popoli e religioni oggi”. La School for Oriental Religions (SOR) fu fondata nel 1982 da Chiara Lubich nel corso di un suo viaggio in Asia. Oggi la Cittadella Pace, a Tagaytay, ospita un centro di formazione, varie scuole per giovani, famiglie, sacerdoti e seminaristi, due centri di assistenza sociale, oltre alla sede della School for Oriental Religions. Dal 2 al 5 marzo si ritrovano nella cittadella circa 200 partecipanti. Provengono da Pakistan, India, Myanmar, Thailandia, Vietnam, Cina e Taiwan, Indonesia, Malesia, Singapore, Corea, Giappone e, ovviamente, Filippine. Ma sono presenti anche alcuni Europei e Sud Americani. Tutti avvertono la necessità di una formazione alla grande problematica universale della ‘diversità’. Questi corsi si ripeteranno nei loro paesi di provenienza. Ed è a questi uomini e donne che si rivolge il cardinale Louis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila e presidente della Caritas International.
Il cardinale filippino apre la scuola proponendo il tema dell’armonia. “Armonia”: un valore tipicamente asiatico. Ma, per arrivare alla sua realizzazione, bisogna tener presente che tutto cambia e, più si va avanti, più questo cambio avviene velocemente. “L’unica cosa che non cambia è proprio il cambiamento”, ha affermato Tagle, sottolineando il concetto con un abile gioco di parole inglesi. È necessario, quindi, restare aperti e non avere timore dell’ignoto e, inoltre, saper mediare fra le differenze, accettando le antitesi, le possibilità di scontro ed uscire corroborati dalla grande ricchezza che la differenza ci assicura. Tagle ha lanciato un appello perché i cattolici possano essere protagonisti di una non violenza attiva. Non si tratta di essere deboli, si tratta, piuttosto, di dimostrare che lavorare per l’armonia richiede persone che abbiano la mente ed il cuore preparato al dialogo e alla diversità. I quattro giorni di lavori hanno presentato il dialogo fra il cristianesimo e le grandi religioni orientali realizzato in diverse parti del continente: India, Thailandia, Corea e Giappone. È stato presentato il dialogo indù-cristiano, con esperienze di vita, di collaborazione in campo sociale, progetti comuni tra i Focolari e i movimenti gandhiani nel sud dell’India, riflessioni filosofiche e teologiche. È stato proposto e spiegato, anche, il canto classico indiano hindustani. Il tutto in un clima di grande chiarezza vitale e spirituale. Nei lunghi anni di dialogo sono emerse le comunanze, e anche le differenze. Ma questo non ha diminuito la spinta alla sfida del dialogo. Quest’esperienza è un contributo alla realizzazione del messaggio del Concilio Vaticano II nel costruire rapporti profondi con persone di altre fedi. Nasce una via nuova che può contribuire alla realizzazione dell’armonia sociale, politica e mondiale; non fine a se stessa, ma come passo verso una fraternità vera. (altro…)
13 Mar 2017 | Chiesa, Cultura, Focolari nel Mondo, Senza categoria, Spiritualità
Una chiesa missionaria che vive il Vangelo e condivide la vita con il popolo di Dio. È questa la direzione di marcia del suo pontificato, espressa con chiarezza e profezia nella Evangelii Gaudium. «Si tratta della presa di coscienza – spiega Coda, preside di Sophia – progressiva e combattuta, secondo cui lo stile della presenza della Chiesa al mondo e della sua missione ha da essere da cima a fondo misurato sullo stile di Gesù». A quattro anni dalla sua elezione, ancora non ci si è rimessi del tutto dalla sorpresa che suscitano le sue parole, il suo stile, i suoi gesti. Si fatica a capacitarsi di quanto sta accadendo. Egli mostra d’ispirare con radicale nitidezza il suo ministero a vivere il Vangelo “sine glossa” – senza commenti e senza compromessi. La formula, lo sappiamo, è di Francesco d’Assisi, di cui non per nulla Jorge Maria Bergoglio ha interiormente sentito da Dio di dover assumere il nome in quest’ora della storia del mondo: per dichiarare lo spirito di cui vuole animato il suo servizio come vescovo di Roma. È una formula che dice l’imperativo a non misurare il Vangelo sulla misura nostra, ma ad aprire cuore e mente alla misura a cui li dilata il Vangelo. Ma non è questo ciò cui la Chiesa d’ogni tempo è chiamata? Che c’è dunque di nuovo? In verità, la conversione e la riforma assumono in ogni tempo un tono e intraprendono una via che, essendo quelli di sempre, sono però quelli e solo quelli che rispondono alle domande e alle ferite del tempo che si è chiamati a vivere. Perciò, se la conversione chiesta ieri è, per un verso, quella stessa che è chiesta oggi, è però oggi anche un’altra rispetto a quella di ieri sotto il profilo del suo esprimersi e concretarsi storico: perché è chiamata a rispondere alla voce di Dio che ci richiama giusto a quelle parole di Gesù che lo Spirito vuol mettere in luce e farci incarnare ora. In risposta alle sfide e alle piaghe del presente. Mi sono restate impresse nel cuore le parole che Romana Guarneri, con l’acuto senso della storia che la contraddistingueva, mi diceva con un filo di voce poco prima di morire: «Il cristianesimo ha ancora da fiorire». Penso si possa intendere quest’affermazione almeno nel senso che è venuto il tempo in cui, dalla radice della fede in Cristo, può e deve sbocciare un fiore inedito, capace di stupirci tutti ancora una volta con la sua rara bellezza. E di darci nuova vita. E in fondo, che cosa sono poi 2000 anni di storia? Non s’è finora espresso, il cristianesimo, in fin dei conti solo nelle categorie d’esistenza e di pensiero dell’Europa e dell’Occidente? Provvidenziali e preziose, senz’altro, ma tutt’altro che definitive e assolute. La posta in gioco attorno a ciò che papa Francesco ha messo in moto nella Chiesa è grossa. Forse persino decisiva per la Chiesa, nella stagione del tutto inedita che l’attende. Il Vaticano II non è stato solo un punto d’arrivo, ma più un punto di nuova partenza. Niente è perso dello straordinario lascito della Tradizione, ma tutto va rigiocato nell’ascolto disarmato del soffio dello Spirito oggi. Ciò che Dio si aspetta dalla Chiesa oggi – ha detto non a caso nel 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi – è racchiuso in una parola: sinodo. Camminare insieme. Donne e uomini. Giovani, adulti, anziani. Le diverse vocazioni e i diversi carismi nella Chiesa. Le diverse Chiese. Le diverse culture e religioni e visioni del mondo. Tutti, nessuno escluso. A cominciare da chi in qualunque modo è scartato. La “mistica del noi” è il profumo, la verità e la misura di giustizia di una Chiesa in uscita. E il lievito di quel nuovo paradigma culturale che il cambiamento d’epoca, di cui siamo chiamati a essere protagonisti, con urgenza postula e invoca. Pena il collasso o la disintegrazione dell’avventura umana. A quattro anni dalla sua elezione lo diciamo con semplicità, convinzione e gratitudine: è un dono per tutti noi, non solo per i cattolici, papa Francesco. Perché ci scuote a diventare uomini e donne che, come popolo di Dio, eleggono a stella polare del cammino e a codice esigente e liberante di vita nient’altro che la bella, buona e gioiosa notizia del Vangelo. Per accenderne il fuoco – oggi come 2000 anni fa – nel cuore del mondo. La versione integrale su Settimana News (altro…)
9 Mar 2017 | Cultura, Focolari nel Mondo, Spiritualità
Città del Vaticano, 4 Febbraio 2017. A stemperare l’emozione dei 1200 attori dell’Economia di Comunione (EdC) in attesa di incontrarsi con papa Francesco nell’Aula Paolo VI, alcune testimonianze di imprenditori fra cui quella di Clem Fritschi, che esordisce così: «La mia non è la storia di un imprenditore di successo ma una storia d’amore. Dopo aver completato gli studi in Svizzera, per praticare l’inglese vado a fare il magazziniere a Londra. Qui conosco Margherita, ci innamoriamo, e siccome lei è di Torino, decido di cercare lavoro in Italia. Dopo due anni ci sposiamo e nascono due bambini. Ad un tratto l’azienda dove lavoro intende chiudere l’attività. Allora, con alcuni colleghi mettiamo insieme le liquidazioni per continuarla». È così che nasce Ridix, una società che dal 1969 importa e rappresenta sul mercato italiano tecnologia e prodotti di avanguardia nel settore della meccanica di precisione.
«Nel 1974 con la famiglia partecipiamo ad un convegno dei Focolari a Bergamo. Non è un momento felice: da poco abbiamo perso il nostro primo bambino di 10 anni a causa di un incidente. L’impatto con la spiritualità dell’unità è per noi come un toccasana, tanto da dirci con Margherita, pur fra le lacrime, di aver incontrato Dio-Amore. Torniamo a casa con una sola parola: AMARE. Amare tutti, amare anche sul lavoro. Uno dei giovani conosciuti a Bergamo mi chiede se nella ditta da me fondata può esserci un posto per lui. Così entra Ugo, poi Paolo, poi Michele: tutti e tre diventeranno soci. Il nostro motto come azienda è: “Cercate dapprima il Regno di Dio e la sua giustizia e il resto vi sarà dato in sovrappiù”. Insieme vogliamo che il nostro rapporto sia profondamente sincero: ci è permesso sbagliare e anche litigare, ma per sperimentare la presenza di Dio dobbiamo affrettarci a ricomporre subito l’unità fra noi. Il successo è sorprendente: oggi siamo 9 soci e 70 collaboratori, molti altamente qualificati su vendita, stipulazione contratti, messa in funzione dei prodotti, manutenzione, gestione. Con un fatturato annuo superiore a 30 milioni di Euro. Amarci tra di noi e cercare di amare tutti, anche i nemici: è questo il successo della Ridix che provo a descrivere a titoli.
Inclusione di persone affette da dipendenza o in difficoltà relazionale e altre provenienti dall’immigrazione da paesi poveri.
- Posti di lavoro stabili a giovani.
- Superamento di momenti di crisi con la riduzione del 20% dello stipendio di tutti, soci compresi, per non perdere posti di lavoro. Il senso di appartenenza che si ingenera con questa prassi, sempre si rivela un fattore di successo.
- In seguito all’assorbimento di un cliente da parte di una multinazionale, c’è una perdita del 20% del fatturato annuo. Per un fatto imprevisto, in una settimana il fatturato viene recuperato senza perdere posti di lavoro.
- In situazioni che sembravano irrisolvibili arriva l’ispirazione giusta per semplificare e superare la criticità.
- Possibilità di sostenere e realizzare nuove iniziative imprenditoriali.
- Una parte degli utili viene devoluta ai poveri. Grazie a tale condivisione, alla periferia di Tangeri (Marocco) 2 insegnanti musulmane hanno aperto una scuola materna in un garage, per consentire a circa 40 bambini di arrivare preparati alla scuola primaria.
Il segreto di questo successo? La comunione. Che significa trasparenza, sincerità, verità anche quando è faticoso comunicarla, tempo dedicato a costruire relazioni positive. La nostra “terra promessa” verso cui camminare è un’azienda in cui tutti siano felici. Felici i dipendenti, perché l’azienda è sana e il clima è collaborativo. Felici i clienti, per il giusto rapporto qualità/prezzo di prodotti e servizi acquisiti. Felici i fornitori, per la lunga e proficua collaborazione. A fine giornata si può essere affaticati (questo accade spesso), ma si è soddisfatti e contenti per aver fatto bene il nostro lavoro. (altro…)
8 Mar 2017 | Cultura, Famiglie, Focolari nel Mondo, Spiritualità
Se qualcuno avesse dubbi sul desiderio di famiglia, sulla serietà nel prendersi un impegno “per sempre”, sulla ricerca e condivisione di valori solidi, sui sentimenti profondi e toccanti dei giovani, dovrebbe guardare “il film” di questi giorni per ricredersi totalmente. 75 coppie di fidanzati, 11 famiglie, un luogo speciale, il desiderio di mettersi in gioco e interrogarsi sul futuro, condivisione di esperienze e sogni, confronto con esperti, punti-luce tratti dalla spiritualità dell’unità e dalle parole di papa Francesco: questi gli ingredienti per un appuntamento speciale di tre giorni che fidanzati da tutta Italia (con qualche rappresentanza da Spagna, Inghilterra, Belgio e Serbia) si sono dati a Loppiano, cittadella focolarina non lontana da Firenze, dal 10 al 12 febbraio. Un evento che si inserisce nel percorso per giovani coppie ideato da Famiglie Nuove (diramazione del Movimento dei Focolari) dell’Italia. La sfida proposta dall’équipe che si è fatta carico dell’organizzazione del corso non è semplice. A gettare luce sulle problematiche della vita a due, un programma ben congegnato, dal quale via via poter cogliere vari spunti di riflessione, a partire dalle parole di Chiara Lubich sulla possibilità di essere, proprio in quanto coppia, “semi di comunione per il terzo millennio”.
Le relazioni sulle tematiche connesse al fidanzamento, al sacramento del matrimonio e alla vita familiare sono svolte da esperti fra cui: Rino e Rita Ventriglia (neurologo-psicoterapeuta e ginecologa-sessuologa), i coniugi Vaccher (Forum delle Associazioni familiari di Treviso), don Stefano Isolan (teologo), Inaki Guerrero (psicologo). Il tutto avvalorato dalle testimonianze degli stessi relatori e di alcune famiglie animatrici. Un’eco speciale lo suscitano le esperienze di alcune famiglie di diverse parti del mondo che stanno seguendo un corso di alcuni mesi alla Scuola Loreto di Loppiano. I loro racconti, dai quali traspare uno stile di vita sobrio, ispirato dal Vangelo e dalla fiducia nella provvidenza, si dimostrano imitabili e alla portata di tutti. Non mancano i momenti di confronto e di dialogo all’interno di ciascuna coppia e con gli altri partecipanti; come pure serate speciali tra cui una cena romantica, una festosa paella e la visita alla cittadella. Alla fine dei tre giorni si fa fatica a partire per ritornare ciascuno nelle proprie città. L’impressione comune, oltre ad una gioia profonda, è di aver vissuto un’esperienza fondante, singolarmente e come coppia, e di aver raccolto energie e strumenti nuovi per progettare il futuro su basi solide e far gustare al mondo la bellezza di essere famiglia. Fonte: Famiglie Nuove online
https://vimeo.com/207262255 (altro…)