Movimento dei Focolari

Voce di sacerdoti

Gen 27, 2013

Sono varie le occasioni per Don Carlo, sacerdote milanese, per incontrare le persone e accompagnarle nel loro cammino. Ci racconta alcuni episodi, condivisi durante l’ultimo meeting degli aderenti dei Focolari dal 18 al 20 gennaio scorsi a Castelgandolfo.

L’incontro a Castelgandolfo

«Sono don Carlo, da 22 anni prete della diocesi di Milano. Ho lasciato da qualche tempo questa comunità pastorale e mi accingo a trasferirmi alla scuola sacerdotale internazionale dei Focolari con sede a Loppiano, dove rimarrò per circa tre anni. A Milano ho avuto contatto con molte persone, soprattutto con i ragazzi, visto che avevo l’incarico di seguire i gruppi che si preparavano alla Prima Confessione e alla Messa di Prima Comunione. Ho capito che alla base di ogni azione pastorale occorre vivere l’amore al fratello, cercando di vedere Gesù in tutti, dal parroco al ragazzo musulmano che veniva a giocare in oratorio. Potrei raccontare molti piccoli episodi che mostrano come questa attenzione a ciascuno ha creato una fitta rete di rapporti molto belli, che ha facilitato a tanti l’avvicinamento alla fede e reso attraente la comunità anche per chi non era credente. Scelgo, fra i tanti, due semplici racconti. Emilio l’ho conosciuto durante un laboratorio dedicato al gioco degli scacchi. Temperamento riservato, non era molto inserito nel gruppo dei compagni. Con mia sorpresa, al termine del laboratorio, chiede di partecipare con noi ad una vacanza in montagna. Lì si è integrato sempre meglio con il gruppo dei ragazzi, fino a dar prova di coraggio superando il “ponte tibetano”: camminare su una corda, agganciati ad un cavo di sicurezza, sospesi a sei metri di altezza. I suoi compagni lo hanno incoraggiato, ripetendo tutti in coro il suo nome, e alla fine è riuscito a fare tutto il percorso, in mezzo ad un applauso generale, che gli ha ridato fiducia. Al ritorno dal campo scuola i genitori mi scrivono per dirmi che hanno lasciato un bambino e al ritorno del campo hanno trovato un ragazzo. Penso poi ad Eleonora. Non era battezzata. I suoi genitori avevano preferito che fosse lei a scegliere, una volta cresciuta. È stata invitata al catechismo dall’entusiasmo di Maria, una compagna di classe molto intraprendente che all’epoca aveva 10 anni. Così arriva Eleonora, accompagnata dalla mamma, che chiede al parroco se sua figlia può frequentare il catechismo. Dopo circa due anni il parroco, vedendo la fedeltà del suo cammino, decide che è arrivato per lei il momento del Battesimo e della Prima Comunione e affida a me la preparazione prossima ai sacramenti e il colloquio con i genitori, che mi aprono il cuore, con lealtà e franchezza. Arriva il grande giorno, Eleonora è raggiante, accompagnata dalla famiglia e dai suoi parenti. Facciamo di tutto per offrire loro l’accoglienza più bella. La celebrazione è semplice e molto intensa. Accanto alla madrina e alla catechista, ci sono anche le amiche che sono state così importanti nel suo cammino di fede. Quando qualche mese fa mi sono congedato dalla parrocchia, i suoi genitori mi hanno scritto una lettera ricordando “quella indimenticabile domenica di aprile. La gioia e il sorriso radioso di Eleonora, che ha illuminato tutti noi credenti e non, riuniti per festeggiare il suo ingresso nella comunità cristiana, sono per noi l’immagine indelebile della fede che va dritta al cuore”. Amare il fratello è sempre una grande avventura, sai come inizia, non sai dove ti porta».

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