15 Mag 2015 | Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Senza categoria
«Il Forum della Pace è stata un’esperienza unica. Mi sono goduto ogni momento del programma. Un tale incontro (…) ci fa sperare che giorni migliori stanno arrivando e che un giorno la povertà, la fame, la discriminazione e la guerra vedranno una fine». Rasha, insegnante d’inglese al Rowad American College, descrive così Living Peace 2015 che si è svolto In Egitto, al Cairo, dal 4 al 6 maggio, preceduto da tre giorni di congresso ad Alessandria d’Egitto, fondamentali per creare una base di conoscenza tra i giovani e gli studenti da tutte le parti del mondo, per assicurare la successiva riuscita del Forum. Ad Alessandria si sono succeduti momenti di scambio, di conoscenza reciproca e di condivisione di gioie e di dolori che ognuno dei partecipanti si è portato dai propri Paesi. Poi, al Cairo, una bellissima accoglienza, con una festa suggestiva sul Nilo, a bordo di una grande nave, con giochi, canti e danze, che hanno poi lasciato lo spazio al vero e proprio Forum Mondiale degli studenti per la Pace. Il Forum è stato organizzato dalla Rowad American College, in collaborazione con ONG New Humanity (attraverso il Progetto Cayrus, approvato dall’Unione Europea) e Schengen Foundation di Lussemburgo. Ad esso hanno aderito altri otto partners da vari Paesi del mondo, che hanno inviato in Egitto una loro rappresentanza di giovani e studenti. Nato nel 2011 da un insegnante di inglese al El Rowad American College del Cairo come progetto di educazione alla pace, Living Peace coinvolge oggi più di 80 mila studenti di 200 scuole. Living Peace è caratterizzato dalla partecipazione in prima persona di studenti e docenti nella creazione di iniziative di educazione alla pace, in una rete mondiale di persone e istituzioni. L’adesione permette ad ogni scuola di sviluppare progetti secondo le proprie possibilità, favorendo la creatività dei ragazzi con la consapevolezza di contribuire ad una finalità comune. Questo crea una dinamica di partecipazione che entusiasma le diverse componenti della scuola, rafforzando la solidarietà tra allievi, insegnanti, direttori e genitori, con una ricaduta anche sulla società civile. Tre giorni al Cairo durante i quali i 1300 tra studenti e professori di più di 20 scuole e 8 università egiziane, hanno testimoniato il comune impegno per la pace intrecciando tra loro diversi linguaggi: testimonianze, buone prassi, presentazione di oltre 50 progetti educativi per la pace, workshop, seminari, esposizioni e momenti artistici. Erano presenti ambasciatori e rappresentanti diplomatici di Argentina, Brasile, Uruguay, Guatemala, Cuba, R.D del Congo, Camerun, Pakistan, Portogallo, Croazia, Messico, Germania e Sudan. Il Forum 2015 è stato l’occasione per presentare Scholas Occurrentes, la grande rete mondiale voluta da Papa Francesco ancora quando era arcivescovo di Buenos Aires, e che collega oltre 400.000 scuole in tutto il mondo. La presenza di Dominicus Rohde della Germania, Presidente del Forum Mondiale della Pace, ha dato peso e valore a ogni momento del Forum. Di certo, essendo stato il primo forum mondiale fatto per i giovani, ha aperto le porte ad una nuova strada. Il Forum mondiale per la pace ha attribuito a New Humanity il premio per la pace Luxembourg, consegnando a Cecilia Landucci, in rappresentanza della Ong, la prestigiosa medaglia “Nelson Mandela” proprio al Cairo. Per vedere le immagini più belle di Living Peace 2015 https://www.youtube.com/watch?v=nugDbxgoccg&feature=youtu.be Fonte: ONG New Humanity, AMU e Umanità Nuova. Aggiornato al 27 maggio 2015. (altro…)
12 Mag 2015 | Chiesa, Ecumenismo, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo

Chiara Lubich, Gabri Fallacara, Frère Roger Schutz (1978).
Il 12 Maggio ricorre il centenario della nascita di Frère Roger Schutz, fondatore della Comunità di Taizé. Quando l’hai conosciuto per la prima volta? «Era l’agosto 1974, a Taizé in Borgogna, dove si teneva il Concilio dei Giovani. Chiara Lubich mi aveva invitato a partecipare con alcuni giovani francesi. Ad accogliere i 40.000 partecipanti c’erano tanti cartelloni con su scritto “Silenzio” in varie lingue. Un modo semplice ma diretto per introdurci in uno straordinario clima di preghiera, uno ‘spazio di creatività’ come lo chiamava Frère Roger: niente fumo o alcool, ma preghiera e dialogo fra tutti, libertà e fiducia. C’erano cattolici, protestanti, anglicani, ortodossi, ebrei, agnostici … una composizione che rispecchiava quella dei fratelli che vivevano con Frère Roger, riformato calvinista. Schutz era sempre presente. Con quei suoi lineamenti dolci, miti, che parlavano di Dio, salutava uno per uno. Sentendo che ci mandava Chiara, tenendomi per mano ha detto: «Sono felice di vederla qui, dica a Chiara che la porto nel mio cuore». In un altro momento: «Abbracciate Chiara da parte mia». Nel documento finale c’era la forza e l’impegno di tutti a vivere, senza ritorno, le beatitudini, ed essere “fermento di società senza classi e senza privilegi”. Una spinta a vivere l’insperabile, a vivere la pace, nella concordia». Era la prima volta che il Priore di Taizé conosceva qualcuno del Movimento dei Focolari? «No. Il suo incontro con i Focolari risale agli anni ’50. Di questo ne ha parlato lui stesso nella prefazione al libro “Méditations” di Chiara, stampato a Parigi nel ‘66: “Sono più di dieci anni che ho accolto a Taizé alcuni giovani, ragazze e ragazzi. Li ho ascoltati con tranquillità e più li ascoltavo, più ravvisavo in essi la luce del Cristo. Chi erano quei giovani? I focolarini. E poi, ci siamo rivisti a più riprese, non solo a Taizé ma a Roma, a Firenze, a Milano o ancora altrove, ed è stata sempre la stessa luce del Cristo. Un giorno che ero a Roma, invitai Chiara Lubich, colei che ha fondato questa famiglia spirituale dei focolarini. L’incontro resta memorabile. Ho poi rivisto Chiara spesso, e la trasparenza di questa donna è sempre la stessa pagina di Vangelo aperta. Non dimentico che Chiara è stata scelta tra gli umili, i lavoratori, per confondere i forti, i potenti di questo mondo.So che attraverso donne come Chiara, Dio ci dona un incomparabile strumento di unità per noi, cristiani separati da secoli da un lungo divorzio”». 
Chiara Lubich, Eli Folonari, Frère Roger Schutz
Una testimonianza di stima e rispetto reciproco tra i due movimenti e tra i due fondatori… «Sono parole, quelle della prefazione, che dicono la comprensione di Roger nei confronti di Chiara quale strumento di unità, per quella riconciliazione tra i cristiani di diverse denominazioni che anch’egli tanto agognava. Chiara ha sempre avuto una grande stima per lui, sostenendo la sua opera anche concretamente. Ad esempio, per un anno ha chiesto ad un focolarino di aiutare per l’organizzazione del grande Concilio. Più tardi è sorta la collaborazione per il progetto “Insieme per l’Europa”, cui Roger teneva tanto. La Comunità di Taizé è sempre stata presente alle diverse manifestazioni, e lo sarà anche a quella che si sta preparando a Monaco per il 2016. Per la prima volta Movimenti di varie Chiese si mettevano d’accordo per crescere insieme nella vita del Vangelo. Poiché ognuno annovera tante persone, con questa novità è stato un consegnare alla storia qualcosa di importante, che non passa inosservato». Tu che l’hai conosciuto personalmente, cosa puoi dirci di Frère Roger come figura ecumenica? «Con Frère Roger si è inaugurata una nuova era. Si pregava gli uni per gli altri, si condividevano le difficoltà e le speranze. Roger Schutz ci lascia un messaggio di certezza. Ha cominciato la sua opera raccogliendo profughi e sofferenti, mettendo insieme tanti giovani. Nella sua lunga vita – è morto a 90 anni, una morte speciale come si sa – ha davvero sperimentato l’amore del Padre per l’umanità: è stata trasparenza di questo amore divino. La preghiera era per lui una chiave che consentiva, quasi direi, di aprire il mistero di Dio e Roger aveva il senso divino della preghiera, fuori del tempo. Egli credeva nell’unità fra i cristiani, ci credeva assolutamente. Quindi ha cominciato a realizzare insieme alla gente quello che si poteva fare subito: pregare. L’unità verrà come un dono di Dio». (altro…)
9 Mag 2015 | Chiara Lubich, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Nuove Generazioni, Senza categoria
«In queste ore in cui siamo letteralmente bombardati da violenza, guerre, in mezzo a tanta indifferenza, noi vogliamo testimoniare con forza che c’è un altro mondo, perché c’è!’». Questo l’esordio dal palco dell’Auditorium di Loppiano, dove Nino, Nahomi, Luigi ed Anna hanno condotto con calore e profondità due ore di dialogo con i 1.400 giovani arrivati. La 42° edizione del Meeting dei giovani italiani dei Focolari, si è svolta – come ogni anno – il 1° maggio nella cittadella di Loppiano (Firenze) e ha scelto per titolo: “OUTSIDE, Look, Choose, Be” (Uscire, guardarsi attorno, scegliere, essere). Molte sono state le proposte dei Giovani per un Mondo Unito a sostegno di una cultura della fraternità, come metodo per uscire dall’inerzia personale e sociale ed impegnarsi a cambiare il mondo. Con la Expo dei “Frammenti di Fraternità”, hanno messo in mostra la solidarietà e la partecipazione sociale attraverso una rete di organizzazioni gestite dai giovani. «Mi chiamo Kareem, sono palestinese. Ho 23 anni e mi sono laureato in amministrazione. Dopo la caduta del governo di Arafat sono cominciate le difficoltà per noi cristiani nella striscia di Gaza. Allora eravamo circa 2000 su 1 milione e mezzo di abitanti. Poi siamo molto diminuiti. Sono state anche bombardate due chiese».
È una delle forti testimonianze del 1° maggio. ««La guerra è cominciata nel 2008 –continua Kareem – Un giorno è caduta una bomba molto vicina a me, tanto che per l’esplosione sono stato scaraventato a terra. Tanta distruzione, persone morte! Prima ho provato ad andare da mio padre all’ufficio delle Nazioni Unite, perché mi sembrava il posto più sicuro, ma non è stato possibile. Soltanto dopo 4 ore ho raggiunto casa mia, dovendo passare anche sopra i corpi dei morti. Mia mamma piangeva perché non aveva mie notizie. Abbiamo vissuto 28 giorni in questa costante tensione. Poi, siamo riusciti a lasciare la Striscia di Gaza per andare in Giordania. Con le persone del Focolare, sperimentando una vita fraterna, pian piano ho superato il forte trauma e a credere che con l’amore possiamo costruire un mondo di pace. Da 7 mesi mi trovo a Loppiano. Vivere con giovani di diverse culture e religioni è un’esperienza nuova per me, perché a Gaza non avevamo contatti esterni. Cercando di aprirmi, di accettare gli altri, adesso mi sento a casa, ho trovato quel tesoro che cercavo». «Dopo il terremoto di Haiti del 2010 che ha causato la morte di oltre 220 mila persone, migliaia di haitiani sono emigrati in Brasile». Joao di Florianópolis, a sud del Brasile, apre uno spaccato su una realtà sociale: «Tanti di loro sono laureati, ma non parlando bene il portoghese, trovano lavoro solo come muratori e spesso vengono pagati poco e trattati con disprezzo. Ci siamo domandati cosa potevamo fare. Per avere un primo contatto abbiamo raccolto vestiario e generi alimentari. Non sapevamo come muoverci: loro parlavano francese e dialetto “Kriolo”, e noi non conoscevamo la loro cultura. Ma il desiderio di mettere in pratica quel passaggio del Vangelo “ero straniero e mi hai accolto” ha superato ogni ostacolo. Pian piano ci siamo conosciuti e abbiamo capito quali erano le loro principali difficoltà. La prima era la lingua. Abbiamo iniziato delle lezioni di portoghese, con slide, video e musica. Poi li abbiamo aiutati nelle pratiche per la richiesta di documenti e per l’iscrizione ai corsi tecnici gratuiti del governo, in modo che siano in grado di ottenere un lavoro, una vita migliore. Abbiamo organizzato serate culturali, con piatti, balli e canti tipici della loro terra, siamo andati in spiaggia, e giocato partite di calcio insieme… Vogliamo ora costituire una associazione per sfruttare tutte le possibilità che offrono le istituzioni per favorire il loro inserimento sociale ed culturale. Non è tutto risolto e abbiamo ancora tanto da lavorare, ma ci sembra che un seme di fraternità è stato piantato».
Ecco uno squarcio del Meeting 2015, ricco di testimonianze e di tante proposte concrete per rispondere alle urgenti necessità di molti. Intanto, una rete di giovani, di associazioni, di organizzazioni, è già attiva da anni in Italia e opera a vari livelli del tessuto sociale, verso quelle che papa Francesco chiama le periferie esistenziali: “Vogliamo portare alla luce questo sottobosco di solidarietà che c’è e sta costruendo un presente e un futuro di pace, ma che non si conosce abbastanza” – spiegano ancora i giovani dei Focolari. (altro…)
8 Mag 2015 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Sociale, Spiritualità
Bobo Dioulasso è la seconda città del Burkina Faso, la più vicina a Bamako, capitale del Mali, dove erano stati segnalati alcuni casi di Ebola. Fra le due città c’è un grande scambio sociale ed economico con un continuo via vai di persone e di merci. «Occorreva agire urgentemente per ridurre al massimo il rischio che il virus raggiungesse anche il Burkina – scrive l’équipe del Movimento dei Focolari a Bobo Dioulasso per la sensibilizzazione contro la malattia del virus ebola -. In pratica, occorreva illustrare a più gente possibile le misure di prevenzione, ma la situazione politica del Paese è tale che non sempre un intervento governativo è possibile». «Abbiamo allora deciso di fare qualcosa noi. Félicité è una volontaria, medico epidemiologo presso l’OOAS (Organizzazione della Sanità per l’Africa dell’Ovest). Il suo ruolo è proprio quello di formare il personale sanitario nella lotta contro le epidemie; in particolare ha lavorato nei Paesi più colpiti dal virus, quali Guinea Conakry, Liberia, Sierra Leone. Félicité ha dato subito la sua disponibilità».
«La prima cosa da fare era avvertire il vescovo, che in quel momento però era fuori sede. Siamo allora andati a parlare col vicario generale, l’Abbé Sylvestre, che ci ha assicurato il pieno appoggio della diocesi per esortare clero e fedeli ad informarsi sulle necessarie misure da prendere. Carlo, un focolarino medico del dispensario della Mariapoli Victoria (Man), dalla Costa d’Avorio ci ha inviato gli audiovisivi, che qui poi abbiamo duplicati per i diversi gruppi di giovani e adulti che avrebbero portato avanti la sensibilizzazione. Questo materiale l’abbiamo anche inviato ad un sacerdote e ad un insegnante di altre due città (Dedougou e Toussiana), interessati alla nostra azione. Félicité si è incaricata della formazione dei gruppi, aiutata da 15 suoi studenti di Paesi dell’Africa dell’Ovest inviati dall’OOAS, alcuni dei quali musulmani». «La campagna è cominciata nel novembre 2014, dapprima negli incontri del Movimento dei Focolari, per allargarsi poi ai vari quartieri, alle parrocchie e anche ad un grande raduno per giovani organizzato dalla diocesi di Bobo Dioulasso. Alla domenica siamo andati a parlare nelle chiese. Siamo intervenuti in una radio privata, in quella diocesana e anche nella emittente nazionale, utilizzando le tre lingue qui più parlate: francese, dioula e moré».
«Questa azione è stata l’occasione per conoscere molte persone. Quando Jean-Bernard ha spiegato ai suoi vicini cosa intendesse fare nel quartiere, ognuno ha voluto offrire qualcosa: chi ha procurato l’amplificazione, chi ha invitato un cantante per l’animazione, un altro si è occupato del trasporto del materiale e un altro ancora ha fornito l’acqua da bere. All’incontro erano presenti circa 200 persone. La voce si è sparsa anche nei quartieri vicini e Jean-Bernard ha ripetuto la presentazione più volte. In una, un infermiere professionale si è offerto di rispondere alle domande; in un’altra è venuto un esperto delle lingue locali, ottimo traduttore. Molto riconoscentiI si sono dimostrati i funzionari del Municipio, ai quali era stato chiesto il permesso di manifestare». «Nel frattempo dal Mali si è saputo che la malattia era stata debellata. Il rischio in Burkina Faso era quindi drasticamente diminuito. L’importante ora è continuare a rispettare le misure di prevenzione. È stata, per noi, una grande opportunità per imparare a lavorare insieme per la nostra gente. Ora bisogna andare avanti». (altro…)
7 Mag 2015 | Chiesa, Cultura, Dialogo Interreligioso, Ecumenismo, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Sociale, Spiritualità
«I fatti che sono successi hanno risvegliato la solidarietà nella comunità cittadina. Tanti leader e gruppi religiosi, e organizzazioni civili, si sono messi a lavorare insieme per pulire strade ed edifici e per aiutare in tanti modi, facendo vedere il volto positivo della città, pur ferita profondamente», scrive Lucia, corresponsabile del Movimento dei Focolari, da Washington. I fatti di cui parla sono ben noti, e cioè le proteste popolari che si sono scatenate a Baltimora, nello scorso mese e tuttora in corso, dopo la morte del 25enne afroamericano Freddie Gray mentre era in stato di arresto. Baltimora, la più grande città del Maryland con più di 600.000 abitanti, è un crogiuolo di gruppi etnici in particolare afroamericani. Leonie e Jennifer, due volontarie dei Focolari, abitano in centro città. «La situazione rimane molto tesa; ieri il sindaco aveva chiuso le scuole e il governatore dello stato ha dispiegato le forze armate. Comunque tutti quelli che conosciamo stano bene». Leonie è proprio vicina ai luoghi degli scontri e insegna in una scuola elementare di quasi tutti afro e dove c’è molta povertà. «Alla TV ho visto un mio allievo di 3° elementare partecipare a saccheggi di edifici e proprietà». «Non possiamo restare indifferenti, vogliamo fare qualcosa di concreto, con la consapevolezza che il nostro contributo per stabilire rapporti veri tra le persone è più urgente che mai. Non solo, ma che ogni atto d’amore costruisca rapporti nuovi e che contribuisca a far crescere la fraternità tra le persone », scrivono Marilena e Mike. «Intanto, parteciperemo ai diversi momenti di preghiera organizzati dalle autorità religiose, a cominciare dalla messa che l’arcivescovo Lori celebrerà nel nostro quartiere, invocando la pace». «Oggi sono ritornata a scuola – racconta Leonie –, cercando di vedere i miei allievi (che hanno partecipato ai saccheggi) con “occhi nuovi”. Ho contattato un insegnate afroamericana musulmana che conosce due rappresentati religiosi neri nella scuola per offrire solidarietà e ci siamo messi d’accordo per lavorare insieme». Jennifer lavora in una ditta dove sono quasi tutti bianchi. «Una mia collega che abita vicino ai luoghi delle violenze è venuta oggi a trovarmi e mi diceva la sua sofferenza nel vedere quello che sta accadendo, ma non aveva il coraggio di dirlo a nessuno per timore di essere emarginata dai colleghi. È stata l’occasione per dire che possiamo cominciare noi a costruire il dialogo con tutti, una persona alla volta, e diffondere così una mentalità nuova. La mia collega non è praticante, ma si è illuminata in volto e mi ha detto che questo è proprio quello che vuole anche lei». Intanto, i leader delle diverse comunità religiose cominciano a lavorare insieme per la pace. «Sono stata invitata dall’Imam Talib della moschea di Washington a offrire, il 5 maggio, la mia testimonianza come focolarina, e l’ideale che ci anima», continua Lucia. «Vuole che parli in un incontro aperto al pubblico e organizzato da loro insieme al Procuratore Distrettuale, per integrare la prospettiva religiosa come una dimensione essenziale per calmare la violenza. Il titolo dell’evento è: “Heal the Hurt, Heal the Heart” (Cura la ferita, cura il cuore). Ci sembra un’ottima possibilità di dialogo fra religioni, ma anche un’opportunità per far vedere, più che lo scontro, la ricchezza delle diversità etniche della nostra società». (altro…)