Buon viaggio Fon Njifua Lukas, re di Fontem

Da destra: Fon Njifua Lukas (Fontem) , Chiara Lubich, Fon Njiendem Joseph (Fonjumetaw)

Fon Lukas Njifua (3° da destra) con Maria Voce e Giancarlo Faletti nel 2009

Da destra: Fon Njifua Lukas (Fontem) , Chiara Lubich, Fon Njiendem Joseph (Fonjumetaw)

Fon Lukas Njifua (3° da destra) con Maria Voce e Giancarlo Faletti nel 2009
Rio Tercero è una graziosa città della provincia di Cordoba, in Argentina. Situata in una zona agricola e di allevamento di bestiame, verso la metà del 900 ha visto un moltiplicarsi di industrie (tra le più importanti la Fabrica Militar Rio Tercero, tristemente famosa per le esplosioni dolose che vi si sono verificate nel 1995) che ha portato con sé un incremento demografico notevole. Non mancano le sfide sociali soprattutto nei quartieri periferici dove la violenza è all’ordine del giorno per mancanza di lavoro e istruzione. Estela, dentista di professione, ha avuto, 6 anni fa, il compito dal suo parroco di occuparsi della Caritas, con la richiesta precisa di far conoscere la spiritualità dell’unità in questa struttura della Chiesa. Ha iniziato chiedendo la collaborazione di persone di buona volontà all’uscita della Chiesa. Se lo faceva lei, che di tempo ne aveva poco, tra lavoro, figli e nipoti…. altre avrebbero potuto farlo. Con l’equipe che si è costituita va a visitare le famiglie dei quartieri più poveri: in genere giovani mamme con figli o mariti alcolizzati o drogati. Si comincia con la “Tienda”, una boutique dove poter prendere capi di vestiario per tutta la famiglia. Arrivato l’inverno, tutte cercavano coperte calde… ma non erano sufficienti. Si decide di fabbricarle. È iniziato così un laboratorio con 28 giovani mamme. I rapporti sono cresciuti, le donne si sentivano valorizzate e stimate. Estela ha proposto a tutte di cominciare a meditare e vivere ogni mese una parola del Vangelo. Finito l’inverno, nessuno voleva andare via. Che fare? «È venuta l’idea di fare del pane, racconta Estela. Abbiamo iniziato con un forno domestico. Ognuna portava la farina, il lievito e si faceva insieme il pane per la propria famiglia, con alcuni pezzi da vendere, il cui ricavato andava a ciascuna di loro. Ma era troppo poco. Ho informato dell’attività il consiglio pastorale della parrocchia e mi hanno incoraggiata, non solo con le parole, ma con una somma di denaro per comperare un forno più grande. L’iniziativa è stata comunicata a tutti i parrocchiani e la gente ha cominciato a portare la farina. Si è costruito così un ponte di unità tra la gente della parrocchia che sta al centro della città e le donne che vengono dai rioni periferici con i figli perché non avevano dove lasciarli». Ma andare a vendere il pane con i figli dietro non era possibile.
Sono nate così attività per i bambini, con programma di appoggio extra curriculare e con attività ricreative svolte dai giovani della parrocchia. «Con il tempo, il rapporto tra mamme e figli è cambiato. Cercavamo di fare apprezzare ai figli il lavoro delle mamme e d’altro canto, anche i figli erano spronati a studiare meglio vedendo lo sforzo della mamma per guadagnare qualcosa». Col tempo l’attività è diventata pubblica: il pane si vende a vari negozi in città e il comune si è interessato, volendo partecipare con un progetto di sviluppo. Risultato: un vero panificio, con 4 grandi forni, le attrezzatture necessarie e una grande quantità di farina. Si dà il via a una micro azienda, dove le stesse lavoratrici ne diventano imprenditrici. Attualmente ce ne sono 4 con la responsabilità del panificio, che serve regolarmente scuole, pizzerie e altri panifici. «Anche se si tratta di una piccola attività – commenta Estela – è comunque una fonte di lavoro; ma la cosa più importante è la formazione integrale fatta con ciascuno e con le loro famiglie». Un lavoro che continua a contagiare altri. (altro…)
Sullo sfondo delle tensioni che segnano l’attualità in Egitto, si apre al Cairo la terza edizione del Living Peace Festival. Nato nel 2011 da un insegnante di inglese al El Rowad American College del Cairo come progetto di educazione alla pace, il Living Peace coinvolge oggi oltre 25.000 studenti in tutto il mondo. Domenica 6 aprile 2014 avrà luogo il terzo appuntamento mondiale.
Living Peace è caratterizzato dalla partecipazione in prima persona di studenti e docenti nella creazione di iniziative di educazione alla pace, in una rete mondiale di persone e istituzioni. L’adesione permette a ogni scuola di sviluppare progetti secondo le proprie possibilità, favorendo la creatività dei ragazzi con la consapevolezza di contribuire a una finalità comune. Questo crea una dinamica di partecipazione che entusiasma le diverse componenti della scuola, rafforzando la solidarietà tra allievi, insegnanti, direttori e genitori, con una ricaduta anche sulla società civile. Al Cairo, ad esempio, Living Peace coinvolge ragazzi e insegnati di venti scuole, musulmani e cristiani. In altri Paesi i risultati del progetto vengono presentati alle autorità civili (Uruguay, Spagna, Malta e Lussemburgo) e alla televisione (Corea e Brasile). Ma anche con azioni di strada, dove la scuola coinvolge la città in iniziative giovanili a favore della pace e della fraternità. Di particolare rilievo quelle rivolte a situazioni di crisi, come per alcune scuole del Giappone colpite dallo tsunami nel 2011 e della Siria martoriata dalla guerra. Fin dai primi passi Living Peace ha suscitato interesse da parte di istituzioni internazionali. «Siamo stati invitati al World Peace Forum 2011 a Schengen, in Lussemburgo – racconta Carlos Palma, ideatore dell’iniziativa – per raccontare dei nostri progetti. Da allora abbiamo partecipato ogni anno al Forum e siamo entrati in una rete di rapporti sia con personalità delle Nazioni Unite che dell’Unione Europea, che sostengono e incoraggiano il nostro sforzo a favore della pace». Il Movimento dei Focolari appoggia il progetto attraverso AMU e Umanità Nuova. Per seguire la diretta internet: http://live.focolare.org/ipf (6 aprile 2014, 10:30 CEST, UTC+2). (altro…)
Lidia e Loris, hanno 3 figli di 11, 9 e 6 anni, nati in città diverse, perché dopo il matrimonio, si sono trasferiti prima in Veneto, poi in Alto Adige e in Trentino. Alla proposta del marito di ritornare nella città di origine, Crotone, in Calabria, così reagisce Lidia «Il mio primo pensiero è andato ai figli e alle maggiori possibilità che avrebbero avuto se fossimo rimasti al nord, ma alla fine mi sono convinta: la nostra città sul mare è bellissima, conosciamo persone dalle menti brillanti e i nostri figli, una volta adulti, avrebbero scelto da soli cosa fare». «Proprio perché amiamo la nostra terra, desideravamo cambiarla in meglio! – raccontano – Ci siamo resi conto però che non era possibile mettere in atto nessuna rivoluzione, ma bisognava cominciare dalle piccole cose. Così siamo partiti dal mondo della scuola. Io con i compagni di classe dei nostri bambini, e Loris con i suoi studenti. È insegnante di tedesco, ma il primo impiego a Crotone è stato come insegnante di sostegno. Per iniziare ha contattato l’insegnante della scuola elementare del ragazzo affidatogli per capire meglio le sue problematiche e ha instaurato con lui un rapporto di fiducia, e poi anche di amicizia. Più volte, la sua intermediazione ha risolto seri problemi di comunicazione tra la scuola e i genitori.
Inoltre, da quasi 3 anni nella nostra città, gestiamo un centro di aggregazione giovanile. Quando ci siamo trasferiti, Loris ha dato vita alla “Associazione Amici del tedesco” che ha vinto un bando di “Fondazione con il sud”. Ci occupiamo di ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 16 anni, ai quali proponiamo attività ludico-ricreative, ma anche di recupero di materie letterarie, matematica, inglese e italiano per gli studenti stranieri». L’Associazione ha vinto di recente un altro concorso che riguarda la riqualificazione di un bene confiscato alla mafia, a S. Leonardo di Cutro (sul mar Ionio in Calabria). Spiega Lidia: «Diventerà un Ostello della Gioventù, anche ad uso di famiglie che non possono pagare grandi cifre per fare vacanza. Siamo nella graduatoria di un progetto per la formazione di ragazzi che hanno abbandonato la scuola, sostenuto dal Ministero delle politiche giovanili». «Tutto questo pensiamo sia scaturito dall’amore di Dio, probabilmente da un disegno che ancora non conosciamo, ma fondamentale è l’amore reciproco tra me e Loris, perché non è affatto facile lavorare insieme. Siamo molto diversi, e questo è anche positivo, ma a volte è difficile perché vediamo le cose in maniera diversa. Ma poi discussioni e incomprensioni passano e si ricomincia.
Il positivo che ne emerge è anche frutto dell’amore che i nostri figli hanno per noi: con tanta pazienza sopportano tutti i nostri via vai, i nostri impegni organizzativi, gli spostamenti. Molto spesso capita che vengano con noi e questo li aiuta a confrontarsi con la parte della società civile più dimenticata, più problematica. È per loro fonte di riflessione e di crescita». Fonte: http://www.famiglienuove.org/ (altro…)
Ultima tappa del viaggio nel nord est del Brasile, per la presidente e il copresidente dei Focolari, prima di proseguire per Belem: è il CEU, Condominio Espiritual Uirapuru, nel cuore di Fortaleza, capitale del Cearà. Nella hall dell’hotel che sorge nel Ceu, gestito dalle Suore dorotee, ad accogliere Maria Voce e Giancarlo Faletti, ci sono Moises di Shalom, Nelson fondatore – insieme a Frei Hans – della Fazenda da Esperança, don Renato Chiera, della Casa do Menor, la superiora del convento delle Carmelitane e la priora delle Benedettine. Per citare solo alcuni dei fondatori e responsabili delle comunità che hanno costruito loro case su una vasta area che ha il nome di Fazenda Uirapuru. È il nome della proprietà donata dall’imprenditore Benedito Macedo, che sognava di contribuire alla soluzione delle piaghe sociali della regione. Noto per le sue bellezze naturali, il Cearà non è dissimile da tanti altri Stati del Brasile per il grave squilibrio sociale, che significa povertà, servizi carenti per sanità e istruzione. Fattori che favoriscono spaccio di droga, prostituzione, violenza, abbandono. Al Ceu ha sede il “Cammino” che apre prospettive di integrazione agli ex detenuti; i malati di Aids scoprono una possibilità di futuro col “Sole Nascente”; bambine e adolescenti vittime di violenza riacquistano dignità nella “casa di Santa Monica”. Giovani scoprono il fascino della contemplazione nella via aperta dal Carmelo o dal Monastero benedettino. L’elenco sarebbe lungo. “Tutti noi siamo qui in risposta ad una doppia chiamata – ci dice la superiora del Carmelo, Madre Bernadete – la chiamata del nostro carisma e ad essere una immagine viva della Chiesa dell’unità, per testimoniare la fecondità e ricchezza della comunione tra i vari carismi”.