115 parlamentari della Interparliamentary Assembly on Orthodoxy (I.A.O.) partecipano alla loro 24ª Assemblea generale, ospiti il 26 e 27 giugno 2017 del Parlamento italiano a Montecitorio. Provengono dai Parlamenti di 46 paesi dei 5 continenti. Particolarmente consistenti le delegazioni di Cipro, Georgia, Grecia, Kazakistan, Federazione Russa, Siria e Ungheria. Hanno voluto far precedere l’inizio dei lavori da una visita, domenica 25 giugno, al Monastero Bizantino di San Nilo a Grottaferrata (Roma), e da un incontro del Bureau Internazionale della I.A.O. con Maria Voce, presidente dei Focolari, al Centro internazionale di Rocca di Papa (Roma). Leggi il comunicato stampa(altro…)
«È nato a Kinshasa il Movimento Politico per l’Unità !». Con queste parole l’onorevole Upira Dieudonné, sabato 29 ottobre 2016, ha solennemente concluso il primo incontro, a Kinshasa, del Movimento Politico per l’Unità. «L’attuale situazione politica nella Repubblica Democratica del Congo è delicata, ci sono forti tensioni politiche e sociali. Pochi mesi fa, ci sono stati scontri che hanno causato la morte di diverse persone. Il potere costituito e l’opposizione radicalizzano talvolta le loro posizioni», scrivono. Allora c’è da domandarsi come sia stato possibile arrivare a questo appuntamento. «È stato dopo la partecipazione al congresso di Roma, nel giugno scorso, con politici di tutto il mondo, che l’onorevole Dieudonné Upira (deputato nazionale dell’opposizione nella RDC) e la Signora Georgine Madiko (deputata onoraria, membro dell’Ufficio dell’Assemblea Nazionale, attualmente responsabile politica di una cellula di un partito della maggioranza presidenziale) hanno deciso di fare qualcosa per il loro Paese», spiegano. Al di là delle differenze politiche, i due deputati al ritorno da Roma approfondiscono la loro amicizia, scambiandosi le loro diverse opinioni. Ora, insieme, sognano di formare dei giovani perché siano leader in politica. Come affermano, si tratta «di una formazione alla vera politica, una politica che porta in sèdei valori». È nei loro scambi che decidono convinti che il primo passo per un tale progetto a Kinshasa, sia il lancio del Movimento Politico per l’Unita. «Questo permetterebbe di mettere in rete diversi attori che lavorano in politica, che fanno o vorrebbero fare del bene attraverso la politica», dicono. Organizzano l’evento, ma si domandano incerti: «Le persone invitate avranno il coraggio di venire?». Questo senso di incertezza cresce quando il sabato, fissato per l’incontro, una pioggia torrenziale si abbatte quasi ininterrottamente su Kinshasa. A causa delle strade in cattive condizioni e del cattivo stato dei mezzi di trasporto, le persone evitano il più possibile di uscire quando piove! Ciò nonostante, trenta persone rispondono all’invito, tra queste: deputati e dirigenti di diversi partiti politici, della pubblica amministrazione, professori di scienze politiche, studenti, membri dei movimenti cittadini, avvocati e giornalisti. II dibattito previsto dà luogo ad uno scambio profondo che si svolge in un clima di ascolto reciproco. «Abbiamo ascoltato frasi come: “Vogliamo rimanere in contatto con voi, moltiplicare gli scambi”; “Di fronte alia perdita dei valori, dobbiamo lavorare per instillare il positivo nel nostro sistema educativo, per formare persone che domani saranno buoni politici”; “Sento che se non agisco, Dio un giorno mi chiederà che cosa ho fatto di tutto quello che mi ha dato”; “Noi giovani vogliamo imparare da voi, anziani. Non dimenticateci”». Le impressioni, nate spontaneamente dai partecipanti, esprimono il pensiero degli organizzatori e rendono questa un momento sacro. Nella conclusione, la Signora Georgine Madiko, afferma: «Attraverso il nostro agire dobbiamo essere una luce in un mondo buio. Noi dobbiamo predicare con l’esempio. E a coloro che, stupiti dal nostro comportamento, chiedono se facciamo della politica o della religione, rispondiamo che una politica senza valori è la rovina delle Nazioni». Prima di lasciarsi uno dei partecipanti propone: «Dobbiamo dimenticare i nostri titoli, sentirci regolarmente anche solo per chiederci come stiamo. Vorrei che ognuno di noi partisse con l’elenco di tutti i partecipanti per poterli contattare in seguito». Il prossimo appuntamento è stato programmata per il 3 dicembre. Gustavo Clariá (altro…)
Salta.Una delle province più belle dell’Argentina, con ricchezze naturali e culture millenarie che hanno resistito alla conquista degli spagnoli, ormai oltre 500 anni fa. Con l’arrivo del nuovo millennio si è potenziata come luogo turistico, diventando il centro indiscusso della regione del Nord-Ovest argentino. «Il Programma di Turismo Sostenibile è nato nel 2010 su impulso della Commissione episcopale per le Migrazioni e il Turismo», spiega la coordinatrice Paula González. «Il Nord-Ovest argentino si compone essenzialmente di popolazioni discendenti da popoli originari; alcune attualmente costituiscono comunità indigene, mentre altri sono contadini. Questo dimostra la grande appartenenza alla terra, sia per le attività produttive, che per quelle artigianali». Gli importanti flussi migratori, da Europa e Medio Oriente e dall’America Latina, specialmente dalla Bolivia, hanno portato ad una «convivenza di culture, con una componente indigena molto presente, che rende questa regione molto singolare e con grandi sfide culturali». Il programma è nato per rispondere alla mancanza di lavoro: solo il 39% della popolazione economicamente attiva aveva un impiego. «Abbiamo proposto di lavorare nelle aree rurali e più isolate, che erano le zone più colpite», spiega ancora la coordinatrice. La geografia presenta infatti grandi valli, zone rocciose e altopiani (anche oltre i 3000 mt.). «Abbiamo identificato che le maggiori necessità erano date dall’isolamento – continua Paula González –, che impedisce la vendita dei loro prodotti, ed in alcune comunità, anche l’accesso all’acqua e all’energia. Le persone che più ne risentivano erano le donne e i giovani». L’Argentina in quel periodo si stava dotando di un piano nazionale di sviluppo turistico, dal quale rimanevano escluse però le comunità rurali. Fu allora che la Chiesa individuò la necessità di muoversi per creare offerte più eque ed inclusive. L’obiettivo è stato generare nuove destinazioni turistiche, basate sulle attività produttive-agricole ed artigianali, che sono alla base del loro sostentamento. «Nel primo anno, abbiamo identificato 30 comunità e 7 aree-chiave di sviluppo in 5 Province. Oggi, dopo quasi 6 anni, stiamo lavorando in 5 aree; sono una cinquantina gli imprenditori legati alla “Rete di imprenditori Turismo solidale NOA” e se dovessimo evidenziare qualcosa, sarebbe la rete di organizzazioni che si sono associate per lavorare in forma articolata – nazionali, provinciali e locali – università, ONG e imprese. Fra le organizzazioni associate, abbiamo avuto sempre uno stretto rapporto con Economia di Comunione e Movimento politico per l’unità, che sono stati alleati-chiave. In questi anni – conclude Paula – ciò che ha dato forza ed effettività allo sviluppo del progetto, è stato il lavoro su tutti gli anelli della catena di valore e i rapporti stabiliti fra i vari attori». Già si è percorso un buon tratto di strada. Si concretizzano progetti locali, nascono nuovi leader a cui si può delegare le attività e si possono intravvedere risultati molto soddisfacenti come, per esempio, l’interazione e la mutua collaborazione fra diverse comunità che escono dall’anonimato e diventano generatori della propria storia. Per saperne di più:Sito webVideo(altro…)
«A 19 anni ho lasciato la mia regione – l’Abruzzo – per studiare ingegneria aerospaziale a Pisa. È stato un percorso faticoso ma pieno di soddisfazioni: in 5 anni sono riuscito a portare a termine la specializzazione con il massimo dei voti, compreso uno stage in Germania che ha ancor più arricchito le mie competenze. Tutto ciò con il sostegno e i sacrifici della mia famiglia. Una volta laureato aspettavo con ansia di poter trovare il mio posto nel mondo del lavoro. Ma ho dovuto fare i conti con la disoccupazione giovanile, che nel nostro Paese è del 40%, e con aziende che quando va bene offrono soltanto contratti a tempo determinato o consulenze con pagamenti a scadenza trimestrale se non addirittura semestrale. Dopo qualche mese speso a inviare invano il mio curriculum, ho iniziato a pensare che forse dovevo propormi in altre applicazioni industriali. Oppure emigrare. Inaspettata, però, ricevo una proposta da un’azienda che rappresenta in Italia il principale Consorzio Europeo costruttore di missili e tecnologie per la difesa. L’idea di un vero colloquio di lavoro, in un’azienda importante come questa, era molto allettante. Dopo un positivo approccio telefonico sono stato invitato al colloquio in sede col personale tecnico. L’ambiente era giovanile e stimolante; l’azienda seria e di elevata professionalità. La progettazione di missili non rispecchiava affatto i principi in cui credo ma dentro di me cullavo la speranza che mi venisse offerto un impiego che non mi coinvolgesse nella fabbricazione di armi. Il colloquio è andato bene: dopo appena una settimana, fra i tanti candidati, sono stato richiamato per formalizzare l’assunzione. Con la precisazione che si trattava di un incarico direttamente legato alla produzione di missili. Mi sentivo con le spalle al muro. Da una parte c’era un posto fisso, con un contratto a tempo indeterminato, un buonissimo stipendio ed una sicura possibilità di carriera. Dall’altra c’era il mio credo di cittadino, ma prima di tutto di uomo, impegnato nella costruzione di una società non-violenta, basata sul rispetto dei diritti umani, sulla giustizia sociale, sul giusto equilibrio tra bisogni umani, ambiente e utilizzo delle risorse. Ho sempre creduto infatti in una società nella quale l’ambizione di alcuni non vada a calpestare la dignità dell’altro e il successo economico non sia la scusa per dimenticarsi dell’essere umano. A complicare la valutazione si aggiungevano i colleghi di studi che mi spingevano ad accettare senza badare a questi miei moralismi, ribadendomi l’incontestabile tesi che un ragazzo di 25 anni neolaureato non può permettersi, di questi tempi, di rifiutare un lavoro così vantaggioso. E con mille argomentazioni cercavano di pormi di fronte alla realtà sottolineandomi quanto fossi fortunato e… incosciente! Non ultimo, con questo lavoro avrei potuto sgravare la mia famiglia dall’impegno a continuare a mantenermi. A giocare un ruolo decisivo, oltre alla mia coscienza, sono state le persone a me più vicine: la famiglia, la mia ragazza e i Giovani per un mondo unito con i quali mi sono formato. E che hanno fatto maturare dentro di me l’idea – che diventava sempre più chiara – che per costruire una società solidale e non-violenta occorre operare concretamente, testimoniando e pagando di persona. Era il mio momento per poterlo fare. Ho risposto all’azienda che non potevo proseguire la trattativa, precisando con trasparenza i motivi. Indubbiamente non è stata una scelta facile, specie perché non avevo altre offerte tra le mani. Ma non mi sono fatto fermare da ciò. Ho continuato la mia ricerca e dopo alcune settimane, sono giunte altre proposte che mi hanno portato dove sono oggi, felicemente soddisfatto del lavoro che svolgo a Torino come ingegnere aeronautico nel settore civile». Fonte:Città NuovaLeggi anche: “Armi, no grazie” (altro…)