30 Mar 2015 | Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità
«L’Economia di Comunione vuole crescere in Africa per amarla, per apprendere dalla sua cultura della vita, per praticare la comunione e la reciprocità», ha affermato Luigino Bruni, coordinatore internazionale del progetto EdC, in vista dell’appuntamento internazionale di maggio. A Nairobi, infatti, in Kenya, si sono dati appuntamento tutti i soggetti coinvolti a livello mondiale nel sogno dell’Economia di Comunione per fare il punto su creatività e generatività, innovazione e produzione, ma anche lavoro, microcredito, disuguaglianze e povertà. Le aziende africane che da quest’anno hanno iniziato a versare utili per sostenere i poveri del mondo sono salite a 10 mentre altre 12 si sono avvicinate al progetto, e questo sviluppo è possibile grazie alla diffusione di una cultura dell’Economia di Comunione, che in Africa trova terreno fertile. Lo dimostra la recente conferenza internazionale (9-13 febbraio) promossa da un’università camerunense, la CUIB (Catholic University Institute of Buea), su richiesta del rettore dell’Università stessa, Fr. George Nkeze, e del vescovo, Mons. Emmanuel Bushu. Fra i relatori Benedetto Gui, attualmente docente presso l’Istituto Universitario Sophia (Firenze, Italia), e Brice Kemguem, Direttore nazionale per il Centrafrica dell’ONG internazionale AHA (African Humanitarian Agency). Ad accompagnarli Steve William Azeumo, commissione EdC della zona dell’Africa Centrale, Winnifred Nwafor, commissione EdC di Fontem (Camerun), Isabel Awungnjia Atem e Mabih Nji, entrambi laureati all’Istituto Universitario Sophia nella veste di facilitatori locali alla CUIB. I
l programma ha spaziato dalle tematiche economiche dell’oggi care alla Dottrina sociale della Chiesa che ritroviamo nei valori e nei principi EdC, ai grandi problemi socio economici del nostro tempo, dalla carenza di acqua potabile, alle epidemie, ai conflitti con armi di distruzione di massa. In video conferenza due imprenditori EdC hanno condiviso la loro esperienza: Alberto Ferrucci, Amministratore delegato di una azienda che produce software per raffinerie, sottolineava gli aspetti caratterizzanti di una economia di condivisione. Teresa Ganzon, Amministratrice della Banca rurale filippina Bangko Kabayan, che ha fatto crescere le attività nell’ambito della microfinanza rurale. Dal Camerun le esperienze del chief Fobella Morfaw e di sua moglie, fondatori nel 2003 di una scuola nella città di Dschang che oggi si compone di Scuola materna, primaria e secondaria; dello Studio di Ingegneria Civile BSE (Bridge Structure Engineering Consulting) che grazie alla grande esperienza di un socio «senior» è arrivato oggi a farsi strada in mezzo ad una concorrenza molto agguerrita.
Parte importante del programma sono stati i workshop, rivolti a discutere con gli studenti casi di impresa ed a preparare progetti di micro-imprese: molto partecipati e che hanno stupito per la qualità degli elaborati presentati in plenaria; nelle conclusioni è stato premiato il miglior progetto di impresa EdC. Una settimana fruttuosa, grazie al lavoro di preparazione svolto dall’Università e grazie all’atteggiamento positivo dei ragazzi, che hanno preso l’impegno di partecipare, incoraggiati da un riconoscimento di crediti didattici. Una nota simpatica, l’atmosfera allegra: l’intervallo spesso era costituito da una animazione, da una piccola danza o un po’ di musica. Le impressioni dei partecipanti sono state molto favorevoli: tanti hanno rilevato che, oltre a proporre uno stile di gestione di impresa, l’EdC è una «proposta di vita» che si può mettere in pratica da subito, ed hanno dichiarato di volerla seguire. In sintesi: molta positività, voglia di fare e di impegnarsi per un mondo migliore. Leggi anche. edc-online. Immagini su video: https://www.youtube.com/watch?v=RxwKXsEvmn0 (altro…)
28 Mar 2015 | Chiara Lubich, Chiesa, Cultura, Dialogo Interreligioso, Ecumenismo, Spiritualità

Palmira con Chiara Lubich
«Portare l’amore di Dio dappertutto, secondo il comandamento di Gesù di amarsi l’un l’altro». Era questo l’ideale di Chiara Lubich che ancora attira centinaia di persone in tutto il mondo. Oggi, nel settimo anniversario della morte della fondatrice del Movimento dei Focolari celebrato in tutto il mondo e a pochi giorni dall’apertura del suo processo di Beatificazione e Canonizzazione, a ricordarla è Palmira Frizzera, che la conobbe nel 1945 e colpita dall’ideale della “fraternità universale”, decise di seguirla. La sua testimonianza: «Il concetto della fratellanza universale è proprio quello che io ho trovato quando sono entrata nel primo focolare, quasi 70 anni fa: noi eravamo sorelle con Chiara, ma con un “Maestro”, una guida, che era Gesù in mezzo a noi, Gesù che vive dove due o più sono uniti nel Suo nome». Con quale obiettivo siete andate avanti insieme per tanti anni? «Siamo andate avanti non pensando in realtà a niente… avevamo scelto Dio come ideale della nostra vita, Lo volevamo amare, coscienti che potevamo anche morire da un giorno all’altro sotto i bombardamenti. Quindi abbiamo cercato di realizzare il Testamento di Gesù, l’amore scambievole, fino all’unità tra di noi. Quello che io ho sentito nel mio incontro con Chiara – ed è generale per tutte le sue prime compagne – è che aveva una luce e una novità… – allora non la chiamavamo “il carisma” – con la quale ci ha generate ad una vita totalmente nuova!». È stato quindi l’amore evangelico vissuto tra voi, incarnato e comunicato agli altri, a generare poi tutto il Movimento? «Ma Chiara non ha mai pensato di fondare nulla! Adesso si dice che Chiara è la fondatrice del Movimento dei Focolari arrivato in tutto il mondo. Però, io non l’ho mai sentita come una persona che fondava qualcosa, ma come una persona che dava la vita a qualcosa di nuovo. Chiara ci diceva: “Ma noi non vogliamo fondare niente. Noi vogliamo fondare Dio nelle anime, con l’amore; portare l’amore dappertutto”. Ecco, proprio quel messaggio che Gesù ci ha lasciato: “Vi do un comandamento nuovo che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati”. Questo ha portato alla fratellanza universale». Da gennaio di quest’anno, Chiara è stata dichiarata Serva di Dio ed è iniziato un processo di Beatificazione e di Canonizzazione. Che effetto le fa? «Sento che Chiara non è solo della Chiesa cattolica: Chiara è anche delle altre Chiese, delle altre religioni e, per via dei dialoghi aperti sin dai primissimi tempi, anche con persone che non hanno nessun credo religioso. Sotto questo aspetto, non mi piace restringerla solo alla Chiesa cattolica, però capisco che questa Beatificazione è un grande dono per la Chiesa e per tutti noi». Le nuove generazioni che lei incontra e che forma, perché dopo tanto tempo, anche non avendola conosciuta, sono attratte da Chiara e dalla sua spiritualità? «Chiara è partita, ma la sua luce è rimasta, il suo carisma è rimasto. E a questo corrono dietro i giovani, non alle persone». Questo settimo anniversario è improntato sulla tematica politica e su come la spiritualità di Chiara può essere vissuta in politica. In questo ambito cosa ci può insegnare? «Ci può insegnare l’arte di amare, di capire, di ascoltare… E questo è un trait d’union con tutti: se non si fa così, come alternativa ci sono solo la violenza e la guerra». Fonte: Radio Vaticana (altro…)
26 Mar 2015 | Chiara Lubich, Cultura, Nuove Generazioni, Sociale
Son adolescentes, forman parte del mismo grupo Gen 3. Comparten sus experiencias, anhelos, sueños como todo joven de esa edad. Una de ellas comenta: “Voy a empezar a militar en política, en una organización juvenil”. Continúa la conversación y cada vez se pone más caliente. Quien está a favor de esa organización juvenil y quienes están en contra. Un reflejo de la Argentina de hoy: dos posiciones enfrentadas e irreconciliables. Pero no se quedan en el “de eso mejor no hablar porque nos divide”. Deciden hacer un taller para entender más lo que es la fraternidad en política.
Son 40 adolescentes los que se dieron cita para reflexionar sobre la fraternidad, la política y el diálogo. En primer lugar compartieron qué era la política para ellos: gobierno, presidente, propaganda, mentiras, corrupción, decisiones y, por medio de un juego de roles, respondieron a la siguiente pregunta: ¿Qué harían si se encuentran perdidos en una isla? A través de la puesta en común se observó como cada grupo se organizó en forma diversa, lo que a su vez podía compararse con las distintas formas de organización social. En un segundo momento trabajaron sobre los distintos conflictos, desde los suyos más cotidianos hasta reflexionar sobre como hacen los políticos para tomar decisiones. Al terminar este momento sonaban fuerte palabras como respeto, escucha, tolerancia, apertura, diálogo. Al terminar la actividad volvieron a reflexionar sobre la palabra política y encontraron que no les decía lo mismo que antes y que existe otro horizonte que muchas veces no se logra vislumbrar, fruto de las dísputas que escuchamos a diario en los medios de comunicación. Pero también pudieron conocer que
existe otra cara de la medalla, la de muchos políticos, funcionarios y ciudadanos en distintos ángulos del planeta que deciden jugarse por la fraternidad y el bien común por sobre todas las cosas. Casi un juego, pero en cada uno se fortalece una visión distinta de la política, descubriendo valores como la tolerancia, la participación, el compromiso social, el escuchar al otro, como decía uno de ellos: “pudimos darnos cuenta que la política no es algo para mirar de lejos, ni para tenerle miedo, sino que tiene que ser otra herramienta para llegar a la fraternidad”. “¡Ahora a ponerlo en práctica!”, decía a modo de conclusión una chica.
26 Mar 2015 | Cultura, Dialogo Interreligioso, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Sociale
«Abito a Erbil, nel nord dell’Iraq, dove, nel 2010, ho iniziato una scuola per i bambini kurdi – racconta Malu Villafane, nata nelle Filippine –. In questi anni, ho lavorato nel santuario locale, organizzando varie attività. Nell’agosto scorso, il santuario è diventato un campo profughi. Le città di Sinjar e Mosul con i villaggi adiacenti, come Qaraqosh, Qaramlesh, Bartalla e altri, sono stati invasi dall’ISIS. Gli abitanti sono scappati lasciando tutto e si sono rifugiati in Kurdistan, da noi. Nel campo c’era un’aria pesantissima, di grande pessimismo, i bambini erano smarriti… Insieme ai responsabili del centro abbiamo iniziato alcune attività per i ragazzi, coinvolgendo anche alcuni colleghi della mia scuola». In questi anni com’è stata la convivenza tra i cristiani, musulmani, gli Yazidi e le altre etnie come kurdi, turkmeni, ecc.? «C’era rispetto tra loro, facevano le cose insieme. Lavoro con i kurdi, con i turkmeni, arabi e altri stranieri. Quando c’è stata la crisi, tanti kurdi hanno dato la loro disponibilità per ospitare i profughi in casa loro. Il popolo del Kurdistan non condivide questo massacro». Quando è iniziata la crisi dei profughi a Erbil? Dove si sono sistemati? Quali prospettive possono avere per i prossimi mesi? «La crisi che ha causato queste forzate migrazioni è iniziata già da giugno del 2014 e si è aggravata agli inizi di agosto. La gente ha perso tutto: casa, lavoro, scuola ; tanti di loro si sono rifugiati inizialmente nei palazzi vuoti, nelle chiese, lungo la strada e quando hanno potuto, presso i parenti a Erbil. Molte ONG, insieme alla Chiesa, hanno dovuto affrontare l’emergenza senza nessuna preparazione. Avevano bisogno di tutto! Insieme abbiamo raccolto tante cose di prima necessità. In quel periodo la temperatura di giorno saliva quasi a 50°C, un inferno, e ora durante l’inverno fa tanto freddo. Le tende non bastano per accudire migliaia di famiglie. Ci sono campi che non hanno acqua e cibo per alcuni periodi di tempo. Eppure, dopo un po’ di mesi, i bambini hanno iniziato a sorridere, a giocare, a provare altre esperienze fuori dal campo, come andare in piscina o nel parco pubblico. I genitori, vedendo la gioia dei loro figli, hanno ritrovato la speranza. Hanno iniziato a pulire il campo, a cucinare e a darci una mano. Dopo aver vissuto con loro questa drammatica situazione, la mia vita si è capovolta. Il mio soggiorno qui in Iraq ha trovato un senso profondo: ho vissuto per la fratellanza universale». Ma ha senso lavorare per la fraternità? Cosa ti spinge a continuare a lavorare nel campo? «Se guardo alle circostanze dal punto di vista umano, mi scoraggio e scapperei via. Invece, se guardo tutto quello che accade attraverso l’occhio di una speranza fondata sulla fede, riesco ad andare al di là delle sofferenze che vedo. Ho pensato alla frase del Vangelo: “Quando ho avuto fame, mi hai dato da mangiare; quando ero triste mi hai consolato…”. Queste parole mi danno la forza di affrontare le difficoltà quotidiane che incontro nel campo. È difficile spiegare o descrivere il dolore che c’è. Tanti di loro hanno perso la speranza perché hanno perso tutto. Questa esperienza mi ha spalancato il cuore per accogliere l’altro come un fratello, come una sorella. Mi ha dato la possibilità di uscire dal mio mondo “comodo” per mettermi a servizio degli altri. Voglio vivere per la fratellanza universale non perché posso risolvere i problemi ma perché, con piccoli passi, si può lasciare un seme. La pace cresce soprattutto dalle piccole cose che facciamo tutti i giorni per gli altri». Cosa possiamo fare noi da qui per aiutarvi e per essere vicini a queste persone? «Credo che bisogna affrontare il tema della “disinformazione”. Nonostante l’emergenza sia tuttora in corso, quasi non se ne parla. Diffondere una cultura che accoglie, che ascolta, soprattutto fra popoli e religioni diverse nelle vostre città; promuovere iniziative e progetti che abbattono le barriere. Vi ringrazio per il vostro aiuto e continuiamo a credere che la Pace è possibile». Fonte: Umanità Nuova online (altro…)
25 Mar 2015 | Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità
Lavorare qui «Medici qui nelle Filippine, dove la povertà è dilagante, mio marito ed io abbiamo ricavato un modesto ambulatorio privato nella nostra già piccola abitazione. Certo, non è facile: pensando a nostri colleghi che hanno fatto carriera in Occidente, ci chiediamo talvolta se abbiamo fatto bene a restare. Ma ci trattiene il pensiero dei tanti bisogni della nostra gente: bambini da far crescere sani, coppie da formare, anziani e malati terminali da assistere… Dal Vangelo ci viene la spinta a dare anche noi un contributo per rendere migliore la società, cominciando nel nostro Paese». L. R. – Filippine Mosé della strada «Una famiglia numerosa: sei figli e uno in arrivo, che muore prima di nascere. La mamma si è salvata, ma per diversi giorni ha lottato tra la vita e la morte. Proprio in quel periodo dei militari avevano portato nell’ospedale dov’era ricoverata, un neonato, che era stato abbandonato per strada. Dopo le cure s’era ripreso, ma ora gli occorreva una famiglia. Subito l’ha trovata nell’altra, prendendo il posto del bambino morto. Dai nuovi genitori è stato chiamato Giuseppe-Mosé: Giuseppe perché l’ospedale era intitolato a san Giuseppe, Mosé perché abbandonato e poi ritrovato». H. E. – Congo Volevo vendicarmi «Solo otto giorni dopo il mio matrimonio ho perso mia madre, investita da un’auto. Deciso a vendicarmi, ho preso un pullman per raggiungere il paese di residenza dell’investitore. Lungo il tragitto però mi sono tornate in mente certe parole sull’amore di Dio e del prossimo, e pian piano il rancore si è sciolto. Quando l’altro ha saputo chi ero l’ho visto impallidire, ma l’ho tranquillizzato: ero lì solo per capire la dinamica dell’incidente. Dopo aver ascoltato il suo racconto, fatto tra le lacrime, ho cercato di dargli pace. La gioia promessa dal Vangelo mi ha accompagnato nel ritorno». F.A. – Roma Fonte: Il Vangelo del giorno – marzo 2015 – Città Nuova editrice (altro…)