Movimento dei Focolari

La storia dei palloncini

I bambini per l’Epifania sono soliti ricevere dei regali. E al bambino Gesù, chi ci pensa? Un fatto veramente accaduto, raccontato da Chiara Lubich ai piccoli della Cittadella Internazionale di Loppiano (Italia).  https://vimeo.com/151760194 Io devo raccontarvi una storia vera, che è successa a Natale. In un paese anzi, in una città che si chiama Vicenza. E lì c’era un parroco, un sacerdote che era arrivato da poco tempo nella parrocchia e lui aveva insegnato a questi bambini e bambine l’arte di amare.  Ma, si avvicinava Natale e allora il parroco ha detto a questi bambini: “Guardate che presto è Natale, bisogna che voi facciate per Gesù bambino tanti, tanti, tanti atti di amore”, e i bambini hanno detto: “Va bene”, e hanno incominciato a far tanti atti di amore. La vigilia di Natale, ancora Gesù bambino non era nato, il parroco ha messo fuori la mangiatoia vuota, vuota perché Gesù bambino non era nato. In quella stessa sera vede arrivare dai bambini un pacco grosso, grosso, grosso così, con dentro tanti rotolini gialli, tanti rotolini gialli; erano 277, 277. E erano 277 atti d’amore. Allora il parroco cosa fa? Prende tutti questi rotolini li mette in un sacco, ha riempito un bel sacco così, e mette il sacco nella mangiatoia. Dice che appena nasce Gesù bambino avrà come cuscino, ma anche come materasso, gli atti d’amore vostri. E i bambini di Vicenza sono stati contentissimi. Allora viene Natale e siamo verso, penso, mezzogiorno, forse alle 11, forse alle 10 e mezzo, e il parroco dice: “Adesso cosa facciamo di tutti questi atti di amore? Sapete bambini cosa facciamo? Li leghiamo in tanti pacchettini e questi pacchettini li leghiamo a tanti palloncini, anzi – dice – facciamo così: due serie di palloncini, un gruppo di palloncini qua, un gruppo di palloncini qua e, legati, questi pacchettini di atti di amore. Così – dice – li mandiamo in cielo e vanno su da Gesù”. I bambini tutti ad aiutare, naturalmente, bisognava comperare i palloncini, bisognava legare i pacchettini, bisognava legare i pacchettini ai palloncini, e bisognava farli partire. E il parroco li ha aiutati e ha fatto partire questi palloncini per il cielo. Erano contenti i bambini. Guardano, guardano e li vedono ma sempre più piccoli, sempre più piccoli, sempre più piccoli finché non ci sono più. Hanno detto: saranno scoppiati; qualcuno diceva: saranno scoppiati; qualcuno diceva: chissà? E invece no. Su in alto, in alto, in alto, ecco il vento, arriva il vento, e il vento cosa fa? Butta i palloncini di qua, poi butta i palloncini di là, poi davanti qua, e poi di qua, poi di là, poi di qua; per un’ora, per due ore, per tre ore, per quattro ore, per cinque ore, sempre su con il vento che li mandava, che li mandava, che li mandava; sei ore, sette ore, otto ore, nove ore. Alle nove di sera – dovete sapere che il parroco insieme agli atti d’amore aveva messo dentro anche il suo numero di telefono, l’aveva messo dentro così – arrivano le nove di sera ed ecco che in una città, che si chiama Reggio Emilia, lontana, lontana forse duecento chilometri, duecento chilometri sono tantissimi, come da qui, quasi, a Roma, ecco, ad una dato momento in questa città a Reggio Emilia, c’era una casa ed era circondata da un bel parco, da un giardino e in questo giardino stavano sei bambini che non conoscevano l’arte di amare, erano sei bambini che stavano fuori nel giardino e giocavano. Ad un dato punto, erano lì tristi tristi, perché c’era una festa della Befana che a loro non è piaciuta per niente. E allora erano tristi trsti.  Ad un dato punto, anche se era già notte, alzano gli occhi e vedono cader giù dei palloncini e insieme ai palloncini tanti pacchettini lì per terra. Questi bambini a veder arrivare dal cielo tutti questi pacchettini: in festa, contenti, altro che la befana! In festa: qui è Gesù bambino che ci manda tutti questi palloncini. E pensate che sono arrivati per miracolo, perché se passava un aeroplano rompeva tutti i palloncini; oppure, addirittura, quei palloncini se erano forti con dei fili grossi, entrando nei motori dell’aeroplano avrebbero messo in pericolo, forse, dicono, l’aeroplano, e invece no: non hanno incontrato l’aeroplano. Per cui sono arrivati lì. I bambini subito: “Papà… mamma, papà, mamma, guarda cos’è successo: piovono dal cielo tanti pacchettini, guarda cosa c’è dentro.” Allora il papà e la mamma escono fuori – forse c’erano anche i nonni, non lo so – e vedono tutti questi pacchettini, questi rotolini tutti gialli così, e allora li aprono e incominciano a leggere. Allora uno apre uno di questi rotolini e trova: “Ho chiesto scusa ad una mia compagna per amore di Gesù”; uno. Un altro: “Ti offro gli sforzi che ho fatto questa mattina per alzarmi per fare il chierichetto”. Un altro: “Ho fatto un piacere anche se mi è costata molta fatica”. E poi un altro: “Io dico sempre scusa a Dio, quando il mio nonno bestemmia”, dice parolacce. E poi un altro: “Io in questa settimana ho aiutato i miei genitori a preparare la tavola e a portare le borse della spesa, e a pulire i pavimenti, e a spazzare per terra”. Questo ha fatto tante cose. E poi senti quest’altro: “Ho asciugato le posate senza che la mamma me lo chiedesse, e l’ho anche aiutata a fare le pulizie.” Un altro atto di amore. E un altro: “Quando mio fratello Sebastiano non vuole dormire, io lo prendo e lo porto nel letto o mio o dei miei genitori, e lo addormento cantandogli canzoni o raccontandogli storie”. E un altro: “In piscina ho prestato la cuffia al mio fratellino perché era senza”. Aspetta che ce n’è un altro. Ne ho soltanto alcuni, ve ne ho portati, perché sarebbero 277, sono tantissimi! Senti questo qui: “Ho sbucciato i mandarini al nonno perché ho visto che aveva male alla mano e ho legato le scarpe alla mia cugina Alessia perché la nonna aveva male alla schiena”. Questo è stato attento a tutto, eh?  Un altro ancora, è l’ultimo: “Ho ascoltato il consiglio del dado: amare per primo, siccome sono andato a confessarmi e c’erano tanti bambini, li ho lasciati andare per primi loro a confessarsi, e la mia mamma non sapeva neanche niente”. Ecco alcuni esempi di questi bambini. Cosa hanno fatto allora di questi rotolini? Li hanno portati – come ho detto – dai genitori e i genitori vedono che c’è dentro fra i rotolini scritto il numero di telefono di quello che li ha spediti che era quello del parroco, il numero di telefono del parroco. Allora cosa fanno? Erano le nove di sera, era tardi e si mettono al telefono e fanno quel numero, e risponde il parroco. E dice: “Ma lei è il reverendo tal dei tali?” “Sì, sì, sì, sì sono io il reverendo…”. “Ma qui sono arrivati tutti questi, questi atti di amore da parte dei suoi bambini, cosa ne facciamo?”. E lì si mettono d’accordo che i bambini portano a scuola tutti questi 277 atti di amore, parlano con il loro catechista, e insieme adesso stanno rispondendo ai bambini di Vicenza. E loro non sanno che i bambini di Vicenza e anche questi sei bambini impareranno a fare gli atti di amore. Ecco. Qui finisce la storia.   Fonte: Centro Chiara Lubich  (altro…)

Passo dopo passo verso “Fame Zero”

Pensare in grande e iniziare dal piccolo, avere lo sguardo sul mondo e partire dal proprio quartiere In ogni parte del mondo i Ragazzi per l’unità stanno iniziando a riempire di idee e di vita il progetto “Fame Zero”, sostenuto dalla FAO che sta incoraggiando in particolare giovani e ragazzi ad impegnarsi in prima persona per realizzarlo. A Mumbai in India il punto di partenza è stato pensare a chi erano i poveri della città. Poveri non solo di beni, ma anche di salute, di amicizie. Dopo aver conosciuto un’ottantina di coetanei malati di Aids che vivono in condizioni di povertà, i ragazzi hanno scritto una lettera a 600 famiglie di varie religioni che abitano negli enormi condomini della zona, spiegando il loro sogno di un mondo senza fame e proponendo una raccolta di giornali vecchi che poi avrebbero venduto. Hanno aderito oltre 50 famiglie esprimendo la loro gratitudine per il progetto. L’operazione si è ripetuta, incoraggiata proprio dalle famiglie del quartiere. E se è possibile creare un’azione per un intero quartiere, perché non coinvolgere tutto un Comune? È quello che hanno pensato tre fratelli di Cesate in Lombardia, Italia, che hanno presentato alla Sindaca la loro idea: fare di Cesate un “Comune Fame Zero”! Insieme a lei hanno pensato di attivare una sinergia tra il Comune, la parrocchia e la scuola, estendendo il progetto anche ai Comuni vicini. I ragazzi hanno parlato del progetto “Fame Zero” al parroco e al sacerdote responsabile dell’oratorio che, contenti della proposta, hanno messo a punto una strategia per ridurre gli sprechi di cibo nella mensa. Per quanto riguarda le scuole invece si è pensato che ogni anno il 16 ottobre, giornata mondiale dell’alimentazione, si realizzi l’evento “Fame Zero Day” per ridurre gli sprechi durante i pasti. E proprio da sinergie tra organizzazioni nella città è nata l’azione portata avanti da un gruppo di ragazzi del Libano. Collaborando con la Caritas hanno riunito oltre sessanta anziani che vivono in situazioni di solitudine e difficoltà economiche. Hanno preparato e servito loro il pranzo organizzando danze e giochi. Alla fine una delle ragazze ha proposto all’animatrice che l’accompagnava di ripetere questa azione ogni settimana. “Ma occorre un budget non indifferente per farlo” le ha riposto. «”Voi adulti – ha ribattuto la ragazza – pensate sempre a grandi progetti, ma dobbiamo iniziare con piccoli gesti”. Coinvolgendo una coetanea e altri adulti, ha fatto così partire una piccola azione: insieme preparano un pasto ogni due settimane e lo portano ad una famiglia in difficoltà trascorrendo il pomeriggio con loro.

Anna Lisa Innocenti

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Un “sì” all’umanità

Auguri di Natale di Maria Voce, Presidente del Movimento dei Focolari https://vimeo.com/307656826 E’ Natale! Se io guardo intorno a me nelle città ma anche nei media in genere, mi domando: “Ma che cos’è Natale?”. E sento un frastuono, perché è pranzi, doni, addobbi, luci, mercatini…, e questo frastuono mi sembra che voglia coprire – senza riuscirci – il grido di dolore e di sofferenza di tanta parte dell’umanità che chiede solidarietà, rispetto, accoglienza, pace, giustizia. In definitiva chiede amore. E l’uomo non glielo sa dare; ma Dio sì, Dio lo sa dare e lo dà da Dio. E quel Bambino che vediamo nel presepe in questo Natale, come in tutti i Natali, ci dice proprio l’amore di Dio, un Dio che ama talmente l’uomo da farsi come lui, da farsi piccolo, indifeso, da affrontare tutte le sofferenze, non solo da affrontarle ma da viverle, tutte le sofferenze dell’umanità fino alla morte. Un Dio che in questo modo, venendo a vivere fra gli uomini, ridice il suo “sì” all’umanità per ricongiungerla ancora una volta a lui. Questo “sì” di Dio all’uomo è rappresentato in quel Bambino a Betlemme, in quel Bambino che gli uomini non vogliono più sentire neanche nominare. Sono stata in un Paese dove per mantenere tutto l’apparato del Natale senza riferirsi a Dio hanno inventato la “Festa dell’inverno” per fare tutto questo. Eppure questo Dio ama l’uomo, continua ad amare l’uomo e ce lo ridice ancora. E questo Bambino non solo ci mostra l’amore di Dio ma ci partecipa l’amore di Dio, ce lo dona, ce lo fa vivere, ci insegna come fare e ci invita a fare altrettanto, cioè ad essere per gli altri uomini la testimonianza dell’amore di Dio, e dare agli altri uomini l’amore di Dio, un amore come il suo, cioè un amore che non fa preferenze, un amore che arriva a tutti, un amore che non innalza steccati, che non ha pregiudizi, che non fa differenza fra nessuno; un amore che è capace di aprire il cuore, di aprire le mani, di aprire le braccia, di aprire la borsa, di aprire la casa. Se un amore così vive fra gli uomini allora è Dio stesso che vive fra gli uomini, e lui è l’unico capace di far casa a tutti, di far famiglia con tutti, di rendere tutti fratelli, di far veramente festa. E questo è Natale. Se noi viviamo così questo è il vero Natale per noi. E’ questo Natale che io vorrei vivere e che vorrei augurare a tutti. Buon Natale! (altro…)

1968-2018: Mariapoli Lia, la rivoluzione continua

1968-2018: Mariapoli Lia, la rivoluzione continua

La cittadella dei Focolari in Argentina compie 50 anni. Pat Santoianni, Cecilia Gatti, Adriana Otero e Israele Coelho ne raccontano la vocazione: i giovani. Ha da poco compiuto Cinquant’anni la cittadella di O’Higgings in Argentina, quella tra le 25 Mariapoli permanenti nel mondo dedicata alla formazione dei giovani. E non poteva nascere sotto una stella migliore, perché tutto è iniziato proprio nel 1968, l’anno della contestazione giovanile. Oggi O’Higgins è conosciuta nel mondo come Mariapoli Lia, in onore di Lia Brunet, ragazza coraggiosa e dalla mentalità aperta sul mondo, pioniera di questa cittadella dei Focolari in terra americana; è stata una delle prime che a Trento, fin dagli anni ’40, ha condiviso con Chiara Lubich ideali e vita. Fino ad oggi oltre 3.500 giovani da tutto il mondo hanno fatto la “experiencia”, cioè la scelta di trascorrere da alcuni mesi fino ad un massimo di due anni nella cittadella lavorando, studiando e sperimentandosi nella convivenza multiculturale, all’insegna della spiritualità dell’unità, per poi tornare alla propria vita, ma attrezzati di un bagaglio umano e di pensiero che apre mente e cuore su popoli e culture. “In questi anni abbiamo messo a punto un percorso formativo; – racconta Pat Santoianni, antropologa e corresponsabile della Formazione alla Mariapoli Lia – uno dei principi di questa proposta formativa riconosce che è l’intero corpo sociale che forma; è un percorso esistenziale-antropologico sul modo di percepire la vita, il pensiero, l’azione”. Adriana Otero, biologa, una delle coordinatrici del team di formatori, spiega che l’esperienza punta alla formazione integrale della persona: “Cerchiamo di essere costantemente sintonizzati sulle sfide e i rischi che le nostre società pongono ai giovani nei diversi campi: relazionalità, scelte, libertà, impegno sociale e civile, dialogo intergenerazionale e interculturale, tecnologia. Centrale è anche l’esperienza lavorativa che per molti è la prima”. Al centro del percorso pedagogico della Mariapoli Lia c’è la relazione interviene Cecilia Gatti, ricercatrice in Pedagogia: “L’educazione è relazione: è questo uno dei principi della Pedagogia che si ispira alla spiritualità dei Focolari e che ispira il nostro percorso. Di conseguenza è il rapporto con l’altro che mi permette di stringere legami, ripensare la mia vita, condividerla e costruire il tessuto sociale. Avere per scuola, una città fa sì che tutta la vita diventi occasione di apprendimento: ogni rapporto, ogni dialogo, ogni incontro”.

Infine, nell’epoca del Web 4.0 ci si domanda se la scelta di O’Higgins – piccolo borgo in mezzo alla Pampa argentina – funzioni veramente come luogo di formazione per questi giovani millennials. Israele Coelho, pedagogista brasiliano, corresponsabile per la Formazione e coordinatore del percorso per i giovani, risponde che è l’esperienza stessa a dimostrarne la validità: “Nonostante questo luogo lontano da tutto possa apparire un controsenso, continua a dimostrarsi adatto ai giovani, per andare in profondità con la propria storia, per far silenzio dentro e per interrogarsi sul proprio rapporto con Dio e con gli altri. Per molti di loro la ‘experiencia’ è un momento importante per fare o rifare le scelte fondamentali della vita”.  

Stefania Tanesini

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La sfida di Maurizio e Roberto

Al laboratorio “L’Ecopesce” e al punto vendita “E Nustren” non si scarta nulla: è la filosofia di questo piccolo polo che a Cesenatico (Italia) lavora e vende il pesce del Mare Adriatico, utilizzando la sola tecnologia del freddo. Sulla tavola del cliente arriva così un prodotto che, diversamente, non sarebbe valorizzato o, addirittura, scartato. Il tutto, mettendo la comunione prima dell’economia. https://vimeo.com/301224075 (altro…)