5 Giu 2017 | Cultura, Nuove Generazioni
In tempi di allerta per temibili “balene blu” virali, finalmente un gioco contagioso… ma positivo! Sul web o, alla maniera tradizionale, con carta e forbici, c’è un gioco che contribuisce a mantenere sano e vivibile il pianeta in cui viviamo. Vediamo di che si tratta. Prima mossa: cliccare qui (un passaggio per il web è necessario anche per i più tradizionalisti!). A questo punto, il “Cubo”, protagonista indiscusso, ci ricorderà tutte le volte in cui ci siamo cimentati nella gara di probabilità più nota al mondo, fatta di sei possibilità e un pizzico di fortuna. Che lo si getti on line o lo si ritagli e costruisca con le proprie mani (suggerimento per i più piccoli), questo nuovo Dado è molto di più. Ogni faccia è un piccolo (ma grande) invito al rispetto dell’ambiente circostante, della Terra in cui viviamo e dei suoi abitanti. Un mini compendio di ecologia e relazioni sociali valido per tutte le età, promosso da EcoOne iniziativa ecologico/culturale diffusa in più di 180 paesi, che ha messo in rete docenti, accademici, ricercatori e professionisti per introdurre le tematiche ambientali a livello sociale, politico, economico. Con una caratteristica: non si tratta di un proclama teorico, ma di un invito immediato alla pratica quotidiana. Un esempio? «Scopri cose incredibili!» recita una faccia del dado. Il mondo è pieno di cose incredibili, dalle vette maestose delle cime innevate agli abissi degli oceani, dall’immensa varietà di specie vegetali a ogni essere vivente, anche minuscolo, che popola il pianeta: ogni dettaglio della natura ci riempie di stupore e meraviglia, ci ispira rispetto e gratitudine per il Creatore. Cosa posso fare oggi per vedere il mondo con questi occhi?
Altro lancio, altra faccia. «Sorridi al mondo!» Niente come le azioni positive possono rendere il mondo un posto migliore. Che sia riciclare i rifiuti o riutilizzare oggetti in disuso, non sprecare l’acqua o spegnere le luci, condividere il tragitto in macchina per ridurre le emissioni di gas o coltivare un piccolo orto comune, basta pensare che ogni nostra azione ha una conseguenza. E ancora: «Siamo tutti collegati!» Sul pianeta, ogni cosa è in relazione con tutto il resto. Una fabbrica che emette fumo, un corso d’acqua contaminato, una bottiglia di plastica dimenticata a riva. Ogni piccola o grande azione porta conseguenze, nel bene e nel male. E io come posso costruire connessioni positive? Il gioco continua, non si ferma mai: «Il momento è adesso». Quante volte abbiamo detto “lo farò domani”, ma poi non lo abbiamo più fatto? Il mondo non può più aspettare mentre noi rimandiamo! Devo agire ora e ricominciare a ogni insuccesso con nuova energia. «Solo ciò che è necessario!» Come una pianta che estrae dalla terra solo le sostanze nutritive necessarie per crescere, così anche noi dovremmo imparare a distinguere tra desideri e bisogni, riducendo al massimo l’impatto negativo delle nostre azioni e amplificando quello positivo. E infine, ultima faccia: «Ogni cosa è un dono». Come preservare tutto ciò che mi circonda e proteggerlo perché anche le generazioni future possano goderne? Giocatori incalliti ce ne sono tanti, per fortuna. «Solo ciò che è necessario! era il suggerimento del Dado della Terra oggi. Tutto è iniziato con una ‘doccia temporizzata’ (uscire dalla doccia prima che suoni la sveglia), poi riciclaggio e riutilizzo della carta al lavoro, seguito da un pranzo più leggero del solito. Ok, forse sono davvero piccoli passi, ma almeno c’ero al 100%!» (San Paolo, Brasile). «Siamo tutti collegati! ho letto sul Dado oggi, dopo averlo lanciato. Mi sono reso conto che avevo lasciato le luci accese in casa, così sono tornato indietro e le ho spente prima di uscire per la serata. Ho spento anche il computer. Quello che facciamo ha veramente un’influenza sugli altri!» (Nairobi, Kenya) «Il momento è adesso» Cominciamo a giocare! Mai gioco è stato così serio e affascinante al tempo stesso. (altro…)
27 Mag 2017 | Cultura, Focolari nel Mondo, Sociale, Spiritualità
Nell’ultimo anno, gli Stati Uniti hanno vissuto uno scontro ideologico senza precedenti. Prima delle elezioni di novembre, c’era grande preoccupazione sulla direzione che il Paese avrebbe preso. Un’ondata di emozioni contrastanti ha percorso gli Stati da Nord a Sud, generando divisioni tra tanti, anche dentro le comunità dei Focolari, sparse negli Stati Uniti. Per molti si trattava di prendere una decisione straziante, difficile. Le opinioni erano molto forti e divergenti. Già dal 2015 il Movimento dei Focolari aveva promosso dei workshop, basati sul libretto: “5 passi per un dialogo politico positivo”, per presentare una modalità costruttiva di confronto. Essi sono: 1) Credere che sia possibile avere una visione positiva della politica; 2) Praticare e perfezionare una comunicazione basata sull’amore; 3) Capire se è o non è il caso di fare un compromesso; 4) Riconoscere la sofferenza come una pedana di lancio per amare; e 5) Edificare la polis con azioni costruttive. John Chesser (Iowa): «In gruppi di due, sceglievamo un argomento su cui avevamo posizioni opposte. Uno dei due condivideva la propria opinione e l’altro doveva ripeterla prima di dire a sua volta il proprio parere. I risultati erano interessanti. Le persone cominciavano non solo ad apprezzare il punto di vista dell’altro, ma anche a riconsiderare la propria opinione. Non abbiamo risolto i problemi del mondo, ma abbiamo acquisito gli strumenti per provare a dialogare tra noi». Con l’avvicinarsi delle elezioni di novembre 2016, la tensione tra gli schieramenti opposti aumentava di giorno in giorno, nella vita quotidiana, nei luoghi di lavoro e sui social. Marilyn Boesch (Maryland): «Ero agitata. Mi sono fatta un esame di coscienza. Volevo essere una persona che porta l’unità e costruisce ponti, e non che accetta passivamente le divisioni che si presentano». Marijo Dulay (New York): «Dopo alcuni errori, ho prestato maggiore attenzione ai commenti che postavo su Facebook, per non urtare quelli che la pensavano diversamente da me». Simona Lucchi (Georgia): «Le mie prediche e urla non portavano a niente di buono. E di certo non cambiavano l’opinione degli altri. Così mi sono fermata e ho cominciato ad ascoltare le ragioni degli altri. Ho capito che anche con chi non la pensa come me qualcosa in comune c’è sempre».
Nella confusione del momento, questa modalità di dialogo trova applicazione anche in ambito accademico. A New York La Fordham Law School, nel cuore di Manhattan, è un Istituto che mira a promuovere un dialogo aperto, positivo e costruttivo su temi legati alla religione e al diritto. In questo contesto Ana Días, direttice dell’Istituto, presenta il workshop. «In tanti erano lì per capire se, in mezzo a tale polarizzazione, fosse ancora possibile un dialogo». Dopo la presentazione dei “5 punti”, i partecipanti lavorano su quanto appreso, scoprendo di poter parlare di temi scottanti senza per forza degenerare in discussioni infuocate. Anche i più radicali si mettono alla prova. Due mesi dopo, l’insediamento della nuova presidenza riaccende gli animi. Anche alla Georgetown Law School di Washington gli studenti si dividono in fazioni contrapposte. Amy Uelmen, autrice del libro “Five Steps to Positive Political Dialogue: Insights and Examples”, propone a colleghi e studenti un metodo. «Ci siamo accorti che spesso nelle conversazioni ci sono stereotipi, incomprensioni, informazioni sbagliate: abbiamo deciso di essere aperti a correggerci e a risolvere le difficoltà che nascono dallo scontro tra idee contrapposte».
Questi sforzi proseguono in Arkansas, uno stato tradizionalmente conservatore. Anche qui l’elezione del nuovo Presidente provoca entusiasmo da un lato e rabbia dall’altro. Austin Kellerman conduce un telegiornale nella capitale. Insieme ai colleghi lancia in TV un appello alla città per ritrovare l’unità. «Volevamo offrire alla nostra comunità un’occasione per ritrovarsi più unita. Uno dei nostri giornalisti più esperti ha preparato un approfondimento nell’edizione principale. “There is no them, no us. There is we”. Non c’è un loro e un noi. Siamo tutti un popolo. Ovviamente, questo non ha risolto le cose, e nemmeno ha cambiato le opinioni della gente. Ma ha offerto la possibilità di riflettere oltre il proprio punto di vista. Noi cerchiamo di mantenere aperto il dialogo e di rappresentare con onestà tutte le posizioni». (altro…)
25 Mag 2017 | Centro internazionale, Chiesa, Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Senza categoria, Spiritualità
“Con viva gioia” Maria Voce ha appreso la scelta del Card. Gualtiero Bassetti come nuovo Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) annunciata il 24 maggio 2017. In una lettera di congratulazioni la Presidente del Movimento dei Focolari esprime le sue “più sentite felicitazioni per questo prestigioso incarico, chiaro segno di fiducia da parte del Santo Padre”. “L’impronta di collegialità e di amore”, continua la Presidente, “che le è congeniale sarà un grande dono per l’intera Comunità ecclesiale e civile italiana, in particolare per quei fratelli e quegli ambiti che più rassomigliano a Gesù Crocifisso e Abbandonato”. Anche il Movimento dei Focolari in Italia si è congratulato con il nuovo Presidente della CEI nella cui nomina trova “motivo di grande gioia”. In un comunicato stampa, sottolinea il suo “stile sempre fedelmente perseguito nella vicinanza alle persone, agli operai, ai migranti, alle famiglie, nelle concrete situazioni di crisi e nella ricerca della verità”. Gli augura “di sperimentare in questo nuovo compito un sempre rinnovato coraggio per affrontare le innumerevoli sfide, confortato da quella sinodalità che testimonia il volto fraterno della Chiesa”. Nato nel 1942 a Marradi vicino Firenze, Gualtiero Bassetti è stato ordinato sacerdote nel 1966. Nel 1994 è stato nominato vescovo di Massa Marittima, poi di Arezzo (1998) e nel 2009 arcivescovo di Perugia. Nel 2014 Papa Francesco lo ha accolto nel collegio cardinalizio. Lettera di Maria Voce (altro…)
25 Mag 2017 | Cultura, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Sociale, Spiritualità
«Siamo andati a Mocoa, insieme a don Juan Carlos Almario, sacerdote focolarino, portando gli aiuti in denaro raccolti dalle comunità di tutta la Colombia – scrivono Elizabeth e Alejandra del focolare di Bogotá –. Eravamo lì a nome di tutta la famiglia del Movimento, per portare l’amore, le preghiere di tanti, e l’aiuto concreto, non solo della Colombia ma anche da tante parti del mondo che hanno vissuto e vivono con noi questa tragedia». «Alcuni sacerdoti del Movimento, parroci a Mocoa (36.000 abitanti), ci hanno accolto con canti e tanta gioia. Poi ci siamo trovati con la gente. Ognuno aveva una dura storia da raccontare, legata alla catastrofe subita. Abbiamo pianto con loro». Ricordavano quella notte del 1° aprile, la valanga di fango, e la “gara di amore” che è scattata tra di loro per andare incontro alle vittime. I sacerdoti, insieme al loro vescovo Mons. Maldonado e ad altri parroci, si sono organizzati per accompagnare i feriti negli ospedali, per accogliere le famiglie in cerca dei loro cari scomparsi, per seppellire i morti … Poi, insieme ai loro parrocchiani, hanno improvvisato una mensa per dare da mangiare ai tanti che sono rimasti senza acqua e luce per tanti giorni, per portare il cibo ai medici e ai funzionari pubblici impegnati nei soccorsi; hanno sistemato gli aiuti arrivati per distribuirli alle persone colpite, insieme alle mascherine per proteggersi dai forti odori. «Dai loro racconti ci sembrava di cogliere una presenza “mariana”, silenziosa ma concreta, che è arrivata – attraverso di loro – a coprire i tanti bisogni prodotti dalla tragedia».
«Abbiamo voluto meditare insieme il tema dell’anno che si vive in tutto il Movimento e che ci è sembrato adattissimo per la situazione in cui ci siamo trovati: Gesù Abbandonato». Nella comunione spontanea che ne è nata ciascuno ha cercato di guardare il dolore vissuto, scoprendo un volto dell’infinito dolore provato da Gesù sulla Croce, e nel quale si trova il senso di tanta sofferenza. «C’è chi evidenziava che alle volte è più facile scoprire un volto dell’abbandono di Gesù nelle grandi tragedie, che nelle sofferenze della quotidianità. Chi ripeteva l’impegno a rimanere sempre nella radicalità e nella fedeltà della scelta di Dio-Amore». Uno dei parroci diceva, durante il pranzo, che quelle ore passate insieme “sono state come un’oasi” che sono riuscite a staccarlo da questo incubo. «Poi, insieme a don Oscar, abbiamo girato per i posti dove è passata la valanga: un panorama di totale distruzione e morte; alcuni quartieri proprio cancellati dal fango; altri, invece, diventati come dei cimiteri con le case schiacciate da grossissimi macigni, con gli alberi sradicati e macerie dappertutto». In questo inferno, l’amore, le preghiere e gli aiuti di tutti sono arrivati fino a Mocoa e hanno dato un po’ di sollievo alle vittime di questa tragedia. Il viaggio ha incluso la città di Neiva, sempre al sud della Colombia. «Volevamo trovare la nostra comunità locale e, insieme a loro, preparare la prossima Mariapoli che si svolgerà a luglio, in un parco archeologico dove rimangono ancora intatti le vestigia di una delle più antiche culture autoctone della Colombia». Dal passato ancestrale e dal dolore delle tragedie naturali, i Focolari in Colombia si proiettano verso il futuro. Leggi anche: Notizie dalla Colombia (altro…)
24 Mag 2017 | Cultura
Sulla base di un ricco apparato di fonti inedite di grande valore storico, spirituale e di pensiero, lo studio illumina passaggi decisivi e sostanzialmente inesplorati della storia del Movimento dei Focolari (Opera di Maria). Viene ricostruito il rapporto tra Chiara Lubich e l’arcivescovo di Trento mons. Carlo de Ferrari, con speciale attenzione al ruolo che egli svolse nel riconoscere “l’agire di Dio” nella nascente realtà ecclesiale, accompagnandola durante gli anni di studio da parte della Santa Sede, fino alla prima approvazione pontificia nel 1962. Documenti di intensa spiritualità e di vivissima sensibilità ecclesiale vengono offerti al lettore che troverà, in queste pagine, uno strumento essenziale e prezioso per la conoscenza della storia dell’Opera di Maria e del carisma dell’unità e per la rivalutazione storica di un episcopato fecondo. A Trento il 9 giugno 2017 alle ore16,30 ci sarà la presentazione del volume nel percorso verso le celebrazioni del centenario di Chiara Lubich 1920-2020 Editrice: Città Nuova Collana:Studi e documenti-Centro C.Lubich
24 Mag 2017 | Cultura, Dialogo Interreligioso, Focolare Worldwide, Focolari nel Mondo, Spiritualità
«Cosa c’è nel nostro cuore? Dove è orientato? Come imparare a conoscerlo meglio? Le vie del cuore non sono forse delle vere montagne russe?». Alcune domande che hanno stimolato il dialogo, come simbolo visibile del desiderio di condivisione, di cristiani e musulmani partecipanti ad un incontro, a fine aprile, iniziato presso il centro culturale musulmano e conclusosi nella parrocchia protestante, Si è cominciato con i contributi teologici del pastore protestante Martin Hoegger e dell’Imam Djalel Meskaldji. Ambedue hanno costatato che sia la Bibbia che il Corano ampliano il significato della parola “cuore”. Non solo come sede dei sentimenti, ma piuttosto come centro del nostro essere. Quello spazio dove si dialoga con se stessi, con gli altri, e con Dio. «La malattia più comune non è l’influenza, ma la ‘sclerocardia’, e cioè la durezza del cuore», ha ironizzato M. Hoegger. E Djalel Meskaldji ha aggiunto: «Secondo il Corano, il cuore può essere anche più duro delle pietre. È coperto di ruggine». Il cuore, si sottolineava infatti, è la cosa più preziosa che abbiamo, ma l’esperienza ci dice che spesso può indurirsi. Da qui la costatazione che la “custodia del cuore” è un tema frequente nella Bibbia e nei Padri della Chiesa, teologi dei primi secoli. Perciò, mantenere saldo il proprio cuore è “una vera battaglia spirituale”. Sarebbe questo, secondo Meskaldji, il vero significato della parola “Jihad”, nella tradizione musulmana. Il pastore Hoegger ha ricordato che i profeti biblici «annunciano che Dio scolpirà un giorno la sua legge d’amore nei nostri cuori e metterà in noi un cuore nuovo, un cuore di carne». E ancora: «I cristiani sono rivolti a Gesù, nel quale si realizza questa promessa». Da parte sua, l’Imam ha sottolineato che: «Il Corano ripetutamente afferma che il cuore ha bisogno di essere purificato dall’acqua limpida della parola di Dio. Essa risveglia il mio cuore, lo cura, spezza la sua durezza e lo ripulisce dalla ruggine che gli deriva per lo più dall’orgoglio». Dall’Algeria, in collegamento internet, Sheherazad e Farouk, musulmani, hanno raccontato come la scoperta di Dio amore, attraverso la spiritualità del Movimento dei Focolari, ha rivoluzionato la loro vita di coppia: «Abbiamo imparato ad amare l’altro per se stesso, a lasciare agire Dio presente nel cuore di ognuno per essere una testimonianza viva dell’unità di Dio. Ma soprattutto sperimentiamo la grazia di Dio che riveste il nostro cuore della sua misericordia». Quindi, Anne Catherine Reymond e Fabien, cristiani della comunità di Sant’Egidio, hanno condiviso il loro cammino, raccontando come la presenza di Dio ha trasformato il loro cuore attraverso la preghiera e la vita fraterna, ma anche attraverso la vicinanza ai poveri. «La fede in Dio è una bussola nelle sfide che la coppia deve affrontare, soprattutto nell’educazione dei figli. Essi ci spingono a metterci in secondo piano per mettere Dio al primo posto». Nel dialogo nei gruppi è venuto in rilievo ciò che cristiani e musulmani hanno in comune. Una musulmana di Lione, ha concluso: «In un’epoca in cui molti cercano di dividere le nostre comunità, come è utile incontrarci in un’atmosfera di stima reciproca!». All’unanimità, i partecipanti a questa gioiosa giornata hanno espresso il desiderio di continuare il dialogo, anche attraverso nuove iniziative di incontro. (altro…)