https://www.youtube.com/watch?v=8Asjy1-9mxI Dopo Noi veniamo a te (1972), Dove tu sei (1982), Se siamo uniti (1987), e insieme al Gen VerdeCome fuoco vivo (1998) e Messa della Concordia (2004), nell’anno della misericordia arriva un nuovo lavoro del Gen Rosso: Voce del mio canto, una raccolta di brani nati da una ricerca interiore sia musicale che spirituale. Entriamo nell’album con un’intervista a Lito Amuchastegui, argentino, per 20 anni nel Gen Rosso. È il compositore della maggior parte dei canti dai quali è partita l’idea per arrivare a comporre una Messa completa, che ha visto in seguito la collaborazione di Beni Enderle per alcune musiche e Valerio Lode Ciprì per alcuni testi, mentre al mixaggio finale ha lavorato Emanuele Chirco. Appassionato di musica – ha cominciato a cantare in pubblico all’età di 5 anni – Lito nel Gen Rosso ha lavorato come fonico. Voce del mio canto è l’eredità che lascia al gruppo, prima di partire per Córdoba (Argentina), sua terra natale. «Scrivere una Messa non è uno scherzo», dichiara. «Ci vuole consapevolezza: stai parlando di chi è Dio per te. Di fronte a ogni brano ho dovuto mettermi di fronte a Lui e, come in un colloquio, chiedergli: sei veramente Tu la Voce del mio canto? Sei Tu l’unico mio bene? Quando ci sono le croci sei Tu il mio Cireneo? Ne Il Cielo è con noi, un brano che mi piace molto, sono partito da una meditazione di Chiara Lubich, in cui dice che il Cielo si è rovesciato su di noi, il Cielo infinito: “e tu sei nato fra noi e hai portato il profumo del cielo, tu sei morto per noi, sei puro amore, sei amore divino”; si tratta quindi di una domanda su Dio, non a livello teologico o storico, ma su chi è Dio per me. Per questo dico che è stata una ricerca spirituale». Voce del mio canto è, quindi, soprattutto un’esperienza: preghiera, gioia di sentirsi amati da Dio. Ma com’è nata l’idea di una Messa cantata? «Lo spunto è partito dalla voglia di fare musica; mi sono portato la chitarra in vacanza e ho scritto di getto Quelli che amano te. Poi, l’ho musicata e condivisa con chi era con me ed è piaciuta. Da lì sono andato avanti e sono venuti fuori 11 brani, più due che avevamo già. Perché una Messa? Si vede che Dio mi parlava così: “Voglio aiutarti a che tu mi dia più gloria”. È partito da lì». Quali storie ci sono dietro ogni canzone? Lito Amuchastegui rivela di aver messo dentro i brani un po’ delle sue radici: «In una canzone si parla di Pane della Madre Terra. La Madre Terra per noi americani del sud è molto sentita, viene dalle tradizioni indigene. Inoltre, sono stato in Uruguay, dove ho conosciuto il “candombe” che ha dei tratti afro americani ed ho voluto lasciare l’impronta dell’esperienza fatta con i musicisti uruguayani nel Santo: un popolo che canta e loda Dio, un popolo di strada, con tamburi, come il Re Davide che cantava e danzava davanti all’Arca dell’Alleanza. Oppure, Niña de Nazareth, una canzone che avevo scritto prima ancora di arrivare nel Gen Rosso e non ero mai riuscito a mettere in musica. Lavorandoci con Beni Henderle, in due ore è venuta fuori. Per altre, invece, è stato più faticoso: del Kirie Eleison, ad esempio, ho fatto 7 versioni. Volevo comunicare l’esperienza che Dio ci ama; anche la misericordia nasce dal suo essere Amore. Il resto è relativo, ma questo per me è come un chiodo fisso». Cosa consiglieresti a chi vuole suonare queste canzoni? «Consiglierei che non sono canzoni da cantare, ma canzoni da vivere. Augurerei alle persone che vogliono riprodurle in un gruppo, una parrocchia, un coro, di poter fare questa esperienza con Dio. Di “entrare” nei brani. Mettersi dentro con l’anima, perché possa emergere l’interpretazione giusta». Elenco brani:
La crisi dei rifugiati in Europa ha scosso tutto il mondo, con le sue cifre e i suoi morti, le frontiere chiuse, insieme alla grande generosità di tanti. Questa notizia ci arriva dall’Indonesia e a parlare sono i Giovani per un Mondo Unito della città di Medan (4 milioni di abitanti). «I numerosi rifugiati accampati in Grecia ci interpellavano. Volevamo fare qualcosa. Abbiamo così deciso di vivere la nostra Settimana Mondo Unito 2016 organizzando un concerto per ricavare fondi per loro. Era anche un modo forte di affermare che la pace è possibile e comincia da noi stessi, da gesti concreti». «Avevamo due mesi a disposizione; non era molto, ma ci siamo detti che ce l’avremo fatta e ci siamo messi a lavorare andando oltre la stanchezza fisica e le difficoltà economiche. Per coprire le spese dell’organizzazione siamo andati a suonare nei ristoranti, ma anche la provvidenza di Dio non è mancata e siamo riusciti a pagare l’affitto della sala, di parte del sound system e altre spese varie». «Quando ho visto tutti quei giovani davanti a me – racconta Ika –, ho cercato di non pensare a me stessa ma ai rifugiati ed ho preso coraggio». Dal punto di vista tecnico – confessano con semplicità – «ci sono stati tanti sbagli, ma l’atmosfera di entusiasmo e di gioia dei circa 350 partecipanti ci ha convinti che ne è valsa la pena!». Anche un coro di una università cattolica e 4 cantanti hanno voluto dare il loro contributo al concerto per la pace». «Il ricavato di € 600, corrisponde a 3 o 4 mesi di stipendio base in Indonesia, non è tantissimo, ma siamo stati molto felici perché abbiamo potuto dare la nostra goccia per i nostri fratelli in difficoltà». «È stata una esperienza straordinaria – ribadisce Randi –. Ho sentito forte che le differenze, sia di religione che di etnia, in verità sono belle. Spero che tanti cuori siano stati toccati e comincino ad amare con gesti concreti». «Su un murales intitolato “Let’s bridge”, i partecipanti hanno scritto il loro impegno per costruire la pace».(altro…)
Adam Biela – allora preside della facoltà di Scienze Sociali dell’Università Cattolica di Lublino – è all’origine del conferimento del primo dottorato h.c. alla fondatrice dei Focolari Chiara Lubich (1920-2008). A quella di Lublino ne sarebbero seguiti infatti altri 15 in tutto il mondo e nelle più diverse discipline. Nella Laudatio il prof. Biela aveva parlato di “rivoluzione copernicana”, introducendo l’idea di un nuovo paradigma per le scienze sociali. A lui abbiamo chiesto le motivazioni che lo spinsero a promuovere il dottorato. «Nella mia Laudatio avevo spiegato le principali motivazioni del conferimento del Dottorato Honoris Causa in Scienze Sociali alla fondatrice del Movimento dei Focolari, Chiara Lubich, da parte dell’Università Cattolica di Lublino nel giugno 1996. Un filosofo americano della scienza, Thomas Kuhn (1962), vedeva la rivoluzione copernicana come quella che meglio in tutta la storia della scienza illustra la natura della rivoluzione scientifica. L’essenza del paradigma nella visione di Kuhn è un cambiamento di mentalità nella sua stessa natura. Copernico dovette cambiare il sistema geocentrico consolidato che funzionava non solo nella scienza della sua epoca, ma anche nella cultura, tradizione, percezione sociale, pure nella mentalità delle autorità religiose e politiche. E lo fece per una via ben preparata, empirica, metodologica e psicologica. In modo simile Chiara Lubich ha creato attraverso la sua attività sociale un’ispirazione rivoluzionaria per costruire un paradigma nelle scienze sociali. In una situazione estremamente difficile e rischiosa nel 1943 a Trento ha deciso non solo di scappare dall’emergenza della propria vita, ma insieme agli amici ha deciso di aiutare altre persone che erano in condizioni molto più difficili per sopravvivere. Ha deciso di affrontare il rischio dei bombardamenti della guerra per stare con bambini soli e anziani bisognosi di aiuto. Un tale tipo di esperienza ha fatto riscoprire la comunità in quanto modello di vita reale e ha permesso di realizzare e chiarire il carisma dell’unità. Comunque lo sviluppo di questo carisma dimostra che esso è un’attualizzazione concreta e pratica di una nuova visione delle strutture sociali, economiche, politiche, di educazione e dei rapporti religiosi, che consiglia, raccomanda, suggerisce, educa e promuove l’unità con altre persone. Nella mia laudatio ho usato il concetto di paradigma dell’unità per sottolineare l’attività sociale di Chiara Lubich e del Movimento dei Focolari nel costruire delle strutture psicosociali per l’unità in vari ambiti. Per esempio, nell’Economia di comunione, nella politica (Movimento Politico per l’Unità), nei mass media (giornalisti per l’unità – Net One ndr), nei rapporti ecumenici e interreligiosi (i centri per l’ecumenismo e per il dialogo interreligioso)». Il 3 e 4 giugno a Lublino, nell’Università oggi intitolata a Giovanni Paolo II, si svolge un congresso accademico dal titolo “Conflitto, dialogo e cultura dell’unità”. Quale il suo scopo? «L’Università Cattolica Giovanni Paolo II di Lublino nel giugno 1996 ha davvero trovato una via metodologica per esprimere la novità, l’originalità, il valore euristico e applicato del carisma dell’unità non solo nelle scienze sociali ma anche in altre discipline. Siamo veramente felici che il nostro messaggio sul valore metodologico del carisma dell’unità abbia trovato comprensione in così tanti centri accademici nel mondo che hanno conferito a Chiara Lubich delle lauree honoris causa. Il concetto del paradigma dell’unità è una grande ispirazione che inciterà le scienze sociali a costruire un proprio paradigma di ricerca con una forza e potenzialità mentale e metodologica da poter donare una nuova visione del mondo sociale. Pertanto il Congresso Conflicts, Dialogue and Culture of Unity analizzerà quanto la ricerca e la pratica ispirate dal paradigma dell’unità che è fondato sulla spiritualità dell’unità possono risolvere le questioni concettuali e applicate riguardanti la costruzione dell’integrazione sociale, economica e politica nell’Europa contemporanea e nel mondo». (altro…)
Il Workshop Interdisciplinare “Il Varco” a Montefalcone Appennino nelle Marche, in Italia, è un’attività culturale, interdisciplinare che coinvolge le discipline di architettura, musica, cinema, letteratura ed è già arrivata alla quarta edizione.
Il nome stesso, ‘Il Varco’, indica la possibilità di mettersi insieme in diverse discipline per affrontare i varchi, queste strettoie che a volte l’attuale società ci impone. Anche quest’anno si svolgerà a Montefalcone Appennino dal 27 al 31 luglio e avrà per tema : Il Varco delle Emozioni.
Sono previsti momenti comuni a tutte le discipline, momenti di lavoro distinto e momenti aperti alla cittadinanza.
Quest’anno per l’architettura durante i momenti dedicati alla disciplina si approfondirà il tema dell’ Architettura al limite: al limite di risorse e di condizioni in preparazione ad un viaggio a Quito in Ecuador previsto nel prossimo novembre. «Lì avremo la possibilità di approfondire ulteriormente il tema e di realizzare sistemi costruttivi in uno dei paesi colpiti dal terremoto, insieme alle persone del posto – scrivono gli organizzatori – A questo progetto abbiamo iniziato a lavorare in collaborazione con l’AMU e col al gruppo FEPP (Fondo Ecuatoriano Populorum Progressio).
Alleghiamo la locandina e vi aspettiamo….al Varco!!!».