«Finisca il rumore delle armi! La guerra segna sempre una sconfitta per l’umanità». Parole gravi e severe di papa Francesco durante la veglia in piazza San Pietro per la pace in Siria, in Medio Oriente e in tutto il mondo. Nei giorni precedenti erano arrivate, incalzanti, adesioni da ogni dove. Da Amman, in Giordania, dove si trovava, anche l’adesione di Maria Voce a nome dei Focolari. Centomila persone pregano con Francesco durante quattro ore, in un silenzio imponente. Ovunque raccoglimento e compostezza. Questa volta non ci sono distintivi, né bandiere o cartelloni per dire le diverse appartenenze. S’impone, fin dall’inizio, solo la preghiera. Il Papa accoglie e venera l’icona della Salus Populi Romani. Poi un lungo intenso rosario che sembra recitato da una sola voce. Ma di più. Si percepisce pian piano l’istaurarsi di un colloquio con Maria, una sorta di a tu per tu che abbraccia l’intera piazza e riflette fiducia in Lei, madre di tutti, regina della pace. Tra la folla almeno un migliaio di musulmani raccolti qua e là a piccoli gruppi. In una decina, al di fuori delle transenne, recitano ad alta voce versetti del Corano e si uniscono così alle Ave Maria. Si respira un’atmosfera di rara universalità in quella Piazza. Ad ascoltare tutti è l’unico Dio. La meditazione di Papa Francesco è densa, spirituale. Il suo volto è serio, concentrato. Prende spunto dalla Genesi, parla dell’armonia del creato voluta da Dio e del caos scatenato dall’uomo per la violenza e la contesa e «chiede alla coscienza dell’uomo: “Dov’è Abele tuo fratello?”». «Anche a noi è rivolta questa domanda e anche a noi farà bene chiederci: Sono forse io il custode di mio fratello? Sì, tu sei custode di tuo fratello! Essere persona umana significa essere custodi gli uni degli altri!». Invece quando si rompe l’armonia, «il fratello da custodire e da amare diventa l’avversario da combattere e da sopprimere». «Questa è la verità: in ogni violenza e in ogni guerra noi facciamo rinascere Caino. Noi tutti!», afferma con forza papa Francesco, «e anche oggi alziamo la mano contro chi è nostro fratello». «Abbiamo perfezionato le nostre armi, la nostra coscienza si è addormentata, abbiamo reso più sottili le nostre ragioni per giustificarci… La violenza, la guerra portano solo morte, parlano di morte! La violenza e la guerra hanno il linguaggio della morte!». «Possiamo uscire da questa spirale di dolore e di morte? Possiamo imparare di nuovo a camminare e percorrere le vie della pace?», si domanda il Papa. «Sì, è possibile per tutti!». Un applauso scrosciante, seppure breve, gli dà ragione. Ed egli continua: «Questa sera vorrei che da ogni parte della terra noi gridassimo: Sì, è possibile per tutti! Anzi vorrei che ognuno di noi, dal più piccolo al più grande, fino a coloro che sono chiamati a governare le nazioni, rispondesse: Sì, lo vogliamo!». E poi, quasi a mo’ di confidenza, prosegue: «Come vorrei che per un momento tutti gli uomini e le donne di buona volontà guardassero alla croce! Lì si può leggere la risposta di Dio: lì, alla violenza non si è risposto con violenza, alla morte non si è risposto con il linguaggio della morte. Nel silenzio della croce tace il fragore delle armi e parla il linguaggio della riconciliazione, del perdono, del dialogo, della pace. Vorrei chiedere al Signore, questa sera, che noi cristiani, i fratelli delle altre religioni, ogni uomo e donna di buona volontà gridasse con forza: la violenza e la guerra non è mai la via della pace!». Papa Francesco invita ognuno dei presenti a guardare nel profondo della propria coscienza, «vinci le tue ragioni di morte e apriti al dialogo, alla riconciliazione, guarda al dolore di tuo fratello e non aggiungere altro dolore». Conclude: «Perdono, dialogo, riconciliazione sono le parole della pace: nell’amata Nazione siriana, nel Medio Oriente, in tutto il mondo. Diventiamo tutti, in ogni ambiente, uomini e donne di riconciliazione e di pace». La preghiera poi continua. Prolungati silenzi, litanie, preghiere, canti. Una lunga adorazione eucaristica, per molti dei presenti forse la prima esperienza. Tutti orientati verso quell’ostia nell’ostensorio, verso quel Dio che lì, sacramentalmente presente, appare come forse poche volte, il cuore del mondo. E a Lui si prega. Alle coscienze si è nuovamente appellato papa Francesco all’indomani, 8 settembre, durante l’Angelus della domenica. E’ tornato a parlare di pace «in questo momento in cui stiamo fortemente pregando» per essa, e a denunciare il male. Ha esortato a «dire “no” all’odio fratricida e alle menzogne di cui si serve, alla violenza in tutte le sue forme, alla proliferazione delle armi e al loro commercio illegale». E, a braccio, ha incalzato: «Questa guerra di là, questa di là – perché dappertutto ci sono guerre – è davvero una guerra per problemi o è una guerra commerciale per vendere queste armi nel commercio illegale?». E’ tempo di dire “no” ai conflitti, all’odio, alle violenze verso i fratelli. Ma per pronunciare questo “no” «è necessario che ognuno di noi prenda la decisione forte e coraggiosa di rinunciare al male e alle sue seduzioni e di scegliere il bene, pronti a pagare di persona». Infine ringrazia tutti i presenti, come aveva fatto alla conclusione della veglia notturna. «Andiamo avanti con preghiere e opere di pace» perché «cessi subito la violenza e la devastazione in Siria e si lavori con rinnovato impegno per una giusta soluzione al conflitto fratricida. La ricerca della pace è lunga. Richiede pazienza e perseveranza». di Victoria Gómez (altro…)
1° settembre: accorato “grido” di papa Francesco per la pace in Medio Oriente.30 e 31 agosto: ad Amman s’incontrano 500 giovani ed adulti, laici e sacerdoti, religiosi e vescovi, che rappresentano il Movimento dei Focolari in questa parte di mondo. Sono arrivati dalla Grecia fino all’Algeria (eccezion fatta per Libia e Tunisia). Presenti anche dal Marocco, dalla Siria, dall’Iraq e da alcuni Paesi del Golfo Persico, dagli Emirati Arabi. Sono momenti tutt’altro che facili in questa terra, e molti hanno fatto l’impossibile per essere presenti alla visita di Maria Voce e Giancarlo Faletti. Dalla Siria è arrivata una lettera accolta da un applauso scrosciante. “Sapete che viviamo un tempo difficile […] in mezzo a questo dolore, continuiamo nonostante tutto a costruire ponti di amore e di unità con gli altri […] seminiamo la speranza nell’umanità sofferente attorno a noi, riempiamo i cuori tristi con la presenza di Dio, facciamo di tutto per portare l’amore agli altri. […] Preghiamo oggi con voi per la Pace tanto minacciata nel mondo e nel Medio oriente, soprattutto in Siria, Egitto, Libano ed Iraq e perché trionfi l’amore di Dio nel mondo”. C’erano cristiani di un mosaico di Chiese (cattolici, copto-ortodossi, greco-ortodossi e greco-cattolici, maroniti, armeni, caldei, siro-ortodossi e siro-cattolici), ed una nutrita rappresentanza di musulmani provenienti dall’Algeria, ma anche da Marocco, Turchia e Giordania. Uno spaccato che fa dire che l’idea dell’unità non è utopia; come ha detto Maria Voce: «Vedendovi, come si fa a dubitare del mondo unito!» Si è respirata per due giorni aria di fratellanza vera. Chiara Lubich era stata in visita ad Amman nel novembre 1999; ma già nel ‘69 aveva affermato che “in tutto il Medio Oriente ci sono i focolai di guerra, per cui la pace è sempre in pericolo: cosa possiamo fare noi che portiamo l’ ideale dell’unità? Dobbiamo fare che questi fratelli si amino, questo corpo deve risanarsi. Qui ci deve essere la salute dell’umanità.” Le esperienze dei diversi Paesi hanno sottolineato come i passi fatti dai Focolari siano mirati a questa finalità: portare il dialogo come via alla pace. Si è partiti dall’Algeria e Turchia, a raccontare come si è sviluppato il dialogo con i musulmani e quello ecumenico con gli ortodossi. Non è stato un cammino facile: tutt’altro! Chi partecipa a questa esperienza non ha reticenze nell’evidenziarne le criticità, ma anche la decisione di andare avanti. Fino al febbraio del 2012, quando nella sua visita a Tlemcen, Maria Voce ha confermato che in Algeria c’è la presenza di musulmani dei Focolari. Non meno profetiche sono le piccole grandi storie di come il Movimento è iniziato in Turchia, Grecia, Cipro, Libano, Terra Santa, Giordania, Siria, Iraq e Egitto. Si tratta di Paesi, dilaniati in un momento o nell’altro, dalla guerra, dove, nonostante le difficoltà, questo spirito ha trovato le strade per svilupparsi anche con attività di assistenza sociale, oltre che di impegni nel quotidiano per guarire ferite dolorose. E come ha fatto notare Mons. Giorgio Lingua, nunzio per la Giordania e l’Iraq, il dialogo è un rischio, ma costruisce rapporti di fiducia reciproca che si cementano nel tempo. Dal canto suo il Prof. Amer Al Hafi, musulmano, vice-direttore del prestigioso Royal Institute for Inter-faith Study di Amman, ha affermato: “Il dialogo è una grazia di Dio per noi. Attraverso il dialogo, io capisco quanto è grande Dio che ci permette di gustare la diversità”. L’incontro con Maria Voce e Giancarlo Faletti ha affrontato le problematiche attuali di questa parte di mondo… che toccano tutti da vicino, come difficoltà quotidiane e la morte, per arrivare ai problemi che la guerra crea a famiglie e al loro futuro. Sono emerse anche le barriere esistenti fra i vari Paesi della regione e si è approfondito il rapporto fra musulmani e cristiani ed il ruolo dei musulmani all’interno dei Focolari. Alla conclusione, Maria Voce ha invitato tutti ad un momento di silenzio per chiedere il dono della pace: “mettendoci di fronte a Dio per porci al suo servizio, dicendogli di usarci come strumenti di pace […] in tutti questi Paesi”. Dall’inviato Roberto Catalano Foto: Claude Gamble (altro…)